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Filippine: procede l’impeachment per la vicepresidente Duterte

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La commissione giustizia della Camera dei Rappresentanti delle Filippine ha deliberato che ci sono elementi sufficienti per avviare la procedura di impeachment contro la vicepresidente Sara Duterte. Con tale delibera, la denuncia potrà passare a una votazione dalla plenaria, che dovrebbe venire effettuata a partire dalla ripresa dei lavori del Congresso del prossimo mese. In caso di condanna, Duterte, che intende candidarsi alla presidenza, verrebbe rimossa dall’incarico e interdetta a vita dalla vita politica. Duterte è accusata di avere utilizzato impropriamente fondi pubblici per accumulare ricchezza e di avere minacciato il presidente e rivale politico Ferdinand Marcos Jr.

Odissea medica: come sono sopravvissuta alla malasanità italiana e cosa ho imparato

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Cosa succede quando una diagnosi si trasforma in un vero e proprio calvario? Quando un problema clinico apparentemente banale smette di essere tale per il modo in cui viene affrontato? E quanto di ciò che chiamiamo «errore medico» è in realtà il risultato di un sistema che non comunica, non ascolta, e non si mette in discussione?  Tutto ebbe inizio con un comunissimo calcolo salivare. Una di quelle condizioni che, almeno sulla carta, appartengono alla medicina ordinaria. Io ho sofferto di problemi di salute molto più gravi, ma voglio raccontarvi questo caso perché proprio nella sua apparente banalità è esemplificativo di un problema molto più ampio: il malfunzionamento del sistema sanitario. Nel piccolo calvario che vissi, infatti, ebbi modo d’incontrare numerosi esponenti di una specie necessaria, piena di figure magnifiche, ma che può anche essere pericolosa: l’homo medicus. Ma procediamo con ordine. La mia odissea cominciò con il rigonfiamento di una ghiandola salivare del dotto sottomandibolare. Questa ghiandola si era gonfiata e sgonfiata a intermittenza in modo asintomatico. A un certo punto, mentre mi trovavo in Lombardia, la situazione peggiorò di colpo e apparve la classica sintomatologia della colica salivare, non dissimile per intensità e dolore dalle coliche renali.

Con un piccolo inconveniente però: il dolore nella calcolosi salivare si presenta durante la masticazione e la deglutizione. Dopo un paio di giorni divenne talmente intenso da rendermi letteralmente impossibile mangiare. I classici rimedi consigliati in questo caso: assumere cibi non solidi, succhi di frutta, frullati, minestrine non sortirono nessun effetto. Dopo appena uno o due bocconi di cibo iniziava una violentissima colica; il dolore si irradiava alla mandibola, alla guancia, al collo, alla nuca e durava ore.  

Per chi non lo sapesse, quando il corpo entra in uno stato di digiuno forzato la prima cosa che si perde non è il grasso corporeo ma l’acqua. Il corpo letteralmente si prosciuga, la glicemia si abbassa, crolla la pressione, compaiono debolezza estrema, capogiri, squilibri elettrolitici. Il sintomo più spiacevole non è la fame ma la sete. 

Andai perciò all’ospedale di Sondalo, che distava circa un’ora di macchina dal mio paese. Questo ospedale, letteralmente incastonato tra le montagne, ha una vista mozzafiato. Il personale, poi, è di una gentilezza rara; un’infermiera quando notò che avevo freddo, riscaldò una coperta e mi ci avvolse. Dall’esame ecografico risultò un probabile calcolo salivare. Purtroppo l’otorinolaringoiatra non era presente, e il primo appuntamento disponibile era da lì a una settimana. Tornai perciò a casa. Due giorni dopo, a causa della mancanza di cibo, ebbi il primo svenimento. Poi ne ebbi un secondo. 

L’ospedale di Sondalo

Non potendo più aspettare, andai al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, perché, così mi dissero, era un’eccellenza della regione lombarda. E qua voglio aprire una piccola parentesi: la dispersione geografica. In molte aree del nostro paese l’accesso a una struttura sanitaria è innanzitutto un problema di distanza geografica. Per accedere a ospedali ed esami specialistici chi non ha la fortuna di abitare in una grande città deve affrontare ore e ore di viaggio in macchina; impossibili da sostenere per chi è malato o sofferente e non ha un caregiver che guidi e lo sostenga in questi viaggi della speranza. 

Dopo circa tre ore di macchina, arrivai a Bergamo. 

