Ieri in Sudan, un vasto paese nordafricano che conta quasi 45 milioni di abitanti, c’è stato un colpo di stato messo in atto da alcuni militari. Nelle prime ore della giornata l’esercito ha arrestato il primo ministro del paese, Abdalla Hamdok, poi il ministro dell’Industria, Ibrahim al Sheikh, e quello dell’Informazione, Hamza Baloul. Oltre a loro, i militari hanno preso di mira anche un consigliere del primo ministro, Faisal Mohammed Saleh. Poche ore dopo il loro arresto, il generale Abdel Fattah al Burhan ha detto che il governo era stato ufficialmente sciolto e che i militari avevano preso il potere per far fronte all’eccessiva instabilità politica nel paese.
Un boccone amaro per la popolazione che cominciava a sperare in una lenta transizione democratica. All’alba il Ministro dell’Informazione aveva già dato l’allarme su Facebook della scomparsa di Abdalla Hamdok, avvenuta in seguito al rifiuto di approvare il colpo di stato. Insieme a lui, si sono perse le tracce anche della moglie. Al momento i due coniugi si trovano in una località sconosciuta.
Detenere Hamdok, per i militari, non è solo una presa di posizione. Significa annullare di fatto un accordo firmato nel 2019, in seguito alla cacciata del dittatore al-Bashir, quando le due parti, civile e militare, hanno accettato di condividere il potere fino alle successive elezioni libere del paese. Le prime, dopo moltissimo tempo.

Chi sono Abdalla Hamdok e Abdel Fattah al Burhan
Abdalla Hamdok ha 65 anni ed è un economista di professione. Preparazione che gli ha permesso di trascorrere gran parte della sua carriera lavorando in istituzioni internazionali. Il suo governo ha visto la luce dopo un periodo di forte repressione politica e sociale. Durante il suo mandato Hamdok è riuscito ad abrogare le leggi dell’era dittatoriale che imponevano alle donne restrizioni sui corsi di studio da frequentare e sugli abiti da indossare. E ancora. In qualità di primo ministro ha vietato la mutilazione genitale femminile e nominato alcune donne a capo di ministeri del governo. Il suo impegno è attivo anche in materia ambientale: prima dell’arresto, Hamdok doveva recarsi in Arabia Saudita per partecipare al Summit della Middle East Green Initiative, evento finalizzato a ridurre le emissioni di carbonio.
Al Burhan, la sua “controparte” militare, ha 61 anni e fino al giorno del golpe era il generale a capo del Consiglio Sovrano del Sudan: un organo collettivo, costituito dalla parte civile e militare che nel 2019, con la caduta del dittatore, aveva preso il posto del Consiglio Militare di Transizione. Hamdok stesso era stato insignito della sua carica dal Consiglio Sovrano. Nel suo discorso post colpo di stato, al Burhan ha detto che i militari “continueranno la transizione democratica del paese”, impegnandosi a portare avanti l’idea delle elezioni previste per il 2023. Intanto, nessun cenno agli arresti. Nelle settimane precedenti c’erano già stati segnali crescenti che i militari, non disposti a condividere pienamente il potere e intenti a proteggere i propri interessi, stavano tramando un atto sovversivo. Il generale al-Burhan ha giustificato le azioni dei militari definendole necessarie per placare i litigi tra fazioni politiche civili rivali: “Quello che sta attraversando il Paese rappresenta una minaccia”, ha detto.
Manifestazioni e violenze
Quando la notizia del colpo di stato ha cominciato a diffondersi, migliaia di manifestanti si sono immediatamente riversati nelle strade della capitale, Khartoum. La televisione trasmetteva immagini di persone che bruciavano pneumatici, avvolte nel denso fumo nero. Informazioni circolate liberamente fino all’interruzione delle connessioni internet, momento dopo il quale è stato difficile rimanere aggiornati sulla situazione. Accade spesso in Sudan: la popolazione ha subìto molti di questi blackout in passato, in particolare quello durato più di due mesi quando a capo c’era sotto Omar Hassan al-Bashir.
Secondo alcune segnalazioni i soldati hanno ucciso alcuni manifestanti riuniti fuori dal quartier generale dell’esercito, a Khartoum. Un gruppo di medici (appartenenti al Comitato centrale dei medici sudanesi) ha confermato l’omicidio, in questi giorni, di almeno sette persone e più di 140 feriti. Altri testimoni hanno raccontato di frequenti scariche di proiettili attorno alla città, durante tutto il giorno.
Il dittatore che mise il Sudan in ginocchio
Non è chiaro dove sia stato portato Hamdok o in che condizioni di salute sia, ma probabilmente con lui sono svanite le fragili speranze democratiche dell’Africa e di tutto il mondo arabo. Quel futuro più prospero in cui la popolazione tornava a credere dopo la cacciata nel 2019 del disprezzato leader del paese Omar Hassan-al-Bashirm. Trent’anni al potere, prima che un’economia completamente allo sbando (in particolare in seguito all’aumento del costo del pane) portasse i cittadini a ribellarsi alla sua dittatura. Aveva 77 anni al-Bashir quando fu imprigionato, ma potrebbe non essere sufficiente una vita intera per scontare i crimini di cui è accusato. Il tribunale internazionale dell’Aia, ad esempio, gli condanna dal 2009 le atrocità commesse dal suo governo in Darfur, dove almeno 300.000 persone sono state uccise e 2,7 milioni sono state sfollate, secondo i dati delle Nazioni Unite, in una guerra durata 5 anni (dal 2003 al 2008). Dopo la caduta, al suo posto è stato istituito un consiglio sovrano di 11 membri: sei civili e cinque capi militari (guidati da Hamdok e al Burhan), con il compito di preparare il Paese alle elezioni, dopo un periodo di transizione di tre anni (quello, appunto, in corso).
Solo il governo di Hamdok è riuscito ad attenuare le rigide politiche islamiste di al-Bashir, abolendo ad esempio l’uso della fustigazione pubblica come arma punitiva. Il primo ministro ha tentato di trovare accordi con alcuni gruppi ribelli ed ha avviato lui stesso indagini sulla sanguinosa repressione della regione del Darfur. Piccoli passi verso la democrazia, seppur deboli e incerti. Grossi sforzi cancellati nel giro di poche ore.

