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É iniziata la raccolta firme per il referendum contro i soldi pubblici ai giornali

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L’associazione Schierarsi ha ufficialmente lanciato nei giorni scorsi una campagna di raccolta firme per promuovere un referendum abrogativo mirato a cancellare i finanziamenti pubblici diretti all’editoria. L’obiettivo è raccogliere le 500mila sottoscrizioni necessarie per portare gli italiani alle urne, abrogando la recente norma del decreto “Milleproroghe” che ha ritardato di ulteriori due anni lo stop ai contributi statali per quotidiani e periodici. In soli quattro giorni, la petizione ha superato quota 75mila firme (circa il 15% del quorum richiesto), riaccendendo un dibattito storico nel nostro Paese in merito all’opportunità che i contribuenti finanzino di tasca propria la stampa.

Per comprendere appieno la portata di questa iniziativa, occorre fare un passo indietro e analizzare la questione da un punto di vista tecnico. Con la Legge di Bilancio per il 2019, il Parlamento aveva approvato una norma secondo cui i contributi pubblici ai giornali avrebbero dovuto subire un taglio progressivo, fino a scomparire dal 1° gennaio 2022; quel traguardo, però, non è mai stato raggiunto. A partire dal 2019, infatti, la scadenza è stata rinviata più volte: prima di 12 mesi, poi portata rapidamente a 24 mesi nel 2020, quindi estesa a 48 e poi a 60 mesi nel 2021, ulteriormente allungata a 72 mesi nel 2023 e infine a 96 mesi nel 2024. Il risultato di questa serie di proroghe è che, allo stato attuale, la fine dei contributi diretti all’editoria risulta fissata al 1° gennaio 2030. Il referendum promosso da Schierarsi interviene proprio su questo punto: abrogando l’ultima proroga, riporterebbe il termine al 2028, anticipando di fatto di due anni la cessazione completa dei finanziamenti e impedendo ulteriori slittamenti. Costituendo oggetto di referendum popolare, infatti, la dilazione non potrebbe più essere riproposta dal Parlamento per un congruo periodo di tempo (individuato dalla dottrina giurisprudenziale in almeno 5 anni). Chi lo desiderasse, può sottoscrivere l’iniziativa autenticandosi con SPID o CIE direttamente sul sito del Ministero della Giustizia, a questo link.

Nello specifico, il referendum promosso da Schierarsi – tra i cui fondatori figura l’ex deputato Alessandro Di Battista e che vede in prima linea anche l’ex ministra Barbara Lezzi – mira a colpire i cosiddetti “contributi diretti” alla stampa, un fondo stanziato dallo Stato per sostenere specifiche categorie editoriali: cooperative di giornalisti (testate gestite dai redattori senza un editore proprietario), enti senza fini di lucro e Fondazioni. Il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria ha pubblicato l’elenco dei beneficiari per il 2024 di un fondo che ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (rispetto ai 95,6 del 2023) a favore di 153 testate. I giornali che ricevono i finanziamenti più ingenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). Anche testate nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni) beneficiano di somme rilevanti, dichiarandosi formalmente come cooperative di giornalisti o società senza fini di lucro. L’accesso ai finanziamenti è infatti legato a specifici requisiti giuridici e organizzativi previsti dalla legge, mentre gli assetti proprietari e societari delle singole testate risultano articolati e differenziati caso per caso.

Tecnicamente, il referendum non riguarda invece i cosiddetti “contributi indiretti”, ovvero quelli che consentono alla quasi totalità dei giornali cartacei di beneficiare di sconti sull’acquisto della carta, sgravi fiscali sulla pubblicità, agevolazioni sulle tariffe postali e rimborsi per le spedizioni. Peraltro, il governo manterrebbe comunque la facoltà di varare contributi straordinari una tantum per sostenere la filiera in momenti di crisi particolare. Ciò è ad esempio avvenuto nel 2023, con misure che hanno incluso fino a 10 centesimi per copia cartacea venduta, bonus fino a 3mila euro per le edicole e sostegni per investimenti tecnologici. I contributi straordinari, essendo stati istituiti e disciplinati all’interno della Legge di Bilancio, risultano protetti dall’Articolo 75 della Costituzione, che ne impedisce l’abrogazione tramite referendum. Lo stesso vincolo di inammissibilità si applica ai contributi indiretti: trattandosi di agevolazioni che incidono direttamente sulla materia fiscale (come sgravi e detrazioni), rientrano tra le leggi tributarie espressamente sottratte alla consultazione popolare.

