domenica 23 Gennaio 2022

Il Congo, le miniere di cobalto e la geopolitica della transizione energetica

Il Congo è al centro della geopolitica della transizione energetica e sempre più lo sarà negli anni a venire. Il Paese africano è leader mondiale assoluto nell’estrazione di cobalto, con un mercato che fa gola a molti colossi in cerca di grandi affari a poco costo, tra lavoro minorile e violazioni dei diritti umani. Nell’ottica della grande partita globale sulla “transizione green”, il cobalto rappresenta una risorsa fondamentale nella costruzione delle batterie di accumulo elettrico. Stati Uniti e Cina, con le loro compagnie, sono certamente i “player” principali della corsa al cobalto nel paese Centroafricano. Nella storia si abbracciano, nella sete di profitto, anche compagnie cinesi e statunitensi: uno dei protagonisti è Hunter Biden, figlio del Presidente USA Joseph Biden. La scorsa settimana, Albert Yuma Mulimbi – affarista e mediatore politico – è stato estromesso dalla carica di Presidente di Gécamines, l’agenzia governativa del Congo che controlla la produzione di metalli come cobalto e rame e le altre risorse cruciali, che ricopriva dal 2010: le accuse sono di corruzione endemica che hanno visto sparire miliardi di dollari. Felix Tshisekedi, Presidente del Congo, ha assunto la carica di Presidente di Gécamines dopo che ha silurato Mulimbi.

Nel 2017, Global Witness definiva l’agenzia presieduta da Yuma Mulimbi come “un buco nero” dell’economia congolese. Miliardi di dollari sono usciti dal paese africano per finire in conti offshore per poi, in parte, rientrare. L’ex Presidente di Gécamines non è però rimasto senza alcuna carica poiché è Supervisore del mercato dell’estrazione di cobalto informale, altrimenti detto “artigianale”, che rappresenta ben il 30% del totale: tradotto, Mulimbi gestisce ancora una fetta di economia che supera l’estrazione di cobalto del secondo estrattore mondiale, la Russia. D’altronde, il potente uomo d’affari ha gestito per un decennio ciò che il Carter Center ha definito uno “stato parallelo”; l’organizzazione fondata dall’ex Presidente USA Jimmy Carter, in A State Affair: Privatizing Congo’s Copper Sector, spiega le tappe che hanno portato al totale processo di sostanziale privatizzazione di cui hanno beneficiato compagnie straniere e alti funzionari dell’agenzia statale Gécamines, tra cui Mulumbi, senza che rimanesse molto per i 90 milioni di congolesi. Come riportato dal New York Times, «alti funzionari del Dipartimento di Stato hanno cercato di costringerlo a uscire dall’agenzia mineraria e hanno spinto per farlo inserire in una lista di sanzioni, sostenendo che per anni ha abusato della sua posizione per arricchire amici, familiari e alleati politici». Yuma Mulimbi, grazie alla sua rete di politica estera, ha elargito somme a funzionari statunitensi e ha offerto presunte informazioni sulla Russia.

Yuma Mulimbi si è difeso dalle accuse affermando che tali calunnie sono funzionali alla destabilizzazione della sovranità economica e politica del Congo. Nel 2018, le autorità statunitensi hanno vietato a Mulimbi l’accesso al paese e minacciato di sanzioni l’allora Presidente di Gécamines, criticato anche per aver stipulato diversi contratti con compagnie cinesi.

Sullo sfondo si intravede infatti lo scontro tra USA e Cina per l’accaparramento di una risorsa divenuta ormai strategica in società che vanno trasformandosi radicalmente con la spinta di multinazionali, consessi internazionali privati e filantrocapitalisti.

Il conflitto tra le due superpotenze per l’estrazione del cobalto (e anche del rame) in Congo è andato intensificandosi a partire dal 2016. In quell’anno infatti, Tenke Fungurume, una delle più grandi miniere di cobalto del mondo, è passata dalle mani statunitensi di Freeport-McMoRan a quelle di China Molybdenum. A mediare l’affare da 2,6 miliardi di dollari è stata la società denominata Bohai Harvest RST (Shanghai) Equity Investment Fund Management Company, nota come BHR. Questa società era stata fondata tre anni prima, nel 2013, da tre statunitensi, tra cui Hunter Biden, insieme a partner cinesi come Bank of China.

BHR ha aiutato a finanziare una società australiana di estrazione del carbone controllata da una società statale cinese, oltre ad aver assistito un conglomerato della difesa cinese nell’acquisto di un produttore di ricambi auto del Michigan. Nel 2016, il solito anno in cui ha favorito la vendita della miniera di Tenke Fungurume, ha comprato e rivenduto quote di partecipazione della società cinese CATL, che oggi è leader mondiale nella produzione di batterie per veicoli elettrici.

Mentre Cina e Stati Uniti si sfidano nella guerra fredda del Ventunesimo secolo, con ampio utilizzo di softpower, pressioni diplomatiche, ritorsioni economiche e operazioni informatiche, c’è anche chi crede che gli affari debbano stare al di sopra di ogni ideologia, quale che sia, reale o presunta, e a dispetto di ogni dichiarazione pubblica di facciata. Così, al tempo della “transizione ecologica”, mentre Biden mostra il lato ideologico nel bacchettare la Cina e il Presidente Xi, suo figlio Hunter si occupa della realpolitk. In questo gioco di luci e di ombre, di specchi, di dita che indicano la luna, pagliuzze e travi negli occhi, il Congo diviene, suo malgrado, attore importante dello spettacolo “green” globale.

[di Michele Manfrin]

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2 Commenti

  1. L’Africa è da secoli e secoli meta di barbari sfruttatori. Possiede ricchezze nel sottosuolo inimmaginabili e decisamente appetitose per gente di pochi scrupoli. Pensiamo solamente alle “città fantasma ” cinesi. Sembra addirittura che i Cinesi spingano TV e radio affinché le trasmissioni vengano fatte in lingua cinese e che nelle scuole si insegni la loro lingua. Portano un popolo alla cancellazione della propria identità. Avete in mente ciò che è successo nel nord e sud America? Questi sono i corsi e ricorsi della storia…

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