Il cioccolato, alimento universale e simbolo di piacere, da sempre circondato da un’aura che lo lega alla tradizione, alla convivialità e persino alla sfera rituale, oggi si trova al centro di una trasformazione epocale. Mentre i coltivatori lottano contro cambiamenti climatici, malattie e costi insostenibili, i colossi come Mars e Nestlé stanno orchestrando un giro di vite tecnologico, che potrebbe ridefinire radicalmente la produzione del cacao. Le coltivazioni dell’Africa occidentale, che rappresentano oltre il 60% della produzione mondiale, sono infatti in ginocchio a causa delle piogge irregolari, delle malattie fungine e della deforestazione che sta erodendo gli habitat naturali. Non è un caso che proprio nel gennaio 2025, il cacao abbia toccato prezzi record di 10,75 dollari al chilo, un picco storico mai raggiunto prima. Sebbene si sia registrata una certa stabilizzazione successiva, l’ombra dell’instabilità resta concreta. Alla base della svolta adottata dalle multinazionali, troviamo due pilastri: l’editing genetico e l’utilizzo integrale del frutto. Due approcci radicalmente diversi, ma accomunati da un filo conduttore: la concentrazione del potere nelle mani di pochi attori industriali.
L’alleanza tra Mars e Pairwise
L’accordo tra Mars, la multinazionale statunitense del settore agroalimentare che controlla marchi iconici come Snickers e M&M’s, e la società biotech statunitense Pairwise ha fatto molto discutere. La partnership ruota attorno all’uso della piattaforma Fulcrum™, un sistema di editing genetico avanzato che si basa sulla tecnologia CRISPR e sfrutta l’enzima brevettato SHARC™, sviluppato per garantire un controllo ancora più preciso sulle modifiche al DNA. Pairwise è stata infatti fondata nel 2017 dal CEO Tom Adams e Haven Baker, insieme a Feng Zhang, David Liu, J. Keith Joung, il cui lavoro pionieristico sulla tecnologia CRISPR ha contribuito a plasmare il campo dell’editing del genoma e la sua applicazione in agricoltura. Fulcrum™ è stato presentato come un vero salto tecnologico: non si limita, infatti, ad applicare tagli mirati al genoma, ma integra algoritmi di intelligenza artificiale, librerie genetiche e capacità predittive, che permettono di individuare con rapidità i geni da modificare per ottenere varietà più robuste e produttive. L’enzima SHARC™, cuore del brevetto, promette di ridurre al minimo gli errori collaterali dell’editing, quelli che i biologi definiscono «off-target effects», ossia alterazioni genetiche indesiderate e non specifiche che potrebbero compromettere la stabilità della pianta.
Per Mars questo accordo significa assicurarsi un vantaggio competitivo decisivo in un momento di grande incertezza per l’approvvigionamento di cacao. Per i dirigenti del colosso, la soluzione è, dunque, affidarsi al bisturi molecolare di CRISPR, sviluppando varietà che possano resistere meglio al calore, alla siccità e agli attacchi parassitari. Carl Jones, Direttore del Dipartimento di Scienze Vegetali di Mars, ha insistito sulla necessità di «mettere in sicurezza la catena di approvvigionamento» e «proteggere il futuro del cioccolato»: «Il nostro obiettivo – ha spiegato – è condurre in modo trasparente e responsabile la ricerca CRISPR nel campo delle scienze vegetali, aiutando le colture ad adattarsi meglio alle sfide climatiche, alle pressioni delle malattie e alle limitazioni delle risorse».
Il potere dei brevetti e la dipendenza tecnologica
L’accordo con Pairwise non è un semplice investimento in ricerca, ma un modo per assicurarsi l’accesso esclusivo a una tecnologia all’avanguardia e alle banche dati genetiche su cui essa si basa. Questo significa che Mars non solo potrà sviluppare nuove varietà di cacao geneticamente editate, ma potrà anche proteggerle con brevetti, controllando così l’intera filiera dalla semina fino alla trasformazione industriale.
