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Mentre tutto resta fermo, Gaza si ricostruisce da sola

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Mentre nei salotti della diplomazia a stelle e strisce il “Board of Peace” discute di come implementare le prossime tappe del cessate il fuoco, la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza non si è fermata, e la necessità di ricostruire quanto distrutto da Israele è diventata ancora più impellente. I finanziamenti scarseggiano, i piani di ricostruzione sono ancora un miraggio; la popolazione palestinese di Gaza, tuttavia, ha iniziato a fare da sé. Supportati da un programma delle Nazioni Unite, i cittadini della Striscia stanno rimuovendo le macerie, rassettando le strade, livellando la pavimentazione, per poi riutilizzare gli stessi materiali recuperati per una prima riabilitazione della Striscia. I lavori procedono a ritmo lento, ma costante; ci vorranno anni prima che l’exclave palestinese si riprenda completamente, ma il popolo palestinese sta affermando con forza la propria intenzione a restare nella propria terra, lavorando ogni giorno per la sua ricostruzione.

Nonostante il silenzio tombale calato con la firma della tregua ottobrina, tra le strade di Gaza riecheggia il rumore dei macchinari manovrati dalla stessa popolazione palestinese per smaltire i detriti; il programma di ricostruzione domestica è stato lanciato negli scorsi mesi dalle Nazioni Unite e a oggi ha rimosso circa 287.000 tonnellate di macerie. «È solo la “punta dell’iceberg”», dice Alessandro Mrakic, capo ufficio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), ai microfoni dell’agenzia di stampa Reuters. Il quotidiano parla di uno dei maggiori sgomberi postbellici della storia, con circa 61 milioni tonnellate di macerie da smaltire, rimessa in funzione dei servizi primari, lavori transitori e ricostruzione finale, per una spesa stimata di 71,4 miliardi di dollari in una decade.

Sul fronte dello smaltimento, stanno venendo impiegati macchinari pesanti per demolire i cumuli di cemento distrutto, mentre intanto squadre di operai setacciano l’acciaio e le macerie degli edifici danneggiati. La rimozione delle macerie da Gaza potrebbe richiedere sette anni, ritiene l’UNDP; la stima tuttavia ipotizza un accesso accelerato e senza ostacoli di macchinari pesanti e un approvvigionamento costante di carburante, tutti elementi spesso oggetto delle restrizioni israeliane. I lavori non sono esenti da pericoli: sotto le macerie potrebbero infatti trovarsi ordigni inesplosi, che stanno venendo cercati – ed eventualmente rimossi – in coordinamento con il servizio di sminamento delle Nazioni Unite. I rischi non riguardano solo il lavoro, ma anche la possibilità concreta di finire sotto il fuoco dei soldati israeliani; le aree interessate dal programma sono situate in diverse zone della Striscia, alcune delle quali confinanti con la cosiddetta linea gialla”, la linea entro cui i soldati israeliani dovrebbero – in linea teorica – rimanere stazionati; la posizione di taluni cantieri, spiegano gli stessi lavoratori, espone le persone al rischio di venire colpite da proiettili israeliani vaganti.

A gennaio, l’UNDP aveva assunto 2.819 lavoratori locali per supportare i servizi essenziali a Gaza; si tratta di figure di diversa natura, da semplici operatori a operai qualificati e ingegneri specializzati; non erano – tuttavia – impiegati solo per raccolta e smaltimento dei detriti. L’agenzia dell’ONU parla di diversi programmi attivi con lo scopo di «gettare le basi per comunità più sicure e sane», non solo rimuovendo le macerie, ma anche selezionando, frantumando e riutilizzando i materiali smaltiti nell’ottica della massima riduzione degli sprechi: «Abbiamo utilizzato quasi la stessa quantità di materiale che abbiamo raccolto», spiega Mrakic.

In tutta Gaza, l’UNDP sta rimuovendo e frantumando le macerie a un ritmo di circa 1.500 tonnellate al giorno in cinque siti di frantumazione diversi. Le macerie vengono poi utilizzate per livellare strade e aree di rifugio, nonché per migliorare l’accesso a panifici, cucine e ospedali. Tra i primi progetti attivi, vi è quello della riparazione di tratti della strada Salah al-Din, una delle due arterie principali che percorrono la Striscia di Gaza che risulta vitale per il trasporto di persone e merci. A ora, sono stati riparati oltre 267 tratti stradali nella Striscia di Gaza utilizzando detriti frantumati, per una superficie di oltre 80.000 metri quadrati.

La vera sfida, dopo la riabilitazione delle macerie, è quella che riguarda la riparazione delle infrastrutture, dell’elettricità, dell’acqua, delle fognature, delle scuole e delle strade. Tra le varie cose, l’UNDP sta anche «ripristinando i sistemi fognari e i pozzi e fornendo acqua potabile alle aree che ne hanno più bisogno». L’acqua potabile viene inoltre raccolta e trasportata tramite autocisterne, spesso passando per strade dissestate e aree ristrette, come i rifugi. Ogni giorno, l’UNDP trasporta circa 1.800 metri cubi d’acqua in tutta la Striscia di Gaza, sufficienti per 3.000 persone. Come per molte altre infrastrutture, i palestinesi hanno utilizzato detriti frantumati come base per il campo che si occupa del trasporto quotidiano di acqua.

