Pochi giorni fa Robert Del Naja, musicista dei Massive Attack, è uscito dalla sua casa di Bristol e si è recato a Londra. Giunto a Trafalgar Square, si è seduto in mezzo alla piazza esibendo un cartello. Sul cartello c’era scritto: «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action». Il risultato? La polizia è intervenuta nel giro di pochi minuti e lo ha arrestato. Viene spontaneo domandarsi, visti i tempi che corrono, se gli agenti avrebbero reagito con la stessa solerzia nel caso in cui il cartello avesse recitato l’esatto contrario: «Sostengo il genocidio, mi oppongo a Palestine Action». È una domanda retorica fino a un certo punto. Oltre quel punto, probabilmente, sorge il dubbio che sia semplicemente un problema di comprensione del testo.
Palestine Action è un movimento nato nel Regno Unito nel 2020 che organizza azioni di disobbedienza civile contro le industrie che forniscono armi a Israele. Nel luglio 2024 è stata dichiarata organizzazione terroristica dal governo britannico, diventando così la prima organizzazione di protesta non violenta a ricevere tale “riconoscimento” nella storia recente del paese. Un gruppo terroristico non violento. Un altro problema di comprensione del testo.Da quel momento in poi esprimere sostegno pubblico a Palestine Action è diventato un reato penale punibile fino a quattordici anni di carcere. Per essere denunciati non è necessario aver compiuto alcuna azione concreta, né aver collaborato in alcun modo con l’organizzazione. È sufficiente tenere in mano un cartello. «Tutti sanno che questa cosa è totalmente folle – ha scritto Del Naja su Instagram dopo essere stato rilasciato – compresi i poliziotti che fanno questi arresti e i giudici che li hanno dichiarati illegittimi, eppure in qualche modo tutto continua».

Fin dagli esordi, Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall, leggasi Massive Attack, non hanno mai fatto mistero del proprio sostegno alla causa palestinese. Tuttavia quello che è accaduto negli ultimi due anni ha trasformato un impegno già dichiarato in qualcosa di ancora più evidente. Per dare voce alla loro protesta, il duo di Bristol ha pescato direttamente dal proprio vasto repertorio, ricollegandosi alle origini della propria storia. Safe from Harm, il brano che apre il loro album d’esordio Blue Lines del 1991, non nacque come canzone politica. Nella sua forma originale è qualcosa di più personale e notturno: una linea di basso cupa che rotola su se stessa, un ritmo lento ma trascinante, una voce femminile profonda e malinconica. La ricetta di quello che sarebbe poi diventato il trip hop. Ora però quella canzone è diventata anche un manifesto. Dal 2024 in poi i Massive Attack la eseguono nei loro concerti come se fosse la colonna sonora di una lezione dal vivo sulle atrocità commesse a Gaza e in Cisgiordania. Sul maxischermo dietro ai musicisti compaiono i dati sui bombardamenti, sui palestinesi morti, sulle case demolite, sui terreni confiscati, sulle persone arrestate, su quelle costrette a lasciare la propria terra a causa dell’occupazione israeliana. Il titolo del brano, declinato tra le rovine di Gaza, suona improvvisamente come un altro problema di comprensione del testo: Safe from Harm – Al sicuro dal pericolo.