Come si è arrivati al golpe
Nelle settimane che hanno preceduto il golpe, la situazione in Sudan era già molto tesa. Prima di tutto a causa dell’aumento dell’inflazione. Poi per l’irreperibilità in tutto il paese di cibo e carburante, a causa del blocco del principale porto commerciale, per mano di un gruppo ostile al primo ministro Abdalla Hamdok. Secondo alcuni funzionari del governo, il blocco sarebbe stato organizzato dall’esercito per dimostrare l’incapacità del primo ministro e dei suoi colleghi. Non è ancora chiaro se per davvero tutti i militari fossero d’accordo a rovesciare il potere: alcune testimonianze hanno affermato che decine di soldati sudanesi avrebbero manifestato insieme alla popolazione.
In ogni caso, anche tra le due fazioni al potere (la parte civile e militare) sembrava esserci aria di disaccordo. Secondo la fazione “politico-civile”, i militari avrebbero dovuto lasciare il governo prima del 17 novembre: data secondo loro indicativa della fine del periodo di transizione di tre anni, stabilita dopo la cacciata del dittatore. Con l’avvicinarsi della scadenza, i leader civili, compreso il primo ministro Abdalla Hamdok, hanno chiesto indagini sull’esercito per indagare sul ruolo che potrebbe aver ricoperto nei massacri e nella corruzione sotto al-Bashir. Privare i militari della presenza al governo significa sottoporli senza controllo alle indagini e privarli dell’industria dell’oro. Le forze armate, infatti, svolgono un ruolo importante nell’estrazione dell’oro e nell’esportazione a Dubai.
“Hanno paure, hanno interessi e hanno ambizioni”, ha detto Yasser Arman, consigliere politico del primo ministro Abdalla Hamdok, in un’intervista della scorsa settimana.

Le prime conseguenze
Gli Stati Uniti hanno detto di aver messo momentaneamente in standby 700 milioni di dollari destinati all’assistenza diretta al governo sudanese, a causa del colpo di stato. Almeno fino a quando l’esercito sudanese non decide di adempiere alle richieste ricevute: rilasciare immediatamente i leader civili e ristabilire il governo di transizione. Gli stessi desideri espressi in una dichiarazione rilasciata dal capo della Commissione dell’Unione africana: “L’immediata ripresa delle consultazioni tra civili e militari nell’ambito della Dichiarazione politica e del Decreto costituzionale. Il Presidente ribadisce che il dialogo e il consenso sono l’unico percorso rilevante per salvare il Paese e la sua transizione democratica. Il presidente chiede inoltre il rilascio di tutti i leader politici arrestati e il necessario rigoroso rispetto dei diritti umani”.

Probabilmente, però, gli ostacoli al progresso sono troppi. La pandemia, l’inconsistente crescita economica e le continue violenze in Darfur. Hamdok stesso è sopravvissuto a un tentativo di omicidio, sentore di un paese che non riesce a cambiare almeno non fino a quando qualcuno cercherà di prevalere sull’altro. I gruppi pro-democrazia in Sudan hanno chiesto una campagna nazionale di disobbedienza civile per opporsi al colpo di stato militare, ed alcuni funzionari del governo deposto hanno affermato che i lavoratori di alcuni fra i settori più importanti avrebbero scioperato.
[di Gloria Ferrari]





Ho letto anche della vicinanza tra la giunta golpista e l’Egitto di Al Sisi per condizionare l’Etiopia nella costruzione della diga sul Nilo che ovviamente, l’Egitto contrasta.
Da soli non ce la fanno.
Neocolonialismo contrattuale con Paesi sviluppati che si assumono l’impegno di portarli fuori dalla melma, sotto stretto monitoraggio.