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Israele, nasce la coalizione anti-Netanyahu: ma sulla Palestina ha lo stesso programma

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I media la definiscono la “strana coppia”, dipingendola come un’inaspettata alleanza per liberare Israele da Netanyahu; la coalizione tra la Nuova Destra di Naftali Bennet e i centristi di Yesh Atid guidati da Yair Lapid, tuttavia, non ha proprio niente di “strano”. Attualmente all’opposizione, Bennett e Lapid hanno annunciato la nascita della nuova lista comparendo spalla a spalla in una conferenza stampa ripresa gloriosamente dalla stampa italiana. Il sodalizio tra i due leader si chiamerà Yachad (Insieme), e sarà guidato proprio dal leader di destra Bennett; nulla di nuovo sotto il Sole, visto che questi medesimi politici e i rispettivi partiti furono alla guida dell’esecutivo del 2021, il cosiddetto “governo del cambiamento” che diede avvio all’operazione Break the Wave in Cisgiordania, in cui Israele uccise oltre 150 palestinesi. Sia Bennet che Lapid hanno sempre appoggiato la campagna israeliana a Gaza e promettono di «non cedere un centimetro di terre al nemico», così da compiere «l’atto più sionista e più patriottico di sempre».

L’alleanza tra Bennett e Lapid è stata annunciata dai medesimi leader la sera del 26 aprile. «Sono felice di informarvi che stasera, insieme al mio amico Yair Lapid, sto compiendo l’atto più sionista e più patriottico che abbiamo mai compiuto, per il nostro Paese», sono state le prime parole di Bennett, che guiderà la coalizione. Nel suo annuncio, il capo del partito Nuova Destra loda il proprio rivale politico e il lavoro svolto con lui nel precedente esecutivo: Bennet e Lapid hanno governato insieme tra il 2021 e il 2022, in quello che è stato definito “governo del cambiamento”. L’esecutivo teneva insieme diversi partiti, e tra i vari era sostenuto anche da Ra’am, la Lista Araba Unita; quello di Bennett e Lapid fu il primo governo della storia di Israele a ricevere sostegno da un partito arabo e l’unico a spodestare – seppure per breve tempo – il premier Netanyahu negli ultimi 17 anni. L’alleanza prevedeva un sistema di rotazione automatico e giuridicamente vincolante per la carica di primo ministro: tra il 2021 e il 2023 il governo avrebbe dovuto essere guidato da Bennett e successivamente da Lapid. A causa delle divergenze dovute all’ampia coalizione, tuttavia, la rotazione ebbe luogo nel 2022, e poco dopo il governo si sciolse, lasciando nuovamente spazio a Netanyahu, insediatosi con l’attuale esecutivo.

Non è ancora chiaro se la nuova coalizione Yachad seguirà il medesimo principio della rotazione. Quello che è certo è che questa volta l’alleanza non vedrà la partecipazione di partiti arabi, e che sarà orientata verso la destra sionista. Obiettivi dichiarati di Yachad sono quelli di istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, limitare il mandato di primo ministro a otto anni, estendere la leva obbligatoria anche agli ultra-ortodossi Haredi, e «proteggere le terre del nostro Paese», senza «cedere un centimetro al nemico». Il programma completo della nuova coalizione non è ancora noto, ma alla luce di tutto è molto improbabile che – in caso di una loro vittoria – la situazione dei palestinesi muterebbe: Lapid ha sempre usato la questione palestinese come argomento politico, predicando a voce di volere perseguire la soluzione dei due Stati senza mai realmente dialogare con i rappresentanti palestinesi. Durante il suo governo con Bennett, Israele mise la questione palestinese sotto il proverbiale tappetto, e piuttosto lanciò l’operazione Break the Wave in risposta ad attacchi contro la popolazione israeliana, la maggior parte dei quali condotti da membri di gruppi ben lontani dalla resistenza palestinese – come l’ISIS. Negli ultimi due anni e mezzo, Lapid si è schierato sin dall’inizio a favore delle operazioni militari israeliane a Gaza, e ha contestato i mandati d’arresto della CPI contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Bennett, invece, è sempre stato su sua stessa ammissione contrario alla formazione di uno Stato palestinese e alla concessione di terre alla Palestina. Nel 2018, il leader della Nuova Destra si scagliò contro le politiche del governo Netanyahu definendole troppo morbide nei confronti dei palestinesi: «Dobbiamo distruggere le case dei terroristi. Non contarle, distruggerle». Il medesimo anno, Bennett propose la dottrina definita “shoot to kill”, per gestire i palestinesi di Gaza: «Se fossi ministro della Difesa», commentava allora, «non permetterei ai terroristi di attraversare il confine da Gaza ogni giorno. E se lo facessero, dovremmo sparare per uccidere»; Bennet è anche un sostenitore dei coloni, di politiche per rinsaldare l’identità ebraica del Paese e di misure per rafforzare l’esercito e il settore della sicurezza, e si è sempre schierato contro la collaborazione con l’ANP.

