sabato 25 Maggio 2024

Quello italiano è l’ultimo esercito occidentale rimasto in Niger (e non se ne andrà)

Dopo l’espulsione del contingente francese e l’annuncio della cessazione «con effetto immediato» della cooperazione militare con gli Stati Uniti dello scorso marzo, i soldati italiani della missione bilaterale MISIN sono gli ultimi rimasti nella nazione del Sahel e stanno trattando con la giunta militare per non dover abbandonare un Paese strategico per la questione dei flussi migratori e per gli equilibri e l’influenza nell’area, una delle più importanti dell’Africa. Da quanto risulta, la giunta militare del Niger non ha mai espresso il desiderio di allontanare la missione italiana dal Paese e lo scorso marzo il presidente della giunta militare di transizione del Niger, Abdourahmane Tchiani, ha ricevuto il direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) – il servizio segreto italiano per l’estero – generale Giovanni Caravelli. In un comunicato, l’agenzia di stampa nigerina ha riferito che l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver proseguito normalmente e senza interruzioni la cooperazione con il Niger dopo il colpo di Stato del 26 luglio 2023. Nello stesso si legge che «Caravelli ha portato un messaggio di solidarietà da parte del presidente del Consiglio dei ministri italiano, Giorgia Meloni, confermando la volontà di voler rafforzare la cooperazione tra i due Paesi». La presenza italiana a Niamey è ritenuta importante probabilmente non solo per fini nazionali, visto che permette di monitorare le mosse e la penetrazione in tutti i settori di Russia, Cina e Turchia che stanno diventando predominanti nell’area. Per questo, non si può escludere – sebbene non sia confermato – che la presenza italiana in Niger sia stata concordata con gli alleati del blocco euro-atlantico.

L’Italia è presente in Niger dal 2018 con la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (Misin), il cui scopo è quello di “incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel”. Attualmente la missione conta circa 250 militari che addestrano l’esercito e la Gendarmeria ed è coordinata dal Comando operativo di vertice interforze (Covi), guidato dal generale di Corpo d’armata Francesco Paolo Figliuolo. La missione bilaterale, dalla sua istituzione, ha formato circa 9.100 militari nigerini all’interno dei centri di addestramento di Niamey, Agadez e Arlit, ma ha anche finanziato diversi progetti nell’ambito della sanità e dell’istruzione. Recentemente, proprio il generale Figliuolo, in un’audizione di fronte alla commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, ha spiegato che «L’Italia ha una posizione di interlocutore privilegiato nel Paese, che continua ad essere il crocevia di tutti i flussi migratori sia dal Sahel sia dal Corno d’Africa» e che «Il Niger è un’area di priorità e interesse nazionale, per tale motivo e nella considerazione che un’eventuale uscita delle nazioni occidentali dal Paese lascerebbe spazi di manovra all’allargamento della presenza di altri attori della regione anche malevoli, riteniamo di primaria importanza consolidare la nostra presenza con la missione bilaterale MISIN».

Dopo la cacciata delle truppe statunitensi che occupavano due basi nel Paese, una nella capitale e una a Agadez, a circa 920 chilometri da Niamey, le uniche presenze militari straniere in Niger resteranno quella italiana e quella russa. Soprattutto dopo il golpe del 2023, infatti, il Niger e altri Stati del Sahel hanno iniziato ad allontanarsi radicalmente dalla sfera d’influenza occidentale per stringere cooperazioni militari con Mosca. A seguito del golpe, i soldati della guardia presidenziale avevano annunciato di avere deposto l’allora presidente del Niger Mohamed Bazoum, dando vita al Consiglio Nazionale per la salvaguardia del Paese. Secondo il maggiore-colonnello Amadou Abdramane, il colpo di stato si sarebbe reso necessario «a causa della crescente insicurezza, della corruzione e delle cattive condizioni economiche in cui si trova il Paese». Con la deposizione di Bazoum – sostenuto dagli Stati Uniti – Washington ha perso uno dei pochi alleati che gli erano rimasti nell’area del Sahel, dopo che già i governi del Mali e del Burkina Faso erano stati rovesciati da due golpe in funzione antioccidentale, portando all’espulsione delle truppe francesi e all’avvicinamento alla Russia.

Dal 2020 ad oggi sono stati sette i colpi di Stato che hanno scosso l’Africa centro-Occidentale, tutti caratterizzati dall’intenzione di allontanare le potenze occidentali dall’area per volgere lo sguardo verso nuove alleanze. Non a caso, all’inizio di aprile sono arrivati in Niger istruttori militari russi, portando attrezzature con cui addestrare le forze nigerine e rafforzare le difese del Paese. Inoltre, il presidente golpista Tchiani a fine marzo ha avuto una conversazione con il presidente russo Putin. Le nazioni africane vedono, infatti, più vantaggiose le cooperazioni con nazioni quali Russia e Cina, con le quali, a loro dire, possono cooperare su un piano di maggiore parità, mentre le nazioni occidentali sono spesso accusate d’ingerenza negli affari interni. Da quest’ultimo punto di vista, l’Italia potrebbe non essere percepita come una minaccia e per questo è ancora tollerata la sua presenza militare dalla giunta nigerina. Resta da capire come la cooperazione con Roma possa in futuro conciliarsi con quella di Mosca che è sempre più presente in Niger per addestrare i militari e rafforzare la sicurezza del Paese, sostituendosi così a Washington negli sforzi congiunti per combattere il terrorismo. In ogni caso, l’Italia rappresenta al momento l’ultimo avamposto occidentale nella zona del Sahel, segno del tramonto dell’influenza atlantica nel continente africano.

[di Giorgia Audiello]

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