E qui incontrai la peggior specie di medico in cui ci si possa imbattere: l’arrogante incompetente. Non è sempre facile riconoscerlo, ed è ancora più difficile difendersene. Il medico in questione mi visitò e confermò la presenza di un calcolo salivare. Allora chiesi informazioni sulla rimozione chirurgica del calcolo; non riuscivo più ad alimentarmi e stavo letteralmente deperendo.

Il medico mi rispose che un intervento era assolutamente impossibile; si interveniva chirurgicamente solo quando si formava un ascesso; quando compariva, cioè, una grave infezione e il caso diventava un’emergenza medica. Mi disse di continuare con la terapia a base di tachipirina e di assumere cibi acidi per stimolare la produzione di saliva e favorire così l’espulsione del calcolo. Quanto al mio deperimento dovevo «sforzarmi di mangiare e sopportare il dolore». 

Ecco cosa accade quando una condizione non classificata come emergenza viene collocata in un regime di attesa. In questo intervallo, fatto di rinvii e valutazioni frammentate, una persona, anche se giovane e sana, peggiora progressivamente, non per evoluzione naturale della malattia, ma per l’assenza di un intervento tempestivo. L’attesa diventa essa stessa un fattore clinico attivo, capace di trasformare un disturbo circoscritto in uno stato di compromissione sistemica.

A ciò si aggiunge un seconda distorsione etica: la svalutazione del dolore; il dolore viene normalizzato, minimizzato e neutralizzato sulla carta, mentre nella realtà continua a produrre effetti concreti sullo stato di salute della persona. 

Quel giorno, tuttavia, non mi lasciai dissuadere. Sapevo che si poteva intervenire in molti modi sui calcoli, e l’intervento chirurgico non era soltanto l’extrema ratio. Al che il medico s’inalberò: ormai i pazienti, per colpa di internet, si sentivano tutti dottori, ed erano convinti di saperne di più di chi, come lui, aveva studiato medicina. Bisognava aspettare che uscisse da solo, punto e basta. 

Piccolo spoiler: sei giorni dopo, grazie a una risonanza magnetica, avrei scoperto che il mio calcolo aveva una grandezza di 15 mm. Il dotto salivare, invece, ne misura 5; il che significa che in nessun caso e in nessun modo sarebbe potuto uscire da solo; l’unica terapia per un calcolo di tali dimensioni è la rimozione chirurgica. Anche la prescrizione di consumare alimenti acidi per favorire l’espulsione del calcolo era deleteria: i cibi acidi stimolano una iper-produzione di saliva, ma quando il dotto è completamente ostruito, non fa che aumentare la pressione sulla ghiandola e di conseguenza il dolore.

Al di là del soggetto in questione, questa dinamica fa luce su una questione molto più ampia: il rapporto tra sapere medico e potere decisionale. In troppi casi la competenza medica, o presunta tale, smette di essere uno strumento di comprensione e diventa una forma di chiusura e autoritarismo. O per dirla banalmente: io medico prescrivo, detto e formulo, tu paziente obbedisci. Senza avere l’ardire di mettere in discussione quanto sostengo o di porre domande. 

Due giorni dopo questo spiacevole incontro riuscii a fissare un appuntamento con un medico di Milano, specializzato nel trattamento dei calcoli salivari. Privatamente, stavolta. E la musica cambiò: sì, certo, si poteva operare, serviva però una risonanza magnetica per vedere la grandezza del calcolo e dove era ubicato per decidere il tipo d’intervento. Ma bisognava innanzitutto ridurre l’infiammazione per poter operare. Mi prescrisse un farmaco, il celecoxib, un potente anti infiammatorio. 

E lì avvenne il miracolo: la maggior parte del dolore non era provocato dal calcolo in sé, ma da una grave infiammazione della ghiandola. Ridottasi l’infiammazione, diminuì anche il dolore. Riuscii di nuovo mangiare! Lentamente, con qualche dolore, ma riuscivo ad alimentarmi. Tre ospedali, due svenimenti, quattordici giorni di digiuno quasi totale, e a nessuno era venuto in mente di prescrivermi un farmaco leggermente più efficace di una tachipirina. Nelle settimane seguenti recuperai le forze, e potei perfino tornare a lavorare. Caso chiuso, dunque? E invece no. 

