lunedì 23 Maggio 2022

Dopo 17 mesi l’Etiopia vede la pace: i combattenti del Tigrè accettano la tregua

Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè ha accettato l’appello del governo etiope per una “cessazione delle ostilità” che permetta alle organizzazioni umanitarie di portare gli aiuti alla popolazione. La decisione segue l’annuncio, da parte del governo, di una “tregua umanitaria indefinita”. Dopo 17 mesi di guerra che ha visto opposti il governo centrale e i combattenti del Fronte Popolare e ha portato a una gravissima crisi umanitaria per oltre nove milioni di persone, il conflitto sembra ora giunto a un importante punto di svolta. La speranza è infatti, come afferma lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che l’attuale tregua si traduca in una permanente cessazione degli scontri.

Nella mattinata di venerdì 25 marzo i membri del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF) hanno inviato una comunicazione ad AFP nella quale si dichiaravano “impegnati in una cessazione delle ostilità con effetto immediato”. Solamente un giorno prima il generale Abiy aveva annunciato una “tregua umanitaria a tempo indeterminato”, motivata dal fatto che migliaia di individui avevano cominciato a riversarsi dal Tigrè nelle regioni circostanti per cercare di fuggire dal conflitto. Nell’annunciare la tregua, il presidente Abiy si era detto speranzoso che la mossa potesse aprire “la strada alla risoluzione del conflitto“, invitando a tal fine il TPLF a “desistere da ogni atto di ulteriore aggressione” e a “ritirarsi nelle aree che hanno occupato nelle regioni vicine”. Dal canto loro, i membri del TPLF hanno esortato le autorità etiopi a concretizzare le proprie promesse e ad accelerare la consegna nel Tigrè degli aiuti umanitari, resa impossibile negli ultimi mesi a causa dell’intensità degli scontri in corso.

Il conflitto nel Tigrè è in corso da ormai quasi 17 mesi e vede coinvolte le forze governative leali al primo ministro Abiy e il TPLF, gruppo che rappresenta la comunità tigrina presente in Etiopia. Nel novembre 2020, a poca distanza dalle elezioni governative non autorizzate tenutesi nella regione che avevano visto la vittoria schiacciante del TPLF, il primo ministro Abiy Ahmed Ali (già premio Nobel per la Pace nel 2019) aveva guidato l’esercito in un attacco contro la regione nel tentativo di sottomettere i ribelli. All’attacco da parte delle truppe governative sono seguiti quelli messi in atto dal TPLF, che ha esteso gli scontri anche alle vicine province di Amhara e Afar. In poco più di un anno, il conflitto ha causato migliaia di morti, 2,5 milioni di rifugiati e portato quasi un milione di persone alla carestia.

Nel gennaio di quest’anno il World Food Programme (WFP) dell’ONU aveva dovuto fermare le operazioni a causa dell’intensificarsi dei combattimenti nella regione, che avevano bloccato il passaggio di carburante e cibo. Questo aveva comportato l’esaurimento di alcune scorte di generi alimentari. In quell’occasione, Michael Dunford, Direttore Regionale del WFP per l’Africa orientale, aveva dichiarato la necessità di “garanzie immediate da tutte le parti coinvolte nel conflitto per corridoi umani sicuri, attraverso tutte le strade del nord dell’Etiopia”, poiché la mancanza di cibo e carburante aveva permesso di raggiungere “solo il 20%” della popolazione bisognosa, portando la situazione “a un passo dal disastro umanitario”. La stima, secondo l’ONU, è che circa 9,4 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria, con un aumento di 2,7 milioni di persone in appena 4 mesi. A contribuire alla crisi vi è la mancanza senza precedenti di finanziamenti al WFP.

Secondo quanto riferito dal suo portavoce, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres “spera che questa tregua si traduca in effettiva cessazione delle ostilità, rispettata da tutte le parti in questo conflitto”. Sarà chiaro nelle prossime settimane quali saranno gli sviluppi.

[di Valeria Casolaro]

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