«Riteniamo che il finanziamento pubblico ai giornali, così com’è delineato oggi, non c’entri nulla con il pluralismo: vengono finanziati anche giornali che sono, nei fatti, “di partito”. Pensate al Secolo d’Italia, che dal 2018 al 2024 ha ricevuto oltre 6 milioni di euro, che è un organo della Fondazione Alleanza Nazionale, nel cui CDA figurano Italo Bocchino, Maurizio Gasparri, Fabio Rampelli e Arianna Meloni – dice a L’Indipendente Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi -. Inoltre a beneficiare di contributi pubblici sono sempre gli stessi giornali da vent’anni, con meno del 7% dei beneficiari che assorbe quasi il 60% delle risorse». Alla mattinata di oggi, 30 aprile, la raccolta firme ha totalizzato più di 75mila sottoscrizioni. La strada per le urne è ancora lunga: i promotori dovranno prima tagliare il traguardo delle 500mila firme certificate. Se l’obiettivo verrà raggiunto, la palla passerà prima alla Corte di Cassazione per il controllo di regolarità e, successivamente, alla Consulta, che dovrà esprimersi in via definitiva sull’ammissibilità del quesito.

Istat: cresce l’inflazione, ad aprile +2,8% su base annua

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Ad aprile 2026 l’inflazione in Italia torna a crescere in modo marcato. Secondo le stime preliminari dell’Istat, infatti, l’indice NIC aumenta dell’1,2% su base mensile e del 2,8% su base annua, in forte accelerazione rispetto al +1,7% del mese di marzo. Questa dinamica è trainata soprattutto dal rialzo dei prezzi energetici, sia non regolamentati (da -2,0% a +9,9%) sia regolamentati (da -1,6% a +5,7%). A contribuire è anche l’aumento dei prezzi degli alimentari non lavorati, che passano da +4,7% a +6,0%, incidendo sul costo della vita complessivo.

Epstein Files: il Dipartimento di Giustizia USA sotto accusa per errori e omissioni

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«È fondamentale capire cosa abbia portato il DOJ a fallire nell’oscurare le informazioni delle vittime e a violare la legge proteggendo i loro presunti aggressori». Il Dipartimento di giustizia USA (DOJ) avrebbe violato l’Epstein Files Transparency Act, una legge firmata dal presidente Donald Trump nel novembre 2025 – su pressione del Congresso – che ha imposto la divulgazione completa di tutti i documenti non classificati sull’inchiesta riguardante Jeffrey Epstein, pubblicando informazioni sensibili come indirizzi email e persino foto intime delle vittime, alcune delle quali raffiguranti minori, tutelando invece possibili complici. È questa l’accusa mossa dal Government Accountability Office (GAO), l’organo investigativo indipendente del Congresso, che ha avviato un’indagine.

L’inchiesta, partita da una lettera inviata da un gruppo di deputati guidato dal democratico Jeff Merkley all’organismo di controllo indipendente, nasce in un clima politico incandescente, dove la promessa di “trasparenza totale” si è trasformata in un terreno minato. Il Congresso, con un raro consenso bipartisan, aveva imposto la declassificazione dei cosiddetti “Epstein Files” per fare luce sulla ragnatela di contatti e relazioni del finanziere di Brooklyn e sulle possibili protezioni che avrebbero permesso a Epstein di agire indisturbato per decenni. La desecretazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe, però, seguito una traiettoria contraddittoria: da un lato, la pubblicazione massiva di milioni di pagine; dall’altro, una selezione caotica dei contenuti. Secondo le accuse, circa sei milioni di documenti sarebbero stati identificati, ma solo una parte effettivamente resa pubblica (ne mancano ancora due milioni), spesso con pesanti omissis o, al contrario, con errori clamorosi che hanno esposto dati personali delle vittime.

A rendere ancora più esplosivo il quadro è stato il licenziamento improvviso della procuratrice generale Pam Bondi, travolta dalle polemiche sulla gestione del caso e accusata apertamente di insabbiamento e di “coprire i potenti”. Ufficialmente, la sua uscita di scena sarebbe legata a una perdita di fiducia da parte dell’amministrazione Trump, sebbene dietro la versione formale si intravede uno scontro politico più profondo: Bondi, divenuta unico capro espiatorio, era finita nel mirino di diversi senatori per la gestione disordinata delle redazioni dei documenti e per la mancata protezione delle vittime e il 14 aprile scorso era attesa la sua deposizione al Congresso. La Commissione di Vigilanza della Camera ha comunque approvato un mandato di comparizione per interrogarla sulla gestione dei documenti del caso Epstein, sebbene nei panni di “privata cittadina” e non più di procuratrice generale.

