Vendono abbonamenti online dell’impiccagione

Sono ottantaquattro anni che il mondo cerca di capire cosa passi nella mente di Bob Dylan e nessuno ci è mai riuscito. Il che è una cosa piuttosto curiosa, se si considera che Dylan ha passato gran parte della sua vita a scrivere e diffondere i propri pensieri con ogni mezzo disponibile: canzoni, interviste, dipinti, romanzi, persino un programma radiofonico. Ha prodotto più parole di quasi chiunque altro nella storia della musica popolare e ciononostante è rimasto ermeticamente indecifrabile. Un risultato che, bisogna ammetterlo, richiede una certa dose di talento.

Se non ci sono riusciti migliaia di devoti studiosi sparsi in ogni angolo del globo nel corso di decenni, non è il caso di illudersi di farcela adesso. E infatti quello che è accaduto pochi giorni fa non aiuta in alcun modo a dissipare il mistero.

Bob Dylan ha aperto un profilo Patreon.

Per chi non lo conoscesse, fatto comprensibile visto che lo stesso Dylan sembra averne una dimestichezza relativa, si tratta di una piattaforma online in cui, in cambio di un abbonamento mensile, i fan di un determinato artista accedono a materiale inedito prodotto apposta per loro. È, in sostanza, la versione digitale del cappello delle elemosine del musicista di strada. Insomma, Bob Dylan, il cantautore più celebrato di tutti i tempi, dopo aver vinto il Premio Nobel per la letteratura, e dopo aver ceduto l’intero catalogo delle sue canzoni alla Universal per trecento milioni di dollari, ha deciso che il prossimo capitolo della sua carriera consisterà nel vendere contenuti su internet a cinque euro al mese. Una scelta, come minimo, originale.

Ma che tipo di materiale ha pubblicato? Poesie? Versi inediti? Nuovi capitoli di quell’autobiografia che i fan aspettano dal 2004? Non esattamente. Dylan ha optato per qualcosa di più laterale: lettere immaginarie scritte da personaggi storici defunti. La serie si intitola Letters From the Grave. Al momento la collezione comprende, tra le altre cose, il finto testamento del fuorilegge Frank James, una lettera firmata dall’oscuro Herbert Foster e un filone particolare tutto dedicato alla corrispondenza inventata. Una finta lettera scritta da Mark Twain a Rodolfo Valentino e un’altra una scritta da James Baldwin a Walt Disney. Che cosa avevano da dirsi il celebre saggista afroamericano, fedele amico di Martin Luther King, e il creatore di Pippo? Per saperlo dovete dare 5 euro a Bob Dylan.

Chi ha avuto accesso alle letture ha descritto il progetto come qualcosa di molto ambiguo, sollevando il sospetto, nemmeno troppo velato, che parte dei contenuti sia stata generata con l’intelligenza artificiale. Una prova ne sarebbe il fatto che nessun testo è firmato da Bob Dylan, il quale si propone solo come il selezionatore di quanto pubblicato (oltre a quello che incassa i soldi). Il che porrebbe una domanda ulteriore: il Premio Nobel per la letteratura sta usando un algoritmo per vendere lettere false online a 5 euro al mese? In tal caso, qualcuno riesce a spiegarne il motivo? No. Come sempre.

La locandina pubblicata su Instagram per pubblicizzare le nuove pubblicazioni

Il primo contenuto pubblicato da Bob Dylan sul suo Patreon è un video di Mahalia Jackson. Una scelta che, per una volta, ha una sua logica. I due condivisero infatti uno dei momenti più significativi della storia americana: la grande marcia per i diritti civili su Washington. Anche in quella occasione, tuttavia, le scelte di Dylan furono difficili da comprendere.

28 agosto 1963. Dylan sale sul palco improvvisato davanti al Lincoln Memorial e si appresta a cantare davanti a circa trecentomila persone. Non è ancora famoso, o meglio, è famoso nella misura in cui lo è qualcuno la cui unica canzone di successo viene cantata da altri. Blowin’ in the Wind sta girando ovunque, ma nella versione di un trio, Peter, Paul and Mary, non nella sua. L’occasione è storica, la platea è enorme, e in molti si aspettano che Dylan colga il momento e lanci definitivamente il suo inno alla pace rivendicandone la paternità.

Dylan invece sceglie un altro brano, composto pochi giorni prima. Si intitola Only a Pawn in Their Game e racconta dell’assassinio dell’attivista nero Medgar Evers, ucciso due mesi prima da uno suprematista bianco, Byron De La Beckwith, un uomo che si vanterà poi pubblicamente di quanto fatto e che verrà puntualmente assolto da una giuria di soli bianchi. E cosa dice Bob Dylan di questo assassino, mentre è letteralmente l’unico bianco sul palco, circondato da una folla di afroamericani tutt’altro che distesi? Che non è colpa sua. Che è solo una pedina nel gioco dei potenti: “Only a pawn in their game”. Un po’ come se qualcuno dopo la morte di George Floyd si fosse messo a discutere sulle motivazioni del poliziotto nel bel mezzo delle proteste del Black Live Matter. Il messaggio, dato il contesto, non colse nel segno. In molti non capirono bene dove voleva andare a parare.