Il medico di Milano, seppur competente, rientrava nelle categoria dei «grandi assenteisti». Medici cioè con i quali è quasi impossibile riuscire ad avere un contatto diretto. Anche solo per comunicare il risultato delle analisi richieste bisogna districarsi in un labirinto di segreterie, prenotazioni online, messaggi su whatsapp mai pervenuti. I medici assenteisti, inoltre, sembrano considerare un’offesa rispondere alle domande dei loro pazienti.

Domande come: per quanto tempo devo continuare ad assumere questa terapia? E quale tipo di intervento dovrò fare? Il che tra parentesi significa costi e rischi post operatori diversi. Ma domande simili questi medici le considerano un imperdonabile scocciatura. 

Alla fine riuscii a entrare in possesso di tutti i pezzi del puzzle: il calcolo era troppo grande e profondo, quindi era necessario asportare l’intera ghiandola. Tradotto: intervento in  anestesia generale, degenza in ospedale per almeno tre giorni, con uno spurgo per prevenire eventuali infezioni, al modico prezzo di novemila mila euro, da saldare entro e non oltre quarantotto ore.

Possibili complicazioni dell’asportazione della ghiandola: lesioni del nervo linguale, il nervo che controlla la sensibilità e i movimenti della lingua e dunque influenza anche il parlare, lesioni del nervo mandibolare, lesione del nervo facciale.

A quel punto, contraria all’asportazione della ghiandola, feci ulteriori ricerche su Internet, lessi, consultai e scartabellai centinaia e centinaia di pagine web, e alla fine trovai un articolo pubblicato su una rivista di medicina  su un intervento di scialoendoscopia mini invasiva; una tecnica innovativa di microchirurgia che permetteva di asportare anche i calcoli di grandi dimensioni e al tempo stesso salvaguardare la ghiandola.

Riducendo così anche le possibili complicanze post-operatorie. Riuscii a fissare una visita con il medico in questione, uno dei pochi in Italia, a mettere in pratica questa tecnica. Una sorta di luminare insomma. Ormai però la mia fiducia era a zero e non ne potevo più di percorrere in lungo e in largo la regione Lombardia; presi cartelle, analisi, risonanza, e mandai mio padre all’appuntamento. Se davvero questo medico reputava possibile operarmi me lo passasse al telefono. Il giorno in questione squillò il telefono. 

«Ciao Guendalina, come stai?»  

A quella domanda scattò in me un campanello d’allarme. Il medico mi chiese come stavo, quali farmaci avevo preso, mi chiese di cosa mi occupassi e cosa facessi nella vita. Più parlava, più il mio scetticismo aumentava. Possibile che fosse così gentile? Così umano? Mi spiegò la modalità dell’intervento, mi disse cosa avrei dovuto aspettarmi nel decorso post-operatorio, e addirittura rispose, senza dare segni di fastidio, a tutte le mie domande.

Ecco, pensai, deve esserci qualcosa sotto, questo medico è un ciarlatano! Alla fine mi disse il costo: un terzo di quello preventivato dall’altro medico di Milano. E così decisi di affidarmi a questo signore e mi operai. E andò così: nessuna anestesia generale, ma solo una piccola sedazione, niente cicatrici, niente incisioni esterne, niente spurgo e niente degenza in ospedale. Entrai la mattina alle otto e all’ora di pranzo ero fuori. Dopo due mesi il mio calvario ebbe fine.

E qui si apre un punto decisivo, che va ben oltre la medicina. Non sarei mai arrivata al medico che ha poi risolto il problema, se non avessi applicato l’insegnamento di Kant: «abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza». Questo non significa sostituirsi al medico, né improvvisare diagnosi autonome, ma significa documentarsi e informarsi per sapere quali domande porre, cosa chiedere, quali sono i rischi di un trattamento rispetto a un altro.

Significa diventare da oggetto passivo di decisioni altrui, soggetto che partecipa attivamente al proprio percorso di cura. Significa, in altre parole, diventare avvocati di sé stessi ed essere in grado di scegliere a chi affidarsi. Questo atteggiamento in un’altra occasione mi ha salvata da una diagnosi (errata) di insufficienza renale cronica, ma questa è un’altra storia.

Una menzione d’onore, nella mia vicenda, la merita il ciarlatano della Valtellina, un medico che contattai prima di fare la risonanza magnetica e che si offrì di operarmi il giorno stesso della visita, seduta stante, senza sapere dove fosse ubicato il calcolo, quanto fosse grande e via dicendo. Tutti, e con tutti intendo gli altri dottori che consultai, sapevano chi fosse. Lo conoscevano di fama per così dire e avreste dovuto le loro facce quando menzionavo questo signore, ma a quanto pare continua a esercitare.

