É iniziata la raccolta firme per il referendum contro i soldi pubblici ai giornali

L’associazione Schierarsi ha ufficialmente lanciato nei giorni scorsi una campagna di raccolta firme per promuovere un referendum abrogativo mirato a cancellare i finanziamenti pubblici diretti all’editoria. L’obiettivo è raccogliere le 500mila sottoscrizioni necessarie per portare gli italiani alle urne, abrogando la recente norma del decreto “Milleproroghe” che ha ritardato di ulteriori due anni lo stop ai contributi statali per quotidiani e periodici. In soli quattro giorni, la petizione ha superato quota 75mila firme (circa il 15% del quorum richiesto), riaccendendo un dibattito storico nel nostro Paese in merito all’opportunità che i contribuenti finanzino di tasca propria la stampa.

Per comprendere appieno la portata di questa iniziativa, occorre fare un passo indietro e analizzare la questione da un punto di vista tecnico. Con la Legge di Bilancio per il 2019, il Parlamento aveva approvato una norma secondo cui i contributi pubblici ai giornali avrebbero dovuto subire un taglio progressivo, fino a scomparire dal 1° gennaio 2022; quel traguardo, però, non è mai stato raggiunto. A partire dal 2019, infatti, la scadenza è stata rinviata più volte: prima di 12 mesi, poi portata rapidamente a 24 mesi nel 2020, quindi estesa a 48 e poi a 60 mesi nel 2021, ulteriormente allungata a 72 mesi nel 2023 e infine a 96 mesi nel 2024. Il risultato di questa serie di proroghe è che, allo stato attuale, la fine dei contributi diretti all’editoria risulta fissata al 1° gennaio 2030. Il referendum promosso da Schierarsi interviene proprio su questo punto: abrogando l’ultima proroga, riporterebbe il termine al 2028, anticipando di fatto di due anni la cessazione completa dei finanziamenti e impedendo ulteriori slittamenti. Costituendo oggetto di referendum popolare, infatti, la dilazione non potrebbe più essere riproposta dal Parlamento per un congruo periodo di tempo (individuato dalla dottrina giurisprudenziale in almeno 5 anni). Chi lo desiderasse, può sottoscrivere l’iniziativa autenticandosi con SPID o CIE direttamente sul sito del Ministero della Giustizia, a questo link.

Nello specifico, il referendum promosso da Schierarsi – tra i cui fondatori figura l’ex deputato Alessandro Di Battista e che vede in prima linea anche l’ex ministra Barbara Lezzi – mira a colpire i cosiddetti “contributi diretti” alla stampa, un fondo stanziato dallo Stato per sostenere specifiche categorie editoriali: cooperative di giornalisti (testate gestite dai redattori senza un editore proprietario), enti senza fini di lucro e Fondazioni. Il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria ha pubblicato l’elenco dei beneficiari per il 2024 di un fondo che ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (rispetto ai 95,6 del 2023) a favore di 153 testate. I giornali che ricevono i finanziamenti più ingenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). Anche testate nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni) beneficiano di somme rilevanti, dichiarandosi formalmente come cooperative di giornalisti o società senza fini di lucro. L’accesso ai finanziamenti è infatti legato a specifici requisiti giuridici e organizzativi previsti dalla legge, mentre gli assetti proprietari e societari delle singole testate risultano articolati e differenziati caso per caso.

Tecnicamente, il referendum non riguarda invece i cosiddetti “contributi indiretti”, ovvero quelli che consentono alla quasi totalità dei giornali cartacei di beneficiare di sconti sull’acquisto della carta, sgravi fiscali sulla pubblicità, agevolazioni sulle tariffe postali e rimborsi per le spedizioni. Peraltro, il governo manterrebbe comunque la facoltà di varare contributi straordinari una tantum per sostenere la filiera in momenti di crisi particolare. Ciò è ad esempio avvenuto nel 2023, con misure che hanno incluso fino a 10 centesimi per copia cartacea venduta, bonus fino a 3mila euro per le edicole e sostegni per investimenti tecnologici. I contributi straordinari, essendo stati istituiti e disciplinati all’interno della Legge di Bilancio, risultano protetti dall’Articolo 75 della Costituzione, che ne impedisce l’abrogazione tramite referendum. Lo stesso vincolo di inammissibilità si applica ai contributi indiretti: trattandosi di agevolazioni che incidono direttamente sulla materia fiscale (come sgravi e detrazioni), rientrano tra le leggi tributarie espressamente sottratte alla consultazione popolare.

«Riteniamo che il finanziamento pubblico ai giornali, così com’è delineato oggi, non c’entri nulla con il pluralismo: vengono finanziati anche giornali che sono, nei fatti, “di partito”. Pensate al Secolo d’Italia, che dal 2018 al 2024 ha ricevuto oltre 6 milioni di euro, che è un organo della Fondazione Alleanza Nazionale, nel cui CDA figurano Italo Bocchino, Maurizio Gasparri, Fabio Rampelli e Arianna Meloni – dice a L’Indipendente Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi -. Inoltre a beneficiare di contributi pubblici sono sempre gli stessi giornali da vent’anni, con meno del 7% dei beneficiari che assorbe quasi il 60% delle risorse». Alla mattinata di oggi, 30 aprile, la raccolta firme ha totalizzato più di 75mila sottoscrizioni. La strada per le urne è ancora lunga: i promotori dovranno prima tagliare il traguardo delle 500mila firme certificate. Se l’obiettivo verrà raggiunto, la palla passerà prima alla Corte di Cassazione per il controllo di regolarità e, successivamente, alla Consulta, che dovrà esprimersi in via definitiva sull’ammissibilità del quesito.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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