Le proteste che hanno travolto le università per la Palestina hanno presto preso come obiettivo la collaborazione universitaria tra atenei italiani e israeliani, chiedendo che questa venga sospesa. In particolare nel mirino è finito il bando MAECI, che prevede progetti di ricerca congiunti negli ambiti della tecnologia del suolo, dell’acqua e dell’ottica di precisione. Se da una parte le proteste hanno ottenuto risultati nelle università, spingendo alcuni senati accademici (come quelli di Torino e Pisa) a votare mozioni in cui annunciavano di non partecipare al bando, dall’altra hanno provocato aspre critiche da parte di politici e intellettuali, che chiedono che la politica rimanga fuori dalla ricerca. Un dibattito che fornisce lo spunto per cercare di capire se e come la ricerca sia realmente parte del sistema di occupazione israeliano – anche negli ambiti apparentemente civili come quelli al centro del bando MAECI – e, più in generale, di indagare il rapporto tra università e politica.
Bando MAECI, contenuto e lettera aperta agli organi del Ministero degli Esteri
Il bando MAECI per la collaborazione con le università israeliane e il relativo bando MOST (Ministero dell’Innovazione, della Scienza e della Tecnologia) di Tel Aviv, sono stati pubblicati a fine febbraio. Essi prevedono il finanziamento di progetti di ricerca congiunti tra le università e gli enti di ricerca riconosciuti dei due Paesi, nello specifico in tre diversi settori: la tecnologia del suolo, quella dell’acqua e l’ottica di precisione. Qualche giorno dopo, a fine febbraio, è stata redatta una lettera aperta indirizzata ai componenti del Ministero degli Esteri italiano in cui i firmatari chiedono «che la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani venga sospesa». A oggi si contano oltre 2700 firme tra professori, ricercatori, dottorandi, e membri del personale tecnico amministrativo delle università.
Le ragioni che i firmatari della lettera portano a sostegno delle proprie richieste sono numerose e vengono elencate a più riprese. Senza considerare le motivazioni di carattere finale come la volontà di «esercitare pressione sullo Stato di Israele affinché si impegni al rispetto del diritto internazionale tutto», la quale comunque si poggia sulle esplicite richieste contenute nelle Convenzioni ONU, secondo il personale d’ateneo le «richieste di disinvestimento, sospensione e boicottaggio delle collaborazioni istituzionali vengono avanzate su due basi argomentative». La prima si fonda su «l’impegno morale e il dovere giuridico di rispetto dei diritti umani di tutti e del diritto internazionale», mentre la seconda «è motivata dalla volontà di non essere complici delle gravi violazioni in atto». Proprio su quest’ultimo punto la lettera sottolinea la preoccupazione che il finanziamento venga «utilizzato per sviluppare tecnologia dual use, ovvero a impiego sia civile che militare», motivo per cui la sospensione del bando MAECI servirebbe «anche per proteggere le istituzioni italiane dall’accusa di non aver adempiuto al dovere inderogabile di prevenzione di genocidi» come sancito dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. A spingere per disinvestimento, sospensione e boicottaggio, sono dunque motivi etici e morali e di rispetto del diritto internazionale avallati dalle preoccupazioni che i risultati delle ricerche finanziate possano trovare applicazione in campo bellico. Ma questi timori, queste giustificazioni giuridiche, e queste argomentazioni etiche trovano davvero riscontro?