Il rischio è che i coltivatori, in gran parte piccoli produttori dell’Africa e dell’America Latina, si trovino progressivamente vincolati a sementi brevettate che non potranno riprodurre autonomamente, dipendendo di fatto dalle multinazionali per il loro sostentamento. Una dinamica già osservata nel settore del mais e della soia, dove l’introduzione massiccia di OGM ha creato una dipendenza strutturale dagli ibridi industriali. La biodiversità tradizionale, che ha sempre rappresentato la vera forza della coltivazione del cacao, rischia di essere erosa a favore di varietà uniformate, selezionate non per il loro profilo aromatico, ma per la loro capacità di garantire rese costanti.
Le incognite ecologiche dell’editing genetico

Sul piano ambientale, gli interrogativi non sono meno rilevanti. Il cacao è una pianta sensibile e complessa, che cresce in ecosistemi delicati dove coesiste con altre specie vegetali e animali. L’introduzione di varietà geneticamente editate potrebbe avere effetti non del tutto prevedibili. Un rischio concreto è quello della contaminazione genetica: i pollini delle nuove piante potrebbero incrociarsi con varietà tradizionali, diffondendo caratteristiche artificiali anche al di fuori delle aree coltivate.
Un altro pericolo riguarda l’equilibrio ecologico. Piante rese artificialmente resistenti a malattie o insetti possono alterare le dinamiche locali, influenzando gli impollinatori e i microrganismi del suolo, con conseguenze a catena difficili da gestire. La promessa di una maggiore resilienza si scontra così con la possibilità di nuove fragilità. Ridurre la varietà genetica del cacao significa infatti ridurre anche la sua capacità di adattarsi spontaneamente a future minacce, rendendo le coltivazioni sempre più dipendenti dall’intervento umano.
Il consumatore tra illusione di sostenibilità e mancanza di trasparenza
Il grande pubblico potrebbe accogliere con favore il discorso sulla “sostenibilità” promosso dalle multinazionali, senza accorgersi di che cosa significhi davvero. Le nuove tecniche di editing genetico vengono spesso presentate come più sicure e naturali rispetto agli OGM tradizionali, ma la distinzione è più semantica che sostanziale. La domanda cruciale riguarda la trasparenza: i consumatori verranno informati chiaramente se il cioccolato che acquistano proviene da varietà geneticamente editate? Oppure si sfrutteranno le lacune normative che, in molte legislazioni, permettono di non etichettare i prodotti derivanti da «nuove tecniche genomiche»? Sul piano organolettico, inoltre, non è scontato che il cioccolato CRISPR conservi la complessità aromatica delle varietà tradizionali. La spinta verso una standardizzazione produttiva rischia di sacrificare la ricchezza sensoriale a favore della resa industriale. E anche se gli studi ufficiali tendono a minimizzare i rischi per la salute, resta l’assenza di dati a lungo termine sugli effetti che un consumo continuativo di prodotti derivati da piante editate può avere sul microbiota umano e sul metabolismo.
Nestlé e la rivoluzione silenziosa del frutto intero

Mentre Mars investe nell’editing genetico, Nestlé ha scelto di imboccare una strada diversa, puntando a valorizzare integralmente il frutto del cacao. La multinazionale svizzera ha brevettato una tecnica che permette di utilizzare fino al trenta per cento in più del frutto, includendo non solo le fave ma anche parti che di solito vengono scartate, come la polpa, la placenta e la buccia del baccello. Questi elementi vengono trasformati in una massa umida che, dopo la fermentazione e le successive fasi di essiccazione, torrefazione e macinatura, dà origine a scaglie di cioccolato dal gusto indistinguibile rispetto a quelle ottenute con i metodi convenzionali. Il vantaggio di questa tecnologia è duplice: da un lato riduce lo spreco e aumenta la resa per ogni singolo frutto, dall’altro non interviene sul DNA della pianta. Tuttavia, anche questa innovazione non è priva di interrogativi. Se, infatti, da un lato potrebbe migliorare l’efficienza delle coltivazioni e valorizzare risorse spesso inutilizzate, dall’altro rischia di concentrare ulteriormente la capacità di trasformazione nelle mani delle grandi aziende, lasciando i coltivatori ancora una volta ai margini della catena del valore.