Bielorussia, liberato giornalista in carcere

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La Bielorussia ha rilasciato il giornalista Andrzej Poczobut nell’ambito di uno scambio di prigionieri con Varsavia che ha visto la liberazione di un totale di 10 persone. Poczobut è una figura di spicco della minoranza polacca della Bielorussia, e stava scontando una pena di otto anni di carcere in un caso che la Polonia definiva motivato politicamente; era stato arrestato nel 2021 dopo avere coperto mediaticamente una manifestazione antigovernativa. Lo scambio tra Bielorussia e Polonia arriva in un generale momento di distensione tra Minsk e l’Occidente; la Bielorussia ha già liberato diversi prigionieri dopo un accordo con gli USA, ottenendo in cambio un alleggerimento delle sanzioni.

La protesta degli indigeni Ayoreo in Italia: «Il vostro pellame ucciderà il nostro popolo»

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Ayoreo pelle conceria Italia

Porai Picanerai è nato nella foresta del Chaco paraguaiano, in un gruppo che non aveva ancora visto un uomo bianco. Ha vissuto come cacciatore e raccoglitore per i primi vent’anni della sua vita, finché nel 1986 un gruppo di missionari evangelici statunitensi iniziarono ad organizzare spedizioni per portare la “salvezza” agli incontattati. Lui e la sua famiglia furono trascinati fuori dalla foresta. Molti dei suoi parenti non sopravvissero alle malattie che arrivarono col contatto. Quelli che riuscirono a restare nel bosco — fratelli, zii, nipoti — ci sono ancora. Ma la foresta intorno a loro si assottiglia ogni mese, abbattuta dai bulldozer degli allevatori.

Il 24 aprile Porai è arrivato a Milano per la prima volta nella sua vita. Con lui c’era Darajidi Rosalino Picanerai, insegnante e leader della sua comunità. Sono venuti per dire a un Paese che non li conosce una cosa molto semplice: l’Italia sta comprando le pelli degli animali allevati sulla loro terra, e queste pelli stanno finanziando la distruzione dell’ultima foresta dove i loro parenti possono vivere liberi.

L’Italia è infatti la principale destinazione mondiale delle pelli paraguaiane. Riceve oltre la metà delle esportazioni globali del Paraguay, e il 99% di quelle dirette verso l’Unione Europea. Il pellame paraguaiano arriva nelle concerie italiane e da lì nei sedili delle automobili, nelle giacche, nei divani. L’analisi più recente di Earthsight, pubblicata il 31 marzo 2026, conferma che tra gennaio 2025 e febbraio 2026 l’82% delle pelli paraguaiane importate in Italia proveniva da fornitori ad alto rischio deforestazione. Le rivendicazioni formali degli indigeni sono iniziate nel 1993 e nel 2016 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha ordinato al Paraguay di proteggere il territorio, vietando ogni ulteriore deforestazione. Il governo di Asunción non ha rispettato l’ordine.