A Bruxelles il primo biomonitoraggio per misurare la presenza di PFAS in neomamme e donne incinta

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Cristina Guarda PFAS Parlamento europeo

L’invito è puntuale, e non ha nulla di simbolico. Il 9 giugno, al Parlamento europeo di Bruxelles, si svolgerà una giornata di biomonitoraggio allo scopo di rilevare le concentrazioni di inquinanti PFAS nel sangue di un gruppo di neomamme e donne in gravidanza. L’iniziativa mira a rilevare la quantità di TFA (acido trifluoroacetico) uno dei PFAS maggiormente nocivi e tra i meno studiati a livello continentale, ritenuto un interferente endocrino capace di alterare il naturale funzionamento del sistema ormonale con conseguenze gravi sulla salute. Lo screening permetterà finalmente di fare luce sulle conseguenze che l’inquinamento degli PFAS – composti chimici sintetici altamente inquinanti derivanti dalla produzione industriale che, in Italia, hanno contaminato terreni e acque di larga parte della pianura padana – ha sulla maternità e potenzialmente sulle future generazioni. L’Iniziativa è stata promossa da un’europarlamentare italiana, Cristina Guarda, di Alleanza Verdi-Sinistra, ed è aperta alle iscrizioni di tutte le future mamme che vorranno aderire.

Dietro l’iniziativa c’è una tesi politica che Guarda non smette di ripetere. «Finché in Europa continueranno a costruire una narrazione in cui la situazione non è così grave e i PFAS non sono così pericolosi – dice nell’invito diffuso sui suoi canali – chi ci invita a fare più figli spesso poi continua ad avvelenarci». E poi il dato che ricorre come una sentenza: «Solo nei cordoni ombelicali ci sono 42 tipi di PFAS. Non può essere una nostra responsabilità. Deve diventare una nostra lotta, però».

Il TFA è una frontiera scientifica e regolatoria ancora aperta. Sottoprodotto della degradazione di numerosi pesticidi e gas refrigeranti fluorurati, è stato a lungo considerato innocuo. Le ricerche più recenti lo collocano invece tra gli interferenti endocrini sospetti, e le sue tracce vengono rilevate ovunque: acque potabili, piogge, vini europei, sangue umano. La giornata di biomonitoraggio prova a tradurre questa diffusione in dati pubblici, costruendo una mappa del corpo che è anche una mappa politica.

L’iniziativa si inserisce in un percorso parlamentare che procede in parallelo. Il 22 aprile l’eurodeputata ha depositato un’interrogazione prioritaria in cui chiede alla Commissione di chiarire la propria definizione di “uso industriale” e “uso da parte dei consumatori” dei PFAS. La questione è tutt’altro che terminologica: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente citate dalla stessa Guarda, oltre il 99% dei volumi di PFAS riguarda la produzione industriale, e meno dello 0,2% gli articoli destinati al consumatore finale. Da come Bruxelles fisserà questi due perimetri dipende dove si concentreranno davvero le restrizioni e dove, invece, resteranno larghi margini di manovra per le aziende.

Su L’Indipendente abbiamo dedicato ampio spazio al dossier PFAS sul numero del mensile pubblicato ad aprile, ricostruendo la geografia della contaminazione italiana ed europea, le responsabilità industriali, i ritardi della politica e gli enormi danni alla salute certificati da anni di studi scientifici. In quell’inchiesta avevamo intervistato proprio Guarda, raccogliendo un giudizio severo sulla gestione del caso Veneto, terra che la conosce da vicino: è di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dalla contaminazione legata all’ex stabilimento Miteni. «Senza l’Europa non sapremmo niente e continueremmo a bere acqua piena di PFAS», ci aveva detto, denunciando il tentativo di trattare il disastro come un’emergenza locale «per non urtare le sensibilità del mondo industriale».

Da quella stessa esperienza nasce anche la cifra personale dell’iniziativa del 9 giugno. Nelle stesse pagine, Guarda raccontava di aver vissuto «come cittadina contaminata» e di aver conosciuto «l’impossibilità di riuscire ad avere una figlia» fino alla scoperta di una condizione che poteva essere influenzata proprio dalla presenza di interferenti endocrini. Da qui un argomento ricorrente: «È inutile che mi venga chiesto come donna di impegnarmi per fare figli, se poi l’ambiente in cui vivo è contaminato da sostanze chimiche che non soltanto sono cancerogene, ma sono dannosissime per il sistema di sviluppo del bambino fin dall’età fetale». La campagna di biomonitoraggio è il prolungamento concreto di quel ragionamento: nessuna politica per la natalità è credibile se non parte dalla salubrità dell’ambiente in cui si decide di mettere al mondo un figlio.

Il modello, in fondo, è già stato collaudato in Veneto dalle Mamme No PFAS, che da anni tengono accesi i riflettori sulla contaminazione anche grazie ai dati raccolti sui propri corpi e su quelli dei figli. Spostare quella logica dentro le stanze del Parlamento europeo significa avanzare un’ipotesi precisa: che la prova della contaminazione non sia un argomento di dibattito tecnico, ma un fatto biologico misurabile, scritto sulla pelle di chi quei figli li sta mettendo al mondo. Ogni provetta che arriverà al laboratorio sarà un dato in più per costringere Bruxelles a guardare in faccia ciò che da troppo tempo preferisce non vedere.

Neomamme, donne incinte o anche solo donne che hanno in progetto di fare un bambino possono ancora effettuare domanda per partecipare allo screening scrivendo all’indirizzo mail scrivimi@cristinaguarda.it. Spese di viaggio, alloggio e analisi saranno coperte dall’iniziativa promossa dall’eurodeputata veneta di Alleanza Verdi e Sinistra.

