È vero che Donald Trump ha fatto finire otto guerre in nove mesi?

«In nove mesi alla Casa Bianca ho risolto sette guerre» aveva dichiarato il presidente USA Donald Trump parlando ai vertici militari americani riuniti a Quantico, in Virginia, per poi ripeterlo in occasione del suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ora diventerebbero otto, alla luce della tregua a Gaza dove, secondo sé stesso, Trump ha posto fine a un conflitto «vecchio di tremila anni». Ma, mentre il nobel per la Pace gli è sfuggito di mano (è andato alla golpista venezuelana Maria Corina Machado, per capire la serietà del premio), resta da capire un punto. È vero che Donald Trump ha messo fine ad otto guerre da quando è tornato ad essere presidente degli Stati Uniti d’America?

Conflitto tra Armenia e Azerbaigian

Il momento della firma dello storico trattato di pace fra Armenia e Azerbaijan, firmato a Washington l’8 agosto di quest’anno

Tra le vittorie rivendicate da Trump figura lo storico conflitto tra Azerbaigian e Armenia, una guerra trentennale che ha provocato oltre 30.000 vittime e decine di migliaia di sfollati. Il cuore della contesa resta la regione del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena ma formalmente parte dell’Azerbaigian.

Tra tutte gli accordi di pace vantati da Trump, questo è certamente quello che gli somiglia di più. Il fine è stato anche il tornaconto economico nonché quello di infliggere uno smacco al rivale russo, storico protettore dell’Armenia. Trump ha ottenuto in cambio una concessione di 99 anni per lo sviluppo di infrastrutture ferroviarie, energetiche e di telecomunicazioni nel nuovo corridoio denominato Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP). Un asse strategico che collega l’Azerbaijan alla sua enclave del Nakhchivan, confinante con l’Iran, bypassando quest’ultimo e riducendo così il peso di Russia e Cina nei traffici dell’Asia centrale. Una “vittoria” economica e geopolitica che contiene anche un accordo di pace che ha posto fine al conflitto tra Azerbaigian ed Armenia, e quindi un risultato raggiunto.

La diga della discordia: Egitto ed Etiopia

L’Inaugurazione della più grande diga del continente africano, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD)

Lo scorso mese è stata inaugurata la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la più grande diga del continente africano. Un progetto che da anni alimenta tensioni tra l’Etiopia e i paesi a valle del Nilo – Sudan ed Egitto – timorosi di una drastica riduzione delle risorse idriche. Trump ha affermato che è riuscito «a evitare una potenziale guerra tra Egitto ed Etiopia». Ma in questo caso già le pretese da pacificatore di Trump vacillano.

Nessun accordo è stato firmato tra le parti, e soprattutto non c’era una guerra. Da anni tra Etiopia, Sudan ed Egitto c’è un conflitto politico, molto aspro, sulla questione delle diga, ma mai è stato sparato nemmeno un colpo. Quindi affermare di aver posto fine a una guerra che non c’è risulta alquanto complicato da confermare. È un credito che si potrebbe dare se arrivasse la firma di un accordo sotto l’egida del presidente americano, ma per ora non c’è stato nulla di tutto questo.

Trent’anni di guerra senza futuro: RDC e Ruanda

Il 27 giugno, a Washington, i ministri degli Esteri di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo hanno firmato un accordo di pace che avrebbe dovuto porre fine a trent’anni di conflitti e agli scontri con la milizia filo-ruandese M23. Il segretario di Stato americano, presente alla firma, ha parlato di «un momento importante dopo trent’anni di guerra».

Trump non ha perso tempo a intestarsi il merito dell’intesa, dichiarando che in soli sette mesi ha fatto ciò che le Nazioni Unite non sono riuscite a fare in decenni. Una dichiarazione che già suona decisamente eccentrica, visto che i colloqui sono stati condotti dal Qatar e non dagli Stati Uniti. Ma, il problema, è che la tregua è durata appena 48 ore ed ora nella Repubblica del Congo si continua a sparare, bombardare e morire come prima. Quindi non c’è nessuna pace della quale affidare la paternità.

