lunedì 4 Marzo 2024

Silvio Berlusconi è già entrato nella storia oscura d’Italia

Silvio Berlusconi è morto. Il quattro volte presidente del Consiglio si è spento all’età di 86 anni all’ospedale San Raffaele di Milano. «Il presidente è da tempo malato di leucemia mielonocitica cronica», aveva rivelato il suo medico, Alberto Zangrillo, lo scorso aprile, quando Berlusconi venne ricoverato a seguito di un’infezione polmonare. Poi le dimissioni a fine maggio e l’ultimo ricovero dopo poche settimane. Le varie forze politiche, dalla maggioranza all’opposizione, hanno espresso vicinanza per colui che è stato prima imprenditore, poi volto del futuro della politica italiana e contemporaneamente simbolo di continuità con il passato primorepubblicano. Infine, gli scandali giudiziari e il tentativo di ritornare alle origini imprenditoriali. L’acquisto calcistico del Monza nel 2018 non lo ha però allontanato dai palazzi romani: nel giro di pochi mesi ha accarezzato il sogno del Quirinale salvo poi “accontentarsi” della vittoria alle elezioni dello scorso settembre, che gli sono valsi un seggio da senatore a Montecitorio oltre che un posto all’interno della coalizione di governo.

“Berlusconi scende in campo”, 1994.

Le origini e l’ascesa politica

La locuzione latina Mors tua vita mea sintetizza al meglio l’ascesa politica di Silvio Berlusconi, avvenuta sulle macerie della Prima Repubblica. Quest’ultima stava cadendo sotto i colpi della scoperchiatura della “democrazia limitata”: l’entrata nel vivo di Tangentopoli e la rivelazione dell’esistenza dell’organizzazione paramilitare Gladio, nata da un accordo tra la CIA statunitense e i servizi segreti italiani per contrastare “l’eversione atlantica” e dunque l’indipendenza dai comandi di Washington, furono soltanto due degli eventi che rivelarono al mondo la natura imperfetta della democrazia italiana. Nel giro di pochi anni, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni oltre che nei cosiddetti partiti di massa stava crollando. Fu da questo contesto di caos che nacque la cosa: l’ascesa istituzionale di Silvio Berlusconi, considerato dalla parte di opinione pubblica a lui favorevole il volto nuovo, e dunque il futuro, della politica italiana.

Nato a Milano nel settembre del 1936, Berlusconi iniziò la sua attività imprenditoriale nel campo dell’edilizia, salvo poi lanciarsi verso il mondo della finanza e della comunicazione. Tra Fininvest e Mediaset nacque un impero che in pochi della vecchia guardia politica furono in grado di notare e soprattutto non sottovalutare. Una fitta rete di amicizie, conoscenze, competenze e “intuiti imprenditoriali” che il Cavaliere aveva costruito in circa trent’anni si rivelarono fondamentali per stravolgere le regole del vigente gioco politico. La macchina organizzativa che ruotava intorno a Forza Italia, il partito fondato dal Cavaliere nel 1994, era in grado di intercettare i bisogni e gli interessi nascenti della nuova società italiana, scossa dagli stravolgimenti di fine Prima Repubblica, per inserirli nel proprio programma con le tutele o le soluzioni del caso. Berlusconi fu abile nell’occupare lo spazio vuoto lasciato dal crollo dei grandi partiti di massa, che avevano indirizzato i propri elettori verso un’ideologia precisa. Senza guide sottoforma di principi e valori, gli elettori si affidarono a colui che rappresentava il catalizzatore dell’ormai consolidato interesse primario: il consumo. Il partito divenne dunque un’azienda e coloro che lo alimentavano dei semplici acquirenti, le cui preferenze erano facilmente intercettabili attraverso il sondaggio, lo strumento messo a punto in Italia proprio da Berlusconi e diventato oggi quasi una legge non scritta data la sua abilità nel prevedere gli esiti delle elezioni, come dimostra la diffusione del termine “sondocrazia” (governo del sondaggio).

Attraverso il sondaggio, il Cavaliere rilanciò il rapporto diretto tra politica e cittadinanza, esauritosi negli ultimi anni dopo almeno due decenni di saldo binomio. I quesiti rivolti agli italiani, nonché i programmi sui canali Mediaset, erano il modo per entrare nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Una presenza non più fisica ma comunque percepibile, che alimentava i culti del bello, del vincente e del consumo tanto cari agli italiani di fine millennio. Si era di fronte all’ascesa del partito personale, guidato da capi più che da leader, che culminò nella vittoria di Forza Italia alle elezioni del 1994 e nella conseguente nascita del primo governo Berlusconi. Ne seguirono altri tre, in carica dal 2001 al 2011 (esclusa la parentesi del Prodi II, alla guida dell’Italia tra il 2006 e il 2008).

