Da giorni la Nuova Caledonia è scossa da violente proteste che hanno portato a sei vittime, numerosi feriti e l’imposizione da parte della Francia dello stato d’emergenza sull’intera regione. Le rivolte, scatenatesi dopo l’approvazione da parte del governo francese di una controversa riforma costituzionale, hanno portato ad incendi, saccheggi e ad uno stato di tensione ad oggi ancora molto alto. Ma qual è il ruolo della Francia in quest’area geografica e perché si può parlare ancora di eredità coloniale?
I Paesi e i territori d’oltremare
Si definiscono «d’oltremare» tutti quei territori collocati ad una grande distanza dagli Stati ai quali appartengono giuridicamente e che adoperano spesso la rispettiva lingua coloniale; in quest’enorme gruppo sono presenti quei luoghi facenti parte di una giurisdizione territoriale diversa da quella a cui sono geograficamente più vicini. Ad esempio, le isole di Lampedusa e Linosa appartenenti all’Italia, ma più vicine alle coste tunisine, fanno formalmente parte di questo gruppo, nonostante non denotino un passato coloniale e non posseggano un’autorità governativa differente da quella dello Stato di cui fanno parte. Escludendo quindi questi luoghi, il Regno Unito e la Francia sono i due Stati con il maggior numero di territori d’oltremare sotto il proprio controllo, insieme al regno dei Paesi Bassi e alla Danimarca.
Questi luoghi, ex colonie e attualmente in uno stato d’autonomia limitata, fino all’avvento della Brexit orbitavano tutti intorno all’Unione Europea, votando per i rappresentanti al Parlamento e accedendo spesso a finanziamenti e progetti culturali che fanno capo all’Unione. Nel caso francese i territori sono suddivisi secondo differenti denominazioni territoriali, che presentano prerogative specifiche e vari gradi d’autonomia.
I dipartimenti e le regioni d’oltremare
Quando il 4 ottobre 1958 venne promulgata la Costituzione (ancora in vigore) della Quinta Repubblica francese, durante il governo di Charles de Gaulle, l’eredità dell’Impero coloniale francese passò alla Comunità Francese, un’associazione politica attraverso la quale le colonie ebbero la possibilità di ottenere maggiori libertà. Nonostante il cambio di statuto, le colonie restarono saldamente legate alla madrepatria, la quale imponeva il proprio controllo sulla moneta, sulla politica interna, sulla gestione economica, sulla difesa e sullo sfruttamento delle materie prime delle varie regioni. Tra i vari cambiamenti, dopo i primi moti indipendentisti che imperversarono tra le colonie, la nuova costituzione permetteva ai vari Paesi di uscire dalla Comunità, perdendo di conseguenza i «privilegi» provenienti dalla relazione con la Francia e ottenere così l’indipendenza. Tra le libertà invece acquisite dagli Stati non sovrani figuravano l’elezione in autonomia delle proprie istituzioni e l’amministrazione della giustizia e dei servizi pubblici. Questo processo, che si iscriveva nelle varie leggi che favorirono la decentralizzazione del potere statale francese, portò all’istituzione di nuovi organismi territoriali.
I départements et régions d’outre-mer rientrano tra le regioni francesi monodipartimentali nelle quali si eleggono rappresentazioni all’interno del Governo francese, dell’Assemblea nazionale e del Senato. Attualmente, queste regioni sono cinque: due tra le isole dei Caraibi (Guadalupa e Martinica), due al largo delle coste malgasce (Mayotte e Réunion) e nel continente sudamericano la Guyana francese. Al pari delle Canarie per la Spagna e delle Azzorre per il Portogallo, questi territori costituiscono le cosiddette «regioni ultraperiferiche» dell’Unione Europea, le quali adottano l’euro come valuta e partecipano alle elezioni del Parlamento Europeo. La stessa denominazione svela, di fatto, l’eurocentrismo culturale dell’Unione, che, considerando il continente come centro nevralgico della sua politica, relega ad uno stato di ultraperifericità regioni spesso chiave da un punto di vista economico e geopolitico.