Il territorio degli Ayoreo Totobiegosode si trova nel Gran Chaco paraguaiano, una delle Regioni con il tasso di deforestazione più alto del mondo. I dati del Global Forest Watch, la piattaforma di monitoraggio forestale globale basata sui rilevamenti satellitari dell’Università del Maryland, confermano che le foreste del Chaco paraguaiano continuano a scomparire più velocemente di qualsiasi altra del pianeta. A guadagnarci sono le grandi aziende agroindustriali, che abbattono gli alberi, bruciano quello che resta e introducono gli allevamenti di bestiame. Il governo del Paraguay, nel 2001, aveva formalmente riconosciuto 550mila ettari nell’Alto Paraguay come patrimonio naturale e culturale degli Ayoreo. Dopo anni di rivendicazioni, i titoli di proprietà trasferiti ammontano a poche migliaia di ettari, per di più non contigui: appezzamenti isolati che impediscono ai gruppi incontattati di muoversi liberamente per nutrirsi e sopravvivere.

I due leader avevano chiesto di essere ricevuti dall’Unione delle Concerie Italiane (UNIC), l’associazione di categoria che rappresenta le aziende del settore. UNIC ha rifiutato e quindi Survival International, l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni che li ha accompagnati, ha organizzato una manifestazione davanti alla sede milanese dell’associazione. Alla Direttrice Generale Fulvia Bacchi è stata consegnata una lettera-appello. Nei giorni precedenti, la delegazione era stata invece ricevuta al Ministero degli Affari Esteri, al Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano, e al Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduto da Laura Boldrini, che si è impegnata a «fare nostro l’appello degli Ayoreo e delle rappresentanti di Survival International Italia che li hanno accompagnati, che chiedono anche al governo italiano di agire per fermare questo scempio».

«Per favore, assicuratevi che il pellame che comprate non provenga da territori indigeni deforestati», sono le parole di Porai Picanerai. «Credo che se la vostra gente sapesse che il nostro popolo rischia di morire a causa della deforestazione, se fossero brave persone, non vorrebbero comprarlo».

«Nel nostro territorio c’è molta deforestazione, ma noi e i nostri fratelli incontattati abbiamo bisogno della foresta per sopravvivere», ha aggiunto Darajidi Picanerai. «Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto perché nel nostro Paese non ci ascolta nessuno. Vogliamo dirvi di non comprare più quelle pelli fino a quando i territori non saranno tornati in mano indigena».

La visita non è casuale nei tempi. Nei prossimi giorni la Commissione Europea valuterà una revisione del Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR). La scadenza è ora fissata al 30 dicembre 2026 ma l’approvazione — che obbligherebbe le aziende a dimostrare che i prodotti importati non provengano da terreni deforestati —  è già stata rinviata due volte. L’industria conciaria italiana sta facendo pressione, anche attraverso il governo, affinché il pellame venga escluso dall’elenco delle materie prime soggette al regolamento. Il caso degli Ayoreo, secondo Survival International, dimostra precisamente il contrario: senza tracciabilità obbligatoria, la filiera resta opaca e la deforestazione continua a essere finanziata inconsapevolmente dai consumatori europei.

Un precedente esiste, e non è trascurabile. Nel dicembre 2022 Survival aveva presentato un’istanza formale contro Pasubio, allora il principale importatore italiano di pelli paraguaiane, al Punto di Contatto Nazionale italiano dell’OCSE. Dopo un lungo dialogo, nel dicembre 2023 Pasubio aveva annunciato la decisione di interrompere gli acquisti da fornitori che minacciano le foreste degli Ayoreo. Da allora, in assenza di garanzie verificabili sulla filiera, non ha più acquistato pelli dal Paraguay.

A marzo 2026, oltre cento Ayoreo Totobiegosode hanno bloccato un’importante arteria stradale paraguaiana per protestare contro la distruzione continua del loro territorio. Secondo l’ultimo rapporto di Survival International sui popoli incontattati, se governi e aziende non interverranno, la metà dei 196 popoli e gruppi che oggi vivono senza contatto con il mondo esterno potrebbe essere sterminata entro i prossimi dieci anni.

Nota: la foto di copertina è stata pubblicata da Survival International

Il caso Ofer Winter: il turismo può davvero essere neutrale?