Le preoccupazioni sulla possibile applicazione “dual use” delle ricerche
Uno dei primi punti che appare nella lettera si fonda sulla espressa volontà di non venire coinvolti in quello che si prospetta come un possibile genocidio e negli atti di violazione dei diritti umani perpetrati da Israele, complicità che sarebbe punibile, tra le tante cose, ai sensi del punto (e) dell’Articolo III della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio e del punto (b) dell’Articolo III della Convenzione internazionale sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid. Questo timore sarebbe comprovato dagli stessi ambiti di ricerca che vengono finanziati dal bando, in particolare dal terzo, relativo all’ottica di precisione. Proprio le ricerche nell’ambito dell’ottica possono infatti rivelarsi particolarmente utili per lo sviluppo di intelligenze artificiali capaci di riconoscere gli obiettivi nelle campagne belliche, di cui, secondo un’inchiesta, Israele si sarebbe servita nel corso degli ultimi mesi di conflitto con Hamas, addirittura al fine di stabilire quali palestinesi dovessero essere uccisi. La stessa tecnologia IA, denominata “Lavender”, è stata presentata alla AI Week di Tel Aviv (la principale fiera israeliana sulle intelligenze artificiali) del 2023 dal colonnello Yoav, comandante delle IDF nei reparti tecnologici e vertice della celebre unità 8200 affiliata ad Aman, il direttorato dell’intelligence militare. È stato proprio il colonnello Yoav, tra l’altro, ad ammettere apertamente, nel corso della AI Week, che già in occasione dell’offensiva militare su Gaza del 2021 le IDF hanno fatto uso di tecnologie di intelligenza artificiale che impiegano sistemi ottici di riconoscimento, come la tecnologia Habsora.
La AI Week è un’iniziativa organizzata ogni anno dall’Università di Tel Aviv per presentare le migliori tecnologie IA sul mercato israeliano. Effettivamente, quello della capitale israeliana risulta uno degli atenei più all’avanguardia nel campo delle intelligenze artificiali al mondo, collocandosi al 67° posto globale e al 14° in Asia. La stessa Università di Tel Aviv, inoltre, collabora da anni con la fondazione Med-Or di Leonardo (l’industria italiana delle armi e della difesa) e ha un dipartimento, l’Istituto per gli Studi di Sicurezza nazionale, interamente dedicato alla ricerca nell’ambito della difesa. L’ateneo della capitale israeliana, tuttavia, non è il solo a mostrare stretti legami con le ricerche nell’ambito bellico. Anche l’Israel Institute of Technology collabora per via diretta tanto con le IDF quanto con il colonnello Yoav, mediante il cosiddetto “Programma Alonim”. Yoav, inoltre, collabora con un altro programma di ricerca dedicato anche ai più giovani presso il Cyber Education Center.
I collegamenti tra università israeliane e oppressione del popolo palestinese non si limitano all’ambito dell’ottica, ma toccano anche quello relativo alle tecnologie dell’acqua. Nel corso degli anni sono stati avanzati numerosissimi rapporti e condotti altrettanti studi che hanno dimostrato il sostanziale controllo israeliano dell’acqua sul suolo palestinese. Ci ha pensato un intero articolo della rivista di geopolitica Limes, scritto nel 2009 in occasione della pubblicazione di un rapporto della Banca mondiale sulle restrizioni nello sviluppo della rete idrica palestinese; vi ha poi dedicato numerose rubriche la rivista scientifica Jura Gentium e lo ha a più riprese sottolineato la campagna Who Profits. Proprio a novembre dell’anno scorso, inoltre, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato un lungo rapporto in cui dimostrerebbe come Israele stia usando l’acqua come una vera e propria arma contro i palestinesi. A controllare la quasi totalità delle risorse idriche del territorio israeliano e di quello palestinese è la compagnia idrica Mekorot, di proprietà governativa. Mekorot collabora, su sua stessa ammissione, con numerose università e porta avanti molteplici programmi di scambio e di studio, come con il Braude College of Engineering di Karmiel e i programmi Atidim per le infrastrutture e Atidim per le industrie, che per giunta collaborano anche con le IDF.

Tutti i centri di ricerca precedentemente citati, infine, hanno anche programmi di studio per lo sviluppo del suolo, il terzo punto del bando su cui si svilupperebbe la collaborazione con gli enti di ricerca israeliani. Anche sul tema dell’agricoltura e dello sfruttamento del suolo sono stati pubblicati numerosi studi che provano l’oppressione che Israele porta avanti nei confronti dei palestinesi, ma il più lungo ed esaustivo è certamente il rapporto presentato davanti all’ONU nel 2015, che mostra il sostanziale stato di assedio in cui versa il settore nella Cisgiordania occupata, assalita tanto da iniziative di natura economica, quanto dallo sfruttamento delle reti idriche come dalla presenza degli insediamenti israeliani sul territorio.
