giovedì 20 Giugno 2024

Le proteste studentesche per Gaza sono ormai un movimento globale, nonostante la repressione

La “mobilitazione dei saperi” si sta allargando in tutto il mondo. Dopo la notizia delle proteste portate avanti dagli studenti nei college statunitensi, che hanno portato a oltre 2.000 arresti in tutto il Paese, occupazioni, marce, e iniziative in sostegno alla causa palestinese stanno approdando nelle università di ogni angolo del pianeta. E in verità, in casi come quello italiano, si stavano diffondendo anche prima. Dal Canada all’Argentina, dalla penisola iberica all’arcipelago britannico, dal Nordafrica al Medioriente, per arrivare fino all’India, gli studenti di tutto il mondo stanno alzando la voce per chiedere ai propri governi l’imposizione di un immediato cessato il fuoco, e per denunciare la complicità dei rispettivi Paesi nel genocidio in corso a Gaza; nonostante i molteplici tentativi di deterrenza e repressione dei movimenti studenteschi portati avanti dalle autorità locali, la manifesta volontà di frenare le propulsioni dal basso si sta rivelando a dir poco fallimentare, e la mobilitazione si sta diffondendo a macchia d’olio.

Americhe

Le proteste studentesche statunitensi che negli ultimi giorni hanno monopolizzato le prime pagine dei giornali hanno direzionato l’attenzione sui movimenti degli studenti di tutto il mondo, portando i ragazzi di molti Paesi a emulare le iniziative dei colleghi a stelle e strisce. Solo nel Nordamerica tra Canada, Stati Uniti e Messico, si contano almeno 57 campus universitari che sono stati sede di proteste. Partendo da nord, la prima università canadese a essere stata sede di mobilitazione da parte degli studenti è la McGill University di Montreal, nello Stato del Québec, dove gli studenti si sono accampati con le tende sabato 27 aprile. Sempre in Canada, sono seguite a ruota le università di Western Ontario, Ottawa e Toronto, nello Stato dell’Ontario e quelle della Columbia Britannica, di Victoria e di Vancouver Island nello Stato della Columbia Britannica. Negli Stati Uniti, invece, sono 49 i campus universitari in cui si sono sollevati gli studenti, distribuiti in circa la metà degli Stati della federazione. Sulla scia degli esempi statunitensi, giovedì 2 aprile gli studenti dell’Università Autonoma Nazionale del Messico (UNAM) hanno montato le tende ed eretto un campo pro-Palestina, il primo della cosiddetta America Latina, chiedendo al Governo del proprio Paese di fermare le relazioni diplomatiche con Israele e operarsi per frenare il genocidio in corso a Gaza.

Nell’America Centrale e nel Sudamerica le proteste studentesche si sono fatte sentire più sotto forma di cortei e manifestazioni. Gli studenti, in particolare, si sono mossi in Venezuela e in Argentina, ma a tal proposito c’è da sottolineare come la maggior parte dei Paesi dell’America Latina abbiano sin da subito condannato Israele, e in certi casi come quello recente della Colombia, già interrotto le relazioni diplomatiche con Tel Aviv. A parte i tre Stati già citati, tra America Centrale e Sudamerica, sono arrivate prese di posizione più nette da Bolivia, Cile, Brasile, Belize, Nicaragua e Cuba.

Nordafrica, Asia e Oceania

In Africa, le proteste studentesche si sono concentrate nella parte settentrionale del continente, e hanno toccato in particolare Marocco, Mauritania, Tunisia ed Egitto. Il 24 aprile il Fronte studentesco della gioventù araba e maghrebina, unione studentesca attiva nel Vicino Oriente e nel Nordafrica, ha lanciato un appello in cui chiama gli studenti arabi e maghrebini a manifestare in solidarietà alla causa palestinese e a rivendicare le lotte della campagna BDS (Boicotta, Disinvesti Sanziona) contro Israele. Due giorni dopo, in Marocco, l’Unione Nazionale degli Studenti Marocchini ha organizzato marce e proteste in diverse città del Paese, mentre parallelamente organizzazioni studentesche tunisine ed egiziane (queste ultime col supporto anche di personale d’ateneo) hanno rilasciato comunicati di condanna nei confronti delle azioni israeliane, protestando nelle università e nelle città. Gli studenti della Mauritania si sono accodati poco dopo alle manifestazioni, e il 29 aprile hanno organizzato uno sciopero in tutte le istituzioni di educazione terziaria.

Nel Vicino e Medio Oriente la voce degli studenti si sta facendo sentire in quasi tutti i Paesi, e si è sollevata in Turchia, Libano, Giordania, Kuwait, Bahrein, Yemen e Iran. Tra queste hanno fatto particolarmente rumore le proteste libanesi presso l’Università di Beirut, dove centinaia di studenti si sono radunati sventolando bandiere palestinesi e denunciando le azioni di Tel Aviv. In Turchia ci sono state marce e cortei in solidarietà alla Palestina, mentre in Giordania, ad Amman, è stato organizzato un sit-in contrastato dalla polizia e dai vertici universitari, che avrebbero rispettivamente arrestato 9 studenti ed espulso 5 di loro per avere partecipato a manifestazioni pro-Gaza. Anche in Kuwait lunedì 29 aprile è stato organizzato un sit-in di protesta, nel quale ha partecipato anche un professore, mentre in Yemen, oltre alle proteste studentesche, gli Houthi hanno mostrato piena solidarietà nei confronti degli studenti statunitensi, aprendo loro le porte per accedere all’educazione a Sana’a.

