Flotilla: le testimonianze dirette delle torture subite dagli attivisti

Mentre gli attivisti della Global Sumud Foltilla cominciano a rientrare nei propri Paesi, iniziano a emergere i primi dettagli sugli abusi e le violenze inflitti loro negli ultimi giorni di arresto. «Il bilancio medico è catastrofico», scrive la GSF: 67 persone sono state portate in ospedale, 12 attivisti sono stati ricoverati e 7 non sono ancora stati dimessi. Gli attivisti hanno testimoniato abusi di ogni genere, che vanno dall’utilizzo di proiettili di gomma, a quello di coltelli, per arrivare a percosse, violenze sessuali e tortura. Qualche giorno fa, il ministro israeliano Ben Gvir aveva diffuso un video che lasciava poco spazio all’interpretazione, in cui gli attivisti apparivano ammanettati, bendati e in ginocchio sotto al sole; oggi le testimonianze raccontano quanto non è stato dato vedere, mentre in Italia la Procura di Roma sta raccogliendo le testimonianze di coloro che hanno già fatto rientro in Italia, integrandole ai fascicoli già aperti per quanto accaduto nelle precedenti aggressioni israeliane alla Flotilla.

Dalla Global Sumud Flotilla continuano ad arrivare aggiornamenti sulle condizioni degli attivisti sequestrati da Israele lo scorso 18 maggio, nell’ultimo attacco israeliano in acque internazionali. «Non credo ci sia una sola persona senza qualche tipo di ferita», ha dichiarato la volontaria della GSF Catríona Graham, riassumendo le condizioni dei 428 detenuti civili. I traumi riportati sono diversi: la GSF parla di gravi lesioni al tronco a tutta la flotta, e in totale elenca almeno 36 fratture ossee tra coste rotte e piedi e gambe fratturate; nel comunicato si legge anche di un polmone perforato, possibili emorragie interne, traumi cranici, perdite di coscienza e aritmie cardiache. Per arrivare a causare ferite e traumi, i soldati israeliani hanno sparato proiettili di gomma e a impatto cinetico (proiettili “non letali” privi di carica esplosiva) e preso a calci e pugni gli attivisti; alcuni sono stati legati con delle fascette, altri abusati sessualmente, ulteriori presi di mira con scosse elettriche.

Il comunicato della GSF riporta anche alcune testimonianze in prima persona degli abusi. La delegata francese Meriem Hadjal ha raccontato di essere stata trascinata verso un container buio da diversi soldati, dove sarebbe stata presa a calci, pugni e schiaffi: «Terrorizzata dall’idea di essere violentata, ha opposto resistenza mentre un soldato la toccava ripetutamente, e un secondo le tirava il petto e i pantaloni. All’interno del container, ha assistito a un terzo soldato che torturava un’altra volontaria a terra con un taser», mentre «un altro soldato la afferrava per i capelli, picchiandole la testa e intimandole di mostrare il viso». Meriem ha detto di essere stata portata assieme ai suoi compagni in un container malmesso, dove gli attivisti si sono ritrovati stipati, tutti completamente nudi; da qui udivano le urla di altri membri dell’equipaggio mentre venivano «picchiati a sangue». Karim Awad, un medico con doppia cittadinanza polacca e britannica, ha raccontato di essere stato strangolato con una bandiera palestinese strappata da un soldato, per poi essere oggetto di continui pestaggi; l’attivista ha aggiunto di essere stato sottoposto «a molteplici perquisizioni corporali, violente percosse con un metal detector portatile e al taglio dei capelli», e ha rivelato che «i carcerieri allagavano i pavimenti dei container bui con acqua fredda ogni poche ore per impedire ai detenuti di dormire».

I racconti degli attivisti proseguono lungamente: c’è chi racconta di essere stato accoltellato alla mano, altre donne che riportano di essere state aggredite sessualmente, altri che parlano di umiliazioni e privazioni del sonno, descrivendo vere e proprie pratiche di tortura. Già lo scorso 20 maggio il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Ben Gvir ha dato sfoggio delle proprie pratiche di benvenuto, pubblicando un video in cui si vedevano gli attivisti della GSF legati, costretti in ginocchio sotto al sole e bendati. Qualche giorno prima, sono stati documentati casi di violenza fisica e psicologica durante la detenzione dell’equipaggio, e nei confronti di Thiago Avila e Abu Keshek Abdelrahim, detenuti per dieci giorni. Già a ottobre erano stati segnalati analoghi casi di abusi e violenze, verso cui gli attivisti italiani hanno sporto denuncia, spingendo la procura di Roma ad aprire un fascicolo per tortura; negli ultimi giorni a questa inchiesta se ne è aggiunta un’altra relativa agli ultimi eventi, a cui la procura sta lavorando raccogliendo le nuove testimonianze degli attivisti. In generale, lo Stato Ebraico non è nuovo a questo genere di trattamenti, che nelle proprie carceri è riservato ogni giorno ai detenuti palestinesi, come documentato da diversi rapporti e testimonianze nel corso degli anni.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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