L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, sarà nuovamente processato. In ballo ci sono infatti i 42 milioni di euro che il Cavaliere, nell’arco di una decina di anni, ha fatto transitare sui conti correnti della sua famiglia – insieme a Dell’Utri è alla sbarra anche sua moglie Miranda Ratti – in seguito alla condanna rimediata dall’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. Si ritiene, infatti, che tali somme avrebbero dovuto essere comunicate alla Guardia di Finanza: lo prescrive la legge Rognoni–La Torre, cioè la normativa antimafia che disciplina anche le misure di prevenzione patrimoniali. Su una parte delle donazioni contestate è nel frattempo intervenuta la prescrizione.
Tutto era partito dalle indagini svolte dalla Procura di Firenze sul conto di Dell’Utri in relazione alle stragi degli anni Novanta. Nell’aprile 2024, i pm fiorentini avevano chiuso proprio un filone di inchiesta inerente il suo patrimonio per la presunta violazione della normativa antimafia e, in concorso con sua moglie, per trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito «al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi (che è morto da indagato a Firenze tra i presunti mandanti coperti degli attentati, ndr) e allo stesso Dell’Utri». L’ipotesi, insomma, era che quei denari elargiti dal fondatore di Forza Italia a Dell’Utri in varie forme (come bonifici, prestiti infruttiferi e operazioni immobiliari) sarebbero serviti come una sorta di garanzia di impunità. Nel 2012, quando i versamenti iniziarono, Dell’Utri era imputato davanti alla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa -, reato per il quale fu condannato definitivamente a 7 anni di carcere nel 2014, essendo stato certificato il suo ruolo di mediatore tra Cosa Nostra e il Berlusconi imprenditore tra la prima metà degli anni Settanta e i primi anni Novanta. Nell’udienza preliminare a Firenze la giudice Anna Liguori aveva però fatto cadere l’aggravante di mafia, senza la quale l’ipotesi di reato è diventata di competenza milanese.
Nel marzo del 2025, su richiesta della difesa, il procedimento è dunque stato trasferito nella città meneghina, luogo di residenza dell’ex senatore forzista. I magistrati della DDA milanese avevano chiesto e ottenuto dal gip Emanuele Mancini la conferma del sequestro di 10 milioni e 840 mila euro già effettuato nel capoluogo fiorentino. Ieri è poi arrivato il rinvio a giudizio – firmato dalla gup di Milano Giulia Marozzi – per Dell’Utri e consorte. La prima udienza avrà luogo il prossimo 9 luglio davanti alla seconda sezione penale del Tribunale, che sarà chiamato a decidere se Dell’Utri abbia o meno violato la legge Rognoni-La Torre.
Contemporaneamente, Dell’Utri resta indagato tra i presunti mandanti esterni delle stragi del ’93. La Procura di Firenze lo accusa infatti di aver istigato e sollecitato il boss Giuseppe Graviano, capo del mandamento di Brancaccio e vicinissimo a Totò Riina, «a organizzare e attuare la campagna stragista e, comunque, a proseguirla, al fine di contribuire a creare le condizioni per l’affermazione di Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi, al quale ha fattivamente contribuito Dell’Utri», nella cornice «di un accordo, consistito nello scambio tra l’effettuazione, prima, da parte di Cosa nostra, di stragi, e poi, a seguito del favorevole risultato elettorale ottenuto da Berlusconi, a fronte della promessa da parte di Dell’Utri, che era il tramite di Berlusconi, di indirizzare la politica legislativa del Governo verso provvedimenti favorevoli a Cosa Nostra in tema di trattamento carcerario, collaboratori di giustizia e sequestro di patrimoni». Infatti, ricostruiscono i pm, dalla mafia palermitana Forza Italia avrebbe ottenuto «l’appoggio elettorale in occasione delle elezioni politiche del marzo 1994».