 

La resistenza all’IA sta causando problemi a Internet Archive e al giornalismo stesso

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Più di duecento giornalisti hanno firmato una lettera aperta per esprimere gratitudine verso Internet Archive e la sua Wayback Machine, il sistema che conserva e rende consultabili nel tempo le pagine web archiviate. I firmatari intendono evidenziare come si tratti di uno strumento essenziale per il giornalismo d’inchiesta, capace di restituire accesso a portali scomparsi o modificati, e quindi di preservare la memoria digitale del dibattito pubblico. Questo sostegno arriva in un momento delicato per l’organizzazione non profit: un numero crescente di testate sta bloccando la sua possibilità di salvare gli articoli, impedendole di aggiungere nuovi contenuti al suo database. Se questa tendenza dovesse proseguire, una parte significativa della storia del web rischierebbe di svanire, privando giornalisti e cittadini di una risorsa cruciale per la trasparenza e la verifica delle fonti.

La lettera è stata pubblicata a metà aprile e, da allora, ha lentamente guadagnato visibilità, soprattutto sui profili social dei giornalisti, dove è diventata una presenza sempre più ricorrente. «Nelle generazioni precedenti, per verificare i reportage storici, i giornalisti si sarebbero affidati agli archivi fisici di una testata locale o delle biblioteche pubbliche, seguendo i fili del presente indietro nella storia», si legge nel comunicato. «Con molte testate ormai chiuse e senza un percorso chiaro che permetta alle biblioteche pubbliche di conservare le indagini in formato digitale, il compito di salvaguardare le cronache giornalistiche ricade sempre più sulle spalle di Internet Archive».

Il gruppo fa riferimento a ciò che in gergo si definisce “link rot”, ovvero la progressiva decomposizione dei contenuti online: pagine, articoli e documenti che scompaiono o diventano irraggiungibili molto più rapidamente di quanto si immagini. Nel 2024, il Pew Research Center stimava che il 38% dei contenuti pubblicati nell’arco degli ultimi dieci anni fosse ormai perduto. Le cause sono molteplici: fusioni e cessioni aziendali, fallimenti, riduzione dei materiali archiviati sui server, ma anche il semplice disinteresse nel mantenere pagine considerate obsolete che, nel loro piccolo, comportano comunque costi di conservazione.

Internet Archive cerca di tamponare questa criticità preservando la memoria di siti considerati di rilievo e di pagine segnalate direttamente dalla community. In questo modo continua a rappresentare uno degli ultimi baluardi dell’Internet nella sua accezione divulgativa, democratizzante e orizzontale. Negli ultimi mesi, tuttavia, il portale si trova ad affrontare una nuova difficoltà che si somma ai conflitti storici con i grandi gruppi aziendali, spesso contrari alla condivisione dei propri contenuti con l’organizzazione. Molte testate hanno infatti introdotto sistemi per impedire il rastrellamento automatico dei dati. Il risultato è che Internet Archive fatica sempre più ad archiviare i contenuti recenti, rischiando di perdere proprio quella parte di memoria digitale che si propone di salvaguardare.

Non si tratta però di un attacco diretto: Internet Archive si trova nel mezzo di un fuoco incrociato, con i quotidiani che hanno rivisto la gestione dei propri siti nel tentativo disperato di contrastare l’esfiltrazione dei dati da parte delle aziende impegnate ad addestrare modelli di intelligenza artificiale, talvolta con modalità di legittimità discutibile. Il nodo è che gli stessi meccanismi di raccolta automatica impiegati dalle società di IA per saccheggiare articoli e contenuti sono identici a quelli utilizzati da Internet Archive per preservare e catalogare le informazioni chiave. Ne deriva un conflitto tecnico e culturale difficile da risolvere.

La lettera aperta non affronta direttamente questa questione, si limita a ribadire l’importanza cruciale di Internet Archive come strumento di lavoro, sottolineando che molte inchieste contemporanee dipendono dalla sua esistenza. Non vengono formulate richieste né prese di posizione esplicite contro le decisioni delle redazioni, tuttavia è difficile non cogliere un sottotesto di preoccupazione e di appello implicito verso chi guida le aziende editoriali – un invito a riflettere sul fatto che le scelte dirigenziali stanno progressivamente erodendo la possibilità di fare buon giornalismo, limitando l’accesso alle fonti e alla memoria digitale collettiva.

Nel mondo spesi 2.887 miliardi in armi solo nel 2026: è il record assoluto

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La spesa militare globale ha raggiunto un livello record nel 2025 pari a 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024. A trainare l’aumento complessivo della spesa in armi è stata soprattutto l’Europa, seguita dall’Asia, mentre le spese militari degli Stati Uniti sono diminuite soprattutto perché non è stato approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Si tratta dei dati riportati in un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Secondo il ricercatore del SIPRI, Xiao Liang, «considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre». La spesa militare nel 2025 è aumentata per l’undicesimo anno consecutivo, portando l’onere militare globale al 2,5%, il livello più alto dal 2009. Sebbene la crescita sia stata inferiore rispetto all’incremento del +9,7% registrato nel 2024, il calo è stato in gran parte dovuto alla flessione della spesa militare statunitense, mentre al di fuori degli USA, la spesa totale è cresciuta del 9,2%.