I rapporti con la mafia

Silvio Berlusconi era ritornato a far parlar di sé lo scorso marzo, quando dalla procura fiorentina è stato prodotto un documento in cui si accerta come indecifrabile l’origine di 70 miliardi di lire – versati per la maggior parte in contanti – che tra il febbraio 1977 e il dicembre 1980 hanno riempito le casse delle società guidate dall’imprenditore milanese. Nella relazione scritta dai consulenti dei magistrati fiorentini, vengono riesaminate quelle operazioni anomale presentate già al Processo a carico dell’ex braccio destro del Cavaliere, Marcello Dell’Utri, riconosciuto e dunque condannato nel 2014 come mediatore tra i vertici della mafia palermitana e Silvio Berlusconi. In quell’occasione, la Corte di Cassazione scrisse che “grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale. Tale patto non era stato preceduto da azioni intimidatorie di Cosa Nostra palermitana in danno di Silvio Berlusconi e costituiva piuttosto l’espressione di una certa espressa propensione a monetizzare per quanto possibile il rischio cui era esposto”.

Il patto fu stipulato nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra Stefano Bontate (rappresentante della fazione palermitana) e il mafioso Francesco di Carlo. Un accordo rimasto effettivo fino al 1992, sopravvissuto perfino all’esito della Seconda guerra di mafia, quando i corleonesi di Riina sconfissero i palermitani di Bontate. I magistrati di Firenze pongono poi la loro lente sui continui versamenti di denaro effettuati da Berlusconi a Dell’Utri nel corso dell’ultimo decennio. La consulenza individua una lunga serie di donazioni nel periodo compreso tra il 2012 e il 2021, per 28 milioni di euro. Difficile poter appurare le reali motivazioni sottese ai versamenti; una nota della DIA, inserita nella relazione, mette nero su bianco che è “sicuramente connessa a un riconoscimento anche morale, l’assolvimento di un debito non scritto, la riconoscenza, per quanto riguarda l’ultimo periodo”, dovuta dal Cavaliere all’ex senatore “per aver pagato un prezzo connesso alla carcerazione, senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi“.

Silvio Berlusconi in un convegno a Napoli, 2006.

Il mandato (in)compiuto

Le campagne elettorali di Silvio Berlusconi si ricordano, tra le varie cose, anche per le sognanti promesse agli elettori. Celebri le dichiarazioni sulle pensioni a mille euro o sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto, su cui di recente è tornato a discutere il governo Meloni per aggiungere un nuovo capitolo alla sua storia infinita. Anche nel programma presentato alle ultime elezioni da Forza Italia c’è stato spazio per una serie di progetti (da miliardi di euro) relativi a giovani, infrastrutture scolastiche e sgravi fiscali. Questo dopo aver condotto, durante le esperienze alla guida dell’Italia, una sorta di caccia alle streghe verso la cultura. Si pensi alla manovra economica, in discussione al Parlamento durante il Berlusconi IV, che conteneva un articolo riguardante l’eliminazione di alcune istituzioni culturali. Tra queste, l’Ente teatrale italiano, nato nel 1942 e soppresso con il decreto-legge n. 78 del 31 maggio 2010 recante “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”. La manovra prevedeva inizialmente la riduzione del 50% del contributo pubblico per altri 232 tra enti, istituzioni, fondazioni culturali e centri di ricerca. Il tutto a fronte di un ritorno nelle casse dello Stato di nemmeno 20 milioni di euro, cifra che copre appena l’assegno di fine mandato (o liquidazione) di 450 deputati.

Da buon fondatore di un partito personale, Silvio Berlusconi ha poi cercato di trasformare la Repubblica parlamentare italiana in presidenziale. Un impegno vano dal 1995, anno in cui rivelò alla Camera dei Deputati la sua idea, ripresa anche la scorsa estate. Durante le campagne elettorali del nuovo millennio, Silvio Berlusconi promise poi di abolire l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che tutelava i dipendenti dall’essere licenziati senza una giusta causa. Un obiettivo sì raggiunto ma dal governo di centrosinistra di Matteo Renzi, dopo che l’esecutivo tecnico di Mario Monti aveva iniziato a intaccare la norma. Lo stesso esecutivo che era stato chiamato a sostituire l’ultimo governo Berlusconi su pressione di Bruxelles, in quello che è passato alla storia come il “golpe bianco” della Banca Centrale Europea (BCE). Era l’estate del 2011: l’Italia si ritrovava a fare i conti con la furia speculativa contro i titoli di stato quando dall’Unione europea arrivò una lettera che intimava al governo “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e privatizzazioni su larga scala”. Giulio Tremonti, l’allora ministro dell’Economia, dichiarerà successivamente che quell’estate il suo governo ricevette due lettere minatorie: una da un gruppo terroristico, l’altra dalla BCE. «Quella della BCE era peggio», aggiunse sarcasticamente. Ad ogni modo, dopo la lettera, l’esecutivo Berlusconi IV annunciò una serie di riforme strutturali e di tagli di bilancio per cercare di “rassicurare” sia i mercati sia l’Unione europea, tuttavia i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani continuarono a salire. Il panico per un eventuale default dell’Italia avvolse l’opinione pubblica; il 10 novembre 2011 Berlusconi perse la maggioranza in Parlamento e quattro giorni dopo rassegnò le dimissioni.

