Dalla Svezia arriva una ricerca che sensibilizza il pubblico sulla bixonimania, una malattia della pelle che colpisce gli occhi e sarebbe riconducibile all’esposizione prolungata alla luce blu degli schermi. Peccato che la bixonimania non esiste: è stata inventata di sana pianta per dimostrare quanto i sistemi di intelligenza artificiale generativa tendano a fagocitare e rigurgitare acriticamente contenuti dubbi e potenzialmente pericolosi. Non è la prima volta che un episodio del genere si verifica: è solo l’ennesimo segnale d’allarme di una criticità tecnica che si continua sistematicamente a sottovalutare.
A ordire il colpo gobbo è stato un team di ricercatori dell’Università di Gothenburg guidato da Almira Osmanovic Thunström, il quale ha diffuso nel 2024 documenti e post sui blog — oggi tutti ritirati – dedicati ad approfondire nei dettagli il sedicente malanno. Chiunque li avesse letti per davvero si sarebbe accorto subito che qualcosa non tornava. A monte di un’impostazione formale apparentemente credibile, i testi diventavano via via sempre piú surreali: il primo campanello d’allarme erano i numerosi riferimenti medici privi di riscontro, ma ogni dubbio veniva fugato quando nel testo comparivano personaggi di serie popolari come Friends e I Simpson, fino ad arrivare a ringraziare fondazioni legate al Signore degli Anelli e a Star Trek.
“Desideravo che fosse chiaro a qualsiasi medico o team sanitario che si trattava di una patologia inventata”, ha dichiarato Thunström a Nature. “Nessuna malattia oculare verrebbe mai definita come mania – quello è un termine psichiatrico.” L’intento era mostrare come i modelli linguistici di grandi dimensioni — le cosiddette intelligenze artificiali – siano del tutto ignari dei contenuti che producono e diffondono online. I loro testi nascono da processi stocastici: favoriscono la predizione di sequenze verosimili, non la verifica delle informazioni. Questo li rende vulnerabili a errori e, come in questo caso, a manipolazioni esterne, divenendo volenti o nolenti un veicolo di disinformazione.
E il danno tende a generare un effetto domino. Nell’aprile 2024, il modello Copilot di Microsoft, Gemini di Google, Perplexity AI e ChatGPT di OpenAI erano tutti pronti a discutere della bixonimania, descrivendone i sintomi a chi cercava di capire perché le giornate passate davanti a più schermi potessero provocare bruciore agli occhi. La fantomatica patologia è poi confluita nelle ricerche di altri accademici che, probabilmente affidandosi ai chatbot, hanno finito per citare fonti giudicate dall’editore come “irrilevanti”.
Non è certo la prima volta che il mondo delle pubblicazioni accademiche incappa in sviste clamorose nel tentativo di percorrere scorciatoie alimentate dall’intelligenza artificiale. Nel febbraio 2024 aveva destato preoccupazione – ma anche una certa puerile ironia – la comparsa, in un documento di ricerca, di un’immagine generata con l’IA raffigurante un topo di laboratorio dotato di un pene dalle dimensioni decisamente sproporzionate. Da lì, tuttavia, la situazione non è migliorata: al massimo si è fatta più discreta. Secondo gli analisti di Nature, il 2,6% delle pubblicazioni scientifiche analizzate nel 2025 riportava fonti e riferimenti che, con ogni probabilità, erano stati “allucinati” dalle intelligenze artificiali.
L’inaffidabilità dei chatbot, soprattutto quando vengono utilizzati come sostituti dei motori di ricerca, si riflette inevitabilmente anche al di fuori del mondo accademico. Spesso gli utenti – anche se professionisti – sottovalutano il margine d’errore di questi strumenti, una leggerezza amplificata dal modo in cui vengono presentati: soluzioni per ottimizzare e velocizzare il lavoro che spingono tacitamente a delegare alle IA almeno una parte del processo di indagine. Già nel 2023 era emerso un “esperimento” molto simile a quello condotto poi da Thunström, seppur in forma meno strutturata. Sospettando che una testata videoludica stesse automatizzando la scrittura degli articoli attingendo ai post Reddit dei giocatori, alcuni utenti decisero di sabotare il sistema inventando “Glorbo”, una fantomatica nuova funzione di World of Warcraft. La testata abboccò in pieno e iniziò a breve termine discutere le infinite e improbabili caratteristiche del Glorbo, il quale è divenuto il “Sarchiapone americano” dell’era contemporanea.





Almira e compagni se hanno così tanto tempo da perdere: Cambino mestiere.
tempo da perdere? non capisco…