In particolare, il principale fattore che ha contribuito all’aumento della spesa militare globale è stato un aumento del 14 per cento in Europa, mentre in Asia e Oceania si è registrato un incremento dell’8,1 per cento. In generale, l’Europa ha raggiunto una spesa complessiva di 864 miliardi di dollari: Russia e Ucraina hanno continuato a incrementare gli investimenti in armi nel quarto anno di guerra, mentre alcuni dei membri europei della NATO hanno portato alla crescita annua della spesa più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della Guerra fredda. Nel dettaglio, la Russia ha aumentato la sua spesa militare del 5,9% nel 2025, raggiungendo i 190 miliardi di dollari, mentre l’Ucraina ha incrementato la propria spesa del 20%, arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ovvero il 40% del suo PIL. Allo stesso tempo, come si legge nel rapporto del SIPRI, “i 29 membri europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del PIL”. In questo contesto, la Germania è stata la nazione che ha speso di più in armamenti, con un aumento del 24% su base annua, raggiungendo i 114 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1990 la soglia del 2% attestandosi al 2,3% del PIL nel 2025. A seguire troviamo la Spagna, che ha aumentato i suoi investimenti in armi del 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del PIL.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, sebbene non sia stato ancora raggiunto il 2% del Pil richiesto dalla NATO, è prevista una crescita graduale della spesa, come sottolineato in un’audizione in Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato: dall’1,57% del Pil nel 2025 si passerà all’1,58% nel 2026 e all’1,61% nel 2027. L’agognato traguardo del 2% richiesto dalla NATO resta fissato non prima del 2028, un obiettivo che il governo stesso ha più volte definito ambizioso ma difficilmente anticipabile. Intanto, la legge di Bilancio per il 2026 conferma un incremento del settore Difesa di circa 1,1 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. In generale, il riarmo italiano vale circa 36 miliardi: l’Osservatorio Mil€x, infatti, ha recentemente certificato che in poco più di tre anni di Legislatura sono stati avviati 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per un totale di 36,4 miliardi.

In Medio Oriente, invece, nonostante le forti tensioni regionali, le spese per la difesa sono rimaste stabili, con una cifra stimata di 218 miliardi di dollari, appena lo 0,1% in più rispetto al 2024. In particolare, la spesa militare di Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, ma è comunque rimasta superiore del 97% rispetto ai dati del 2022. Anche gli investimenti iraniani nel settore sono diminuiti per il secondo anno consecutivo calando del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta però di un calo in termini reali dovuto a un’inflazione annua del 42%, mentre la spesa è aumentata in termini nominali. Secondo Zubaida Karim, ricercatrice del Programma di Spesa Militare e Produzione di Armi del SIPRI, “è quasi certo che le cifre ufficiali sottostimino il livello reale della spesa iraniana: l’Iran utilizza anche le entrate petrolifere extra-bilancio per finanziare le sue forze armate, compresa la produzione di missili e droni”.

In Asia e Oceania, la spesa militare è aumentata, registrando la crescita più rapida dal 2009 con 681 miliardi di dollari, l’8,1% in più rispetto al 2024. A trainare l’incremento sono Cina, Giappone e Taiwan: la prima ha incrementato il proprio budget del 7,4%, arrivando a 336 miliardi di dollari. Si tratta del 31° aumento consecutivo su base annua, a conferma del programma di modernizzazione militare cinese. Gli investimenti giapponesi, invece, sono aumentati del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari, pari all’1,4% del PIL, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha incrementato del 14% la sua spesa, nel contesto di crescente ostilità con la Cina.

In generale, si registra un aumento record delle spese militari determinato dalle crescenti tensioni internazionali e dal rapido mutamento degli equilibri e delle alleanze globali, tra cui la frattura tra Europa e Stati Uniti che ha spinto il Vecchio continente a un riarmo massiccio. Un simile contesto, suggerisce anche un possibile incremento dei conflitti nei prossimi anni.

La surreale circolare del DAP: frigoriferi vietati nelle carceri per rischio rivolte

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Frigoriferi barricaderi: l’ultima tappa dell’ossessione securitaria in carcere. Si intitola così l’ultimo intervento di Stefano Anastasìa, garante dei detenuti e membro fondatore dell’associazione Antigone, relativo alla nuova circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Anastasìa critica duramente la misura che, per «prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna», ha disposto la rimozione di frigoriferi e congelatori da celle e corridoi, per essere posizionati invece in stanze il cui accesso è gestito da detenuti autorizzati e solo “in orari definiti”. «Di stanze da dedicare all’uopo — commenta il garante — non ce ne sono tante con 17mila detenuti più della capienza regolamentare effettivamente disponibile». Al sovraffollamento si aggiunge poi la periodica emergenza caldo, già scattata in giro per l’Italia.

«Con tutti i problemi che le carceri hanno — scrive Stefano Anastasìa — e che immaginiamo abbia anche chi deve dirigerle, dal centro come dalla periferia, tre giorni fa il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avuto tempo di firmare una nota indirizzata ai provveditori regionali» in cui gli spiega le nuove misure da adottare. Via i frigoriferi e i congelatori da celle e corridoi: andranno individuate delle stanze apposite, dove uno o due detenuti autorizzati soddisferanno, in orari stabiliti, le richieste degli altri reclusi. «In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento», si legge nella nota DAP, vista la possibilità di occultare «oggetti o sostanze non consentite» («e negli armadietti no? A quando la loro rimozione?», ironizza Anastasìa). Secondo la disposizione governativa, frigo e congelatori potrebbero poi venire usati per «barricarsi o come strumenti atti ad offendere».

Con una comunicazione al garante, il DAP ha provato ad aggiustare il tiro, sostenendo che la misura riguarderà esclusivamente i pozzetti e i frigo di grandi dimensioni, non anche i minifrigo — che potranno restare nelle celle. «Ma perché a qualcuno di loro è mai capitato di vedere un pozzetto-frigo o un frigo di grandi dimensioni in una cella?», chiede ironico il garante, chiosando: «resta, beninteso, il divieto di frigoriferi di qualsiasi dimensione nei corridoi e l’interdetto a prender da sé e quando se ne ha bisogno quel che si ha in frigo».

