A pochi giorni dall’investitura per il terzo mandato di Pedro Sánchez il dibattito mediatico spagnolo si è nuovamente acceso sulle relazioni tra Spagna e Catalogna. I patti tra i partiti indipendentisti e PSOE si sono basati su tre questioni fondamentali: l’amnistia per i condannati dal Procés del 2017, l’autonomia fiscale catalana e un referendum per l’indipendenza entro il 2027. Ma perché la Catalogna vuole ottenere l’indipendenza dalla Spagna? Sono molteplici le ragioni storiche, culturali e politiche che spingono in questa direzione, attraverso un sentimento nazionale che nelle lunghe fasi della storia è stato talvolta più e talvolta meno sentito, ma mai del tutto spento. E che negli ultimi anni è riesploso, fino ad essere percepito come una minaccia esistenziale da parte di Madrid.
Le origini della Catalogna
Si può iniziare a parlare di Catalogna quando, per rispondere all’avanzata araba sul suolo iberico, Carlo Magno istituì una fascia di protezione lungo la catena dei Pirenei. La zona catalana fu un elemento fondamentale nella campagna militare carolingia e alla fine delle guerre, il contado di Barcellona, che ormai spiccava sulle varie contee, dichiarò l’indipendenza dall’influenza capetingia. Questa durò fino al 1469, quando l’erede al trono Ferdinando II e l’erede alla corona di Castiglia Isabel II celebrarono la propria unione coniugale e di conseguenza l’unione dei due regni. Questo evento storico, per il quale parlarne ancora oggi potrebbe assumere delle tinte anacronistiche, è fortemente presente nella memoria collettiva, in particolare nei contesti che hanno vissuto moti indipendentistici. Durante l’investitura del 16 novembre di Pedro Sánchez, la deputata canaria Cristina Valido García ha fatto menzione proprio dell’unione coniugale dei due re e della rispettiva inclusione delle isole canarie al regno spagnolo, soffermandosi sulle conseguenze positive succedute alla conquista, legate al libero commercio e all’inclusività di un luogo apparentemente periferico ad un contesto protagonista nello scenario internazionale come la monarchia castigliana del XIV secolo.
Quando durante la guerra dei Trent’anni l’esercito castigliano era impegnato a combattere la sua guerra sul confine catalano contro l’invasione francese ebbero inizio dei moti popolari chiamati Guerras dels segadors che portarono il popolo catalano ad appoggiare l’esercito francese tradendo la corona centrale. L’annessione alla Francia durò fino al 1641 quando, in seguito agli Stati Generali, la Catalogna tornò al regno di Castiglia.
Nel XVIII secolo, la crisi dinastica vide opporsi Carlo III d’Asburgo, che ottenne il sostegno dei catalani a cambio dell’autonomia, a Filippo V di Borbone. Quest’ultimo, asceso al trono, l’11 settembre 1714, per vendicarsi del tradimento, attaccò Barcellona radendola al suolo. Nel 1717, attraverso i Decreti di Nova Planta, vennero aboliti tutti i diritti autonomici catalani, vennero sciolte le istituzioni governative e si impose l’uso della lingua castigliana.
Ancora oggi si fa menzione di questi decreti nel dibattito sociopolitico del paese. I patti stipulati tra Junts e PSOE si aprono con la critica alle misure del 1717 in quanto responsabili dell’abolizione della costituzione e delle istituzioni della regione. Durante l’investitura di Pedro Sánchez, Míriam Nogueras, portavoce del partito di Carles Puigdemont, ha menzionato le radici secolari del conflitto ispano catalano, riconducendole alle suddette misure, fautrici della proibizione linguistica e della cessazione della sovranità nazionale.
Da questa condizione di totale subordinazione crebbe all’interno della borghesia catalana un sentimento nazionalista, in linea con la nascita dei nazionalismi europei, che si manifestò in vari campi culturali e che prese il nome di Reinaxença (Rinascita). I letterati della regione ricominciarono ad usare il catalano, il quale, dopo secoli di torpore, ebbe la necessità di essere aggiornato per risultare più vicino alla lingua parlata. Inoltre, i vertici della borghesia, grazie alla ricchezza ottenuta dall’industrializzazione del territorio, ebbero la possibilità di finanziare le proprie istituzioni culturali, creando un circolo virtuoso nel quale la Catalogna si riappropriava della propria identità, indissolubilmente legata con la propria lingua.
Il contesto nazionale che vide nascere la prima repubblica nel 1873, in seno al conflitto carlista, si vide riflessa nel contesto catalano, nel quale si emanò la prima dichiarazione d’indipendenza della Catalogna, repressa pochi anni dopo.
L’indipendentismo, dal Novecento ai giorni nostri

L’indipendentismo catalano, conservatore e nazionalista, si scontrava apertamente con le nuove idee socialiste ed anarchiche che caratterizzavano il ceto popolare, spagnolo e disinteressato all’indipendenza. L’ideologia internazionale dei primi decenni del comunismo non poteva che combattere un movimento nazionalista e conservatore. La borghesia diede credito al capitano generale della Catalogna Miguel Primo de Rivera, il quale, attuato un colpo di stato, impose nuovamente la supremazia militare e politica spagnola sulla Spagna e sulla Catalogna.