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Nelle scorse settimane, una vicenda emersa in Italia ha portato al centro del dibattito pubblico una questione: il turismo può essere neutrale? Al centro del caso, la prevista presenza dell’ex Generale israeliano Ofer Winter, atteso a Capaccio Paestum tra il 31 marzo e il 9 aprile come ospite di un pacchetto turistico organizzato dall’agenzia Pastoral Tour, in concomitanza con la Pasqua ebraica, presso l’Hotel Ariston. Diverse fonti e organizzazioni per i diritti umani indicano Winter come uno dei responsabili delle operazioni militari israeliane a Rafah nell’agosto 2014, durante il cosiddetto “Venerdì nero”. Per evitare la cattura di un ufficiale fu ordinato di aprire il fuoco indiscriminato senza soste sulla popolazione palestinese. Winter ha ammesso in interviste pubbliche di aver ordinato quel massacro tramite la cosiddetta (famigerata) Hannibal Directive.

Le accuse nei confronti di Winter non riguardano solo operazioni militari con centinaia di vittime civili, ma anche ciò che ha dichiarato pubblicamente: «L’obiettivo finale deve essere: nessun palestinese a Gaza». «La vittoria arriverà quando non ci saranno più arabi a Gaza». Parole che configurano un’istigazione alla cancellazione di un popolo, in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.

Il 23 marzo, la Hind Rajab Foundation ha depositato un esposto presso la Procura di Roma, chiedendo verifiche sulla presenza del generale sul territorio italiano e sulla possibilità di procedere nei suoi confronti. L’iniziativa si inserisce nell’obiettivo di contrastare l’impunità per crimini internazionali, ritenuta un fattore che favorisce il protrarsi delle violazioni.

Il viaggio di Winter sarebbe quindi saltato. Nei giorni successivi, lo stesso generale avrebbe diffuso un messaggio in cui confermava di essere stato inizialmente previsto tra i partecipanti, ma che il viaggio era stato annullato, continuando poi con toni espliciti e minacciosi nei confronti della fondazione HRF e del movimento BDS.

Tuttavia, l’evento è rimasto in programma e la comitiva israeliana è arrivata a Capaccio, rimanendo sul territorio cilentano fino al 9 aprile. Alcuni attivisti cilentani che l’8 aprile stavano manifestando pacificamente davanti all’Hotel sono stati accolti con il lancio di oggetti e insulti da parte dei “turisti” israeliani.

Secondo alcune testimonianze locali, tra i partecipanti vi sarebbe stata anche la presenza di membri dell’IDF. Non turisti qualsiasi, dunque. Ricordiamo che tra coscritti attivi e riservisti mobilitati, oltre 500.000 cittadini israeliani (tra uomini e donne) sono stati impegnati in ruoli militari tra il 2024 e il 2025, è pertanto altamente probabile che alcuni soldati IDF, che hanno commesso crimini di guerra, circolino impuniti in vacanza.

Il punto non è soltanto ricostruire i fatti, ma capirne il significato. Il caso di Capaccio non riguarda solo la presenza di un generale accusato di crimini di guerra o di militari in vacanza. Ospitare, organizzare e accogliere non possono essere gesti neutri, soprattutto quando coinvolgono persone accusate di violazioni del diritto internazionale. Bisogna stabilire cosa è accettabile e cosa no, e il compito, in assenza di risposte istituzionali, si sposta sul piano civile.

Negli ultimi mesi, questa consapevolezza ha assunto una forma concreta nel settore turistico attraverso la campagna “No Room for Genocide”, lanciata da BDS Italia, che invita a prendere posizione.

Si tratta di mettere in discussione il turismo come spazio neutrale e riconoscere le responsabilità di tutti noi:

  • gli albergatori (hosts) sono chiamati a valutare le collaborazioni, a non ospitare soggiorni ed eventi che coinvolgono figure associate alla violazione dei diritti umani.
  • i turisti (guests) sono invitati a praticare forme di consumo critico.
  • le istituzioni sono chiamate a non ignorare eventuali responsabilità legate alla circolazione sul territorio italiano di criminali di guerra.

Quello che la campagna vuole combattere è la normalizzazione. Perché è proprio nei contesti “normali” (una vacanza, un pacchetto turistico, un festival sulla neve) che situazioni eccezionali vengono assorbite e rese invisibili.

