domenica 23 Gennaio 2022

Caro energia: primi fallimenti tra le piccole e medie imprese italiane

Il caro energia è un problema che sta impattando già in modo concreto e preoccupante. Lontano dai riflettori le prime aziende dichiarano bancarotta, annunciando un possibile tsunami che potrebbe abbattersi sul tessuto produttivo italiano nelle prossime settimane, a meno che non vi sia un intervento deciso da parte del Governo. A farne le spese è anche Saxa Gres, importante realtà dell’economia circolare presente nel frusinate con due stabilimenti, a Anagni e Roccasecca, e nel perugino (Gualdo Tadino). L’azienda produce principalmente piastrelle e altri tipi di ceramiche da materiali di riuso. A dicembre ha annunciato il blocco della produzione dal primo al 31 gennaio. Coinvolti in totale 475 lavoratori, i quali verranno posti in cassa integrazione.

La notizia mette in apprensione i sindacati. L’Ugl della provincia di Frosinone, rappresentata da Enzo Valente, in questa occasione sgombra il campo da critiche specifiche alla gestione societaria, osservando che il problema è ben più ampio e che il governo dovrebbe prenderlo maggiormente in considerazione. «Saxa Gres – sottolinea Valente – ha messo in campo 60 milioni di euro di investimenti su Roccasecca per realizzare uno dei più grandi forni d’Europa. Parliamo di economia circolare, modello produttivo importante, e di una fondamentale occasione in termini occupazionali per il territorio. L’azienda si sta infatti impegnando nella reindustrializzazione di siti già esistenti in Ciociaria. Non capisco infatti – prosegue il segretario – per quale motivo sulla finanziaria il governo abbia introdotto misure insufficienti e timide. Mi aspetto altri provvedimenti al di fuori della legge di bilancio. Anche perché il boomerang è destinato ad espandersi. Dalle ceramiche al settore della carta, al vetro e al siderurgico. Insomma tutti quei comparti che fanno utilizzo di forni e altiforni a elevato consumo energetico».

Il settore ceramica ha in tutto 279 industrie, per 2.7500 dipendenti e 6,5 miliardi di fatturato. Su cui però ora gravano 1,4 miliardi di aumento dei costi. Fino ad ora ha in parte ritardato l’esplosione della situazione l’esistenza di contratti di fornitura con accordi bloccati, ma l’aumento vertiginoso del prezzo del gas e il passaggio al mercato libero, già in atto per le Pmi e definitivo anche per clienti domestici e microimprese nel 2024, genera tensione e preannuncia il possibile disastro. Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, auspica la creazione di un acquirente unico europeo dell’energia e ricorda che, se le aziende italiane perderanno competitività, se ne avvantaggeranno quelle del resto d’Europa. Specialmente le tedesche e francesi che hanno una produzione energetica propria.

Come risolvere la questione? Tutti i principali attori sembrano avere una soluzione, che va nella direzione di maggiori investimenti nei loro settori. Ad esempio, il direttore generale di Enel Italia, Nicola Lanzetta su questo afferma: «Per una soluzione di lungo termine e strutturale la strada è proprio investire nelle rinnovabili. Gli impianti costruiti dal 2009 – prosegue – hanno consentito una riduzione del prezzo dell’energia del 10% e se fossimo stati più avanti nei target al 2030 i prezzi attuali sarebbero stati di oltre il 35% più bassi». Non parole senza senza senso, ma è chiaro che si tratta di soluzioni di medio-lungo periodo. Il ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha invece proposto di riprendere le trivellazioni. La cosa sorprende poco (visto che il ministro si sta dimostrando particolarmente attivo sul tema), ma è razionalmente insostenibile: anche volendo ignorare i gravi danni ambientali provocati dalle estrazioni, la verità è che le riserve petrolifere italiane sono assolutamente esigue perché possano costituire una strategia seria per l’approvvigionamento energetico nazionale. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) le riserve certe presenti nel territorio – sia sulla terraferma che in mare – si attestano a 84,8 milioni di tonnellate, equivalenti a poco meno di 606 milioni di barili: in base ai consumi italiani basterebbero per un paio d’anni scarsi.

Il fatto è che senza inquadrare la questione gas dal punto di vista geopolitico non si va lontano. La difficoltà energetica inizia dai problemi di approvvigionamento e dello squilibrio tra domanda-offerta dovuti alla pandemia, ma culmina nella riduzione di forniture da parte della Russia, per fare pressione in merito all’autorizzazione del gasdotto Nord Stream 2, che byepassa l’Ucraina e arriva fino in Germania. Le tensioni con l’Ucraina e le sanzioni per il conflitto in Crimea sono infatti un ulteriore problema, ma Putin ha più volte detto che lo sblocco del gasdotto consentirebbe l’aumento delle forniture e la riduzione dei prezzi. Sull’immediato, la risoluzione del problema non può che passare da un accordo con la Russia, le altre soluzioni possibili richiedono tempi misurabili in anni, e niente potranno per impedire che l’inverno in corso si trasformi in una odissea per famiglie e imprese. Nel frattempo, il Governo italiano potrebbe mitigare i rischi con ampi aiuti finanziari verso famiglie e imprese, ma da palazzo Chigi il primo ministro del “governo dei migliori” per ora non batte nessun colpo.

[di Giampiero Cinelli]

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