Durante i suoi quattro mandati, sono state varate decine di leggi ad personam, ovvero dei provvedimenti che hanno beneficiato direttamente il Cavaliere o una delle sue aziende. Una delle prime leggi adottate durante il soggiorno a Palazzo Chigi del 1994 fu il cosiddetto decreto Biondi, che vietava la custodia cautelare in carcere per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari. Mentre l’atto veniva approvato dal Consiglio dei ministri, alcuni ufficiali della Guardia di Finanza stavano confessando di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest. Il provvedimento impedì l’arresto dei responsabili, provocando la scarcerazione di 2764 detenuti, 350 dei quali coinvolti in Tangentopoli. Nel 2002, invece, su Berlusconi pendevano cinque processi per falso in bilancio quando la sua maggioranza al governo approvò una legge che incaricava il governo di riformare i reati societari: il risultato fu la cancellazione di tutti i processi relativi alla materia. Nel 2010, durante l’ultima esperienza a capo di Palazzo Chigi, il Cavaliere fece approvare una legge che rese automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e i suoi ministri per una durata di 6 mesi, prorogabili a 18.

Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi.

La “diplomazia del cucù”

Silvio Berlusconi si è più volte detto soddisfatto della propria politica estera, caratterizzata dalla cosiddetta “diplomazia del cucù” e dunque dall’atteggiamento goliardico adottato nelle riunioni internazionali perché «rendeva più di quello freddo e formale». Il reale obiettivo della “politica dell’amicizia” era quello di far diventare l’Italia il ponte di collegamento tra Washington e Mosca. Il 28 maggio 2002 si tenne a Roma, su insistenza di Berlusconi, quella che viene considerata la fine della contrapposizione che aveva caratterizzato gli anni della guerra fredda: il vertice NATO in presenza del presidente russo Vladimir Putin, di cui è diventata celebre la foto della stretta di mano col presidente statunitense George W. Bush, proprio su intercessione di Berlusconi. In quell’occasione, a meno di un anno dall’11 settembre 2001, venne inaugurata una nuova visione degli equilibri mondiali, basata sulla lotta comune al terrorismo. Nella realtà dei fatti, però, il rapporto tra Washington e Mosca non ha mai abbandonato le tensioni da guerra fredda. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’ex presidente del Consiglio ha cercato di far leva sulla storica amicizia con Putin per tentare la soluzione diplomatica al conflitto, attirando critiche dall’Italia e dagli Stati Uniti.

Stretta di mano tra Vladimir Putin e George W. Bush.

Celebre e chiacchierato fu, invece, il rapporto di amicizia con il dittatore libico Muammar Gheddafi. Il primo incontro ufficiale avvenne nel 2002, quando Berlusconi era presidente del Consiglio italiano. In quell’occasione, Gheddafi fu ricevuto con tutti gli onori a Roma, dove pronunciò un discorso di ammirazione per il Cavaliere e l’Italia, auspicando un avvicinamento politico che in effetti avvenne nel corso del decennio successivo. Vennero siglati diversi accordi tra i due Paesi, riguardanti ad esempio la gestione dei flussi migratori e la lotta al terrorismo. Il 30 agosto 2008 fu firmato a Bengasi un trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. Fu proprio in virtù di questo patto che Muammar Gheddafi indirizzò la sua ultima lettera, prima della cattura e dell’assassinio, all’amico Silvio Berlusconi. Nella missiva, veniva chiesto al presidente italiano di esercitare pressioni sulla NATO per fermare i bombardamenti sulla Libia. «Avrei sperato che da parte tua ti interessassi almeno ai fatti e che tentassi una mediazione prima di dare il tuo sostegno a questa guerra» […] «ma credo che tu abbia ancora la possibilità di fare marcia indietro e di far prevalere l’interesse dei nostri popoli», scrisse Gheddafi per poi concludere: «Spero che Dio onnipotente ti guiderà sul cammino della giustizia». Berlusconi però, stretto tra la morsa dei mercati internazionali e della volontà imperialistica della Francia e della NATO, finì col supportare l’operazione, concordando sulla necessità di una “pressione supplementare” su Muammar Gheddafi.

