Meta starebbe lavorando per trasformare il proprio fondatore e CEO, Mark Zuckerberg, in una creatura digitale onnipresente all’interno dell’azienda, sviluppando un avatar alimentato da intelligenza artificiale capace di riprodurne voce, tono e manierismi. L’obiettivo è quello di creare un canale di interazione diretto tra i dipendenti e il grande capo, favorendo un senso di connessione e accessibilità alle alte sfere. Un Grande Fratello 4.0 in cui ogni lavoratore può chiedere al leader consigli e opinioni sul modo migliore di operare.
Per anni i critici di Meta hanno canzonato Zuckerberg, sottolineando come i suoi modi di fare e comunicare fossero robotici e meccanici, quasi inumani; ora la Big Tech sembra aver preso a cuore quelle osservazioni per elevarle alla massima potenza. È noto da tempo che l’azienda sta sviluppando una tecnologia che permetterà agli influencer di addestrare IA in grado di sostituirli nelle interazioni con i follower; tuttavia, indiscrezioni raccolte dal Financial Times raccontano che lo stesso dirigente supremo starebbe usufruendo a porte chiuse di questi strumenti. Una notizia assolutamente credibile, se non altro perché è in continuità con quanto rivelato lo scorso marzo dal Wall Street Journal, ovvero che Zuckerberg avrebbe creato una versione agentica di sé stesso per espletare più rapidamente i suoi compiti dirigenziali.
Le speranze di Meta – come quelle di molte altre aziende – si fondano sull’idea di usare delle intelligenze artificiali per aumentare la produttività pro capite e ridurre i costi: meno dipendenti, mantenendo alta l’efficienza, spesso senza aumenti salariali. L’ubiquità di un eventuale CEO digitalizzato va però oltre la mera questione logistico‑finanziaria: offre una soluzione che, almeno sulla carta, consentirebbe a ogni dipendente di confrontarsi con una versione virtuale di Zuckerberg per orientare le proprie decisioni in linea con l’ethos aziendale. Al posto del dilemma “cosa farebbe Gesù Cristo”, si profila dunque un nuovo mantra sulla base di “cosa farebbe Mark Zuckerberg”.
Emergono subito diverse criticità. Sorvolando sul fatto che molti lavoratori probabilmente si divertiranno a mettere alla prova il simulacro virtuale del capo per fargli dire cose ridicole o improponibili, resta dubbia l’efficacia degli obiettivi dichiarati: rafforzare la fedeltà dei sottoposti alla dirigenza e snellire il processo decisionale, concedendo ai singoli operatori maggiore autonomia senza dover ricorrere a una catena gerarchica lenta e onerosa. Il secondo obiettivo, in particolare, sembra già compromesso: alla luce dei numerosi e foschi retroscena emersi su Meta ogni volta che un whistleblower ha aperto bocca, è difficile credere che Zuckerberg abbia addestrato l’IA sui suoi obiettivi più profondi; il suo avatar rischia quindi di fornire riscontri superficiali e poco incisivi. Infine, resta aperta la questione della responsabilità: come verrà ripartita la colpa delle azioni individuali se queste sono orchestrate in collaborazione con il CEO virtuale?
La storia di Meta è segnata da versioni digitalizzate di Zuckerberg ampiamente ridicolizzate dal pubblico e dal giornalismo, da soluzioni tecniche che non hanno mai attecchito e da dipendenti costretti a usare strumenti aziendali di cui nessuno avvertiva la necessità. Per questo, è probabile che la cyber-transumanza del dirigente finisca per rivelarsi poco più che esperimento con cui mettere alla prova quelle che, a onor del vero, sono delle elevatissime ambizioni tecnologiche. Meta sta infatti riallocando molte risorse nello sviluppo di strumenti che possano plasmare personaggi virtuali fotorealistici in grado di sostenere conversazioni fluide e apparentemente naturali: la comparsa del digi-Mark potrebbe essere il banco di prova definitivo per testare il prodotto.





A quanto pare uno non ci bastava, eh?