lunedì 9 Marzo 2026

Il referendum oltre la propaganda: cosa si vota (davvero) il 22 e 23 marzo

Il referendum del 22 e 23 marzo si avvicina, cresce il lavoro propagandistico di comitati e partiti ma i dubbi restano, come dimostrano gli alti livelli di indecisione. Ciò che è certo è che si parla della riforma della magistratura. A latitare, in mezzo a un mare di fake news, attacchi gratuiti e ricostruzioni parziali, sono i contenuti. Maggioranza e opposizione hanno semplificato il confronto fino a renderlo mero motivo di sostegno o contrasto al governo. Sotto c’è tanto altro e riguarda l’organizzazione della magistratura, titolare del potere giudiziario, che insieme a quello legislativo ed esecutivo tiene in piedi lo Stato moderno. Di fronte alla peggior campagna elettorale di sempre, suscettibile di minare il diritto a essere informati di oltre 50 milioni di elettori, la redazione de L’Indipendente ha deciso di pubblicare un articolo che faccia una volta per tutte chiarezza in vista del voto.

La riforma della magistratura

Domenica 22 marzo, dalle ore 7 alle 23, e il giorno successivo dalle 7 fino alle 15, gli elettori saranno chiamati a esprimersi su un unico quesito referendario. Si tratta di un referendum confermativo, che non prevede cioè alcun quorum da raggiungere per la validità del voto (come invece successo nei recenti appuntamenti di natura abrogativa). A dover essere confermata dai cittadini è la legge costituzionale n. 253/2025, meglio nota come riforma della magistratura. Quest’ultima è stata approvata in Parlamento, ottenendo la maggioranza assoluta dei voti. Non è stato invece raggiunto il quorum dei due terzi dei membri di ciascuna Camera; per questo motivo è stato possibile chiedere l’indizione del referendum confermativo, previa raccolta delle canoniche 500mila firme.

Si tratta di una riforma articolata, come dimostra la formulazione del quesito che gli elettori si troveranno di fronte su scheda verde: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». Sbarrando la casella del sì si voterà a favore delle nuove disposizioni, mentre con il no ci si opporrà alla riforma, che interviene su 7 articoli della Costituzione. Vengono sostanzialmente modificati i meccanismi di autogoverno della magistratura e rimarcata la distinzione dei percorsi professionali voluta ai tempi dalla riforma Cartabia. Vediamo nel dettaglio cosa cambia con la legge costituzionale voluta dal governo.

La divisione del Consiglio Superiore della Magistratura

Attualmente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l’organo di autogoverno dei magistrati, sia giudici che pubblici ministeri. Al CSM la Costituzione affida “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati” (art. 105). Funzioni che la legge costituzionale n. 253/2025 intende assegnare a tre nuovi organi. Nel caso in cui al referendum trionfasse il sì, nascerà un Consiglio Superiore dei giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio superiore dei pubblici ministeri (magistrati requirenti) — che si occuperanno del governo delle carriere. La competenza sui provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati verrà invece affidata all’Alta Corte Disciplinare, di rango costituzionale. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali. La nuova corte sarà composta da 15 membri: 9 togati e 6 laici.

La riforma promossa dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio non si limita allo spacchettamento del CSM ma ne supera anche gli attuali criteri selettivi. Al momento, infatti, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio” (art. 104 Cost.). Con la prima elezione vengono scelti i cosiddetti togati, mentre con la seconda i membri laici.

In caso di esito positivo al referendum, i nuovi Consigli Superiori saranno composti da giudici non eletti in modo diretto bensì sorteggiati. Ciò vale sia per i togati sia per i membri laici. Nel primo caso, il sorteggio avviene tra i magistrati della rispettiva carriera (giudicante o requirente), secondo modalità che stabilirà la legge. Nel secondo caso invece il campione si restringe a un limitato numero di persone (avvocati e professori ordinari di materie giuridiche) scelto dal Parlamento. Per approvare il “listino” non è prevista alcuna maggioranza qualificata, rafforzata — che nella pratica si traduce in una garanzia, seppur minima, per la minoranza di turno, coinvolta in qualche modo nella decisione.

Il sorteggio è previsto anche per definire la composizione dell’Alta Corte Disciplinare. Dei 9 membri togati, 6 saranno estratti tra i giudici e 3 tra i pm. In entrambi i casi, i funzionari dovranno avere almeno 20 anni di esperienza. Per quanto riguarda i membri laici, 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica e 3 sorteggiati tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati, presenti nel famoso listino parlamentare. Anche in questo caso saranno obbligatori i venti anni di esercizio della professione.

Le ragioni del sì e del no

Il sorteggio dei magistrati è stato proposto dalla maggioranza guidata da Fratelli d’Italia con l’obiettivo di superare le cosiddette correnti interne, che l’avvocato Mario Cicala qualifica come «centri di potere, espressione politica, strumenti di dibattito ideale». Ogni corrente ha la propria visione circa il ruolo della magistratura ed esercita un’influenza affinché quella visione sia predominante. Una dinamica non troppo distante da ciò che accade in politica con i partiti. I sostenitori del no al referendum affermano che il sorteggio dequalifichi l’istituzione, sollevando problemi di responsabilità e competenze, il tutto senza assicurare l’effettivo superamento delle correnti. La nuova modalità selettiva viene poi accusata di rendere la magistratura più vulnerabile alle pressioni politiche: se un terzo dei magistrati sarà pescato da un listino ristretto, i restanti due terzi verranno sorteggiati tra migliaia di funzionari (salvo eventuali requisiti che la legge ordinaria potrà introdurre, magari a seguito della pressione organizzata dei magistrati).