Un gruppo di militari in ferie diventa solo un gruppo di turisti. Un generale contestato diventa un ospite. Un appartamento in affitto in una colonia illegale diventa una semplice meta di vacanze.

Scegliamo di non restare passivi e diventiamo consumatori consapevoli, anche quando viaggiamo: informiamoci sulle strutture che scegliamo, chiediamo chi ospitano, quali relazioni intrattengono, quali pratiche normalizzano, sosteniamo chi prende posizione, e sottraiamo consenso a chi preferisce l’indifferenza.

In tal senso le azioni possibili sono molte:

  • gli Hosts possono aderire alla rete Oasi di Pace creando una rete di strutture ricettive che praticano e promuovono il turismo etico, impegnandosi a non ospitare presunti criminali di guerra;
  • i Guests possono sottoscrivere la petizione Drop Apartheid from your Luggage impegnandosi a non utilizzare piattaforme quali Airbnb e Booking, complici dell’occupazione israeliana nei TPO;
  • le Autorità italiane dovrebbero valutare controlli e visti in ingresso per cittadini provenienti da nazioni accusate di gravi crimini di guerra e contro l’umanità.

Il turismo non può e non deve essere neutrale, ma è fatto di scelte che portano responsabilità. Ogni decisione può trasformarsi in una forma di complicità, contribuendo a rendere accettabile ciò che accade invece di metterlo in discussione. Proprio per questo è necessario continuare a parlare di quanto accaduto e opporsi al silenzio, che resta uno degli strumenti più potenti di normalizzazione. Riconoscere che il turismo non è neutrale significa anche agire, e, in questo caso, contestare apertamente la scelta dell’Hotel Ariston di concedere ospitalità a persone accusate  di gravi e ripetute violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese.

La situazione in Medio Oriente continua ad essere gravissima: i bombardamenti sul Libano e su Gaza, le violenze sistematiche dei coloni in Cisgiordania/West Bank (allo scopo di espellere i palestinesi e appropriarsi delle loro terre), fino alla nuova guerra di aggressione USA‑Israele contro l’Iran, impongono una presa di posizione chiara. Di fronte a questa degenerazione, l’impegno deve essere quotidiano per obbligare Israele al rispetto del diritto internazionale. 

La Hind Rajab Foundation lo fa sul piano giuridico a livello internazionale; molte altre organizzazioni, movimenti e reti, come BDS, agiscono attraverso strumenti come il boicottaggio mirato e le campagne di pressione sulle istituzioni ad ogni livello, affinché vengano interrotti i legami con lo Stato di Israele.

Ogni persona può, e deve, contribuire. Scegliere da che parte stare, rifiutare la neutralità, non è un atto simbolico, ma un atto politico e necessario.

Per maggiori informazioni consultare il sito BDS Italia.

Il riarmo italiano vale 36 miliardi: la mappa dei programmi della difesa

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Tra le pieghe del dibattito politico, spesso concentrato sulle sole proiezioni percentuali e sulle soglie NATO, si sta consumando una trasformazione silenziosa ma di grande portata: il progressivo rinnovamento dello strumento militare italiano. Guardando ai programmi già varati, si tratta di un'operazione che supera largamente ogni annuncio, misurandosi in decine di miliardi di euro. L’Osservatorio Mil€x ha recentemente certificato che in poco più di tre anni di Legislatura sono stati avviati 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per un totale di 36,4 miliardi. Una cifra che foto...

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Gli Emirati escono dall’OPEC

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro decisione di uscire dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC e OPEC+). A dare l’annuncio è l’agenzia di stampa statale WAM, che precisa che la decisione avrà effetto a partire dal 1° maggio 2026. «Questa decisione riflette la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e il loro profilo energetico in evoluzione», si legge nel comunicato di WAM, e segue una revisione delle politiche energetiche del Paese. Dopo l’uscita dall’OPEC il Paese «immetterà sul mercato una produzione aggiuntiva in modo graduale e misurato», conclude l’agenzia.