La politica di Primo de Rivera, obsoleta e legata ad una monarchia ormai in evidente crisi, si vide sovrastata dalla corrente rivoluzionaria. Deposto il militare, il 14 aprile 1931, Francesc Macià fu nominato presidente della Generalitat e istituì la Repubblica catalana, proclamando la seconda indipendenza. In questo ambito furono restaurate le politiche d’autonomia, tra le quali una riforma dell’istruzione e della lingua, che prevedeva l’uso di un catalano attualizzato, frutto del lavoro dell’accademico Pompeu Fabra.
La Repubblica, vide alternarsi due governi socialisti e uno conservatore, durante il quale, nel 1934, avvenne la terza dichiarazione d’indipendenza della Catalogna promulgata da Lluis Companys e la conseguente repressione nel sangue da parte della Guardia Civil. La scarsa stabilità sociale peggiorò fino al punto che Francisco Franco progettò una rivolta reazionaria che coinvolse il benestare delle classi conservatrici e monarchiche interessate ad un ritorno alla monarchia. Quando il 17 luglio del 1936, il generale Franco guidò l’invasione della penisola, si accese la resistenza nei territori andalusi, baschi e catalani. La guerra civile si protrasse per tre anni concludendosi con la sconfitta dei repubblicani.
Durante gli anni della dittatura la Catalogna, come la comunità del Paese basco, soffrì una politica di pesante repressione militare, politica e culturale, l’esecuzione di numerosi rappresentanti politici dei partiti contrari a Franco, il divieto dell’uso del catalano nella sfera pubblica e l’abolizione dell’autonomia regionale. Fu in questa occasione che il catalanismo, in uno stato di totale clandestinità, si consolidò a sinistra, rappresentato dalla resistenza di partiti come Esquerra Republicana. Il regime, caratterizzato da diverse fasi che videro un graduale allentamento durante gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, iniziò a tollerare la nascita di enti culturali catalani, tra i quali si ricordi “Ómnium Cultural”. Ma fu alla fine della dittatura, nel 1975, che l’indipendentismo vide la possibilità di ritornare sulla scena politica.
Con la Costituzione del 1978 e la conseguente nascita delle comunità autonome, nel dicembre del 1979 venne promulgato un nuovo statuto d’autonomia, attraverso il quale la comunità autonoma e la nazione si impegnavano in una relazione di comune accordo.
Lo statuto permetteva alla Catalogna la co-ufficialità linguistica nei confronti del catalano, con la rispettiva possibilità di essere insegnato e restituiva importanza alle istituzioni catalane, quali la Generalitat, il Parlament e le Corti catalane.
Questa manovra, invece di soddisfare le cause indipendentiste, fortemente deluse dalla modifica della prima proposta di statuto, nella quale si riconosceva l’ufficialità del solo catalano, la gestione esclusiva dell’istruzione pubblica da parte della Generalitat e l’istituzione di un corpo militare proprio, portarono ad un graduale fomento.
Nel corso dei decenni le istituzioni catalane si sono mosse verso una riforma dello statuto del 1979, la quale avvenne nel 2006, dopo un’iniziale proposta approvata dal Parlamento catalano nel 2005. Queste proposte prevedevano la Catalogna come nazione indipendente, affermata nel contesto europeo e con un tribunale statale a sua volta autogestito. Il Tribunal Constitucional spagnolo si oppose alla proclamazione dello statuto tramite la Ley Orgánica 8/2013 del 9 dicembre 2013, modificando e ottenendo la repressione di alcuni punti.
Le conseguenze furono un inasprimento della tensione sociale, che portò all’organizzazione e all’attuazione del Referendum del 1° ottobre, considerato illegale dal governo centrale e represso violentemente dalle forze dell’ordine statale, in contrasto con il corpo militare catalano dei Mossos d’Esquadra. Il risultato del referendum ha visto vincere l’indipendenza catalana con il 90,8% dei voti, sul 43% degli aventi diritto al voto. Il 27 ottobre, Carles Puigdemont dichiarò l’indipendenza della Catalogna in forma di Repubblica. L’indipendenza, accompagnata dall’applauso scrosciante di una larga parte della Generalitat e dalla gioia nelle piazze delle principali città catalane, fu ritirata dopo pochi secondi, per istaurare un dialogo con il governo spagnolo. Alla conclusione della seduta parlamentaria, il governo di Mariano Rajoy approvò l’imposizione dell’articolo 155 della Costituzione, che prevedeva il commissariamento della comunità autonoma e lo scioglimento delle istituzioni governative catalane, convocando nuove elezioni nel dicembre dello stesso anno. Il 21 dicembre le urne proclamarono nuovamente la vittoria dei partiti indipendentisti, coalizzati contro il partito spagnolista Ciutadans.
Ma precisamente cosa intendono i catalanisti quando chiedono l’indipendenza?