Con la morte di Silvio Berlusconi si chiude un cerchio, lungo decenni, della politica italiana. Sulle macerie della Prima Repubblica, l’imprenditore milanese si è affermato come guida di un popolo che non aspettava altro che un nuovo modello da seguire, un sogno per cui lavorare duro e sopportare il mito della carriera. «Gli anni ’80 sono uno stato mentale: possono tornare e durare per sempre», ripete Leonardo Notte (Stefano Accorsi) in 1992. In televisione e in politica, la vendita dei sogni e dei bisogni da soddisfare ha dato i suoi frutti, tanto da assicurare al Cavaliere quattro mandati e ampi consensi tra la popolazione, alla disperata ricerca di un anestetizzante per affrontare la vita.

[di Salvatore Toscano]

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Articoli correlati

18 Commenti

  1. Berlusconi ha fatto la Storia di questo Paese perchè non c’è e non c’è mai stata una alternativa. Non ricordo una sola misura di sinistra e a favore dei più deboli in questa nazione. Il jobs act di Renzi e l’alternanza scuola- lavoro agevolavano lo sfruttamento e quindi i datori di lavoro. Ma in epoca vaccinale, quando sono state messe in campo misure vessatorie indegne di uno Stato Liberale (divieto di lavorare anche ai non vaccinati che lavoravano esclusivamente in sw tanto per fare un esempio) ho capito he il problema è l’ìtaliano che non solo non è cosciente dei propri diritti ma “basta che non gli tocchino i suoi degli altri se ne frega”. Berlusconi alla fine si è arricchito con la logica del “tira a campà” e “se la legge è ingiusta la aggiro” tipica dell’italiano medio che tra l’altro si nutre di notizie morbose che vengono molto prima della cultura. In un altro Paese Berlusconi politico NON sarebbe MAI esistito!!

  2. Il Berlusca fu l’espressione in carne ed ossa dell’ affarista furbo e senza cultura, con l’unico scopo di aver tante palanche per le tasche… Di lui mi ricorderò solo il mantra delle tre “i”, il bunga-bunga e la creazione della “fabbrica della merda” (cit. A.Robecchi). Un persona di cui il mondo non sentirà la mancanza.

  3. Lutto nazionale e funerali di stato!!! Che orrore per un piccolo uomo che ha declassato la politica a scambio commerciale….con tutte le conseguenze che ormai sono state sdoganate e accettate come “normali”. In odore di mafia e quant’altro!
    Bando all ipocrisia, per me oggi è un giorno di festa.

  4. “Il Cavaliere”. Ci vorrebbe un’analisi linguistico-sociologica seria e approfondita riguardante l’impiego di questo termine, per mettere a nudo per lo meno una parte consistente delle profonde contraddizioni che pervadono ed innervano l’Italia – il Bel Paese del Mondo Buono – e che hanno reso possibile il realizzarsi di tale singolare e drammatico fenomeno politico.
    Un titolo da notabile di provincia, stantio, stucchevole ma pronunciato con un misto di ammirazione e deferenza, alla quale nemmeno L’INDIPENDENTE si sottrae.
    Coniato e ripetutamente usato dalla maggioranza dei media, ripreso in coro ai quattro angoli della Penisola, avrà ampiamente contribuito all’immagine del personaggio, di “Sua Emittenza” del “meno male che Silvio c’è” e del “santo subito”, a riprova di quel “atavico provincialismo” denunciato anni fa da Sergio Romano nelle pagine del Corriere della Sera.
    La responsabilità di una parte significativa della stampa – scritta e audiovisiva, pubblica e privata – quella che faceva opinione, e’ stata totale, ma si fa come niente fosse anzi, ben di peggio.

  5. è stato uno dei periodi più bizzari della storia. Ricchezza, squadre di calcio, potere, tutto scintillante a primo occhio. Se si porta la mente a guardare profondamente, corruzione, prostituzione di alto rango, importata in parlamento, TV, elementi orgiastici, amicizie con dittatori. Insomma un periodo buio, in cui molte menti sono cadute per la poca attenzione portata.

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria

Grazie per aver già letto

10 dei nostri articoli questo mese.

Chiudendo questo pop up potrai continuare la lettura.
Sappi però che abbiamo bisogno di te,
per continuare a fare un giornalismo libero e imparziale.

Clicca qui e  scopri i nostri piani di abbonamento e supporta
Un’informazione – finalmente – senza padroni.

ABBONATI / SOSTIENI