L’Iran ha presentato una nuova proposta negoziale agli Stati Uniti

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L’Iran ha presentato una nuova proposta ai mediatori pakistani per superare lo stallo con gli Stati Uniti. Teheran si è detta pronta a riaprire lo Stretto di Hormuz, mantenendo a quanto pare l’ipotesi di un pedaggio, in cambio della revoca del blocco navale statunitense. L’obiettivo sarebbe la fine della guerra, più che un prolungamento del cessate il fuoco. Verrebbe dunque rinviata a un momento successivo la discussione sul nucleare — punto su cui l’amministrazione Trump resta inamovibile, essendo il casus belli ufficiale dell’aggressione del 28 febbraio scorso. A Washington la proposta iraniana non è stata formalmente respinta ma trapela molto scetticismo, con la Casa Bianca intenzionata a chiudere un unico accordo su tutte le questioni in ballo. Nel frattempo la guerra è entrata nel sessantesimo giorno di ostilità, i prezzi del petrolio sono tornati a correre sui mercati internazionali e la chiusura prolungata di Hormuz rischia di mandare l’economia globale in recessione.

Posticipare i colloqui sul nucleare e concentrarsi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. È questa la sintesi della proposta che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato ai mediatori pakistani. Teheran rilancia anche l’ipotesi di istituire un pedaggio per le navi in transito: una novità rispetto allo status quo pre-bellico che, più di una richiesta concreta, appare come un modo per rafforzare la propria posizione negoziale e ottenere la fine del blocco navale americano. L’embargo sui porti iraniani e quindi il calo nelle esportazioni sta portando al limite le capacità di stoccaggio del petrolio, nonostante la produzione giornaliera sia stata ridotta di due milioni di barili. Secondo la società di dati Kpler, l’esportazione iraniana si sarebbe attestata la scorsa settimana a circa 500mila barili al giorno, a fronte dei 2,5 milioni pre-guerra.

La chiusura di Hormuz ha conseguenze mondiali, anche negli Stati Uniti, dove le multinazionali del petrolio si arricchiscono per l’aumento delle vendite internazionali ma trascurano il mercato interno, condannandolo a inediti rialzi per i cittadini. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha di recente pubblicato uno studio su diversi scenari economici, in base alla durata della guerra in Asia Occidentale e dunque al prezzo del petrolio. Lo scenario peggiore, con ostilità prolungate per mesi e il greggio stabile sui 110 dollari al barile, si materializzerebbe il rischio di una recessione globale, tra inflazione e aumenti dei tassi di interesse, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.

Cresce dunque l’attesa per un nuovo round negoziale tra Iran e Stati Uniti. Al momento la risposta di Washington all’iniziativa iraniana è avvolta dallo scetticismo e nelle prossime ore dovrebbe arrivare una controproposta. Secondo la CNN, Trump, che ha esaminato l’offerta iraniana insieme ai consiglieri per la sicurezza nazionale, pare intenzionato a respingerla. Gli fa eco il segretario di Stato Marco Rubio che, in un’intervista a Fox News, ha ribadito che il programma nucleare iraniano è la «questione centrale» tra i due Paesi. Rubio considera la proposta di Teheran come un tentativo di prendere tempo, sottolineando che un accordo con l’Iran dovrebbe includere un’intesa per «impedirgli definitivamente di accelerare verso un’arma nucleare».

Le preoccupazioni di Washington sono chiare e riguardano la perdita di credibilità internazionale. Accettare la proposta iraniana sarebbe un’ammissione di sconfitta, formalizzando uno status quo addirittura migliore per Teheran dopo due mesi di guerra. La limitazione del programma nucleare iraniano è un caposaldo della politica estera USA, nonché il casus belli ufficiale della recente aggressione condotta insieme a Israele senza la consultazione degli alleati europei. Uno di questi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha attaccato l’amministrazione Trump, sostenendo che «gli americani non hanno una strategia veramente convincente su come uscire dalla guerra. Un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana. Il problema di conflitti come questo è sempre lo stesso: non devi solo entrare, devi uscire di nuovo. Lo abbiamo visto molto dolorosamente in Afghanistan per 20 anni. Lo abbiamo visto in Iraq».