Due visioni opposte, un medesimo obiettivo
La contrapposizione tra i colossi Mars e Nestlé sembra delineare due visioni alternative per il futuro del cioccolato. La prima, legata alla genetica, mira a reinventare la pianta stessa, imponendo un modello di produzione brevettato e altamente controllato. La seconda, più legata all’efficienza industriale, cerca di ottenere il massimo da ciò che già esiste, aumentando la resa e riducendo lo spreco. Se le strategie differiscono, l’obiettivo rimane il medesimo: consolidare il dominio delle multinazionali sull’intera filiera, dalle coltivazioni fino agli scaffali dei supermercati.
Il cioccolato del futuro rischia di diventare sempre più il prodotto di laboratori e brevetti. Mars e Nestlé, con approcci differenti, stanno preparando una trasformazione che riguarda non solo le modalità di produzione, ma anche la libertà dei coltivatori, la biodiversità e la possibilità per i consumatori di scegliere consapevolmente. Dietro la promessa della sostenibilità si nasconde una concentrazione di potere senza precedenti, che potrebbe ridisegnare l’intero ecosistema del cacao. La domanda, a questo punto, non è più se le nuove tecnologie saranno in grado di garantire un approvvigionamento stabile di cioccolato, ma chi pagherà il prezzo di questa rivoluzione: i coltivatori, l’ambiente o i consumatori stessi.




Resta il fatto che Nestlè ha degli scheletri nell’ armadio, e poi come multinazionale non si occupa solo di cacao ma di un sacco di prodotti alimentari nonché di acque minerali. Il fatto poi che Enrica faccia qualche “scivolone” su questioni di natura ideologica è un segno della partecipazione emotiva a ciò che scrive; o lo fa’ per passione o utilizzando la programmazione neuro-linguistica (PNL, cosa che fanno tutti i potenti del mondo…) per influenzare i propri lettori. In entrambi i casi mantiene alta l’ attività cerebrale del lettore…
Ribadisco che definirsi “antifake” e’ una grande responsabilita’: significa sostenere che altri hanno detto il falso, nonche’ elevarsi al ruolo di far vedere agli altri cio’ che si pensa debbano vedere: gli scivoloni, quindi , sono poco tollerati in quanto pericolosi per l’opinione delle persone…e lasciamo da parte la programmazione neuro-linguistica, se non si fa paret dei potenti del mondo…
Considero la via della Nestle’ positiva: riduce gli sprechi, non intacca la pianta naturale ma si limita ad utilizzarne le parti che prima finivano per essere scartate: e’ la strada ecologica (vera ecologia e non politica green) che e’ seguita da anni anche per altre coltivazioni. Se poi il prodotto finale sara’ meno valido sara’ il mercato del consumatore a selezionare…
Non si capisce quindi dall’articolo quale sia, in definitiva, lo svantaggio effettivo per i produttori agricoli.
P.S. Ho l’impressione, visto il pregresso scivolone di pochi di’ orsono dell’autrice sulla sentenza della magistratura circa la liberta’ di dissenso, che la stessa dovrebbe riconsiderare le proprie analisi delle situazioni: essere antifake e’ una grande responsabilita’…
Ottimo articolo. Il consumatore ha il diritto di essere informato e, per me, che con l’ età mi sto’ “radicalizzando”, il dovere di informarsi. Sicuramente la via di Nestlè è da preferire perché meno rischiosa ma, con i precedenti giudiziari (disboscamenti illeciti?) in cui è già incappata, meglio tenersi alla larga. Eppoi, la Theobroma spp, “la bevanda degli dei”, è buona e fa’ (forse) anche bene ma in dosi moderate. Resta pur sempre un’ eccitante di cui francamente, nel distopico mondo “ultrafast” contemporaneo, è bene ridurre il consumo. Con il doppio vantaggio: il proprio benessere psico-fisico e la riduzione del disboscamento di foreste tropicali. Se poi ci aggiungiamo la riduzione del profitto da parte delle multinazionali la gratificazione aumenta ancora di più e, a livello di area cerebrale del piacere, compensa la mancata assunzione di una barretta di cioccolato. Il piacere è sempre una questione di intenti…