In Italia, per la prima volta, i detenuti senza fissa dimora potranno accedere alle misure alternative alla detenzione. Lo stabilisce un decreto del ministero della Giustizia entrato in vigore nei giorni scorsi, che introduce un meccanismo pensato per superare una delle più evidenti disuguaglianze del sistema penitenziario: l’impossibilità di scontare una pena lieve fuori dal carcere solo perché non si ha un’abitazione stabile dove farlo. Il provvedimento è di particolare rilievo in quanto i numeri confermano che le misure alternative alla detenzione (servizi sociali, semilibertà e detenzione domiciliare) si sono rivelati strumenti assai più efficaci della detenzione dietro le sbarre al fine del reinserimento sociale dei soggetti.
Uno studio del Direttore dell’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha infatti rilevato che il tasso di recidiva tra chi sconta una pena in carcere è del 68,45%. Tra chi accede a misure alternative, scende al 19%. Una differenza che evidenzia più di ogni altra quanto sia urgente estendere le opportunità di reinserimento a un numero sempre maggiore di persone detenute che ne avrebbero diritto.
Fino a oggi questa opportunità è rimasta inaccessibile proprio a chi vive in condizioni di marginalità, spesso condannato per reati minori. Il risultato è che chi è povero o senza casa ha finito per scontare in cella pene brevi che, in situazioni socioeconomiche diverse, sarebbero state espiate all’esterno. Per colmare questa lacuna, il nuovo decreto istituisce un elenco pubblico a cui potranno iscriversi le comunità residenziali già attive in ambito sociale, sanitario, formativo o lavorativo. Le strutture aderenti, pubbliche o private, si impegneranno su base volontaria ad accogliere i detenuti senza dimora che faranno richiesta, sostenute da un fondo statale da 7 milioni di euro l’anno.
Per accedere alla misura, i detenuti dovranno rispettare requisiti stringenti: buona condotta in carcere, assenza di episodi violenti, capacità lavorativa e mancanza di un domicilio idoneo. Sarà un ufficio del ministero della Giustizia a esaminare le domande, assegnare le strutture disponibili e coordinare i controlli, incluse le visite della polizia penitenziaria. Secondo il Garante nazionale dei detenuti, circa il 30% della popolazione carceraria, per quasi 20mila persone, avrebbe le carte in regola per accedere a misure alternative.
Ogni struttura potrà ospitare una persona per un massimo di otto mesi, interamente a carico del Ministero, avviando in questo periodo percorsi concreti di reinserimento sociale e professionale. Alla scadenza del termine però, se il detenuto non avrà trovato una sistemazione autonoma, rischierà di rientrare in carcere. Una condizione capace di comprometterne l’efficacia dell’iniziativa, soprattutto alla luce delle fragilità di partenza di molti potenziali beneficiari. A questo si aggiunge l’incognita legata al numero di strutture che sceglieranno di iscriversi all’elenco e alla reale copertura delle spese da parte del fondo statale.
Nonostante tali limiti, la misura rappresenta un notevole passo avanti nella gestione delle carceri. Estendere l’accesso alle pene alternative significa inoltre rafforzare la sicurezza collettiva, ridurre la recidiva e offrire una possibilità reale di riscatto. Lo chiedono da anni il Consiglio d’Europa e la nostra stessa Costituzione, che all’articolo 27 afferma il principio della funzione rieducativa della pena. Valida anche per chi non ha un tetto sulla testa sotto cui esercitarla.



