Coltivare per resistere: le comunità che sfidano il monopolio del cibo

Civiltà Contadina è un’organizzazione che opera come una rete di seed savers che sfida le “zone grigie” della normativa, rivendicando il diritto millenario allo scambio di semi fuori dai cataloghi ufficiali, spesso ostacolati da barriere burocratiche pensate per le sementi industriali. «Seminano, coltivano, selezionano, scambiano e poi ricominciano da capo. In altre parole, niente di nuovo o di speciale, solo quello che l’uomo come specie ha fatto per millenni. Ma forse, in questo mondo alla rovescia, avere delle radici e conservare la propria identità individuale e comunitaria – e i semi ne sono espressione viva e tangibile – è l’atto più pericoloso e sovversivo di tutti», ci racconta Pierluigi Volpe, che fa parte dell’associazione. «La burocrazia ostacola lo scambio tra comunità, la selezione partecipata e la moltiplicazione in campo», evidenzia in merito alle norme attuali in materia sullo scambio di semi, spiegando che: «Tutto ciò si traduce in una minore libertà agricola: limitare l’uso di varietà tradizionali adattate al territorio significa ridurre la capacità di rispondere a condizioni climatiche e patogeni locali». Civiltà Contadina si occupa di formazione e di trasferimento di conoscenze tramite corsi, workshop e scambio di buone pratiche tra agricoltori su selezione partecipata, gestione delle semine e salvaguardia della biodiversità. Il loro lavoro si basa sul locale, sul peculiare, sulle differenze e sulla condivisione: «Siamo presenti sui territori che ci hanno partorito e plasmato; lì ricerchiamo le antiche varietà locali, endemismi che talvolta vivono quei luoghi da secoli, modificando paesaggi e allo stesso tempo adattandosi a essi. Una volta trovate, ci impegniamo a coltivarle, riprodurle e tramandarle. Infine, non vediamo l’ora di scambiarle e donarle». Tutto questo ridona il senso alle cose, dove non è negato il guadagno ma dove è bandito il profitto, la speculazione, l’omologazione, lo sfruttamento e la distruzione. «I semi sono storia, cultura, memoria, tradizione, ambiente, paesaggio, nutrimento, diversità». 

Una massima che vige all’interno dell’organizzazione è: «Ognuno ha la proprietà delle sue sementi, ma nessuno ne ha proprietà esclusiva». Infatti, se da una parte ogni socio ha la sua piccola riserva di semi, la sua piccola banca, «e quelle sementi sono sue, guai a chi prova a portargliele via», dall’altra, «quei semi non sono e non possono essere soltanto suoi: nessuno può avere la proprietà esclusiva su dei semi e quindi su una varietà».

Volpe spiega il concetto così: «Quei semi li abbiamo ricevuti da un anziano vicino, da un nonno, da un antenato, comunque da qualcuno che prima di noi li ha coltivati e riprodotti. Chi siamo, dunque, noi per interrompere questo millenario processo e dire “d’ora in poi questa varietà sarà mia e guai a chi altro prova a coltivarla”? Quanto sciocca, banale e infantile è un’azione di questo tipo? Fa pensare a dei bambini capricciosi che, indispettiti, ne reclamano la proprietà e lo portano via dal resto del gruppo. Eppure, questo è esattamente il comportamento delle ditte sementiere».

Ma c’è un dato che sfugge a ogni regolamento: i semi continuano a circolare: «Quella della coltivazione, dell’autoriproduzione e dello scambio dei semi è un’attività che esiste dalla notte dei tempi, un’azione individuale e collettiva che ha plasmato luoghi, paesaggi, diete e culture. Davvero c’è qualcuno là fuori con l’arroganza di poter interrompere e cancellare un comportamento millenario attraverso un colpo di penna. Siamo seri! Indipendentemente da ciò che dei burattini, traducendo la volontà dei loro burattinai, avranno scarabocchiato su un pezzo di carta, la gente continuerà a coltivare e scambiare. D’altronde, è esattamente ciò che ha sempre fatto», conclude Volpe.

In Italia ci sono vari esempi di organizzazioni impegnate sul campo nel portare avanti questa lotta. In Sicilia, la Cumpagnìa Siciliana Sementi Contadine – Simenza ha trasformato la teoria in reddito. Recuperando grani storici, come il Timilia o il Perciasacchi, hanno creato una filiera corta che garantisce ai contadini un prezzo superiore a quello del mercato globale. È la prova che la biodiversità può essere un motore economico potente, sottraendo i produttori al ricatto dei prezzi fissati in Borsa.

Associazioni come Cercatori di Semi svolgono un ruolo importante in quella che potremmo definire “archeologia botanica”, recuperando varietà orticole sull’orlo dell’estinzione, spesso salvate da anziani contadini che le hanno coltivate per generazioni in piccoli orti familiari. Il loro lavoro assicura che il patrimonio genetico non vada perduto sotto i colpi dell’omologazione.

Il movimento Genuino Clandestino rappresenta l’ala più militante. Nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi di fatto fuorilegge. Per questo, il movimento rivendica la libera trasformazione dei cibi contadini, diritto espropriato dal sistema neoliberista. È una rete fatta non solo da contadini ma anche da artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città metropolitane, cuochi, attivisti politici, persone e famiglie che fanno la spesa nei mercati clandestini. Questo movimento, che rifiuta la certificazione biologica ufficiale, considerata una sovrastruttura burocratica ed escludente per i piccoli, propone i Sistemi di Garanzia Partecipata (PGS). In questo modello, la qualità è garantita dalla comunità locale (produttori e consumatori) attraverso controlli incrociati e trasparenza radicale, rendendo il seme libero il primo passo verso la sovranità alimentare.

Resistere all’oppressione è un diritto

Ma la resistenza dei custodi dei semi non è più solo una questione di disobbedienza civile o di “nostalgia” botanica; è una battaglia di legalità internazionale. Nel 2018, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini (UNDROP) ha cambiato le regole del gioco, elevando la sovranità alimentare a diritto umano fondamentale. L’articolo 19 è, in questo senso, una vera e propria “Magna Carta” per i partigiani della terra: sancisce solennemente il diritto dei contadini a conservare, utilizzare, scambiare e vendere i propri semi, obbligando gli Stati a proteggere le conoscenze tradizionali dai tentativi di monopolio dell’agroindustria. Tuttavia, il divario tra la teoria e la pratica resta drammatico. Gli ultimi rapporti delle Nazioni Unite (come il Report 2025 sull’attuazione della Dichiarazione) denunciano come molti Stati continuino a ignorare questi precetti, permettendo forme di “Green Grabbing” (l’esproprio di terre e risorse in nome di una sostenibilità solo di facciata) e mantenendo in vigore leggi sementiere che criminalizzano lo scambio tra pari. In questo scenario, le organizzazioni dal basso non agiscono più nell’ombra, ma si ergono a difensori di un diritto sancito dall’ONU che i governi nazionali faticano a riconoscere. L’illegalità diventa così l’unica forma possibile di giustizia globale. La lotta per il seme non è una battaglia per il passato, ma per il codice sorgente del nostro futuro. Se perdiamo il diritto di salvare un seme, perdiamo il diritto di scrivere la nostra storia.  

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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