Giovedì i Massive Attack hanno pubblicato un nuovo brano che interrompe un silenzio artistico di sei anni (l’ultimo lavoro era stato l’EP Eutopia del 2020) e che arriva sedici anni dopo il loro ultimo album in studio, Helgoland del 2010. Ma la notizia vera non è solo il ritorno della band di Bristol. È chi hanno portato con sé. Si tratta nientemeno che di Tom Waits, anche lui in silenzio da diversi anni, che ha deciso a sorpresa di collaborare con il duo di Bristol, andando quindi ad aggiungersi alla lunghissima lista di musicisti che hanno popolato l’universo dei Massive Attack in 35 anni di carriera: da Horace Andy a Elizabeth Fraser, da Sinéad O’Connor a Damon Albarn. Artisti apparentemente lontani tra loro ma che, una volta dentro quel suono, sembravano non aver mai abitato altrove. Tom Waits non fa eccezione. Il brano Boots on the Ground inizia con una serie di sospiri e di percussioni che ricordano molto un’altra canzone di Waits, Clap Hands, seconda traccia del suo celebre album del 1985 Rain Dogs. In quel caso il testo era popolato da personaggi inquietanti verso i quali il musicista invitava a battere le mani. Questa volta invece c’è solo un uomo. Un soldato dell’esercito degli Stati Uniti. Rozzo, volgare e spietato, che viene mandato a combattere eseguendo gli ordini di generali e politici che lui stesso odia: «A coal to a diamond, a vote into law / They campaign up all the blood they can draw». Una pedina nel gioco dei potenti, come diceva Bob Dylan qualche anno prima. Tra il ritmo marziale e la voce inevitabilmente corrosiva di Tom Waits si inserisce tutta l’eleganza del suono dei Massive Attack, creando un contrasto netto. La brutalità della guerra contro una bellezza fredda e distante. Ed è proprio in questo spazio, sospeso tra tensione e malinconia, che il brano trova la sua forza.
Anche Boots on the Ground è un brano fortemente politico, ma questa volta il bersaglio non è l’esercito israeliano. È quello americano. E non solo quello che combatte all’estero. Il video, realizzato con le fotografie del reporter statunitense thefinaleye, è un documento visivo degli ultimi sei anni d’America: gli scontri di piazza del 2020, la repressione del movimento Black Lives Matter, i manganelli della polizia sulle teste dei manifestanti, i raid di ICE nelle comunità di immigrati, fino agli omicidi compiuti a Minneapolis. Ad oggi otto persone sono state uccise da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement. I loro nomi compaiono al termine del video: Renée Good, Alex Pretti, Geraldo Lunas Campos, Luis Gustavo Nunez Caceres, Luis Beltran Yanez Cruz, Parady La, Heber Sanchez Dominguez, Victor Manuel Diaz.
La logica del brano e del video ribadisce quello che i Massive Attack hanno sempre sostenuto: la violenza di Stato non è un’anomalia, bensì un sistema. Cambia l’uniforme, cambia la geografia, cambia il nemico designato, ma la struttura rimane. Il marine mandato in Iraq e il poliziotto mandato a Minneapolis stanno nella stessa canzone perché, nella visione di Del Naja e Marshall, stanno nella stessa storia. La storia di una nazione, gli Stati Uniti, in guerra con se stessa e che porta la guerra fuori dai suoi confini per non dover fare i conti con le proprie fratture interne. Una guerra che cambia linguaggio a seconda del contesto: sicurezza nazionale, ordine pubblico, difesa della democrazia, danni collaterali, escalation, regime change, neutralizzazione della minaccia, difesa preventiva, risposta proporzionata. Parole diverse che però finiscono per raccontare sempre la stessa storia. È in questo cortocircuito della narrazione che Boots on the Ground trova il suo significato più profondo. Non solo una canzone contro la guerra, ma contro la normalizzazione della violenza quando questa indossa un’uniforme legittimata. Non solo una denuncia, ma un invito a leggere ciò che accade senza accettarne automaticamente la narrazione ufficiale. E allora forse il filo che lega il cartello di Del Naja a Trafalgar Square, le immagini di Safe From Harm proiettate nei concerti e il soldato raccontato da Tom Waits è proprio questo: la difficoltà, sempre più evidente, di chiamare le cose con il loro nome.
Perché, alla fine, non si tratta solo di politica, di musica o di protesta. Si tratta, ancora una volta, di comprensione del testo.
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Ottimo articolo
Bell’articolo, che inquadra benissimo il problema della violenza con parvenza di legalità. Bravo