Tra questi contesti territoriali spicca il caso della Guyana francese, la più grande per estensione tra tutte le regioni francesi continentali e d’oltremare. Privo di terre fertili, questo territorio si fonda su un’economia d’estrazione, grazie alla grande quantità di riserve auree, prima fra tutte la Montagne d’Or. «Scoperta» dal cercatore d’oro Paul Isnard, questa miniera subì il suo processo di sfruttamento dalla seconda metà del XIX secolo e durante tutto il Novecento, secondo il progetto della guyanese Société d’exploitation minière de l’Inini e della gabonese Compagnie équatoriale de mines, all’epoca sotto il controllo francese. Durante gli anni duemila i progetti di sfruttamento passarono alla compagnia canadese Columbus Gold e alla russa Nordgold, fortemente sostenuti dall’allora ministro dell’Economia e attuale presidente Emmanuel Macron. Il sito, collocato in un delicato patrimonio naturalistico incastonato nella foresta pluviale guyanese, ha attirato la protesta di numerose associazioni indigene locali, contrarie al progetto e allarmate dal processo di deforestazione ed estrazione attraverso l’uso di agenti chimici, tra i quali il cianuro. La protesta conseguì nel 2019 l’interruzione del progetto e la conseguente scadenza delle licenze nel 2023.
Collettività d’oltremare
I territori d’oltremare sotto il controllo francese esenti dall’applicazione dell’Articolo 73 della Costituzione del 1958 si definiscono, dal 2003, collectivités d’outre-mer e godono di un regime legislativo speciale, regolato secondo i dettami dell’articolo 74 della Costituzione. Le collettività, fino al 2003 definite semplicemente come «territori», eleggono autonomamente il proprio governo, il quale può apporre modifiche giuridiche e legiferare sulla base delle specificità del proprio territorio, fatta eccezione per «la nazionalità, i diritti civici, le garanzie delle libertà pubbliche, lo stato e la capacità delle persone, l’organizzazione della giustizia, il diritto penale, la procedura penale, la politica estera, la difesa, la sicurezza e l’ordine pubblico, la moneta, il credito ed i cambi, così come il diritto elettorale». Le collettività d’oltremare sono attualmente cinque, tre situate nell’oceano Atlantico (Saint-Pierre e Miquelon, al largo delle coste canadesi, Saint-Barthélemy e Saint-Martin tra le Antille), due nell’oceano Pacifico (Wallis e Futuna e l’arcipelago della Polinesia Francese), oltre ai territori del demanio dello Stato come Clipperton e le Terre Australi e Antartiche Francesi.
La maggior parte di questi luoghi ha un’economia fortemente incentrata sull’agricoltura e sul turismo, gode di aiuti disposti dalla Francia e dall’Unione Europea, adotta l’euro nei territori atlantici e il Franco CFP, la moneta coloniale francese, legato all’euro. Nonostante vantino un’autonomia maggiore rispetto alle regioni d’oltremare, possano eleggere attraverso assemblee territoriali rappresentanti e abbiano diritto all’elezioni di membri nel Senato, il controllo imposto dalla madrepatria durante la seconda metà del Novecento, anche in seguito alla promulgazione della Costituzione del ’58, è sempre stato elevato, come nel caso della Polinesia Francese.

A 16.000 km di distanza da Parigi, la Polinesia Francese è governata da un presidente eletto dall’Assemblea locale, che forma il governo del territorio, a sua volta eletto attraverso elezioni democratiche. Al contrario, il rappresentante del Presidente della Repubblica Francese, l’Alto Commissario della Repubblica in Polinesia, viene nominato direttamente dal governo continentale. Dopo un iniziale processo di autonomizzazione, in seguito all’applicazione della legge quadro Defferre (che portò all’elezione a vicepresidente del Consiglio del Governo polinesiano Pouvanaa Oopa, leader e avvocato del movimento indipendentista), nel 1957 i territori d’oltremare vennero messi di fronte alla scelta di accedere all’indipendenza o rimanere sotto l’orbita del governo francese. Gli arcipelaghi del Pacifico, con un’economia poco sviluppata e ancora troppo legati alla madrepatria, scelsero di rinunciare all’indipendenza e di conseguenza alla grande autonomia ottenuta con la legge quadro del 1957. L’11 ottobre dello stesso anno Oopa, partitario dell’indipendenza al referendum, fu arrestato con l’accusa di voler incendiare la città di Papeete e condannato a 8 anni di detenzione e 15 di esilio, nonostante l’immunità parlamentare di cui godeva. Il suo crimine, per il quale ottenne l’indulto e l’amnistia dopo dieci anni e che gli permise di essere eletto al Senato fino al 1977, anno della sua morte, venne definitivamente annullato dalla Corte francese nel 2018.