La precisazione non risolve la critica iniziale di garante e associazioni per i diritti dei detenuti, rivelando degli ordini di “priorità” estremamente discordanti. Di fronte all’emergenza suicidi in carcere, tanto tra i detenuti quanto gli agenti, al sovraffollamento, ai continui disservizi e ai diritti negati, il governo ha individuato la sua priorità di intervento, concentrando tempo e risorse sulla rimozione di frigoriferi e congelatori.

Filippine: procede l’impeachment per la vicepresidente Duterte

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La commissione giustizia della Camera dei Rappresentanti delle Filippine ha deliberato che ci sono elementi sufficienti per avviare la procedura di impeachment contro la vicepresidente Sara Duterte. Con tale delibera, la denuncia potrà passare a una votazione dalla plenaria, che dovrebbe venire effettuata a partire dalla ripresa dei lavori del Congresso del prossimo mese. In caso di condanna, Duterte, che intende candidarsi alla presidenza, verrebbe rimossa dall’incarico e interdetta a vita dalla vita politica. Duterte è accusata di avere utilizzato impropriamente fondi pubblici per accumulare ricchezza e di avere minacciato il presidente e rivale politico Ferdinand Marcos Jr.

Odissea medica: come sono sopravvissuta alla malasanità italiana e cosa ho imparato

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Cosa succede quando una diagnosi si trasforma in un vero e proprio calvario? Quando un problema clinico apparentemente banale smette di essere tale per il modo in cui viene affrontato? E quanto di ciò che chiamiamo «errore medico» è in realtà il risultato di un sistema che non comunica, non ascolta, e non si mette in discussione?  Tutto ebbe inizio con un comunissimo calcolo salivare. Una di quelle condizioni che, almeno sulla carta, appartengono alla medicina ordinaria. Io ho sofferto di problemi di salute molto più gravi, ma voglio raccontarvi questo caso perché proprio nella sua apparente banalità è esemplificativo di un problema molto più ampio: il malfunzionamento del sistema sanitario. Nel piccolo calvario che vissi, infatti, ebbi modo d’incontrare numerosi esponenti di una specie necessaria, piena di figure magnifiche, ma che può anche essere pericolosa: l’homo medicus. Ma procediamo con ordine. La mia odissea cominciò con il rigonfiamento di una ghiandola salivare del dotto sottomandibolare. Questa ghiandola si era gonfiata e sgonfiata a intermittenza in modo asintomatico. A un certo punto, mentre mi trovavo in Lombardia, la situazione peggiorò di colpo e apparve la classica sintomatologia della colica salivare, non dissimile per intensità e dolore dalle coliche renali.

Con un piccolo inconveniente però: il dolore nella calcolosi salivare si presenta durante la masticazione e la deglutizione. Dopo un paio di giorni divenne talmente intenso da rendermi letteralmente impossibile mangiare. I classici rimedi consigliati in questo caso: assumere cibi non solidi, succhi di frutta, frullati, minestrine non sortirono nessun effetto. Dopo appena uno o due bocconi di cibo iniziava una violentissima colica; il dolore si irradiava alla mandibola, alla guancia, al collo, alla nuca e durava ore.  

Per chi non lo sapesse, quando il corpo entra in uno stato di digiuno forzato la prima cosa che si perde non è il grasso corporeo ma l’acqua. Il corpo letteralmente si prosciuga, la glicemia si abbassa, crolla la pressione, compaiono debolezza estrema, capogiri, squilibri elettrolitici. Il sintomo più spiacevole non è la fame ma la sete. 

Andai perciò all’ospedale di Sondalo, che distava circa un’ora di macchina dal mio paese. Questo ospedale, letteralmente incastonato tra le montagne, ha una vista mozzafiato. Il personale, poi, è di una gentilezza rara; un’infermiera quando notò che avevo freddo, riscaldò una coperta e mi ci avvolse. Dall’esame ecografico risultò un probabile calcolo salivare. Purtroppo l’otorinolaringoiatra non era presente, e il primo appuntamento disponibile era da lì a una settimana. Tornai perciò a casa. Due giorni dopo, a causa della mancanza di cibo, ebbi il primo svenimento. Poi ne ebbi un secondo. 

L’ospedale di Sondalo

Non potendo più aspettare, andai al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, perché, così mi dissero, era un’eccellenza della regione lombarda. E qua voglio aprire una piccola parentesi: la dispersione geografica. In molte aree del nostro paese l’accesso a una struttura sanitaria è innanzitutto un problema di distanza geografica. Per accedere a ospedali ed esami specialistici chi non ha la fortuna di abitare in una grande città deve affrontare ore e ore di viaggio in macchina; impossibili da sostenere per chi è malato o sofferente e non ha un caregiver che guidi e lo sostenga in questi viaggi della speranza. 

Dopo circa tre ore di macchina, arrivai a Bergamo. 

E qui incontrai la peggior specie di medico in cui ci si possa imbattere: l’arrogante incompetente. Non è sempre facile riconoscerlo, ed è ancora più difficile difendersene. Il medico in questione mi visitò e confermò la presenza di un calcolo salivare. Allora chiesi informazioni sulla rimozione chirurgica del calcolo; non riuscivo più ad alimentarmi e stavo letteralmente deperendo.

