Associazione a delinquere finalizzata alla violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio: sono queste le accuse che la procura di Piacenza è tornata a muovere nei confronti di sette sindacalisti di SI Cobas e USB, per cui la pm ha chiesto il rinvio a giudizio. Le accuse riguardano fatti che vanno dal 2016 al 2021 avvenuti nel contesto dei diritti dei lavoratori della logistica. In totale, i capi d’imputazione sono 145, molti dei quali caduti in prescrizione. I lavoratori hanno risposto alle accuse dichiarando che le azioni contestate – tra le quali blocchi stradali e ai cancelli – rientrano pienamente nel perimetro delle lotte sindacali, e costituiscono legittimi atti di protesta. L’inchiesta era stata resa pubblica nel 2022, anno in cui i lavoratori erano stati arrestati per venire scarcerati qualche mese dopo dal Tribunale del Riesame di Bologna, che osservava come «la contribuzione e l’attività di proselitismo sono previste e tutelate dall’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori».
I sette sindacalisti sotto accusa sono Abed Issa Mahmoud El Moursi, Ali Mohamed Arafat, Elderdah Fisal, Aldo Milani, Roberto Montanari, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli; inizialmente ve ne era un ottavo, Riadh Zaghdane, il quale tuttavia è deceduto negli anni scorsi. A chiedere il rinvio a giudizio è stata la pm Emanuela Podda, in seguito al termine dell’udienza preliminare. Dei 145 capi di imputazione, i primi due sono volti a concretizzare l’ipotesi di associazione a delinquere, reato – assieme ai vari reati connessi – per cui la pm ha chiesto l’effettivo rinvio a giudizio; per la maggior parte degli altri capi di imputazione la pm ha invece chiesto il non luogo a procedere, poiché caduti in prescrizione. Da quanto si apprende dai media locali, l’udienza è stata rinviata a giugno.
L’inchiesta che riguarda i sindacalisti risale al 2016. Secondo la procura, i sindacalisti coinvolti avrebbero sfruttato le sigle sindacali per dare vita a due distinte associazioni a delinquere: l’accusa ritiene che dietro le azioni di protesta «apparentemente rivolte alla tutela dei diritti dei lavoratori», si celassero azioni volte ad «aumentare sia il conflitto con la parte datoriale sia tra le opposte sigle sindacali». Lo scopo? Aumentare l’importanza dei sindacati nel settore della logistica per attirare – e lucrare su – gli iscritti. Le indagini portarono all’arresto dei sindacalisti, avvenuto il 19 luglio 2022, data in cui l’inchiesta venne resa pubblica; nonostante ciò, ad agosto dello stesso anno, crollarono molte delle accuse a loro rivolte, tra cui quella di associazione a delinquere, e venne ordinata la loro scarcerazione. Altri dei capi di imputazione rimasero tuttavia in piedi, e alcuni dei sindacalisti finirono agli arresti domiciliari. Nel 2024, la Procura formulò nuovamente le accuse contro i sindacalisti, ipotizzando ancora una volta il reato di associazione a delinquere.
Le difese dei sindacalisti coinvolti sono concordi: i fatti contestati costituiscono ordinarie attività sindacali. Effettivamente, ciò che viene contestato dalla procura sono picchettaggi, blocco delle merci, occupazioni; insomma, generiche azioni di protesta più “radicalizzata”, non limitate agli scioperi. In occasione dell’ultima formulazione delle accuse da parte della Procura, Roberto Montanari, aveva spiegato a L’Indipendente, che la presunta competizione tra SI Cobas e USB sarebbe stata portata avanti attraverso la «radicalità delle richieste» per accaparrarsi le firme dei lavoratori. Insomma, secondo la Procura, SI Cobas e USB avrebbero fatto a gara a chi la sparava più grossa avanzando alle grandi firme della logistica richieste di portata eccessiva per spingere gli operai a iscriversi al proprio sindacato, e queste richieste sarebbero risultate tanto sproporzionate da scadere nel reato di estorsione. È il caso, spiegava Montanari, della richiesta di «aumento di stipendio» e della fornitura di «buoni pasto» o ancora di garanzia che venisse «integrata la quota malattia».