Durante questi anni di tensione, dopo l’indipendenza ottenuta dall’Algeria e la liberazione delle zone del Sahara Francese, il governo di Parigi decise di attuare per trent’anni (tra il 1966 e il 1996), al largo delle isole di Mururoa e Fangataufa, test nucleari che portarono negli anni al riscontro di alte percentuali nella contrazione di tumori e cancri alla tiroide negli individui della popolazione locale.
Collettività sui generis, il caso della Nuova Caledonia
Tra le collettività territoriali francesi, un caso speciale viene rappresentato dalla Nuova Caledonia, alla quale spetta l’appellativo di «sui generis» e che si differenzia dalle altre non solo per il proprio statuto giuridico, ma per l’importanza che assume dal punto di vista economico per il governo di Macron. Divenuta possedimento francese nel 1853, in pochi anni questo arcipelago fu utilizzato come colonia penale o, spesso, rappresentò la speranza per numerosi francesi intenzionati a cambiare vita. Questo processo portò inevitabilmente ad un enorme mescolanza etnica e culturale, che caratterizza ancora oggi il tessuto sociale del Paese. Difatti, le etnie principali sono due, quella kanaka, autoctona appartenente al gruppo etnico melanesiano, e quella caldoche, di origine francese e ormai parte integrante della popolazione caledone.
Al termine della Seconda guerra mondiale, la Nuova Caledonia ottenne, grazie alle leggi Defferre, una maggiore autonomia amministrativa, che però, in virtù dell’esplosione dei movimenti decolonizzatori in Africa, non fu sufficiente per fermare la nascita di un sentito movimento indipendentista; il governo francese, temendo un rovesciamento del potere, iniziò a limitare l’autonomia dell’assemblea locale e cercò di incitare una nuova ondata migratoria da parte dei francesi continentali verso l’arcipelago.
Grazie all’unione di vari gruppi indipendentisti e alla nascita del Partito di Liberazione Kanaka, rappresentato da Jean-Marie Tjibaou, un attivista e politico kanak, che finalizzò i suoi sforzi verso la creazione di una coscienza culturale autoctona anticolonialista, nel 1984 nacque il Fronte di Liberazione Nazionale Kanak e Socialista (FNLKS), il quale si impegnò fin da subito nel boicottaggio delle elezioni e in espressioni di protesta. La morte di uno dei leader del Fronte, Eloi Machorro, ucciso dalla gendarmeria francese durante un’azione di sgombero, portò allo scoppio di una violenta guerra civile che destabilizzò il Paese per quattro anni e si concluse con l’uccisione di 19 indipendentisti e 2 militari, durante l’operazione di liberazione di alcuni ostaggi da parte di una squadra d’intervento di paracadutisti francesi.
Si pose fine alla tensione nel 1988 attraverso gli accordi di Matignon, un patto che avrebbe previsto la celebrazione di un referendum nel 1998, firmato tra il primo ministro francese Michel Rocard e i leader indipendentisti, alcuni dei quali (tra questi lo stesso Tjibaou) furono tuttavia uccisi l’anno seguente da un militante della branca indipendentista radicale Palika.