Questa esperienza, infine, mi ha spinta a ragionare sulle assicurazioni per poter accedere alla sanità privata, ed è ciò che oggi mi sentirei di consigliare a chiunque per non restare intrappolati in un sistema, quello pubblico, fatto di liste d’attesa infinite, ritardi nelle diagnosi e nelle terapie che spesso, nei casi davvero gravi, uccidono tanto quanto la malattia stessa.

 

Roma, fermato l’aggressore del 25 aprile: farebbe parte della Brigata Ebraica

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È stato fermato questa mattina l’autore degli spari al corteo romano del 25 aprile. Si tratta di un ragazzo di 21 anni, Eitan Bondi, attualmente indagato per tentato omicidio e porto abusivo d’armi. Bondi ha ammesso le proprie responsabilità e ha dichiarato di far parte della Brigata Ebraica, che invece sostiene di non conoscere il ragazzo. Nel frattempo è intervenuta anche la comunità ebraica capitolina che attraverso le parole del presidente Victor Fadlun ha condannato e si è dissociata «senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica. Esprimiamo fiducia nel lavoro della procura e delle forze dell’ordine».

Lavoro: cosa c’è nel nuovo decreto “primo maggio” approvato dal governo Meloni

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto-legge in materia di lavoro, prontamente ribattezzato decreto “primo maggio”. Si tratta di una misura da circa un miliardo di euro, con il quale verranno rinnovati bonus e incentivi per le aziende che assumono giovani e donne, soprattutto se residenti nel Mezzogiorno. C’è una novità: gli incentivi saranno destinati esclusivamente alle aziende che pagano in maniera adeguata i propri dipendenti. Nessun salario minimo: la maggioranza punta sul “salario giusto”, cioè un trattamento economico in linea coi contratti collettivi nazionali. Il decreto servirà dunque a premiare quella che dovrebbe essere una condizione di legalità e normalità lavorativa.

«Nel primo anno ci occupavamo del cuneo, nel 2024 degli incentivi, nel 2025 della sicurezza sul lavoro. Quest’anno ci siamo voluti concentrare sulla qualità del lavoro e sui salari più bassi», dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa. Il decreto rinnova diversi incentivi alle aziende che puntano sul lavoro giovanile e femminile: sono previsti esoneri contributivi fino a 650 euro al mese per le assunzioni di donne; il bonus sale a 800 euro in caso di residenza nel Mezzogiorno, dove nel 2024 è stata istituita una Zona economica speciale (ZES) unica. L’incentivo verrà erogato fino al raggiungimento del limite di spesa, fissato a 26,5 milioni per l’anno in corso. Discorso simile per i giovani under 35, con gli esoneri contributivi fissati a 500 euro mensili (650 se i lavoratori risiedono nel Mezzogiorno). Per il 2026 il governo stanzia 109,7 milioni di euro.

Il tutto con «una novità che noi — dice Giorgia Meloni — consideriamo molto importante, e cioè che a quegli incentivi si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto». Continua dunque il braccio di ferro con le opposizioni: alla loro richiesta di introdurre il salario minimo, il governo Meloni risponde con il salario giusto, coerente cioè con il contratto collettivo nazionale (CCNL) più rappresentativo per il lavoratore. Nel decreto viene inserito anche un meccanismo per incentivare il rinnovo dei CCNL, a partire dal 2027: nel caso di contratti scaduti e non rinnovati entro 12 mesi scatta un adeguamento automatico sullo stipendio, pari al 30% dell’inflazione. Quindi, con un’inflazione al 10%, si avrebbe un aumento del 3% in busta paga.

Come spiegato dalla leader di Fratelli d’Italia, l’aderenza ai contratti stipulati dai sindacati, in chiave salari giusti, non si limita alla sola retribuzione ma anche a tutti i benefici collaterali, come ad esempio i giorni di ferie. C’è poi il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva. Per accedere agli incentivi governativi, le aziende dovranno indicare negli annunci il contratto applicato ai lavoratori e il relativo salario. «Significa che grazie a queste norme chi sottoscrive dei contratti pirata e chi sottopaga i lavoratori, non avrà diritto a incentivi pubblici sul lavoro», spiega Meloni. Il governo premierà dunque le aziende che rispetteranno il minimo sindacale, senza inventarsi particolari benefici per i lavoratori. Verrà quindi ricompensata, come evento straordinario, una condizione di legalità e normalità lavorativa.

