Una delle peggiori catastrofi nucleari che ha rischiato l’Italia, infinitamente peggio delle scorie velenose arrivate in silenzio da Chernobyl, è rimasta a bagnomaria per qualche giorno nel blu dipinto di blu del Mare Nostrum, prima di spostarsi altrove, a migliaia di miglia marine, dove è poi diventata un giallo internazionale che non è ancora arrivato all’ultima pagina. Correva il 1968, c’era la Guerra Fredda, il Muro di Berlino se ne stava lì, possente e minaccioso. Nel cuore dello Ionio, Taranto era già uno dei porti italiani abilitati al transito e all’attracco di unità navali a propulsione nucleare, insieme ad Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Trieste, Venezia. Un elenco contenuto in un piano di emergenza classificato come «riservato» dalla Marina militare, fino a che non fu pubblicato da il Manifesto il 9 febbraio 2000 e, ancora prima, in un documento di Palazzo Chigi del luglio 1996. Un filo rosso ricamato sulle nostre coste dove da decenni possono liberamente passare, ormeggiare e manovrare navi e sottomarini che battono bandiere diverse dal tricolore (perché l’Italia non possiede e non ha mai posseduto natanti a propulsione nucleare), prima di tutto quella statunitense.
Il disastro sfiorato dello Scorpion
Il problema è che, mentre una nave da guerra è bella grossa e visibile da lontano, difficilmente si può indovinare dove stanno i sottomarini. A meno che non spuntino e ormeggino su qualche banchina, come i coccodrilli che respirano a filo d’acqua. Questa storia, che avrebbe potuto trasformare Taranto, Napoli e centinaia di chilometri intorno in un cimitero ricoperto di uranio e plutonio, riguarda un sottomarino che nel pieno dell’epoca dei blocchi contrapposti non poteva che chiamarsi Scorpion, sigla in codice SSN-589. Va ricordato che una nave o un sottomarino a propulsione nucleare è una centrale atomica a tutti gli effetti, a cominciare dal reattore, solo che è galleggiante invece che cementata a terra. Anzi, per il fatto di essere appoggiata sopra uno scafo è meno protetta ed è soggetta a urti, collisioni se non affondamenti, che la rendono molto più pericolosa.

È stato proprio questo il destino dello Scorpion, il battello nero con le insegne degli Stati Uniti, uno dei pochissimi persi dagli americani in tempo di pace. Con lui è stato inghiottito dagli abissi oceanici il SSN Thresher (SSN593), disperso nelle profondità poco dopo il suo varo. Lo Scorpion era un cacciatore di sommergibili, girava per i mari alla ricerca di battelli russi durante gli anni della cortina di ferro tra Washington e Mosca e in quel periodo era di stanza nel Mediterraneo. Il 10 marzo 1968 aveva fatto scalo a Taranto, proseguendo poi la sua navigazione attorno allo Stivale. Un mese dopo, il 15 aprile, si trovava ormeggiato nel porto di Napoli, quando una tempesta marina lo portò a sbattere la poppa contro una chiatta, che affondò. Furono necessarie riparazioni e ispezioni, anche perché il battello continuava a perdere freon dall’inizio della sua missione.
Il successivo 22 maggio, lo Scorpion precipitò a oltre 3000 metri di profondità, al largo delle Azzorre, portandosi dietro 99 uomini tra ufficiali e marinai, oltre al propulsore e due bombe nucleari. Il motivo del suo naufragio non è mai stato chiarito ed è diventato un giallo internazionale. Gli americani hanno concluso l’indagine attribuendo l’inabissamento a un’esplosione interna, il sospetto che ci sia stato uno scenario di guerra subacqueo era robusto. Per avere un’idea del disastro sfiorato dalla Puglia, Campania e Mezzogiorno, basti pensare che una dispersione di plutonio potrebbe contaminare il mare per oltre 24 mila anni, tempo necessario per il suo dimezzamento radioattivo. Secondo il chimico Enzo Tiezzi, «un chilo di plutonio disperso nell’ambiente rappresenta il potenziale per 18 miliardi di casi di cancro al polmone. Un milionesimo di grammo costituisce una dose letale». Quello che per puro caso è successo nel mezzo dell’Atlantico, con conseguenze non ancora quantificate o quantificabili per il fondale, poteva succedere pochi giorni prima in un porto italiano dove il battello è transitato. E nonostante le periodiche rassicurazioni delle istituzioni civili e militari, da tempo le compagnie assicurative non prevedono risarcimenti per morte o conseguenze di incidenti nucleari.