La sospensione dei rapporti in nome del diritto internazionale
Sebbene insomma non si possa provare che le ricerche finanziate dal bando MAECI possano effettivamente trovare applicazione nel campo bellico o nell’apartheid che Israele impone ai palestinesi, i collegamenti tra università ed enti di ricerca israeliani e organi che reprimono il popolo palestinese sono evidenti e la denunciata preoccupazione per la possibile applicazione dual use (ossia il doppio uso a fini sia civili che politicomilitari) delle eventuali tecnologie sviluppate appare fondata. Essa è da mettere in relazione agli argomenti di natura giuridica, riguardanti il rispetto del diritto nazionale e internazionale. Infatti, la lettera sottolinea la piena conflittualità del bando MAECI non solo con la Costituzione italiana, ma anche con il Piano di azione nazionale su impresa e diritti umani, in cui Roma si impegna a «promuovere la cultura del rispetto dei diritti umani da parte delle imprese», per giunta anche «attraverso l’analisi e la cooperazione con università, centri di ricerca». In tal senso, secondo i ricercatori firmatari della lettera, «sarebbe paradossale chiedere alle imprese di rispettare diritti che si ritengono secondari o violabili nell’azione di enti pubblici».
Insomma, il Governo in materia di diritti universali predicherebbe bene e razzolerebbe male, chiedendo alle imprese di rispettare i diritti umani per poi violarli lui stesso. Un problema sia etico che giuridico. Le argomentazioni giurisprudenziali a favore della sospensione del bando MAECI non poggerebbero dunque solo su convenzioni internazionali e piani statali, ma verrebbero avvalorate anche dagli stessi accordi multilaterali che regolano i rapporti di scambio tra Unione Europea e Israele e, nello specifico, dall’Accordo di associazione UE/Israele. Già Spagna e Irlanda, a loro tempo, avevano chiesto l’interruzione dei rapporti con Tel Aviv sulla base dell’Accordo. Nelle premesse si legge infatti che Israele e Stati membri hanno convenuto il contenuto del testo previa considerazione de «l’importanza che le parti attribuiscono al principio della libertà economica e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, in particolare al rispetto dei diritti umani e della democrazia, che costituiscono il fondamento stesso dell’associazione». Per ciò che concerne il bando MAECI, nello specifico, si potrebbe chiamare in causa l’Articolo 52, che regola la cooperazione per lo sviluppo tecnologico sostenendo che essa «verte anzitutto sul perseguimento di azioni legate alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, all’armonizzazione degli standard e all’ammodernamento delle tecnologie». Insomma, la cooperazione nell’ambito della ricerca tra Italia e Israele si fonda su specifiche carte che ammettono dichiaratamente che il «rispetto dei diritti umani e della democrazia» costituiscono «il fondamento stesso dell’associazione». In una prospettiva giuridica, questo significa che, venendo meno quel rispetto, verrebbe meno quel fondamento e, con esso, la collaborazione stessa.
Il piano etico della discussione

Dal punto di vista esclusivamente giuridico, i rapporti tra Paesi si fondano spesso su premesse che riconoscono la condivisione di determinati valori da parte dei contraenti ed è per tale motivo che, se quei valori non vengono rispettati, i rapporti possono potenzialmente andare in frantumi. Accettare questo assunto, avvalorato da leggi e trattati firmati dall’Italia, significa comprendere che interrompere le relazioni possa essere giuridicamente legittimo, se non addirittura dovuto. All’interno del dibattito pubblico la partita si è giocata proprio su quest’ultima questione, sulla quale si sono espressi anche intellettuali e filosofi degni di nota come Massimo Cacciari. La discussione riguarda lo stesso tema della ricerca e si interroga sul suo presunto statuto di autonomia, chiedendosi se è legittimo boicottarla per «questioni politiche». Senza avere la pretesa di essere portatori di verità assoluta (che in molti, il già citato Cacciari compreso, paiono messianicamente trasportare nei grandi salotti pubblici della televisione), vale la pena soffermarsi brevemente sulla questione, problematizzandola.