Atene, uomo armato apre il fuoco e fugge: almeno 5 feriti

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Sparatoria nel centro di Atene, dove un uomo armato ha aperto il fuoco in due punti della città, ferendo almeno cinque persone. Gli attacchi hanno colpito la sede del Fondo nazionale di previdenza sociale e il primo piano della Corte d’Appello di Atene. Il sospettato, un uomo di 89 anni armato di fucile, è fuggito dopo gli spari e la polizia ha diffuso la sua foto avviando una vasta caccia all’uomo. Prima avrebbe ferito un impiegato alle gambe nell’ufficio del fondo a Kerameikos e poi colpito anche nel tribunale di Ampelokipoi, dove avrebbe lasciato documenti dichiarando il motivo del gesto.

Perché l’acqua proteica è solo un’ennesima, inutile, trovata pubblicitaria

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Nei nostri supermercati si trovano sempre più di frequente, anche se si tratta dell’ennesima moda alimentare priva di senso: stiamo parlando delle bottiglie di acqua “proteica”, detta anche “acquaprotein”. Non solo, come vedremo, queste non rappresentano una modalità ideale per aumentare il quantitativo di proteine assunte, ma si tratta anche di prodotti estremamente costosi – circa 2,50 euro al litro, generalmente disponibili in bottigliette da 40 ml al costo di un euro.

Va notato che i soggetti che necessitino di integrare maggiori quantitativi di proteine extra nella dieta (gli sportivi o persone con esigenze nutrizionali specifiche), devono semplicemente aumentare leggermente il consumo di cibi contenenti proteine – uova, carni, latticini, latte, pesce, tofu ecc. I cibi natuali, infatti, contengono una tipologia di proteine più facilmente assorbibili dal nostro organismo rispetto a quelle fornite dagli integratori, oltre a contenere centinaia di altre sostanze utili per la salute (antiossidanti, vitamine, micronutrienti e così via). In un prodotto come l’acqua proteica queste non sono presenti, mentre invece lo sono additivi e altre tipologie di ingredienti non graditi.

Quali proteine si aggiungono all’acqua?

Il quantitativo di proteine introdotte in questi prodotti non supera mai il 4%, lo stesso quantitativo che si trova nel latte. Tuttavia, quelle introdotte nell’acqua non sono proteine nobili e vengono accompagnate da additivi e altre sostanze indesiderate per la salute dell’organismo. La proteina che viene introdotta in questi preparati è il collagene bovino idrolizzato. Il collagene è una proteina che il nostro organismo produce giornalmente ma che può essere ricavata anche dagli animali. Questa in particolare viene ricavata dal tessuto connettivo (pelle, ossa e cartilagini) dei bovini e “spezzettata” in laboratorio attraverso un processo chimico chiamato idrolisi. Si tratta dunque di un estratto proteico in polvere ricavato dall’industria della carne e degli allevamenti intensivi.

L’acqua proteica contiene una proteina chiamata collagene bovino, estratta dagli animali

Il collagene di per sé è una proteina che ha molecole troppo grandi per essere assorbite efficacemente dal nostro corpo. L’idrolisi riduce queste lunghe catene proteiche in frammenti più piccoli chiamati peptidi. Questo rende il collagene più assimilabile perché i peptidi entrano nel circolo sanguigno più velocemente rispetto alla proteina integra. E lo rende anche altamente solubile: si scioglie facilmente in bevande calde o fredde. Ma è la stessa cosa che succede quando mangiamo qualsiasi alimento proteico, come le uova e altri menzionati sopra: il nostro organismo scompone attraverso la digestione e gli enzimi digestivi le proteine intere del cibo e le trasforma in aminoacidi e peptidi facilmente digeribili e assimilabili nei tessuti del corpo come muscoli, ossa, e tutto il corpo in generale. 

Ovviamente, se l’industria aggiungesse solo della polvere di collagene bovino all’acqua minerale il sapore sarebbe sgradevole e nessuno la comprerebbe. Ed è per questo motivo che tra gli ingredienti invece troviamo anche zuccheri, aromi, dolcificante, e sali minerali. Il sapore va addomesticato. Tra le sostanze aggiunte vi sono: zucchero, sciroppo di glucosio, acido citrico, acido fosforico, aromi, e persino il dolcificante artificiale sucralosio, una sostanza che recentemente la ricerca scientifica sta mettendo sotto la lente e studiando a fondo perché sospettata di effetti cancerogeni e nocivi per il DNA.