Il piano di emergenza previsto dalla Prefettura di Taranto in caso di incidente radioattivo prevede addirittura l’evacuazione della città, ma è probabile che non tutti i cittadini siano al corrente del rischio. Oltre 20 anni fa l’associazione PeaceLink condusse un test per verificare se il personale sanitario fosse a conoscenza del fatto che, nel caso di incidente nucleare e conseguente dispersione di una nube radioattiva, il pericolo principale lo avrebbe rappresentato il micidiale iodio 131, minaccia letale per la tiroide per il rischio di comparsa di tumori, soprattutto in bambini e donne in gravidanza. L’unico farmaco che poteva contrastare questa contaminazione all’epoca era il Lugol forte, un prodotto galenico a base di ioduro di potassio. Il test effettuato tra farmacie, Aziende Sanitarie e ospedali ebbe esiti scoraggianti: nessuno sapeva nulla, il Lugol non era disponibile in nessun presidio sanitario cittadino. Sarebbe interessante verificare quale sia la situazione ora, a due decenni di distanza.
La sorte dello USS Scorpion e del gemello USS Thresher, gli unici due battelli a propulsione nucleare persi dagli USA nella storia (i soli al mondo ad avere in dotazione questo tipo di natanti insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, India e Pakistan), ha avuto il suo epilogo il 1° settembre 1985, quando fu ritrovato dall’ex ufficiale della Marina americana Robert Ballard grazie alla telepresenza, la tecnica di ricerca subacquea con sottomarini guidati da natanti di superficie con l’ausilio di telecamere.
L’incendio del Belknap

Otto anni dopo il passaggio dello Scorpion, le coste del Mezzogiorno hanno rischiato un’altra apocalisse nucleare. La notte del 22 settembre 1975 nello Ionio meridionale ci fu un disastroso incidente tra natanti degli Stati Uniti d’America. La portaerei USS J.F. Kennedy (Big John), navigando a circa 100 chilometri dalle coste siciliane, andò a sbattere contro l’incrociatore Belknap, sempre US Navy, che prese fuoco. L’incendio sfiorò le testate nucleari dei missili Terrier che armavano il battello da guerra americano e mise a rischio gli armamenti della portaerei che batteva la stessa bandiera. Il comandante della Sesta Flotta mandò a Washington un allarme per avvisare il governo USA che l’arsenale nucleare delle due navi rischiava di esplodere e creare danni letteralmente atomici. Secondo William Arkin, esperto di intelligence nell’esercito americano dal 1974 al ’78, «in teoria gran parte dell’Italia meridionale sarebbe stata ricoperta di plutonio e uranio». «Se le fiamme avessero raggiunto i missili – ha chiarito Arkin – le possibilità sarebbero state due: o le testate atomiche sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, oppure la nave sarebbe affondata a poche miglia dalle coste di Augusta, zona frequentata dai pescherecci italiani, con conseguenze ambientali molto gravi».
Un traffico mai interrotto
Catastrofi sfiorate, disastri evitati forse per la mano della Provvidenza. Il traffico di natanti nucleari nei porti e sulle coste italiane non ha mai smesso di circolare, anzi la propulsione nucleare ha via via scalzato i motori tradizionali per autonomia ed efficienza e le cose sono scivolate via nel silenzio di tutti. Nel 2000, se non fosse stato per le pagine locali de il Secolo XIX, non si sarebbe mai saputo dell’avaria che ha subìto un sottomarino nucleare statunitense dentro al porto di La Spezia. Lo scorso 31 gennaio un sottomarino ha attraccato al porto di Napoli, in via Caracciolo, nello stupore di chi l’ha visto emergere e gettare l’ancora davanti al Maschio Angioino. Arrivando dopo l’ormeggio (nel 2018) dell’altro battello sottomarino USS John Warner e delle tre portaerei che hanno attraccato agli stessi moli nell’arco di un anno, tra il 2022 e il 2023: la H.W. Bush, la USS Harry S. Truman e la USS Florida. In barba, tra l’altro, a una delibera dell’allora sindaco De Magistris che dichiarava il porto di Napoli «area denuclearizzata».
