domenica 23 Gennaio 2022

La sanguinosa repressione in Birmania nel silenzio della comunità internazionale

Questa mattina Aung San Suu Kyi è stata condannata a quattro anni di carcere per incitazione al dissenso e violazione delle norme contro il Coronavirus. La leader birmana si trova in stato di detenzione dallo scorso febbraio, quando fu deposta in seguito al colpo di stato militare che rovesciò il suo governo. Da allora, i militari hanno messo in atto una violenta repressione del dissenso, uccidendo migliaia di manifestanti che chiedono il ritorno alla democrazia e la scarcerazione di San Suu Kyi. La comunità internazionale, per il momento, si è limitata a guardare.

Violazione delle norme contro la pandemia: queste le accuse rivolte a San Suu Kyi dal governo militare, per le quali dovrà scontare una prima condanna a quattro anni di carcere. La misura ha l’aria di essere un evidente pretesto detenere la leader democratica, che nel frattempo dovrà fare i conti con le numerose altre accuse rivolte contro di lei e che, nel complesso, potrebbero valerle una condanna a più di un secolo di detenzione. Tra queste vi sarebbero diversi reati di corruzione, violazione della legge sui segreti di Stato e frode elettorale.

Dopo il colpo di stato militare del 1° febbraio, l’autoproclamato governo del generale Min Aung Hlaing ha messo in atto una violenta repressione contro la popolazione civile che da 10 mesi richiede la scarcerazione di San Suu Kyi e degli altri leader e il ritorno a un governo democratico. Fino ad ora sono più di 1300 gli oppositori assassinati. L’ultimo episodio risale alla scorsa domenica, quando un veicolo delle forze militari ha travolto un gruppo di persone che protestavano, uccidendone almeno cinque. Secondo alcuni testimoni i militari avrebbero picchiato i manifestanti caduti in terra e puntato i fucili contro coloro che assistevano dalle finestre degli edifici circostanti.

Diversi critici hanno definito il processo contro San Suu Kyi una farsa. Il gruppo ASEAN Parlamentarians for Human Rights, che si occupa di promuovere i diritti umani nel Sudest asiatico, ha dichiarato che “Dal giorno del colpo di stato, è stato chiaro che le accuse contro Aung San Suu Kyi e le decine di altri parlamentari detenuti, non sono state altro che una scusa della giunta per giustificare la loro presa di potere illegale“.

Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, si è sempre strenuamente battuta per opporsi al regime militare che governa la Birmania, motivo per il quale ha scontato in totale quasi 15 anni di carcere o arresti domiciliari. Il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND), aveva ottenuto una vittoria schiacciante già nel 1990, ma i militari ne avevano impedito la salita al potere. La storia è oggi tornata a ripetersi: dopo aver nuovamente vinto ai seggi nel 2015 e nel novembre 2020, i militari hanno accusato San Suu Kyi di frode elettorale e, il 1° febbraio 2021, hanno rovesciato il suo governo. Da allora i manifestanti che chiedono il ritorno al regime democratico sono stati uccisi o torturati, nell’oblio della comunità internazionale.

Nonostante, infatti, l’instancabile attenzione internazionale per gli equilibri politici e la tutela della democrazia in determinate aree geopoliticamente strategiche (vedi il costante aggiornamento delle liste elettorali per le elezioni presidenziali in Libia), nessun media mainstream o governo sembra aver dato particolare peso alla vicenda. Le violenze contro la popolazione civile birmana, che chiede la fine dell’oppressione militare, si svolgono nel disinteresse della comunità internazionale.

Human Rights Watch ha ricordato come le violazioni dei diritti umani in corso in Birmania dovrebbero essere oggetto di preoccupazione internazionale e che le Nazioni Unite e i governi dovrebbero adottare soluzioni quali sanzioni, embargo sulle armi e restrizioni finanziari per destabilizzare il regime militare.

[di Valeria Casolaro]

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