Cinquantasette Paesi si sono riuniti per la prima volta nella storia per discutere esplicitamente di come abbandonare il petrolio, il carbone e il gas: se ne sono andati senza firmare nulla di definitivo. Santa Marta, città caraibica della Colombia, è il luogo più azzeccato che si potesse scegliere: a pochi chilometri dal centro congressi si estende il porto di Drummond, uno dei maggiori terminal carboniferi del Sud America, da cui milioni di tonnellate di carbone colombiano vengono imbarcate ogni anno verso il resto del mondo. È qui che si è tenuta, dal 24 al 29 aprile 2026, la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, convocata congiuntamente dalla Colombia e dai Paesi Bassi.
La conferenza non ha prodotto un accordo negoziale vincolante. Lo chiarisce senza giri di parole Amnesty International nel suo bilancio finale: «La prima conferenza sulla transizione dai combustibili fossili non ha prodotto un esito politico negoziato». Una sintesi delle discussioni verrà pubblicata nei prossimi mesi, probabilmente in vista della COP31. Eppure sarebbe sbrigativo liquidare l’evento come un’altra passerella climatica senza conseguenze.
Sul tavolo sono arrivate diverse proposte e i primi progetti concreti. La Francia ha pubblicato un programma nazionale che traccia il percorso per eliminare l’uso di tutti i combustibili fossili nel settore energetico entro il 2050. È stato inoltre annunciato un nuovo panel scientifico internazionale, lo Scientific Panel for Global Energy Transition, con il mandato di supportare governi, città e regioni nella pianificazione delle proprie traiettorie di decarbonizzazione. «Fornirà tutte le soluzioni per implementarle e finanziarle», ha detto Carlos Nobre, climatologo brasiliano tra i promotori.
Il segnale politico più significativo è venuto da una coalizione di Stati che ha formalmente chiesto l’avvio di negoziati per uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’uscita dai combustibili fossili, con obblighi sul lato dell’offerta, meccanismi finanziari e garanzie di giustizia climatica. Una richiesta che Tuvalu, il micro-stato insulare del Pacifico minacciato dall’innalzamento del mare, ha trasformato in dichiarazione esistenziale. «Non si tratta di una posizione negoziale», ha detto il ministro per il clima Maina Talia. «Per noi è una questione di sopravvivenza». La coalizione è quasi interamente composta da piccoli stati insulari del Sud del mondo, con pochissime eccezioni di peso: Colombia (il più grande produttore di fossili del gruppo), Pakistan e Cambogia.
La lista di chi non c’era racconta una storia altrettanto importante. Stati Uniti, Cina, India, Russia e i paesi del Golfo hanno disertato la conferenza. Washington ha motivato la sua assenza con una nota in cui si spiega che: «Abbandonare fonti energetiche affidabili per affidarsi a fonti intermittenti e costose è distruttivo». Una posizione che ignora che le rinnovabili abbinate a sistemi di accumulo si sono già dimostrate affidabili in contesti reali, e che, ad esempio secondo la società finanziaria Lazard, sono ormai più competitive economicamente del carbone e del gas naturale.
La conferenza si è svolta sullo sfondo di una crisi energetica globale innescata dal conflitto Usa-Israele contro l’Iran, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas. Paradossalmente, proprio quella crisi ha rafforzato gli argomenti dei fautori della transizione: chi dipende meno dai fossili è anche chi soffre meno i contraccolpi delle guerre per le risorse. «I governi non stanno facendo la transizione per ragioni climatiche», ha spiegato Leo Roberts, ricercatore di E3G, centro studi indipendente con sede a Londra. «La fanno perché è più economico, efficiente e sicuro allontanare la propria economia dai combustibili fossili».
Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha ricordato alla platea che il pianeta supererà «inevitabilmente» la soglia critica di 1,5°C di riscaldamento entro il prossimo decennio. Tornare sotto quella soglia rimane scientificamente possibile, ha detto, «ma richiede un’accelerazione della transizione dai fossili».
L’unico atto formale e unanime della conferenza è stato il passaggio di consegne. La Colombia ha ceduto il testimone a Tuvalu, che ospiterà la seconda conferenza nel 2027, con la co-presidenza dell’Irlanda. «Questo viaggio», ha detto Talia, «è iniziato in un porto carbonifero del Mar dei Caraibi. Ora naviga verso il Pacifico».