Dieci anni dopo, il 5 maggio del 1998, a Nouméa, la capitale caledone, furono siglati nuovi accordi, i quali ancora oggi definiscono la gestione legislativa del territorio. Attraverso questo patto, la Nuova Caledonia ottenne, oltre ad un maggiore riconoscimento etnico-culturale kanak, una maggiore autonomia legislativa, fatta eccezione per la gestione della difesa, della politica estera, delle politiche migratorie e della valuta. Inoltre, i patti si fondavano sulla possibilità di celebrare tre referendum negli anni successivi per votare o meno l’indipendenza neocaledone nei confronti della Francia. I due primi referendum, nel 2018 e nel 2020, videro la vittoria dei «no», nonostante gli indipendentisti, fortemente sottovalutati nei sondaggi antecedenti al voto, riuscirono ad ottenere il 43% nella prima tornata elettorale e il 46% nella seconda. Il terzo referendum, celebrato nel 2021, ha visto l’applicazione di un boicottaggio da parte dell’elettorato e dei partiti indipendentisti, che richiesero fin da subito il cambio di data, a causa della pandemia da Covid 19. Attualmente il referendum, celebratosi ugualmente e stravinto dai lealisti, rimane in una fase di stallo.

A caratterizzare le proteste di questi giorni è l’applicazione della riforma costituzionale che prevederebbe la riduzione degli anni di residenza in Nuova Caledonia per accedere al voto; se nelle varie tornate elettorali la popolazione insediatasi sull’arcipelago dopo il 1998 non aveva diritto di voto (per i referendum il limite è posto al 1994), con la riforma approvata il 2 aprile in Senato e il 13 maggio all’Assemblea nazionale tutti i cittadini con almeno dieci anni di residenza in Nuova Caledonia ottengono la possibilità di votare. Questa legge comporterebbe quindi l’ampliamento dell’elettorato di 25.000 individui, marcando ulteriormente la minoranza rappresentata dalla popolazione kanak (attualmente il 40% della popolazione totale).
Un’altra peculiarità che alimenta la tensione tra indipendentisti e lealisti è lo sfruttamento delle riserve di nichel. La nuova Caledonia detiene il terzo posto al mondo per l’estrazione di questo materiale e fu proprio grazie a questa risorsa che numerosi migranti, francesi e non, giunsero sul territorio in cerca di lavoro. Il mercato legato all’estrazione di questo metallo, gestito da tre aziende locali (la Koniambo Nickel SAS, la Prony Resources New Caledonia e la Societé le Nickel), è da alcuni anni in forte crisi: a causa della caduta del prezzo del nichel e la salita dei prezzi dell’energia, infatti, le aziende hanno dovuto imporre licenziamenti e abbassare drasticamente il carico lavorativo, cercando in ogni modo nuove forme di sostentamento. Se attualmente queste riescono a sopravvivere grazie a finanziamenti e aiuti francesi, e in parte europei, la Nuova Caledonia potrebbe, in caso di indipendenza, iniziare ad interfacciarsi con nuovi alleati economici, tra i quali la Cina.
Tra i vari elementi in gioco, la Francia sta accusando in questi giorni l’Azerbaijan di soffiare sul fuoco delle proteste. Sembra infatti che tra gli indipendentisti sventolino le bandiere azere, le quali sostengono la causa kanak e cercano di ricoprire un ruolo sempre più influente nei processi di decolonizzazione dei territori francesi d’oltremare. La motivazione risale con molta probabilità all’appoggio del governo di Parigi nei confronti dello Stato armeno, storico rivale dell’Azerbaijan.
Dopo più di una settimana dall’inizio degli scontri e la dichiarazione dello stato di emergenza, Emmanuel Macron è giunto a sorpresa a Nouméa per tentare di riconciliare le parti in causa e ristabilire l’ordine politico e sociale sulla regione. Rappresentando la madrepatria, l’intenzione del governo è quella di imporre il proprio «francocentrismo» su territori culturalmente diversi e lontani migliaia di chilometri. Territori che, solo grazie ad un passato coloniale fatto di violenza, abusi e speculazione, Parigi considera ineluttabilmente di sua proprietà, e sui quali in questo modo reitera la propria spudorata supremazia.
[di Armando Negro]




Francoterrorismo.