Spese militari, il governo rinuncia (per ora) al prestito UE per il riarmo

L’Italia cambia strategia sui fondi europei destinati alla difesa. Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati attraverso il programma SAFE (Security Action for Europe), il governo guidato da Giorgia Meloni intenderebbe utilizzarne soltanto una parte, tra i 4 e i 5 miliardi, sufficiente a coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. La scadenza del 31 maggio per presentare le richieste verrà lasciata decorrere senza inviare nulla a Bruxelles, in attesa di una risposta sulla possibilità di ottenere flessibilità sul fronte energetico, ritenuto prioritario rispetto alle spese militari. L’annuncio che l’esecutivo italiano abbia scelto, almeno per ora, di restare fuori dalla prima tornata di accordi è stato dato ieri, nell’ambito di un briefing con la stampa, dal portavoce della Commissione Europea Thomas Regnier.

Il programma SAFE, istituito dalla Commissione europea per rafforzare gli investimenti in armamenti dei Ventisette di fronte alla «minaccia russa» e al disimpegno nordamericano, consiste in prestiti da restituire in 45 anni, non in trasferimenti a fondo perduto. L’esecutivo guidato da Meloni ha quindi deciso di utilizzare la partecipazione allo strumento come leva politica per ottenere concessioni sul caro energia. La presidente del Consiglio ha ribadito due giorni fa in un’intervista televisiva che «non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa», aggiungendo che «se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte a cittadini e imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato la linea: «Sul SAFE chiederemo meno dei 15 miliardi previsti. Dobbiamo rispettare alcuni impegni con la Nato, ma non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente».

Nel frattempo, l’esecutivo attende per mercoledì 3 giugno la risposta di Ursula von der Leyen a una lettera inviata dalla premier il 18 maggio, nella quale si chiedeva all’Europa di rendere le misure contro la crisi energetica prioritarie al pari degli investimenti in difesa. La scadenza del 31 maggio viene considerata «non perentoria». Parallelamente, il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto ha proposto di «riallocare i fondi europei esistenti» – come il Fondo europeo di sviluppo regionale e il Fondo di coesione – per combattere il caro energia, idea che Roma vede con favore ma che ha già suscitato proteste da parte delle Regioni europee, secondo cui «i fondi di coesione non sono un bancomat».

Nel marzo 2026, la NATO ha certificato per l’Italia una spesa militare del 2,01% del PIL, pari a oltre 45 miliardi di euro, in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, tuttavia, questo dato sarebbe frutto di una reclassificazione contabile operata dal Ministero della Difesa, che ha incluso nell’aggregato NATO voci come pensioni, quote dei Carabinieri, mobilità militare e cybersicurezza, senza specifiche verificabili. La spesa militare “pura” (personale, esercizio e armamenti) si attesterebbe invece intorno a 33,9 miliardi, e sarebbe pari all’1,46% del PIL. Il raggiungimento dichiarato del 2% non corrisponde quindi a un effettivo aumento delle risorse operative. Per gli impegni futuri (2,5%, 3,5%) il governo puntava sul prestito SAFE, ma si tratta di un debito da restituire, non di fondi a perdere.

In ultimo, come emerso il mese scorso, c’è un altro dato non secondario che è opportuno considerare: l’Italia rimarrà sotto procedura di infrazione europea per non essere riuscita – per il quarto anno di fila – a portare il rapporto deficit/PIL al di sotto del 3%. L’esecutivo Meloni aveva fatto del rientro del deficit uno dei propri obiettivi di governo, come sottolineato in più occasioni dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Proprio per questo, non sono mai state messe in dubbio le regole imposte dall’Unione. Le manovre italiane, dunque, rimarranno sotto osservazione e l’Europa potrà chiedere correttivi al nostro Paese quando lo ritenga necessario.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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