martedì 6 Giugno 2023

I sindacati di polizia chiedono l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza”

Con il pretesto del “pericolo anarchico” rievocato nelle ultime settimane in concomitanza con le proteste in solidarietà di Alfredo Cospito, i sindacati di polizia hanno avanzato la richiesta dell’introduzione di una nuova fattispecie di reato nel codice penale, da denominare nientemeno che “terrorismo di piazza”, al fine dichiarato di dotare gli agenti degli «strumenti adeguati per intercettare ed impedire la prossima guerriglia». La proposta è stata accolta immediatamente dal deputato Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, che ha promesso di avanzare una proposta di legge in merito.

Come riportato in un articolo pubblicato su Il Giornale il 13 febbraio, il segretario generale di Fsp Polizia di Stato, Valter Mazzetti, ha riferito di «Sei poliziotti feriti, di cui uno seriamente alla gamba, lanci di bombe carta, schegge, botte, danni gravi a locali e automobili, undici persone fermate sono il bilancio di violenze che di fatto sono “terrorismo di piazza”». Questo, dichiara Mazzetti, rende necessario riaprire la discussione sull’introduzione del suddetto reato, affinché alle forze dell’ordine siano forniti gli «strumenti adeguati per intercettare ed impedire la prossima guerriglia». Alle sue dichiarazioni fanno eco quelle di Enzo Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, il quale parla di «pericolosa saldatura tra il mondo anarchico ed un’ampia fetta della galassia antagonista» e sottolinea come «Se manifestare il proprio dissenso è sempre stato e sempre sarà un diritto insopprimibile, lanciare sassi e bombe carta contro la polizia non può essere accettabile» e richiede strumenti di maggiore efficacia per poter contrastare gli scontri, quali «la possibilità di inasprire il trattamento sanzionatorio per il travisamento o per la violazione del cosiddetto “foglio di via” che potrebbe disincentivare la partecipazione di estremisti di altre province».

A cogliere la palla al balzo è stato appunto il deputato Riccardo De Corato, il quale si è detto pronto ad introdurre una legge che introduca il reato di “terrorismo di piazza”, con l’immissione degli articoli «613 quater e quinquies del Codice penale – immediatamente dopo, quindi, i reati di tortura, che prevede pesanti aggravanti in caso sia messa in atto dalle forze dell’ordine, e di istigazione alla tortura da parte di pubblico ufficiale – che prevedano l’inasprimento delle pene per chiunque provochi incidenti nelle manifestazioni, la punibilità di chi istiga alla violenza e la possibilità di arresto differito, quando non sia possibile procedere in flagranza, anche grazie alla prova video o fotografica». Una parte delle opposizioni hanno preannunciato battaglia. Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera, ha infatti sottolineato: «Vogliono farci credere che 400 manifestanti, anche se non pacifici, possano assediare una città. Noi condanniamo ogni forma di violenza ma è ovvio che già esistono tutte le misure possibili nel Codice penale, non c’è bisogno di un nuovo reato che ha tutto il sapore di un’arma per reprimere ogni dissenso».

Gli strumenti per punire i reati di piazza esistono effettivamente già e, con l’introduzione del dl 53/2019 (il cosiddetto decreto Sicurezza bis), erano già state introdotte diverse aggravanti, comprese quelle per le violenze ai danni della polizia, e l’inasprimento delle sanzioni per chi partecipa a manifestazioni di piazza con dispositivi protettivi, quali i caschi, che ne rendano difficoltoso il riconoscimento. Lo stesso riconoscimento che i partiti di maggioranza e i sindacati di polizia continuano a non volere per gli agenti, rifiutando ogni proposta sull’introduzione del codice identificativo sulle divise, una norma di trasparenza che esiste in gran parte delle democrazie occidentali.

Nonostante quindi gli strumenti per reprimere i manifestanti (anche quelli violenti) esistano già, si cerca di mantenere un atteggiamento sempre più garantista nei confronti delle forze dell’ordine. Proprio il partito della premier Giorgia Meloni, infatti, ha manifestato l’intenzione di rivedere il reato di tortura, che nel nostro Paese è stato introdotto con un certo ritardo rispetto alla media europea e che ha permesso, ad esempio, di portare a processo decine di agenti che si sono macchiati di violenze ai danni dei detenuti (sono oltre 200 solamente nel 2022), definendolo uno «strumento di ricatto» nelle mani dei detenuti e preferendo così optare per l’impunità degli agenti violenti.

Va poi sottolineato come, allo stesso modo di quanto avvenuto per l’introduzione del cosiddetto “decreto rave”, concretizzatosi a seguito di un episodio avvenuto nei pressi di Modena lo scorso ottobre, è bastato lo scontro con poche centinaia di manifestanti affinché il governo sentisse la necessità di ipotizzare una nuova fattispecie di reato di natura maggiormente repressiva. Il tutto mentre, a livello generale, sembra delinearsi un clima sempre più oppressivo per coloro che fanno opposizione sociale, in un contesto generale di crescente scollamento tra istituzioni politiche e società (basti guardare il dato sull’affluenza alle regionali in Lazio e in Lombardia, tra i più bassi di sempre). In questo clima generale, dove si finisce in carcere se si cerca di appendere uno striscione, la priorità del partito di maggioranza si conferma quella di colpire ulteriormente chi protesta.

[di Valeria Casolaro]

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