Anche quest’anno si svolge, dal 3 al 6 giugno, l’ormai consueto Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), a cui è prevista la partecipazione di oltre 20.000 persone provenienti da più di 130 Paesi. Considerato la Davos russa, il contraltare dei grandi forum economici occidentali come il World Economic Forum, il titolo dell’edizione di quest’anno riassume il programma e gli obiettivi dell’appuntamento più atteso dall’élite imprenditoriale russa e dal polo economico emergente del cosiddetto Sud globale: «Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile». A guidare i più di 370 eventi e conferenze del Forum, infatti, è l’idea di costruire un nuovo modello di sviluppo globale nel contesto della continua trasformazione dell’economia mondiale, in modo da dar vita a un modello economico multipolare.
Celebrato e attesissimo in Russia e dai Paesi appartenenti al blocco dei BRICS, che lo considerano un evento chiave per lo sviluppo economico di Eurasia, Africa e Medio Oriente, dai media occidentali è descritto, invece, come una celebrazione personale del capo del Cremlino e come un modo per mostrare la tenuta dell’economia russa, ormai schiacciata dal peso delle sanzioni, dall’inflazione e dalla crisi energetica provocata anche dagli attacchi ucraini ai principali terminal petroliferi del Paese. Uno su tutti, quello effettuato con i droni da Kiev al porto militare di Kronstadt proprio il giorno dell’inaugurazione del Forum. L’evento servirebbe quindi a cercare di mascherare l’isolamento economico e politico internazionale del gigante eurasiatico. Allo stesso tempo però due tra i più importanti attori occidentali sono tornati silenziosamente a sedersi al “tavolo economico” russo: Germania e Stati Uniti. È presente, infatti, al Forum una delegazione di imprenditori tedeschi con a capo il presidente della Camera di Commercio Estero russo-tedesca, Matthias Schepp, il quale ha apertamente dichiarato che: «Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro». Gli Stati Uniti, invece, sono tornati a partecipare all’evento pietroburghese dopo quasi dieci anni con una delegazione ufficiale, guidata dal presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti, Rodney Mims Cook Jr.
Lo SPIEF si svolge annualmente fin dal 1997 e a partire dal 2006 in avanti gode del sostegno e della partecipazione del Presidente della Federazione Russa. Storicamente, il Forum è stato concepito per attrarre capitali esteri e sviluppare l’economia russa a livello globale fornendo soluzioni pratiche per il mondo imprenditoriale e le istituzioni governative. In seguito allo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, quasi tutti i capi dei Paesi occidentali hanno cominciato a disertare l’evento al fine di isolare Mosca. L’obiettivo del Forum è, dunque, diventato quello di costruire un polo e un modello economico in grado di contrastare quello occidentale grazie al peso del gruppo dei Paesi BRICS, al fine di costruire un paradigma di sviluppo il più possibile policentrico e indipendente dai vincoli economico-finanziari occidentali.
Quanto ai numeri, il sito ufficiale dello SPIEF riporta la presenza di 24.200 partecipanti da oltre 144 Paesi del mondo e, in base ai risultati dell’edizione del Forum del 2025, prevede più di 1084 accordi per una somma di sei trilioni e 481 miliardi di rubli. Gli eventi del Forum sono più di 370 e sono a disposizione 110.000 metri quadri di aree espositive per grandi imprese, istituzioni statali e regioni. Tra i principali partecipanti all’evento spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita è l’ospite d’onore dell’edizione di quest’anno, nel centenario delle relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad: la delegazione saudita, guidata dal ministro dell’Energia, il Principe Abdulaziz bin Salman Al Saud, è composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Non mancano però figure controverse che hanno attirato l’attenzione della stampa occidentale, tra cui i blogger e influencer statunitensi Andrew e Tristan Tate, accusati di misoginia e di stupro e traffico di esseri umani nel Regno Unito, ma anche il filosofo Alexandr Dugin, considerato impropriamente l’ideologo di Putin e secondo cui in Occidente «la gente perbene viene ormai perseguitata come gli ebrei sotto il nazismo». All’evento hanno partecipato, inoltre, alcune personalità della politica e dei media, come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, l’attore e sostenitore di lunga data di Putin Steven Seagal e la commentatrice conservatrice statunitense Candace Owens.