Il decreto prevede poi degli interventi per «combattere quello che è stato definito il “caporalato digitale” che colpisce in particolare i rider», dice Meloni. Vengono potenziati gli obblighi delle piattaforme in termini di pubblicità e trasparenza, in particolar modo sui compensi e sulle attività svolte dai lavoratori. L’obiettivo è costruire una banca dati da mettere a disposizione delle autorità in caso di accertamenti e indagini, monitorando salari e ritmi di lavoro. Vengono poi introdotte delle sanzioni per chi, nello svolgimento dell’impiego, utilizza identità altrui; per i rider è stato disposto l’obbligo di identificazione digitale.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato che usciranno dall’OPEC

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro decisione di uscire dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC e OPEC+). A dare la notizia è l’agenzia di stampa statale WAM che precisa che la decisione, la quale avrà effetto a partire dal 1° maggio 2026, riflette «la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e il loro profilo energetico in evoluzione» e segue una revisione delle politiche energetiche del Paese. Dopo l’uscita dall’OPEC, il Paese «immetterà sul mercato una produzione aggiuntiva in modo graduale e misurato», conclude l’agenzia.

La decsione arriva nel mezzo di quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha definito la peggior crisi energetica di sempre e fa seguito a una «revisione completa» nelle politiche di produzione energetica del Paese. Quella che Abu Dhabi intende perseguire è una «responsabilità sovrana in una nuova era energetica», rimanendo però un «partner energetico affidabile e responsabile». Nel comunicato, il Paese ha riferito di avere l’intenzione di immettere nel mercato quantità aggiuntive di petrolio, «in linea con la domanda e le condizioni di mercato», impegnandosi «a sostegno della stabilità dei mercati energetici globali». Il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei, ha dichiarato alla stampa che si tratta di una scelta puramente «politica», orientata all’interesse delle «strategie energetiche del Paese» anche nell’ottica della situazione attuale.

In passato, gli Emirati avevano già manifestato l’intenzione di uscire dall’Organizzazione. Fondata nel 1960, questa riunisce una dozzina di Paesi che, complessivamente, controllano circa l’80% delle riserve di petrolio del mondo, contribuendo al 40% della produzione globale – oltre a detenera circa il 35% delle scorte esistenti di gas naturale. L’Organizzazione detiene il controllo sul prezzo del petrolio fissando le quote di produzione dei propri membri. Un potere notevole è detenuto dall’Arabia Saudita, la cui produzione di greggio supera enormemente quella degli altri – oltre il 34% del totale del gruppo (9 milioni di barili al giorno) nel 2024, rispetto all’11% (3 milioni di barili al giorno) degli Emirati. Dal canto suo, Abu Dhabi ha sempre sostenuto che le quote OPEC limitassero di molto la sua capacità di produzione. Uscendo dall’Organizzazione, il Paese potrebbe aumentare la produzione e, di conseguenza, anche le esportazioni – non prima, tuttavia, che il traffico marittimo nel Golfo sia definitivamente sbloccato e normalizzato, a seguito di una risoluzione del conflitto tra Iran, USA e Israele.

La mossa indubbiamente indebolisce di molto l’Organizzazione, la cui produzione è stata notevolmente ridotta per via degli attacchi condotti dall’Iran contro le infrastrutture energetiche del Golfo. ADNOC, colosso petrolifero statale degli Emirati, ha dovuto chiudere la propria raffineria a Ruwais (la cui capacità è di 922 mila barili al giorno) a seguito dell’incendio provocatosi per l’attacco di un drone. Per motivi analoghi, altri siti di produzione hanno dovuto fermare le attività in larga parte dei Paesi del Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, poi, ha inferto un ulteriore colpo alla produzione. Secondo l’AIE, la produzione dell’OPEC+ è crollata di 9mb/g (milioni di barili al giorno) su base mensile, passando a 42,4mb/g.