Da quanto appena detto possiamo evincere che il consumo di questi preparati industriali non apporti alcun beneficio al nostro organismo. Se si desidera incrementare in maniera sana il quantitativo di proteine assunte giornalmente, sarebbe sufficiente aggiungere una manciata di frutta secca o uno yogurt ai pasti principali. Eventualmente ci fossero dei fabbisogni proteici molto elevati (sportivi agonisti) esistono in commercio le proteine in polvere del latte o delle uova che, sebbene siano sempre dei preparati industriali, hanno per lo meno molti più nutrienti rispetto all’acqua proteica e sono disponibili anche senza aromi, zuccheri e additivi, ma semplicemente pure da aggiungere ad acqua, latte o bevanda vegetale. 

La moda del collagene in polvere

Negli ultimi anni la moda antinvecchiamento degli integratori di collagene si è notevolmente diffusa. Vengono proposti come rimedi antietà per mantenere una pelle giovane e sana e per contrastare la perdita di tessuto muscolare. Il collagene è infatti una delle proteine principali e di struttura della pelle e dei muscoli, oltre che delle ossa. Ma l’inganno dell’industria è quello di far credere alle persone che assumendo questa proteina dall’esterno e per bocca, come integratore alimentare, si possa avere qualche beneficio nella pelle del viso o del corpo. Puro inganno di marketing, privo di basi scientifiche, come hanno spiegato anche alcuni professionisti del settore della chirurgiaestetica. L’unico collagene che apporta reali benefici alla pelle è infatti quello iniettato direttamente sottocute con la chirurgia estetica: quando si assume il collagene per via orale, infatti, lo stomaco ne distrugge le molecole, trasformandole (come succede per qualsiasi altra proteina) in aminoacidi che poi il corpo utilizzerà a seconda delle necessità dell’organismo, destinandole alle più svariate funzioni del corpo – e di certo non per rimpolpare la pelle del viso esclusivamente.

Anche la moda dell’assunzione di integratori di collagene sono una trovata di marketing, perché l’unico collagene che apporta reali benefici alla pelle è soltanto quello iniettato direttamente sottocute con la chirurgia estetica

Il corpo umano e la nutrizione funzionano per priorità biochimiche: prima si nutrono tutti gli organi essenziali e le funzioni di base dell’organismo (cervello, cuore, sistema immunitario, sistema nervoso ecc.) e solo dopo i nutrienti vengono veicolati per attività secondarie non di vitale importanza, come turgore e luminosità della pelle. Per questo il collagene alimentare che si assume con la convinzione di rinforzare pelle e muscoli, non andrà affatto in quei distretti corporei ma sarà a disposizione della biologia dell’organismo, che decide sempre su basi e regole evolutive ancestrali. Se c’è bisogno di rinforzare un tendine del piede indebolito o assottigliato dal passare degli anni, la saggezza dell’organismo farà si che quegli aminoacidi (proteine) vadano prima a quel tendine, non al collo che presenta un cedimento estetico. Insomma, occhio a non cadere troppo ingenuamente in mode alimentari ed estetiche che recano vantaggi solo a chi vende prodotti e costruisce sogni con un marketing azzeccato. 

Russia, raid ucraini a Belgorod: 3 morti

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Tre civili sono morti e altri tre sono rimasti feriti, tra cui un ragazzo di 16 anni, a causa di attacchi con droni sferrati dalle forze ucraine nella regione russa di Belgorod. Lo riporta un comunicato del governatore Vyacheslav Gladkov. Un uomo è stato ucciso quando un drone ha colpito la sua auto nel villaggio di Voznesenovka. In un altro attacco a Bobrava, un drone ha centrato un’auto con una famiglia, causando la morte di un uomo e una donna e il ferimento del figlio. Un terzo attacco a Krasivo ha ferito una coppia, ricoverata in ospedale.