In Italia le foreste occupano un terzo del territorio, e sono in aumento

L’Italia è oggi, a tutti gli effetti, una nazione forestale. Le aree boscate hanno infatti superato i 100 mila chilometri quadrati di estensione e occupano oltre un terzo del territorio nazionale. Un dato che segna un cambiamento significativo, per cui dal 2020 la superficie forestale ha superato quella agricola utilizzata: una situazione che non si registrava dal Medioevo. A fotografare questa trasformazione è il rapporto Foreste in Comune, la prima indagine socioeconomica sul patrimonio forestale dei comuni italiani promossa da PEFC Italia. L’analisi evidenzia come il bosco sia diventato una componente centrale del paesaggio italiano, con tutta una serie di benefici che derivano dalla presenza sempre più diffusa di ecosistemi forestali. Tuttavia, dietro questa espansione si nascondono anche dinamiche complesse, che non possono essere interpretate esclusivamente come un successo ambientale.

In ogni caso, la crescita delle foreste rappresenta senza dubbio un’opportunità. I boschi svolgono un ruolo fondamentale nell’assorbimento della CO₂, nella tutela delle risorse idriche, nella protezione dal dissesto idrogeologico e nella conservazione della biodiversità. In molti territori montani costituiscono inoltre una risorsa economica attraverso la gestione forestale sostenibile, la produzione di legname, il turismo naturalistico e la fornitura di altri servizi ecosistemici a beneficio delle comunità locali prima e di tutta la nazione poi. Emblematico il caso di Marcetelli, in provincia di Rieti, che con il 98,4% del territorio coperto da boschi è il comune più boscoso d’Italia. Qui il patrimonio forestale genera benefici ambientali stimati in quasi 8 milioni di euro all’anno tra purificazione dell’aria, regolazione delle acque, protezione del suolo e stoccaggio del carbonio. Il rapporto evidenzia che il 75,7% dell’intera superficie forestale nazionale si concentra nei 3.596 comuni montani italiani, territori che occupano quasi la metà della superficie del Belpaese ma ospitano appena il 13,5% della popolazione. Ancora più significativa è la situazione dei 495 comuni “iper-boscosi”, dove il bosco occupa oltre l’80% della superficie comunale. In questi comuni vive appena l’1% della popolazione italiana ma si concentra il 13,94% della superficie forestale nazionale, una quota superiore a quella presente nell’intera metà del Paese dove il bosco è quasi assente. Guardando all’incidenza della foresta sul territorio comunale, sul podio salgono poi Bormida (Savona) con il 97,07% di superficie coperta dal bosco, e Percile (Roma) con il 96,99%. Seguono, Drenchia (Udine) con il 96,79% e Grimacco (Udine) con il 96,59%. Rispetto la classifica per estensione assoluta, Gubbio (Perugia) è il comune con la superficie boschiva più ampia, con 26.804 ettari di bosco, seguito da San Giovanni in Fiore (Cosenza) con 21.938 ettari e da Città di Castello (Perugia) con 21.838 ettari.

Il bosco non risulta quindi distribuito uniformemente sul territorio nazionale dato che il patrimonio forestale nazionale risulta fortemente concentrato nelle aree montane. Per circa metà dei quasi 7.900 comuni italiani la presenza forestale è invece marginale o quasi assente: l’indice di boscosità è inferiore al 20% e questi territori, dove vive oltre i due terzi della popolazione italiana, ospitano meno del 10% delle foreste nazionali. L’aumento delle superfici forestali deriva perlopiù da fenomeni di rinaturalizzazione spontanea, legati soprattutto all’abbandono di terreni agricoli e pascoli marginali, in particolare nelle aree montane e alto collinari. Basti pensare che negli ultimi vent’anni il 75% delle aziende agricole che hanno cessato l’attività – circa 1,3 milioni di imprese – era localizzato proprio in questi territori, determinando la perdita di circa 850.000 ettari di superficie coltivata. L’espansione forestale non può quindi essere letta esclusivamente come un processo positivo. La scomparsa dell’agricoltura tradizionale estensiva comporta infatti anche una perdita di biodiversità. Molti habitat seminaturali europei, oggi considerati di elevato valore ecologico, sono il risultato di secoli di interazione tra attività umane e ambiente. Prati stabili, pascoli, terrazzamenti, colture promiscue e sistemi agroforestali ospitano specie vegetali e animali che tendono a diminuire quando il territorio viene abbandonato e riconquistato dal bosco. Parallelamente, mentre le aree montane si inselvatichiscono, nelle pianure continua a consolidarsi un modello agricolo intensivo e industriale. La concentrazione delle produzioni in territori pianeggianti, quindi più facilmente meccanizzabili, favorisce monocolture, riduce l’eterogeneità del paesaggio e contribuisce alla perdita di habitat naturali e seminaturali, quindi di biodiversità. Si crea così una doppia dinamica: da una parte l’abbandono delle campagne montane, dall’altra l’intensificazione produttiva delle aree più fertili e lavorabili.

Le cause di questo processo sono soprattutto demografiche ed economiche. Le aziende agricole delle zone interne, dove vi è un esodo generalizzato della popolazione più giovane, operano spesso su terreni difficili, con pendenze elevate, appezzamenti frammentati e costi di produzione superiori rispetto a quelli delle pianure. Inoltre, il mercato agroalimentare e la grande distribuzione premiano produzioni standardizzate e grandi volumi, penalizzando molte varietà locali e colture tradizionali che caratterizzano le aree montane e collinari. Nonostante ciò, l’analisi di PEFC evidenzia anche segnali di cambiamento che fanno ben sperare in questo senso. In diversi territori ad alta copertura forestale si registrano fenomeni di nuova attrattività demografica. Tra il 2021 e il 2025, 932 comuni italiani hanno mostrato un saldo migratorio positivo superiore al 10 per mille, con una quota significativa di questi comuni che si trova in aree fortemente boscate. La sfida dei prossimi anni sarà dunque trovare un equilibrio che mitighi un po’ questo dualismo tra abbandono agricolo/rinaturalizzazione e intensificazione agricola/degradazione ecologica. Le foreste italiane rappresentano una straordinaria risorsa ecologica ed economica, ma occorre interrogarsi sulle trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno ridisegnando il paesaggio italiano. Il futuro delle aree interne dipenderà dalla capacità di integrare gestione forestale sostenibile, agricoltura di qualità e valorizzazione delle specificità locali, evitando che il ritorno del bosco coincida con la scomparsa delle comunità che per secoli hanno modellato quei territori e generato una biodiversità unica.

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Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali e in Ecobiologia, attualmente frequenta il Dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica della Sapienza. Oltre alle attività di ricerca, si dedica al giornalismo ambientale e alla divulgazione scientifica.

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