Apple impone nel Regno Unito la verifica anagrafica

L’identificazione anagrafica del traffico internet rimane oggi un tema altamente controverso. Se da un lato numerosi esperti di privacy e diritti digitali ne denunciano i rischi, dall’altro molti governi mostrano una crescente determinazione nell’introdurre controlli più stringenti sulla rete. Manca però da parte delle istituzioni una definizione chiara dei processi di verifica, quindi le aziende coinvolte non possono che procedere per tentativi, spesso affidandosi a realtà terze non sempre affidabili. In questo panorama, Apple offre al mondo un esempio radicale che non mancherà di diventare una caso studio: la Big Tech sta sperimentando nel Regno Unito la verifica dell’età direttamente a livello di dispositivo, prima ancora che l’utente possa accedere ai servizi soggetti a restrizioni.

In linea generale, l’identificazione anagrafica dei profili attivi sul web è una politica promossa come strumento di tutela dei minori dall’esposizione a contenuti ritenuti dannosi. In Italia, il cosiddetto decreto Caivano ha per esempio introdotto un divieto esplicito di accesso ai materiali pornografici, motivato dai loro effetti “lesivi della dignità e pregiudizievoli del benessere fisico e mentale dei minori, tali da costituire un problema di salute pubblica”. L’idea di fondo è semplice: poiché le piattaforme non verificano in modo efficace l’età dei propri utenti – né la loro capacità giuridica di sottoscrivere contratti – i legislatori intervengono al fine di impostare un giro di vite normativo e sistemi di controllo più rigorosi.

Tra le nazioni occidentali più avanzate nell’applicazione di queste nuove politiche, l’Australia sembra confermare ancora una volta i limiti del proibizionismo: i divieti assoluti si rivelano strumenti poco efficaci, mentre emergono casi che mostrano come i sistemi di autenticazione finiscano per profilare le identità digitali a beneficio delle autorità governative. Un dettaglio che delinea più uno scenario di sorveglianza di massa che di tutela della salute pubblica. Anche perché la verifica anagrafica, per sua natura, coinvolge tutti gli utenti della rete, non soltanto i minori.

Le aziende coinvolte cercano, ove possibile, di delegare la gestione dell’identificazione degli utenti a soggetti esterni o, in alternativa, propongono che se ne occupino direttamente i gestori dei sistemi operativi. Questi ultimi, tuttavia, non sembrano particolarmente entusiasti all’idea di doversi assumere una responsabilità tanto controversa – salvo Apple. Muovendosi in anticipo rispetto ai tempi della politica, la società di Cupertino ha introdotto nel Regno Unito attraverso l’aggiornamento iOS 26.4 l’obbligo di collegare gli iPhone alla scansione di un documento d’identità o alla registrazione di una carta di credito per poter “usare certi servizi o funzioni, o compiere determinate azioni sull’account”. Se ci si rifiuta di sottostare alla richiesta, il device imposta in automatico le opzioni di controllo genitoriale.

L’aggiornamento degli iPhone è stato rilasciato il 24 marzo, quasi in sordina, e milioni di cittadini britannici stanno progressivamente scoprendo l’impatto di quella che sembrava una modifica marginale. L’organizzazione Big Brother Watch, da anni impegnata contro ogni forma di invasione digitale della privacy nel Regno Unito, ha lanciato ieri un allarme, definendo la scelta di Apple un precedente pericoloso che rischia di normalizzare controlli di massa giudicati da molti accademici non solo inutili, ma anche dannosi. Si pone inoltre un problema tecnico tutt’altro che secondario: chi non dispone di una carta di credito o di uno dei documenti riconosciuti dal governo britannico – oppure non intende condividere dati sensibili con aziende d’oltreoceano – si ritrova per le mani un dispositivo artificialmente limitato nelle sue funzioni.

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.

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