Il medico mi rispose che un intervento era assolutamente impossibile; si interveniva chirurgicamente solo quando si formava un ascesso; quando compariva, cioè, una grave infezione e il caso diventava un’emergenza medica. Mi disse di continuare con la terapia a base di tachipirina e di assumere cibi acidi per stimolare la produzione di saliva e favorire così l’espulsione del calcolo. Quanto al mio deperimento dovevo «sforzarmi di mangiare e sopportare il dolore». 

Ecco cosa accade quando una condizione non classificata come emergenza viene collocata in un regime di attesa. In questo intervallo, fatto di rinvii e valutazioni frammentate, una persona, anche se giovane e sana, peggiora progressivamente, non per evoluzione naturale della malattia, ma per l’assenza di un intervento tempestivo. L’attesa diventa essa stessa un fattore clinico attivo, capace di trasformare un disturbo circoscritto in uno stato di compromissione sistemica.

A ciò si aggiunge un seconda distorsione etica: la svalutazione del dolore; il dolore viene normalizzato, minimizzato e neutralizzato sulla carta, mentre nella realtà continua a produrre effetti concreti sullo stato di salute della persona. 

Quel giorno, tuttavia, non mi lasciai dissuadere. Sapevo che si poteva intervenire in molti modi sui calcoli, e l’intervento chirurgico non era soltanto l’extrema ratio. Al che il medico s’inalberò: ormai i pazienti, per colpa di internet, si sentivano tutti dottori, ed erano convinti di saperne di più di chi, come lui, aveva studiato medicina. Bisognava aspettare che uscisse da solo, punto e basta. 

Piccolo spoiler: sei giorni dopo, grazie a una risonanza magnetica, avrei scoperto che il mio calcolo aveva una grandezza di 15 mm. Il dotto salivare, invece, ne misura 5; il che significa che in nessun caso e in nessun modo sarebbe potuto uscire da solo; l’unica terapia per un calcolo di tali dimensioni è la rimozione chirurgica. Anche la prescrizione di consumare alimenti acidi per favorire l’espulsione del calcolo era deleteria: i cibi acidi stimolano una iper-produzione di saliva, ma quando il dotto è completamente ostruito, non fa che aumentare la pressione sulla ghiandola e di conseguenza il dolore.

Al di là del soggetto in questione, questa dinamica fa luce su una questione molto più ampia: il rapporto tra sapere medico e potere decisionale. In troppi casi la competenza medica, o presunta tale, smette di essere uno strumento di comprensione e diventa una forma di chiusura e autoritarismo. O per dirla banalmente: io medico prescrivo, detto e formulo, tu paziente obbedisci. Senza avere l’ardire di mettere in discussione quanto sostengo o di porre domande. 

Due giorni dopo questo spiacevole incontro riuscii a fissare un appuntamento con un medico di Milano, specializzato nel trattamento dei calcoli salivari. Privatamente, stavolta. E la musica cambiò: sì, certo, si poteva operare, serviva però una risonanza magnetica per vedere la grandezza del calcolo e dove era ubicato per decidere il tipo d’intervento. Ma bisognava innanzitutto ridurre l’infiammazione per poter operare. Mi prescrisse un farmaco, il celecoxib, un potente anti infiammatorio. 

E lì avvenne il miracolo: la maggior parte del dolore non era provocato dal calcolo in sé, ma da una grave infiammazione della ghiandola. Ridottasi l’infiammazione, diminuì anche il dolore. Riuscii di nuovo mangiare! Lentamente, con qualche dolore, ma riuscivo ad alimentarmi. Tre ospedali, due svenimenti, quattordici giorni di digiuno quasi totale, e a nessuno era venuto in mente di prescrivermi un farmaco leggermente più efficace di una tachipirina. Nelle settimane seguenti recuperai le forze, e potei perfino tornare a lavorare. Caso chiuso, dunque? E invece no. 

Il medico di Milano, seppur competente, rientrava nelle categoria dei «grandi assenteisti». Medici cioè con i quali è quasi impossibile riuscire ad avere un contatto diretto. Anche solo per comunicare il risultato delle analisi richieste bisogna districarsi in un labirinto di segreterie, prenotazioni online, messaggi su whatsapp mai pervenuti. I medici assenteisti, inoltre, sembrano considerare un’offesa rispondere alle domande dei loro pazienti.

Domande come: per quanto tempo devo continuare ad assumere questa terapia? E quale tipo di intervento dovrò fare? Il che tra parentesi significa costi e rischi post operatori diversi. Ma domande simili questi medici le considerano un imperdonabile scocciatura. 

Alla fine riuscii a entrare in possesso di tutti i pezzi del puzzle: il calcolo era troppo grande e profondo, quindi era necessario asportare l’intera ghiandola. Tradotto: intervento in  anestesia generale, degenza in ospedale per almeno tre giorni, con uno spurgo per prevenire eventuali infezioni, al modico prezzo di novemila mila euro, da saldare entro e non oltre quarantotto ore.

Possibili complicazioni dell’asportazione della ghiandola: lesioni del nervo linguale, il nervo che controlla la sensibilità e i movimenti della lingua e dunque influenza anche il parlare, lesioni del nervo mandibolare, lesione del nervo facciale.

A quel punto, contraria all’asportazione della ghiandola, feci ulteriori ricerche su Internet, lessi, consultai e scartabellai centinaia e centinaia di pagine web, e alla fine trovai un articolo pubblicato su una rivista di medicina  su un intervento di scialoendoscopia mini invasiva; una tecnica innovativa di microchirurgia che permetteva di asportare anche i calcoli di grandi dimensioni e al tempo stesso salvaguardare la ghiandola.