La separazione delle carriere

La distinzione dei Consigli Superiori viaggia di pari passo al consolidamento della tanto chiacchierata separazione delle carriere, già oggi in vigore de facto. La riforma Cartabia ha infatti introdotto una rigida separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, consentendo un solo passaggio di carriera nei primi 10 anni. Si tratta di un’opzione storicamente scelta da meno dell’1% dei magistrati, come evidenziato dal Consiglio Superiore della Magistratura nella delibera dell’8 gennaio 2025. Nel 2023, ad esempio, si sono registrati appena 8 passaggi da giudice a pm e 26 nella direzione opposta, per un totale di 34 magistrati su 8851 (0,38%) in servizio. Il progetto normativo voluto dal guardasigilli Carlo Nordio elimina anche questa possibilità residuale. I magistrati saranno obbligati a scegliere la funzione giudicante o quella requirente all’inizio delle loro carriere, senza possibilità di cambiamenti successivi.

Tabella elaborata dal Consiglio Superiore della Magistratura nella delibera 8 gennaio 2025.

Le ragioni del sì e del no

Per i sostenitori della riforma e del sì al referendum, separare in modo definitivo le carriere tra chi giudica e chi accusa è funzionale a un processo equo e imparziale. In altre parole, si intende evitare la vicinanza culturale o professionale tra il giudice e l’accusa.

Seppur al centro di dibattiti e scontri tra le parti, la separazione delle carriere resta elemento secondario rispetto alla modifica del CSM. Come affermato dalla Corte Costituzionale, alla separazione tra pm e giudici si sarebbe potuto giungere attraverso una legge ordinaria, senza passare per la più articolata revisione costituzionale. Per questo motivo, il fronte contrario alla riforma afferma che le modifiche alle carriere dei magistrati siano uno “specchietto per le allodole”, utile a portare avanti altri cambiamenti, come l’immediato spacchettamento del CSM.

Allo stesso tempo, c’è preoccupazione per possibili passaggi successivi alla riforma, che tuttavia non sono automatici. Una volta isolati in modo definitivo giudici e pm — sostiene il fronte del no — si procederà con l’introduzione di forme di coordinamento tra pm e governo. In questo modo il lavoro del pubblico ministero e dunque dell’accusa si muoverà nei confini tracciati dal Ministero della Giustizia di turno. Non si tratta però di uno scenario consequenziale e per attuarlo saranno necessarie nuove leggi.

Cosa non è la riforma

Dopo aver visto i punti nodali della riforma della magistratura è utile, per un voto libero e informato, soffermarsi su cosa non è, sviluppando così degli anticorpi alla propaganda delle parti. Partiamo dalla definizione. Parlare di riforma della giustizia è improprio e punta a fare leva su un sentimento di generale insoddisfazione circa i tempi e l’efficienza dell’apparato giudiziario. La legge costituzionale n. 253/2025 interviene sulla magistratura, che è diverso. Riguarda infatti il modo in cui lo Stato intende organizzare coloro che applicano la legge, non incidendo su tempi ed efficienza amministrativa. Quest’ultimo aspetto lo ha sottolineato lo stesso Carlo Nordio durante un convegno alla Camera dei Deputati.

Eppure, come ampiamente argomentato in un articolo sul tema, più che ruotare intorno ai contenuti concreti, questa campagna referendaria si è concentrata su insulti, linguaggio divisivo e logica dello scontro. Al punto da richiedere un insolito intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invitato le parti al «rispetto vicendevole». Se i sostenitori del sì “confondono” giustizia e magistratura, strumentalizzando episodi di cronaca, quelli del no non sono da meno, invocando imminenti scenari da regime totalitario.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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5 Commenti

  1. Se guardiamo agli ordinamenti di paesi “virtuosi”, e cioe’ scandinavi o comunque del mondo “democratico”, si vede che la separazione delle due strutture giudiziarie e’ maggioritaria: e non mi pare che il fascismo sia arrivato in casa loro…
    Credo che per la giustizia di basso livello, quella che riguarda il 99 per cento degli italiani un sistema o l’altro non cambino di molto le cose; ma per i delitti dei colletti bianchi, o per casi mediatici (vedi “bambini nel bosco”) le cose potrebbero cambiare, e non e’ detto che sia in peggio….

    • Chi non vota non conta, poi si lamenta. Aumentare il potere del governo (del momento) con le liste unilaterali e ristrette per FINTAMENTE sorteggiare significa che il potere esecutivo mette le mani nel potere giudiziario. Poi metterà le mani nel potere legislativo attraverso una deformante legge elettorale, già annunciata. E il fascismo rinasce. E ci vorrà una nuova Resistenza contro reazionari e chi li aiuta astenendosi.

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