Nel suo consueto incontro con la stampa in occasione del Forum, Putin ha trattato diversi argomenti, tra cui il rafforzamento delle relazioni con Cina, India e Kazakhstan. Sul fronte eurasiatico, invece, ha sottolineato la crescente integrazione economica nello spazio post-sovietico e l’importanza di progetti strategici come la costruzione della prima centrale nucleare in Kazakhstan, che secondo Mosca potrebbe portare alla nascita di un’intera filiera industriale e scientifica nel Paese. Riguardo al conflitto in Ucraina, il capo del Cremlino ha ribadito che la Russia sarebbe disponibile a una soluzione negoziata sulla base delle proposte discusse durante i colloqui con l’amministrazione Trump ad Anchorage. È attesa oggi la sessione plenaria principale dello SPIEF, che prevede un discorso chiave del presidente Putin, seguito da una discussione e da una sessione di domande e risposte.





L’Europa e l’Italia stanno pagando il peso ormai insostenibile di una mimesi tardiva e suicida — l’imitazione acritica di modelli costruiti su scale e contesti radicalmente diversi dai nostri.
Μίμησις — mimesi: in greco, imitazione. Platone la usava per descrivere come l’arte copia la realtà; Aristotele per spiegare come l’uomo impara imitando. Lo storico britannico Arnold Toynbee la riprese nel XX secolo per descrivere il meccanismo sociale per cui le masse imitano spontaneamente le élite creative quando queste producono risposte vincenti alle sfide della storia. Il problema — e qui sta il dramma dell’Europa — è quando si continua a imitare chi non è più creativo, chi ha già esaurito la propria energia storica. Allora la mimesi non è più apprendimento: è sudditanza.
Le regioni italiane hanno le dimensioni della Sicilia e della Sardegna: isole, frammenti, non unità politiche autosufficienti. Gli Stati europei hanno al massimo le dimensioni dell’Inghilterra — che ha costruito la propria egemonia nel XIX secolo anche attraverso le guerre, e che oggi non è più né insulare né dominante.
Così come l’Italia ha pagato per cinque secoli lo scotto delle proprie divisioni — scivolando dalla centralità rinascimentale alla marginalità moderna — lo stesso destino di irrilevanza progressiva sta consumando l’Europa intera.
Oggi le dimensioni minime per contare nel mondo sono quelle della Russia. Solo chi ragiona ancora con la mentalità ottocentesca degli Stati-nazione può considerare accettabile la frattura tra Russia e Ucraina, tra Germania e Austria, tra Francia, Italia e Spagna. La Gran Bretagna stessa non è più un’isola separata dall’Europa: è Europa, volente o nolente.
Svegliamoci.
Nella speranza che post finanziamento ci sarà anche traduzione in Inglese degli articoli, qui la aggiungo per il commento, come prova di concetto:
Europe and Italy are paying the unbearable price of a belated and self-destructive mimesis — the uncritical imitation of models built for scales and contexts radically different from our own.
Μίμησις — mimesis: in Greek, imitation. Plato used it to describe how art copies reality; Aristotle to explain how human beings learn by imitating one another. The British historian Arnold Toynbee revived the term in the twentieth century to describe the social mechanism by which the masses spontaneously imitate creative elites when those elites produce winning responses to the challenges of history. The problem — and here lies Europe’s tragedy — is when one keeps imitating those who are no longer creative, who have already exhausted their historical energy. At that point mimesis is no longer learning: it is submission.
Italian regions are the size of Sicily and Sardinia: islands, fragments, not self-sufficient political units. European states are at best the size of England — which built its hegemony in the nineteenth century partly through war, and which today is neither insular nor dominant.
Just as Italy paid for five centuries the cost of its own divisions — sliding from Renaissance centrality to modern marginality — the same fate of creeping irrelevance is now consuming Europe as a whole.
Today the minimum scale required to matter in the world is that of Russia. Only those still reasoning with a nineteenth-century nation-state mentality can regard as acceptable the fracture between Russia and Ukraine, between Germany and Austria, between France, Italy and Spain. Britain itself is no longer an island separate from Europe: it is Europe, willing or not.
Wake up.