Tuttavia, qualche rara voce in direzione ostinata e contraria si è levata, come quella del prof. Massimo Zucchetti. Docente del Politecnico di Torino, esperto di fusione termonucleare controllata, smantellamento degli impianti nucleari, effetti delle radiazioni sull’uomo e sull’ambiente, scorie radioattive e uranio impoverito, nel 2009 è stato consulente (gratuito) per i lavoratori della Thyssen Krupp nel processo sulla strage nella fabbrica. È anche stato scomunicato dal Senato accademico del Politecnico, che lo ha rimosso da qualsiasi incarico di nomina, quando si è incatenato ai cancelli dell’Ateneo insieme a nove studenti del collettivo Pro Palestina, sotto lo striscione «L’Intifada non si ferma», e dopo aver espresso posizioni molto critiche contro l’Ucraina. In un rapporto sui piani di emergenza esterna per la sosta di unità navali a propulsione nucleare nei porti italiani, scrive: «La presenza sul territorio civile di reattori nucleari necessita di una dettagliata analisi di sicurezza e impatto ambientale. Allo scopo, è indispensabile una informazione completa sui dettagli tecnici relativi all’impianto: in questo modo è possibile effettuare un’analisi incidentale credibile, che sta alla base di ogni disposizione d’emergenza. Occorre cioè essere in grado di stimare adeguatamente il rischio. Senza questa possibilità, è facile imporre inutilmente misure troppo restrittive o viceversa non poter prendere misure adeguate all’entità del rischio, per il quale manca o è lacunosa la stima». Zucchetti ha poi eseguito una riflessione sulle zone di esclusione, ovvero lo spazio che separa i reattori dalla popolazione civile, facendo notare che, nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, questi requisiti non possono essere garantiti, dal momento che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate. Anche qui, in ogni caso, l’effettiva ubicazione di questi reattori non è determinabile, in quanto coperta ancora una volta da segreto militare. Dal suo studio è emerso, tra l’altro, che la rada di Gaeta prevede una zona di esclusione di 700 metri, mentre La Spezia di 300. A La Maddalena, invece, non è prevista alcuna zona di esclusione.
I protocolli e le procedure di emergenza prevedono che le navi nucleari soggette a gravi incidenti debbano allontanarsi dal porto e dagli ormeggi in tempi molto brevi (nell’arco di un’ora), ma non è previsto nessun piano B in caso di impossibilità o difficoltà a procedere. Così come molte informazioni contenute nei piani di emergenza si trovano in allegati che vengono omessi, in quanto coperti da segreto militare, o sostituiti da semplici autocertificazioni da parte dell’organismo di controllo. Non esattamente quello che ci si aspetta e che serve per prevenire una catastrofe nucleare.




Peccato che questi articoli così importanti x la conoscenza che ognuno di noi dovrebbe avere, lo leggano solo gli abbonati (seppur in notevole crescita). L’ho condiviso con un conoscente molto attivo sui social ed anche molto preparato sulle questioni mondiali e mi ha risposto: cara ma tu credi ancora che ci siano in giro oggi giornalisti, che a rischio della vita, facciano questo genere di inchieste….. la mia nonna amava dire:” la mamma degli imbecelli è perennemente incinta”
Resta sempre da capire come mai, tra le testate nucleari presenti nel mondo (di cui l’80% in possesso di Usa e Russia), ne siano necessarie il 10% per distruggere l’intero pianeta e se ne mantenga negli arsenali il restante 90%, per quanto “inutile”. Credo sia dovuto in primis all’indotto economicoa assicurato dalla continua proliferazione e costruzione di esse, come di tanti altri armamenti, ma pure da una sorta di deterrenza “psicologica”, un crescente mostrare i muscoli anche quando non necessario. Tutto ciò decuplicando statisticamente i rischi di incidenti, come quelli evidenziati dall’interessante e documentato articolo.
Bell’ articolo che serve a rinfrescare la memoria ai lettori. Certamente le testate nucleari presenti in Italia, su suolo non italiano, ad Aviano, a Ghedi e forse anche a Sigonella, non possono essere comparate con i propulsori dei sommergibili atomici; però ci sono e rappresentano un goloso bersaglio tattico per i “malintenzionati”. Meglio sarebbe per i cittadini comuni inattivare definitivamente questi ordigni rispedendoli al mittente ma, visto il carattere bellicista dei burocrati di Bruxelles, si potrebbero anche distribuire equamente sul fronte orientale, dalla Finlandia, al posto delle obsolete mine antiuomo, passando per l’ agguerrita Polonia fin giù all’ Ucraina. E se per caso ci fosse qualche testata in eccesso, con la compiacenza della Danimarca, si potrebbe regalarla alla Groenlandia…