Libano: Israele continua a violare la tregua

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L’aviazione israeliana ha lanciato un nuovo attacco sulla città libanese di Hanine, distruggendo diverse abitazioni. A darne notizia è Al Jazeera, citando l’Agenzia nazionale di stampa libanese (NNA). Nelle scorse ore i bombardamenti israeliani hanno colpito anche Naqoura, sulla costa, e la città di Khiam. La violazione del cessate il fuoco si aggiunge all’invasione terrestre formalizzata con la creazione di una nuova “linea gialla”, sul modello di quanto fatto nei mesi scorsi a Gaza.

Canada: i popoli indigeni difendono i propri diritti, il governo cede 3 volte in 3 settimane

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Canada popoli indigeni

Il premier della Columbia Britannica David Eby aveva promesso di svuotare la legge che protegge i diritti dei popoli indigeni della provincia, definendo il provvedimento come "non negoziabile". Tre settimane dopo, aveva ceduto tre volte.
La storia comincia nel dicembre 2025, quando la Corte d'Appello della Columbia Britannica stabilisce che il regime provinciale sulle concessioni minerarie viola il DRIPA, la Declaration on the Rights of Indigenous Peoples Act, la legge approvata all'unanimità nel 2019 che recepisce nella legislazione provinciale la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indi...

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Israele, nasce la coalizione anti-Netanyahu: ma sulla Palestina ha lo stesso programma

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I media la definiscono la “strana coppia”, dipingendola come un’inaspettata alleanza per liberare Israele da Netanyahu; la coalizione tra la Nuova Destra di Naftali Bennet e i centristi di Yesh Atid guidati da Yair Lapid, tuttavia, non ha proprio niente di “strano”. Attualmente all’opposizione, Bennett e Lapid hanno annunciato la nascita della nuova lista comparendo spalla a spalla in una conferenza stampa ripresa gloriosamente dalla stampa italiana. Il sodalizio tra i due leader si chiamerà Yachad (Insieme), e sarà guidato proprio dal leader di destra Bennett; nulla di nuovo sotto il Sole, visto che questi medesimi politici e i rispettivi partiti furono alla guida dell’esecutivo del 2021, il cosiddetto “governo del cambiamento” che diede avvio all’operazione Break the Wave in Cisgiordania, in cui Israele uccise oltre 150 palestinesi. Sia Bennet che Lapid hanno sempre appoggiato la campagna israeliana a Gaza e promettono di «non cedere un centimetro di terre al nemico», così da compiere «l’atto più sionista e più patriottico di sempre».

L’alleanza tra Bennett e Lapid è stata annunciata dai medesimi leader la sera del 26 aprile. «Sono felice di informarvi che stasera, insieme al mio amico Yair Lapid, sto compiendo l’atto più sionista e più patriottico che abbiamo mai compiuto, per il nostro Paese», sono state le prime parole di Bennett, che guiderà la coalizione. Nel suo annuncio, il capo del partito Nuova Destra loda il proprio rivale politico e il lavoro svolto con lui nel precedente esecutivo: Bennet e Lapid hanno governato insieme tra il 2021 e il 2022, in quello che è stato definito “governo del cambiamento”. L’esecutivo teneva insieme diversi partiti, e tra i vari era sostenuto anche da Ra’am, la Lista Araba Unita; quello di Bennett e Lapid fu il primo governo della storia di Israele a ricevere sostegno da un partito arabo e l’unico a spodestare – seppure per breve tempo – il premier Netanyahu negli ultimi 17 anni. L’alleanza prevedeva un sistema di rotazione automatico e giuridicamente vincolante per la carica di primo ministro: tra il 2021 e il 2023 il governo avrebbe dovuto essere guidato da Bennett e successivamente da Lapid. A causa delle divergenze dovute all’ampia coalizione, tuttavia, la rotazione ebbe luogo nel 2022, e poco dopo il governo si sciolse, lasciando nuovamente spazio a Netanyahu, insediatosi con l’attuale esecutivo.