Poco dopo salì sul palco Martin Luther King. Disse che aveva un sogno: che i suoi quattro figli vivessero un giorno in una nazione in cui non sarebbero stati giudicati per il colore della pelle. Un concetto felicemente più immediato. La folla, come è noto, apprezzò.

Tuttavia il messaggio di Dylan, seppur fuori dal contesto nel quale poteva essere facilmente compreso, era di una lucidità disarmante. Oggi come allora. Soprattutto per un ragazzo di 22 anni, che cantava da solo, con la sua chitarra in braccio, sgolandosi per farsi sentire davanti a trecentomila persone: And the Negro’s name / Is used it is plain / For the politician’s gain / As he rises to fame / And the poor white remains / On the caboose of the train / But it ain’t him to blame / He’s only a pawn in their game.

In ogni caso, non ci mise molto altro tempo per farsi capire da tutti. In meno di un anno, con l’uscita del suo terzo disco The Times They Are a-Changin’ verrà celebrato come il nuovo profeta della battaglia per i diritti civili. Il menestrello folk che dava voce a una intera generazione in rivolta. Ma lui, a quel punto, stava già guardando da un’altra parte.

25 Luglio 1965. Festival di Newport. Il più importante festival di musica folk degli Stati Uniti. Migliaia di persone che cantano canzoni di protesta in maniche di camicia, accompagnate da chitarre acustiche e banjo, animate dalla serena convinzione di cambiare il mondo. Bob Dylan gioca praticamente in casa. Da anni è la star indiscussa del festival e tutti attendono la sua esibizione come l’evento clou della rassegna. Questa volta però Dylan è irriconoscibile. Si è fatto crescere i capelli, indossa una giacca di pelle e, soprattutto, si presenta sul palco con una band al seguito e imbracciando una chitarra elettrica. Il Newport Folk Festival incontra il rock and roll. Il colloquio non è cordiale. I 15 minuti che seguono sono probabilmente i più discussi della storia della musica degli Stati Uniti, e, come sempre nel caso di Dylan, ermeticamente indecifrabili. La gente fischia, vuoi per contestare la decisione di Dylan di darsi al rock, vuoi a causa dell’acustica pessima. Qualcuno urla «traditore!». Qualcuno urla «non si sente!». Dylan, imperturbabile come sempre, provoca la folla attaccando Maggie’s Farm, una canzone che parla di qualcuno che si rifiuta di continuare a fare ciò che gli viene chiesto, e se ne va dopo 15 minuti scarsi di concerto.

Tre canzoni, poi il palco vuoto. Gli organizzatori implorano Dylan di tornare. Dylan risale sul palco con la chitarra acustica e, come se niente fosse, canta Mr. Tambourine Man e It’s All Over Now, Baby Blue. Quest’ultima, con il suo congedo esplicito, sembrava quasi una risposta al pubblico stesso. La folla esplode in applausi. Troppo tardi: Dylan non sarebbe tornato a Newport per altri trentasette anni.

Cinque settimane dopo quella sera esce il suo sesto album: Highway 61 Revisited. Trecento milioni di dollari di catalogo, in embrione.

Il brano che apre il disco è Like a Rolling Stone. Sei minuti e tredici secondi che ridefiniscono cosa può essere una canzone pop, costruiti attorno a una domanda rivolta a qualcuno che ha perso tutto: how does it feel? Il brano che chiude il disco è Desolation Row. Canzone, ironia della sorte, interamente acustica. Nel brano Dylan costruisce una città immaginaria popolata da figure di ogni tipo: celebrità, personaggi storici, figure letterarie e bibliche. Tutte trascinate nel triste carnevale della sua mente. C’è Cenerentola che si prostituisce, Einstein che scrocca sigarette travestito da Robin Hood, Casanova avvelenato di parole, il gobbo di Notre Dame che si aggira nell’ombra e il Titanic che salpa all’alba, mentre tutti gli altri aspettano la pioggia o fanno l’amore. Intrappolati nella loro desolazione. Solo una chitarra acustica e 11 minuti sublimi che suonano come un brandello di eternità che va a rotoli, ma con assoluta eleganza. Sessant’anni dopo, quei personaggi  ridotti a fantasmi sembrano aver lasciato il segno. Oggi Dylan li fa parlare ancora, in lettere immaginarie vendute su internet a cinque dollari al mese. Il primo verso della canzone recita: They’re selling postcards of the hangingVendono cartoline dell’impiccagione. Sarebbe un titolo perfetto per un articolo virale. O, volendo, per un profilo Patreon.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.

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