La prima questione da sottolineare è che “università” e “ricerca” sono due cose ben distinte. Le rivendicazioni dei firmatari della lettera non riguardano la ricerca presa in sé e per sé, come attività, bensì la collaborazione con enti ben definiti e di natura puramente istituzionale; che questi siano enti “di ricerca” e che quindi la stessa “ricerca” finisca di mezzo c’entra ben poco con la questione ideale. Boicottare il bando MAECI non risulterebbe insomma come una mancanza di riconoscimento del valore umano e universale della ricerca e neanche costituirebbe una discriminazione nei confronti dei singoli individui israeliani che fanno ricerca, ma porterebbe avanti il rifiuto di collaborare con uno Stato, in modo da denunciarne i crimini. Del valore umano e universale della ricerca, poi, si potrebbe – e dovrebbe – discutere. Se infatti la ricerca si fonda su questi stessi “valori umani e universali”, allora viene da sé che il loro mancato rispetto da parte di Israele fa decadere la pretesa universalità della ricerca stessa, esattamente come ritengono i firmatari della lettera chiamando in causa la sfera giuridica. Se invece la ricerca è essa stessa uno di quei “valori umani e universali” la questione si complica, ma potrebbe portare alla medesima soluzione e questo per il funzionamento stesso del riconoscimento dell’universalità dei valori.
Dire che un particolare valore è universale significa riconoscere l’universalità dei valori. Affermare per esempio che la ricerca è un valore universale, implica il riconoscimento dell’esistenza di un insieme di valori – veri o meno che siano – comuni a tutti quanti, e dunque puramente umani. È sulla base di questo stesso riconoscimento che i firmatari della lettera vengono criticati. Al di là della legittimità filosofica di tale posizione, infatti, la questione dell’applicazione dei valori che vengono riconosciuti come universali porta con sé un forte connotato etico. Secondo le persone contrarie alla lettera, il bando MAECI non andrebbe sospeso perché se ciò avvenisse si minerebbe alla radice il valore della ricerca, che in quanto universale non può venire intaccata da questioni politiche. La ricerca in quanto valore, insomma, non c’entrerebbe nulla con il genocidio in corso a Gaza. Il dilemma etico che sorge, però, è tutt’altro che banale. La pretesa di universalità richiede infatti l’applicazione di quella stessa universalità. Non esiste una scala gerarchica dei valori universali e, se essa esistesse, tutti i valori che si collocano nei gradini più bassi non potrebbero venire considerati universali perché dipenderebbero da quelli più alti: ogni valore universale vale allo stesso modo e non può essere considerato superiore agli altri. Per tale motivo, se nell’applicazione di un valore ne viene meno un altro, decadono entrambi, perché a venire negata non sarebbe solo l’applicazione di quel determinato valore, ma quella dell’intera universalità. Nel caso per esempio in cui considerassimo “il progresso” e “il bene” dei valori universali, se il progresso facesse il male del genere umano non diremmo né di stare facendo del bene né di stare realmente progredendo.
Per quanto l’esempio non sia formalmente corretto, rende l’idea della vasta complessità che regola le questioni etiche, che certamente non può venire ridicolizzata e sintetizzata dietro slogan come “creiamo ponti e non muri”, né tantomeno venire esibita in televisione da sedicenti portatori della verità assoluta. Nel caso specifico della lettera e di tutti gli studenti che si stanno battendo per la sospensione del bando MAECI, riconoscere il valore etico da essi rivendicato, oltre che le reali implicazioni della ricerca in campo politico-militare, è il presupposto necessario per prendere posizione.
[di Dario Lucisano]




Ottimo articolo, ben ragionato.