Non è ancora chiaro se la nuova coalizione Yachad seguirà il medesimo principio della rotazione. Quello che è certo è che questa volta l’alleanza non vedrà la partecipazione di partiti arabi, e che sarà orientata verso la destra sionista. Obiettivi dichiarati di Yachad sono quelli di istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, limitare il mandato di primo ministro a otto anni, estendere la leva obbligatoria anche agli ultra-ortodossi Haredi, e «proteggere le terre del nostro Paese», senza «cedere un centimetro al nemico». Il programma completo della nuova coalizione non è ancora noto, ma alla luce di tutto è molto improbabile che – in caso di una loro vittoria – la situazione dei palestinesi muterebbe: Lapid ha sempre usato la questione palestinese come argomento politico, predicando a voce di volere perseguire la soluzione dei due Stati senza mai realmente dialogare con i rappresentanti palestinesi. Durante il suo governo con Bennett, Israele mise la questione palestinese sotto il proverbiale tappetto, e piuttosto lanciò l’operazione Break the Wave in risposta ad attacchi contro la popolazione israeliana, la maggior parte dei quali condotti da membri di gruppi ben lontani dalla resistenza palestinese – come l’ISIS. Negli ultimi due anni e mezzo, Lapid si è schierato sin dall’inizio a favore delle operazioni militari israeliane a Gaza, e ha contestato i mandati d’arresto della CPI contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Bennett, invece, è sempre stato su sua stessa ammissione contrario alla formazione di uno Stato palestinese e alla concessione di terre alla Palestina. Nel 2018, il leader della Nuova Destra si scagliò contro le politiche del governo Netanyahu definendole troppo morbide nei confronti dei palestinesi: «Dobbiamo distruggere le case dei terroristi. Non contarle, distruggerle». Il medesimo anno, Bennett propose la dottrina definita “shoot to kill”, per gestire i palestinesi di Gaza: «Se fossi ministro della Difesa», commentava allora, «non permetterei ai terroristi di attraversare il confine da Gaza ogni giorno. E se lo facessero, dovremmo sparare per uccidere»; Bennet è anche un sostenitore dei coloni, di politiche per rinsaldare l’identità ebraica del Paese e di misure per rafforzare l’esercito e il settore della sicurezza, e si è sempre schierato contro la collaborazione con l’ANP.

Bielorussia, liberato giornalista in carcere

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La Bielorussia ha rilasciato il giornalista Andrzej Poczobut nell’ambito di uno scambio di prigionieri con Varsavia che ha visto la liberazione di un totale di 10 persone. Poczobut è una figura di spicco della minoranza polacca della Bielorussia, e stava scontando una pena di otto anni di carcere in un caso che la Polonia definiva motivato politicamente; era stato arrestato nel 2021 dopo avere coperto mediaticamente una manifestazione antigovernativa. Lo scambio tra Bielorussia e Polonia arriva in un generale momento di distensione tra Minsk e l’Occidente; la Bielorussia ha già liberato diversi prigionieri dopo un accordo con gli USA, ottenendo in cambio un alleggerimento delle sanzioni.

La protesta degli indigeni Ayoreo in Italia: «Il vostro pellame ucciderà il nostro popolo»

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Ayoreo pelle conceria Italia

Porai Picanerai è nato nella foresta del Chaco paraguaiano, in un gruppo che non aveva ancora visto un uomo bianco. Ha vissuto come cacciatore e raccoglitore per i primi vent’anni della sua vita, finché nel 1986 un gruppo di missionari evangelici statunitensi iniziarono ad organizzare spedizioni per portare la “salvezza” agli incontattati. Lui e la sua famiglia furono trascinati fuori dalla foresta. Molti dei suoi parenti non sopravvissero alle malattie che arrivarono col contatto. Quelli che riuscirono a restare nel bosco — fratelli, zii, nipoti — ci sono ancora. Ma la foresta intorno a loro si assottiglia ogni mese, abbattuta dai bulldozer degli allevatori.

Il 24 aprile Porai è arrivato a Milano per la prima volta nella sua vita. Con lui c’era Darajidi Rosalino Picanerai, insegnante e leader della sua comunità. Sono venuti per dire a un Paese che non li conosce una cosa molto semplice: l’Italia sta comprando le pelli degli animali allevati sulla loro terra, e queste pelli stanno finanziando la distruzione dell’ultima foresta dove i loro parenti possono vivere liberi.

L’Italia è infatti la principale destinazione mondiale delle pelli paraguaiane. Riceve oltre la metà delle esportazioni globali del Paraguay, e il 99% di quelle dirette verso l’Unione Europea. Il pellame paraguaiano arriva nelle concerie italiane e da lì nei sedili delle automobili, nelle giacche, nei divani. L’analisi più recente di Earthsight, pubblicata il 31 marzo 2026, conferma che tra gennaio 2025 e febbraio 2026 l’82% delle pelli paraguaiane importate in Italia proveniva da fornitori ad alto rischio deforestazione. Le rivendicazioni formali degli indigeni sono iniziate nel 1993 e nel 2016 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha ordinato al Paraguay di proteggere il territorio, vietando ogni ulteriore deforestazione. Il governo di Asunción non ha rispettato l’ordine.