Le proteste in Asia, poi, sono arrivate anche nell’Università di Jawaharlal Nehru a Nuova Dehli, in India, dove gli studenti si sono alzati in occasione dell’arrivo dell’ambasciatore statunitense per mostrare solidarietà tanto ai cittadini palestinesi, quanto agli studenti delle università della California e della Columbia. Toccato anche il Giappone, dove gli studenti della Waseda University di Tokyo si sono radunati per manifestare in corteo. In Oceania, invece, gli studenti australiani hanno eretto campi di solidarietà e manifestato in almeno sette università, tra cui l’Università di Sidney dove sono state montate circa 50 tende.

Europa

In Europa le proteste hanno toccato gran parte del continente, arrivando in Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna, e Italia. Tra queste, quelle che hanno avuto più risonanza sono certamente quelle francesi e dell’arcipelago britannico. In Francia, a Parigi, gli studenti del dipartimento di Scienze Politiche della Sorbona hanno occupato la propria sede universitaria in due diverse occasioni, venendo in entrambi i casi rimossi dalla polizia. In Gran Bretagna stanno particolarmente facendo discutere i campi di solidarietà eretti dagli studenti della Newcastle University, estesisi rapidamente anche negli atenei delle città di Leeds, Bristol e Warwick. A Londra è invece ormai mesi che vengono indette manifestazioni contro Israele in cui partecipano decine di migliaia di persone.

In Italia, la “mobilitazione dei saperi” va avanti sin dalla metà di novembre. Poco dopo la metà di marzo, a Torino c’è stato il primo caso in Italia di approvazione di una mozione che sospende la partecipazione di una università al bando MAECI per la collaborazione con le università israeliane, e qualche giorno dopo tale soluzione è stata approvata anche dalla Normale di Pisa, cui studenti si sono raccontati a L’Indipendente. In generale la mobilitazione nelle università si sta facendo sempre più sentita e si sta allargando in tutta Italia. Negli ultimi giorni gli studenti si stanno muovendo anche per chiedere il licenziamento dei professori e dei rettori dal comitato scientifico della fondazione culturale Med-Or per eliminare la presenza dei rapporti con l’industria bellica dalle università; a oggi, dei 13 vertici d’ateneo, solo il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini  e quello dell’Università di Napoli Matteo Lorito, hanno risposto all’appello.

Pene e rivendicazioni

Le proteste degli studenti hanno portato spesso a scontri, reazioni, contro-proteste, e tentativi di repressione. Negli Stati Uniti sono state arrestati oltre 2.300 studenti, che presso l’Università della California sono anche stati vittima di aggressione da parte di contro-manifestanti pro-Israele. Episodio simile è avvenuto anche a Sidney, mentre in Irlanda il Trinity College ha multato i propri studenti per un totale di oltre 200.000 euro per aver preso parte alle proteste. Nonostante i tanti tentativi di deterrenza, però, gli studenti non si fermano, e anzi, la loro eco sta iniziando a farsi sentire in tutto il pianeta. Generalmente parlando le rivendicazioni dei vari campi di solidarietà e delle manifestazioni sono sempre le stesse: condannare Israele per le sue azioni e, in taluni casi, supportare il Sudafrica nella sua causa presso la Corte dell’Aia, provare a fermare l’imminente attacco a Rafah imponendo un cessate il fuoco, e imporre restrizioni a Tel Aviv prima fra tutti un embargo nella vendita delle armi.

[di Dario Lucisano]

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3 Commenti

  1. Come scritto molte volte, fan tutti pipì fuori dal vaso, il problema non è Israele/Palestinesi, USA/Russia, India/Pakistan, Italia/Africa il problema è che tutti questi paesi dominanti sono dominati da apparati deviati dello Stato successivi agli assassinii dei moderati.

  2. Come sempre è dalle giovani generazioni che arrivano le spinte al cambiamento. Peccato che siano soli, perché le forze di “sinistra” sono troppo impegnate a difendere lo status quo: neoliberista ( in generale) e sionista (nel caso particolare). Come diceva Marx: a volte c’è bisogno della sferzata della controrivoluzione per creare una forte reazione rivoluzionaria. Spero che la forza sionista crei una forza oppositiva altrettanto e più forte. Se accadrà sarà anche perché, dando risalto alle manifestazioni anti sioniste proporzionalmente al loro crescere, diventerà conveniente, da parte delle democrazie occidentali, essere più critici verso Israele per ragioni di calcolo elettorale.

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