Una dei primi elementi è una differenziazione del regime fiscale. Le correnti conservatrici della regione affermano come la Catalogna sia una delle comunità autonome più avanzate industrialmente e maggiormente produttive all’interno del contesto nazionale ed è di conseguenza soggetta ad una condizione tributaria particolarmente elevata rispetto all’appoggio economico che lo stato spagnolo offre nei suoi confronti.
Il benessere economico che vanta la regione si rispecchia a sua volta nel costo della vita, più alto rispetto ad altre regioni autonome, ma in disequilibrio con le misure di welfare che lo stato spagnolo destina alla suddetta comunità. Inoltre, il regime fiscale differenziato richiesto dagli indipendentisti è attuato in due regioni spagnole, la Navarra e il Paese Basco, che ne godono per motivi storici.
Le tasse pagate dalla Catalogna sarebbero quindi troppo alte, per esempio, rispetto alle pensioni alle quali accedono gli anziani della regione. A questo si aggiungerebbe la supremazia geografica di Madrid, a sua volta comunità autonoma, che spesso vede la possibilità di riscattare le quote fiscali delle varie aziende, anche quelle catalane, nel rispettivo ambito municipale.
A queste richieste si aggiunge il desiderio di formare uno stato repubblicano. Secondo i partiti di sinistra indipendentisti, il concetto di democrazia non può essere associato ad uno stato monarchico; la famiglia reale non solo rappresenta l’umiliazione sofferta dalla Catalogna nel corso della sua storia, ma anche l’incoerenza di uno stato che non ha mai approvato una legge d’apologia al fascismo e che approvò nel 1977 l’amnistia verso i crimini commessi dai generali franchisti, tutto con l’assenso del re Juan Carlos I. Un avvenimento simbolico è avvenuto il 31 ottobre del 2023, alle celebrazioni del giuramento sulla Costituzione, avvenuto nelle sale del Congresso, da parte della principessa Leonor, prossima erede al trono di Spagna. Nel momento più solenne, alla presenza della famiglia reale, del presidente del governo e della presidente della camera, si è potuto osservare l’assenza di tutti i deputati dei partiti indipendentisti catalani e baschi, oltre alle ministre Ione Belarra e Irene Montero, rappresentanti di Podemos. Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana, ha affermato che l’assenza al giuramento «non è stata tanto una questione di repubblicanismo, ma di decenza».
A 6 anni dal referendum la società catalana tira le somme. Un movimento, sicuramente immaturo e impreparato, è riuscito a diventare il catalizzatore di un pensiero che attraverso le frange della politica, da destra a sinistra. Abbandonato, per quanto non definitivamente, il suo passato romantico, è riuscito ad istillarsi all’interno di una società che in piena globalizzazione digitale, ne coglie le ideologie più pure, quali la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Il tessuto demografico catalano è cambiato nel corso degli anni, arricchendosi di culture, etnie e lingue e nonostante il movimento indipendentista possa sembrare fortemente elitario, i fatti hanno dimostrato che lotta per un territorio equo per l’intera popolazione catalana. I successi ottenuti dalla legge di normalizzazione linguistica, approvata nel 1983, ne sono la riprova: una società che non dimentica le sue radici linguistiche, si arricchisce di nuove e mantiene la veicolarità della propria lingua storica.
La pandemia da Covid-19, le condanne del Procés e l’esplosione dei prezzi in seguito alle guerre hanno sicuramente diluito la tensione e la voglia di manifestare. Uno studio dell’ Institut de Ciències Polítiques i Socials di Barcellona ha dimostrato quanto la distanza tra desiderio d’indipendenza e aspettativa riguardo alla stessa si stia ampliando nel corso degli anni.
Questo potrebbe essere il nuovo rischio. Nel 2017 la società sembrava essere pronta, ma evidentemente non lo erano le istituzioni. In questi giorni, invece, le parole dei deputati e i patti concordati con la sinistra nazionale ci mostrano che i partiti sono pronti a portare alto il vessillo della senyera indipendente, ma il popolo catalano ne ha ancora voglia?
[di Armando Negro]




Mi lascia perplessa il desiderio dell’autonomia da Madrid per poi diventare uno staterello della ue(minuscolo voluto). Almeno nelle dichiarazioni (di anni fa) di Carles Puigdemont
Semplicemente occorre tornare Newton per capire la differenza tra Centralismo ( idiota ) e moderno Federalismo, prima di Newton se la mela impiegava un secondo per toccare terra da un metro, fatta la divisione si diceva che la sua velocità è di un metro al secondo.
Con Newton ed il calcolo infinitesimale si capì che la mela accelera e quindi la sua velocità va misurata infinite volte.
In politica questo ha significato che l’Italia ad esempio non va più misurata nel benessere del suo Re, ma dall’infinita somma del benessere di tutti i suoi abitanti e di tutte le infinite associazioni tra loro, ovvero Federalismo.
Pensate se siamo ancora idietro su questo cioè la politica non ha acora metabolizzato le scoperte del 1500 quando metabolizzerà quelle della meccanica quantistica e della relatività, nel 3000?