Israele e Iran: una guerra iniziata e poi finita

Uno dei molteplici attacchi avvenuti nei confronti di obiettivi civili in Iran durante i dodici giorni di conflitto con Israele

A giugno, per dodici giorni, Israele – con il supporto americano – ha bombardato il territorio iraniano nel tentativo di colpire strutture legate al programma nucleare di Teheran. La risposta iraniana è stata immediata. Secondo la Casa Bianca, gli attacchi congiunti avrebbero «rallentato il rischio di conflitti futuri». Ma nessun accordo di pace è stato siglato: esiste soltanto una fragile tregua, minacciata dalle dichiarazioni di entrambe le parti, che non escludono una nuova escalation. Più che un successo diplomatico, uno stallo armato.

Inoltre la guerra è stata iniziata da Israele con il supporto diretto degli Stati Uniti, che hanno bombardato direttamente alcuni siti nucleari. Quindi, anche se si volesse interpretare la tregua come una pace, si tratterebbe della fine di una guerra che era stato iniziata dallo stesso Trump in supporto a Netanyahu.

Kashmir: il terrore di una guerra tra India e Pakistan

Il 22 aprile, un attentato del gruppo terroristico Fronte di Resistenza (TRF) – affiliato al Lashkar-e-Taiba pakistano – ha causato 26 morti tra i civili indiani nel Kashmir. Il 7 maggio l’India ha risposto con l’operazione militare “Sindoor”, seguita da contrattacchi pakistani. Dopo appena tre giorni, Trump ha annunciato via Truth Social un “cessate il fuoco”, anticipando persino le parti in causa. Islamabad ha ringraziato Washington e proposto la candidatura di Trump al Nobel, mentre Nuova Delhi ha smentito qualsiasi ruolo americano, ribadendo che ogni nuovo attacco sarebbe considerato un atto di guerra. Dietro la tregua-lampo si intravedono però le solite mire geopolitiche: un nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale al Pakistan e l’interesse statunitense per nuovi corridoi commerciali che aggirino Russia, Cina e Iran, passando per Islamabad.

Difficile quindi affermare quanto Trump sia stato effettivamente importante nel cessate il fuoco, visto che il suo ruolo è interpretato in maniera completamente diversa dai due protagonisti. Se si volesse ascoltare la campana di Islamabad si potrebbe dire che è vero e siamo 2-2 tra le guerre effettivamente terminate da Trump e le bufale propagandistiche.

Tensioni nel Sud-est asiatico: Cambogia e Thailandia

A fine luglio si sono riaccesi scontri lungo gli 800 chilometri di confine tra Cambogia e Thailandia, dove si trovano antichi templi contesi. Anche qui Trump ha rivendicato la mediazione del cessate il fuoco, in realtà raggiunto grazie alla Cina e alla Malesia – quest’ultima riconosciuta dai due paesi come principale artefice dell’accordo. Il presidente americano ha però fatto pesare la minaccia di dazi del 36%, spingendo probabilmente le parti a un’intesa temporanea. Tuttavia, già pochi giorni dopo la firma, Bangkok e Phnom Penh si sono reciprocamente accusate di nuovi attacchi. La “pace”, ancora una volta, è appesa a un filo. Mentre l’effettiva importanza degli Stati Uniti nella trattativa è certamente da ridimensionare.

I Balcani rimangono caldi: Kosovo e Serbia

L’accordo di pace tra Serbia e Kosovo è stato solo un gesto utile a ridurre le tensioni ma lontano da una pace vera e propria. In foto l’attimo della firma alla Casa Bianca. 4 settembre 2020

Trump ha sostenuto di aver «messo fine alla guerra» tra Serbia e Kosovo – un conflitto terminato nel 1999 con l’accordo di Kumanovo e la nascita del protettorato ONU in Kosovo. Da allora nella ex provincia serba a cui l’Occidente concesse l’indipendenza attraverso lo stesso principio poi negato alla Russia per rivendicare il Donbass, esiste una pace armata, garantita dalla presenza di centinaia di soldati di due missioni internazionali, una della NATO (la missione K-For) e una dell’ONU (la missione UNMIK).

Da allora ci sono stati frequentissimi momenti di tensioni, diverse sparatorie e uccisioni, ma mai il ritorno di una guerra: gli eserciti di Serbia e Kosovo non si sono mai sparati un colpo direttamente. Quindi affermare di aver posto fine a una guerra che è terminata 26 anni fa risulta quantomeno grottesco.

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Filippo Zingone

Laureato in Antropologia presso la Sapienza di Roma per poi conseguire il master in giornalismo della Fondazione Lelio e Lisli Basso. Si occupa di esteri, focalizzandosi sull’Africa subshariana e il Medio Oriente.

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