Il territorio degli Ayoreo Totobiegosode si trova nel Gran Chaco paraguaiano, una delle Regioni con il tasso di deforestazione più alto del mondo. I dati del Global Forest Watch, la piattaforma di monitoraggio forestale globale basata sui rilevamenti satellitari dell’Università del Maryland, confermano che le foreste del Chaco paraguaiano continuano a scomparire più velocemente di qualsiasi altra del pianeta. A guadagnarci sono le grandi aziende agroindustriali, che abbattono gli alberi, bruciano quello che resta e introducono gli allevamenti di bestiame. Il governo del Paraguay, nel 2001, aveva formalmente riconosciuto 550mila ettari nell’Alto Paraguay come patrimonio naturale e culturale degli Ayoreo. Dopo anni di rivendicazioni, i titoli di proprietà trasferiti ammontano a poche migliaia di ettari, per di più non contigui: appezzamenti isolati che impediscono ai gruppi incontattati di muoversi liberamente per nutrirsi e sopravvivere.

I due leader avevano chiesto di essere ricevuti dall’Unione delle Concerie Italiane (UNIC), l’associazione di categoria che rappresenta le aziende del settore. UNIC ha rifiutato e quindi Survival International, l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni che li ha accompagnati, ha organizzato una manifestazione davanti alla sede milanese dell’associazione. Alla Direttrice Generale Fulvia Bacchi è stata consegnata una lettera-appello. Nei giorni precedenti, la delegazione era stata invece ricevuta al Ministero degli Affari Esteri, al Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano, e al Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduto da Laura Boldrini, che si è impegnata a «fare nostro l’appello degli Ayoreo e delle rappresentanti di Survival International Italia che li hanno accompagnati, che chiedono anche al governo italiano di agire per fermare questo scempio».

«Per favore, assicuratevi che il pellame che comprate non provenga da territori indigeni deforestati», sono le parole di Porai Picanerai. «Credo che se la vostra gente sapesse che il nostro popolo rischia di morire a causa della deforestazione, se fossero brave persone, non vorrebbero comprarlo».

«Nel nostro territorio c’è molta deforestazione, ma noi e i nostri fratelli incontattati abbiamo bisogno della foresta per sopravvivere», ha aggiunto Darajidi Picanerai. «Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto perché nel nostro Paese non ci ascolta nessuno. Vogliamo dirvi di non comprare più quelle pelli fino a quando i territori non saranno tornati in mano indigena».

La visita non è casuale nei tempi. Nei prossimi giorni la Commissione Europea valuterà una revisione del Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR). La scadenza è ora fissata al 30 dicembre 2026 ma l’approvazione — che obbligherebbe le aziende a dimostrare che i prodotti importati non provengano da terreni deforestati —  è già stata rinviata due volte. L’industria conciaria italiana sta facendo pressione, anche attraverso il governo, affinché il pellame venga escluso dall’elenco delle materie prime soggette al regolamento. Il caso degli Ayoreo, secondo Survival International, dimostra precisamente il contrario: senza tracciabilità obbligatoria, la filiera resta opaca e la deforestazione continua a essere finanziata inconsapevolmente dai consumatori europei.

Un precedente esiste, e non è trascurabile. Nel dicembre 2022 Survival aveva presentato un’istanza formale contro Pasubio, allora il principale importatore italiano di pelli paraguaiane, al Punto di Contatto Nazionale italiano dell’OCSE. Dopo un lungo dialogo, nel dicembre 2023 Pasubio aveva annunciato la decisione di interrompere gli acquisti da fornitori che minacciano le foreste degli Ayoreo. Da allora, in assenza di garanzie verificabili sulla filiera, non ha più acquistato pelli dal Paraguay.

A marzo 2026, oltre cento Ayoreo Totobiegosode hanno bloccato un’importante arteria stradale paraguaiana per protestare contro la distruzione continua del loro territorio. Secondo l’ultimo rapporto di Survival International sui popoli incontattati, se governi e aziende non interverranno, la metà dei 196 popoli e gruppi che oggi vivono senza contatto con il mondo esterno potrebbe essere sterminata entro i prossimi dieci anni.

Nota: la foto di copertina è stata pubblicata da Survival International