venerdì 19 Luglio 2024

“Modello Riace”: Mimmo Lucano assolto in appello da (quasi) tutte le accuse

La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha ribaltato la sentenza di primo grado con cui Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, era stato condannato a 13 anni e due mesi di carcere per associazione a delinquere, truffa, peculato, falso e abuso d’ufficio. Sebbene anche la Procura generale avesse chiesto per Domenico Lucano una condanna pesante, a 10 anni e 5 mesi, i giudici di secondo grado hanno infatti inflitto all’ex sindaco solo una condanna a un anno e sei mesi con pena sospesa per abuso d’ufficio, assolvendolo per tutti gli altri capi di imputazione. Demolendo, così, quando stabilito dal Tribunale sulle presunte ombre dietro al “modello Riace”. Insieme a Lucano è stata condannata a un anno e tre mesi la sua collaboratrice Maria Taverniti, mentre gli altri 15 imputati sono stati assolti da tutte le accuse.

Il cosiddetto “modello Riace”, sistema di accoglienza dei richiedenti asilo noto in tutto il mondo, era finito sotto la lente della magistratura in seguito a una relazione prefettizia che ne aveva evidenziato una serie di criticità. Il 2 ottobre 2018, infatti, Lucano fu sottoposto agli arresti domiciliari dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Locri con le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona, la Eco-Riace e L’Arcobaleno, dall’ottobre 2012 fino all’aprile 2016. Successivamente, i domiciliari erano stati trasformati in divieto di dimora dal Tribunale del Riesame e ancora dopo annullati dalla Corte di Cassazione. Nel processo aperto contro Lucano e i suoi collaboratori, il pubblico ministero Michele Permumian aveva poi chiesto per l’ex sindaco di Riace una pena di 7 anni e 11 mesi, contestando in totale 15 capi d’imputazione.

Con una sentenza inattesa, nel settembre del 2021 il Tribunale aveva inflitto a Lucano una pena di 13 anni e 2 mesi di reclusione, quasi il doppio di quanto chiesto dall’accusa, stravolgendo però l’impianto dei pm. L’ex sindaco era stato infatti condannato per associazione a delinquere, peculato, abuso d’ufficio e falso in atto pubblico, ma assolto per le accuse che inizialmente avevano infiammato il dibattito pubblico, ovvero concussione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il Tribunale ha inquadrato il “modello Riace” come “un vero e proprio organismo associativo elevato a Sistema”, trainato proprio dal ruolo “carismatico” di Lucano, che avrebbe consentito “ai partecipi da lui prescelti di entrare nel cerchio rassicurante della sua protezione associativa” al fine di “poter conseguire illeciti profitti, attraverso i sofisticati meccanismi, collaudati negli anni e che ciascuno di essi eseguiva fornendogli in cambio sostegno elettorale”. Nella sentenza si scriveva che Lucano, “essendosi reso conto che gli importi che venivano elargiti dallo Stato” per governare il fenomeno migratorio “erano più che sufficienti allo scopo, piuttosto che restituire ciò che veniva versato, aveva ben pensato di reinvestire in forma privata la gran parte di quelle risorse, con creazione di progetti di rivalutazione del territorio, che, oltre a costituire un trampolino di lancio per la sua visibilità politica, si sono tradotti nella realizzazione di plurimi investimenti”, che costituivano “una forma sicura di suo arricchimento personale, su cui egli sapeva di poter contare a fine carriera, per garantirsi una tranquillità economica che riteneva gli spettasse”.

La difesa era subito partita al contrattacco. Secondo i legali di Mimmo Lucano – Andrea Daqua e Giuliano Pisapia -, nei reati contestati all’ex sindaco di Riace mancavano infatti “il dolo e la consapevolezza e la volontà di un vantaggio economico”. Nel loro ricorso in appello, gli avvocati avevano contestato la modifica in peggio dei capi di imputazione direttamente in sentenza e il fatto che fossero state utilizzate intercettazioni che avrebbero fornito “un’interpretazione macroscopicamente difforme dal suo autentico significato e contrastante con gli inconfutabili elementi di prova acquisiti nel corso dell’istruttoria dibattimentale”. E ora, in effetti, la Corte d’Appello ha demolito il quadro accusatorio della Procura e anche la ricostruzione dei giudici di primo grado, sia in relazione al ruolo svolto da Lucano che alle posizioni dei collaboratori alla sbarra con l’ex sindaco. L’unico elemento che ha retto anche in secondo grado riguarda un episodio di falso relativo a una delle 57 delibere contestate dai pm in uno dei capi di imputazione. I giudici hanno inoltre dichiarato la prescrizione per un abuso d’ufficio riferito a una falsa certificazione alla Siae per i live estivi a Riace del 2015 e per un falso concernente l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative sociali non iscritte all’albo regionale.

«È la fine di un incubo che in questi anni mi ha abbattuto tanto, umiliato, offeso. È la fine di incubo che per anni, ingiustamente, mi ha reso agli occhi delle gente come un delinquente», ha commentato a caldo Mimmo Lucano. Dopo la lettura della sentenza, i suoi sostenitori hanno festeggiato all’interno e fuori dall’aula, con abbracci e applausi.

[di Stefano Baudino]

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