martedì 27 Settembre 2022

Per molti popoli del mondo Elisabetta II non è una figura da celebrare

La morte della regina Elisabetta, avvenuta lo scorso 8 settembre, è stato un evento storico la cui portata ha colpito le persone in ogni parte del globo. La stretta ritualità cui è legata la vita di corte ha dato il via a una cerimonia di commemorazione collettiva che si è naturalmente distribuita a macchia d’olio oltre i confini del Paese, mettendo in chiaro quale fosse il peso simbolico della figura della sovrana nell’immaginario comune. Messaggi di cordoglio sono giunti da tutte le più alte cariche mondiali, che ne hanno sottolineato la “dignità” e la “costanza”, il ruolo di “conforto e orgoglio” per la popolazione britannica, la dedizione nei confronti del “bene della nazione” e di “devozione al dovere”. Questi stessi toni sono stati usati dai leader del continente africano, dove la corona ha regnato su oltre metà del territorio. Eppure sulle principali piattaforme social si moltiplicano le voci di coloro che, al contrario, ne sottolineano il retaggio derivante dal dominio coloniale imposto in tutti i continenti – ad esclusione dell’Antartide. Si tratta di quella parte di popolazione che ha vissuto l’altra faccia del dominio inglese, dei figli della violenza, della riduzione in schiavitù e della repressione del dominio coloniale, tutti elementi che hanno permesso all’Inghilterra di divenire una superpotenza mondiale. Ancora una volta, se si sposta l’attenzione da un’ottica puramente eurocentrica si riescono a distinguere una pluralità di voci che dipingono un quadro molto più complesso e critico di quello che fu il trono della regina Elisabetta.

Così, sui social media la rabbia per il cordoglio occidentale corre veloce, e la memoria storica annienta la visione romantica della quale il potere della corona viene superficialmente investito. “Se qualcuno si aspetta che io manifesti qualcosa di più del disprezzo per la monarchia che ha supervisionato un governo che sponsorizzò il genocidio, il quale massacrò e spinse all’esilio metà della mia famiglia ed il quale coloro che vi sono sopravvissuti stanno ancora cercando cercando di superare, potete continuare a desiderare” ha scritto in un tweet Uju Anya, docente universitaria e ricercatrice. E i messaggi in questi toni sono centinaia.

“A coloro che dicono che dovremmo essere magnanimi per la scomparsa della regina, ricordiamo che la regina si è inserita più volte nella vita degli indigeni. Non è stata una spettatrice degli effetti della colonizzazione e del colonialismo, ma ne è stata un’artefice” scrive IndigenousX, un’organizzazione di proprietà e gestione al 100% indigena. Ed EFF (Economic Freedom Fighters), partito sudafricano di estrema Sinistra, ha rilasciato una dichiarazione nella quale si può leggere che “Elisabetta salì al trono nel 1952, regnando per 70 anni come capo di un’istituzione costruita, sostenuta e vissuta di una brutale eredità di disumanizzazione di milioni di persone nel mondo“, motivo per il quale “noi non piangiamo la morte di Elisabetta, perché per noi la sua morte è un promemoria del tragico periodo in questo Paese e nella storia africana”.

Al termine della Prima guerra mondiale, l’impero inglese deteneva infatti colonie in tutti i continenti, ad esclusione dell’Antartide. Da queste terre, assoggettate con la violenza, l’Inghilterra estraeva le risorse che ne permettevano l’arricchimento: basti pensare che, secondo alcune stime, solamente dall’India sono state estratte risorse per il valore di 45.000 miliardi di dollari. A quei tempi, una persona su cinque nel globo intero era suddito del regno inglese, un quarto della superficie mondiale sotto il comando della corona. La storica Caroline Elkins, che detiene una cattedra ad Harvard in Studi Afroamericani, ricorda come “Tutti gli imperi sono stati violenti, e l’impero britannico non ha fatto eccezione”. D’altronde proprio su questo si basava il dominio coloniale: assoggettamento con la forza e la violenza. Nonostante nel momento in cui la regina salì al trono, nel 1952, l’impero britannico stesse già iniziando a sbriciolarsi e a seguito dei vari movimenti indipendentisti quasi la totalità degli Stati africani sotto il dominio inglese – ad eccezione del Lesotho e dello Swaziland – fossero divenuti una repubblica, per molti attivisti la memoria coloniale è un tratto inscindibile dal ruolo istituzionale della regina, che non ha mai riconosciuto le atrocità commesse dall’impero, né si è scusata o ha offerto il pagamento di riparazioni ai popoli indigeni sterminati.

 

[di Valeria Casolaro]

 

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