Riducendo così anche le possibili complicanze post-operatorie. Riuscii a fissare una visita con il medico in questione, uno dei pochi in Italia, a mettere in pratica questa tecnica. Una sorta di luminare insomma. Ormai però la mia fiducia era a zero e non ne potevo più di percorrere in lungo e in largo la regione Lombardia; presi cartelle, analisi, risonanza, e mandai mio padre all’appuntamento. Se davvero questo medico reputava possibile operarmi me lo passasse al telefono. Il giorno in questione squillò il telefono. 

«Ciao Guendalina, come stai?»  

A quella domanda scattò in me un campanello d’allarme. Il medico mi chiese come stavo, quali farmaci avevo preso, mi chiese di cosa mi occupassi e cosa facessi nella vita. Più parlava, più il mio scetticismo aumentava. Possibile che fosse così gentile? Così umano? Mi spiegò la modalità dell’intervento, mi disse cosa avrei dovuto aspettarmi nel decorso post-operatorio, e addirittura rispose, senza dare segni di fastidio, a tutte le mie domande.

Ecco, pensai, deve esserci qualcosa sotto, questo medico è un ciarlatano! Alla fine mi disse il costo: un terzo di quello preventivato dall’altro medico di Milano. E così decisi di affidarmi a questo signore e mi operai. E andò così: nessuna anestesia generale, ma solo una piccola sedazione, niente cicatrici, niente incisioni esterne, niente spurgo e niente degenza in ospedale. Entrai la mattina alle otto e all’ora di pranzo ero fuori. Dopo due mesi il mio calvario ebbe fine.

E qui si apre un punto decisivo, che va ben oltre la medicina. Non sarei mai arrivata al medico che ha poi risolto il problema, se non avessi applicato l’insegnamento di Kant: «abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza». Questo non significa sostituirsi al medico, né improvvisare diagnosi autonome, ma significa documentarsi e informarsi per sapere quali domande porre, cosa chiedere, quali sono i rischi di un trattamento rispetto a un altro.

Significa diventare da oggetto passivo di decisioni altrui, soggetto che partecipa attivamente al proprio percorso di cura. Significa, in altre parole, diventare avvocati di sé stessi ed essere in grado di scegliere a chi affidarsi. Questo atteggiamento in un’altra occasione mi ha salvata da una diagnosi (errata) di insufficienza renale cronica, ma questa è un’altra storia.

Una menzione d’onore, nella mia vicenda, la merita il ciarlatano della Valtellina, un medico che contattai prima di fare la risonanza magnetica e che si offrì di operarmi il giorno stesso della visita, seduta stante, senza sapere dove fosse ubicato il calcolo, quanto fosse grande e via dicendo. Tutti, e con tutti intendo gli altri dottori che consultai, sapevano chi fosse. Lo conoscevano di fama per così dire e avreste dovuto le loro facce quando menzionavo questo signore, ma a quanto pare continua a esercitare.

Questa esperienza, infine, mi ha spinta a ragionare sulle assicurazioni per poter accedere alla sanità privata, ed è ciò che oggi mi sentirei di consigliare a chiunque per non restare intrappolati in un sistema, quello pubblico, fatto di liste d’attesa infinite, ritardi nelle diagnosi e nelle terapie che spesso, nei casi davvero gravi, uccidono tanto quanto la malattia stessa.

 

Roma, fermato l’aggressore del 25 aprile: farebbe parte della Brigata Ebraica

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È stato fermato questa mattina l’autore degli spari al corteo romano del 25 aprile. Si tratta di un ragazzo di 21 anni, Eitan Bondi, attualmente indagato per tentato omicidio e porto abusivo d’armi. Bondi ha ammesso le proprie responsabilità e ha dichiarato di far parte della Brigata Ebraica, che invece sostiene di non conoscere il ragazzo. Nel frattempo è intervenuta anche la comunità ebraica capitolina che attraverso le parole del presidente Victor Fadlun ha condannato e si è dissociata «senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica. Esprimiamo fiducia nel lavoro della procura e delle forze dell’ordine».

Lavoro: cosa c’è nel nuovo decreto “primo maggio” approvato dal governo Meloni

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto-legge in materia di lavoro, prontamente ribattezzato decreto “primo maggio”. Si tratta di una misura da circa un miliardo di euro, con il quale verranno rinnovati bonus e incentivi per le aziende che assumono giovani e donne, soprattutto se residenti nel Mezzogiorno. C’è una novità: gli incentivi saranno destinati esclusivamente alle aziende che pagano in maniera adeguata i propri dipendenti. Nessun salario minimo: la maggioranza punta sul “salario giusto”, cioè un trattamento economico in linea coi contratti collettivi nazionali. Il decreto servirà dunque a premiare quella che dovrebbe essere una condizione di legalità e normalità lavorativa.

«Nel primo anno ci occupavamo del cuneo, nel 2024 degli incentivi, nel 2025 della sicurezza sul lavoro. Quest’anno ci siamo voluti concentrare sulla qualità del lavoro e sui salari più bassi», dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa. Il decreto rinnova diversi incentivi alle aziende che puntano sul lavoro giovanile e femminile: sono previsti esoneri contributivi fino a 650 euro al mese per le assunzioni di donne; il bonus sale a 800 euro in caso di residenza nel Mezzogiorno, dove nel 2024 è stata istituita una Zona economica speciale (ZES) unica. L’incentivo verrà erogato fino al raggiungimento del limite di spesa, fissato a 26,5 milioni per l’anno in corso. Discorso simile per i giovani under 35, con gli esoneri contributivi fissati a 500 euro mensili (650 se i lavoratori risiedono nel Mezzogiorno). Per il 2026 il governo stanzia 109,7 milioni di euro.

Il tutto con «una novità che noi — dice Giorgia Meloni — consideriamo molto importante, e cioè che a quegli incentivi si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto». Continua dunque il braccio di ferro con le opposizioni: alla loro richiesta di introdurre il salario minimo, il governo Meloni risponde con il salario giusto, coerente cioè con il contratto collettivo nazionale (CCNL) più rappresentativo per il lavoratore. Nel decreto viene inserito anche un meccanismo per incentivare il rinnovo dei CCNL, a partire dal 2027: nel caso di contratti scaduti e non rinnovati entro 12 mesi scatta un adeguamento automatico sullo stipendio, pari al 30% dell’inflazione. Quindi, con un’inflazione al 10%, si avrebbe un aumento del 3% in busta paga.

Come spiegato dalla leader di Fratelli d’Italia, l’aderenza ai contratti stipulati dai sindacati, in chiave salari giusti, non si limita alla sola retribuzione ma anche a tutti i benefici collaterali, come ad esempio i giorni di ferie. C’è poi il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva. Per accedere agli incentivi governativi, le aziende dovranno indicare negli annunci il contratto applicato ai lavoratori e il relativo salario. «Significa che grazie a queste norme chi sottoscrive dei contratti pirata e chi sottopaga i lavoratori, non avrà diritto a incentivi pubblici sul lavoro», spiega Meloni. Il governo premierà dunque le aziende che rispetteranno il minimo sindacale, senza inventarsi particolari benefici per i lavoratori. Verrà quindi ricompensata, come evento straordinario, una condizione di legalità e normalità lavorativa.

Il decreto prevede poi degli interventi per «combattere quello che è stato definito il “caporalato digitale” che colpisce in particolare i rider», dice Meloni. Vengono potenziati gli obblighi delle piattaforme in termini di pubblicità e trasparenza, in particolar modo sui compensi e sulle attività svolte dai lavoratori. L’obiettivo è costruire una banca dati da mettere a disposizione delle autorità in caso di accertamenti e indagini, monitorando salari e ritmi di lavoro. Vengono poi introdotte delle sanzioni per chi, nello svolgimento dell’impiego, utilizza identità altrui; per i rider è stato disposto l’obbligo di identificazione digitale.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato che usciranno dall’OPEC

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro decisione di uscire dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC e OPEC+). A dare la notizia è l’agenzia di stampa statale WAM che precisa che la decisione, la quale avrà effetto a partire dal 1° maggio 2026, riflette «la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e il loro profilo energetico in evoluzione» e segue una revisione delle politiche energetiche del Paese. Dopo l’uscita dall’OPEC, il Paese «immetterà sul mercato una produzione aggiuntiva in modo graduale e misurato», conclude l’agenzia.

La decsione arriva nel mezzo di quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha definito la peggior crisi energetica di sempre e fa seguito a una «revisione completa» nelle politiche di produzione energetica del Paese. Quella che Abu Dhabi intende perseguire è una «responsabilità sovrana in una nuova era energetica», rimanendo però un «partner energetico affidabile e responsabile». Nel comunicato, il Paese ha riferito di avere l’intenzione di immettere nel mercato quantità aggiuntive di petrolio, «in linea con la domanda e le condizioni di mercato», impegnandosi «a sostegno della stabilità dei mercati energetici globali». Il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei, ha dichiarato alla stampa che si tratta di una scelta puramente «politica», orientata all’interesse delle «strategie energetiche del Paese» anche nell’ottica della situazione attuale.

In passato, gli Emirati avevano già manifestato l’intenzione di uscire dall’Organizzazione. Fondata nel 1960, questa riunisce una dozzina di Paesi che, complessivamente, controllano circa l’80% delle riserve di petrolio del mondo, contribuendo al 40% della produzione globale – oltre a detenera circa il 35% delle scorte esistenti di gas naturale. L’Organizzazione detiene il controllo sul prezzo del petrolio fissando le quote di produzione dei propri membri. Un potere notevole è detenuto dall’Arabia Saudita, la cui produzione di greggio supera enormemente quella degli altri – oltre il 34% del totale del gruppo (9 milioni di barili al giorno) nel 2024, rispetto all’11% (3 milioni di barili al giorno) degli Emirati. Dal canto suo, Abu Dhabi ha sempre sostenuto che le quote OPEC limitassero di molto la sua capacità di produzione. Uscendo dall’Organizzazione, il Paese potrebbe aumentare la produzione e, di conseguenza, anche le esportazioni – non prima, tuttavia, che il traffico marittimo nel Golfo sia definitivamente sbloccato e normalizzato, a seguito di una risoluzione del conflitto tra Iran, USA e Israele.

La mossa indubbiamente indebolisce di molto l’Organizzazione, la cui produzione è stata notevolmente ridotta per via degli attacchi condotti dall’Iran contro le infrastrutture energetiche del Golfo. ADNOC, colosso petrolifero statale degli Emirati, ha dovuto chiudere la propria raffineria a Ruwais (la cui capacità è di 922 mila barili al giorno) a seguito dell’incendio provocatosi per l’attacco di un drone. Per motivi analoghi, altri siti di produzione hanno dovuto fermare le attività in larga parte dei Paesi del Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, poi, ha inferto un ulteriore colpo alla produzione. Secondo l’AIE, la produzione dell’OPEC+ è crollata di 9mb/g (milioni di barili al giorno) su base mensile, passando a 42,4mb/g.