Le criticità segnalate non si limitano alla quantità dei documenti divulgati, ma riguardano soprattutto la qualità e le modalità della loro diffusione. In diversi casi, informazioni estremamente sensibili – comprese immagini e dettagli identificativi – sarebbero state rese pubbliche senza adeguate protezioni, violando gli standard minimi di tutela delle vittime. Al contempo, nomi di soggetti potenzialmente coinvolti o collegati alla rete Epstein sarebbero stati oscurati senza criteri chiari, suscitando le accuse di una “dimenticanza selettiva”. A fine gennaio 2026, il Dipartimento pubblicò oltre 3,5 milioni di pagine con più di un mese di ritardo rispetto alla scadenza fissata dalla legge. Subito dopo, almeno 16 files risultarono improvvisamente rimossi dal portale ufficiale. Tra questi, un fascicolo contenente una foto di Trump e un documento relativo a un’accusa non verificata nei suoi confronti, poi misteriosamente riapparso. Durante un’audizione parlamentare, il deputato libertario-repubblicano Thomas Massie incalzò direttamente Pam Bondi, denunciando modifiche irregolari e una gestione che definì un «massiccio fallimento». Massie sottolineò come i nomi delle vittime fossero stati esposti senza protezioni adeguate, mentre quello del miliardario Les Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, ex amico e cliente di Epstein, fosse stato inizialmente oscurato in apparente violazione della legge.

Ci troviamo dinanzi a due indagini parallele che convergono su un punto cruciale: la possibilità che la gestione dei files non sia stata solo inefficiente, ma condizionata da logiche politiche o da pressioni esterne. Mentre il Congresso attende risposte e nuove richieste di accesso ai documenti si accumulano, resta la sensazione che il vero archivio del potere non sia quello ufficiale, ma quello invisibile, fatto di silenzi e decisioni sottratte al controllo democratico. In questo scenario, quasi mille vittime attendono ancora giustizia, ma il peso di una vicenda ben più vasta sembra gravare soltanto su Ghislaine Maxwell, finora l’unica figura della rete di Epstein a pagare con il carcere.

Gli USA accusano un governatore messicano per legami con i narcos

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Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha, e altri funzionari per presunti legami con il cartello locale, segnando un’escalation nella lotta ai narcotrafficanti e possibili tensioni diplomatiche con il Messico. Secondo le accuse, Rocha avrebbe collaborato con i leader del cartello per facilitare l’ingresso di grandi quantità di droga negli Stati Uniti in cambio di sostegno politico e tangenti. Si tratta di un caso raro che coinvolge politici in carica e amplia il raggio delle indagini. L’incriminazione mette in difficoltà la presidente Claudia Sheinbaum, alleata politica di Rocha.

Israele ha abbordato le navi della Flotilla per Gaza e sequestrato 175 attivisti

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Per la seconda volta nel giro di pochi mesi, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono state aggredite dall’esercito israeliano in acque internazionali. Questa volta, però, è successo al largo dell’isola greca di Creta, a oltre mille chilometri di distanza dalle coste palestinesi. Secondo il resoconto degli attivisti, le imbarcazioni israeliane hanno circondato quelle della Flotilla, che trasporta aiuti umanitari da consegnare alla popolazione civile palestinese, distruggendo i motori e le apparecchiature di navigazione di alcune di esse, lasciate poi alla deriva in mare aperto. L’uso di jammer (dispositivi volti a bloccare la comunicazione radio e telefonica) da parte dei militari israeliani ha ulteriormente complicato la richiesta di aiuto per le imbarcazioni. Il ministero degli Esteri israeliano ha fatto sapere che sono 175 gli attivisti sequestrati attualmente in viaggio verso Israele.

L’abbordaggio è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi.

Gli attivisti hanno raccontato di decine di droni che per ore hanno sorvolato le imbarcazioni, mentre l’equipaggio veniva minacciato dalle imbarcazioni israeliane che hanno accerchiato la Flotilla. In un comunicato radio, le autorità israeliane hanno avvertito: «se portate aiuti umanitari, procedete verso il porto di Ashdod, dove verrà sottoposto a controlli di sicurezza e poi trasferito alla Striscia di Gaza. Siete invitati a cambiare la vostra rotta. Qualsiasi ulteriore tentativo di recarsi a Gaza mette a rischio la vostra sicurezza», oltre a rappresentare una «violazione del diritto internazionale». Gli attivisti denunciano come i militari israeliani siano saliti a bordo di alcune imbarcazioni e ne abbiano distrutto motori e apparecchiature di navigazione, per poi abbandonarle alla deriva sulla rotta di una tempesta in arrivo, senza possibilità di chiedere aiuto via radio. Nel frattempo, il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso un video dell’abbordaggio, nel quale vengono mostrati dei preservativi e una bustina contenente polvere bianca che ha identificato come droga. Subito dopo, ha rivondiviso un video del COGAT (l’ente israeliano che si occupa di gestire le attività civili nella Palestina occupata) nel quale sostiene che gli aiuti verso Gaza «si stanno muovendo» e di non lasciarsi ingannare dalla «propaganda» e dalle «bugie di Hamas».

Secondo il tracker della Flotilla, poco prima delle sei di questa mattina erano 36 le imbarcazioni ancora libere e dirette verso Gaza, mentre 22 sono state intercettate da Israele. Il numero sembra coincidere con quello fornito dal ministero degli Esteri israeliano, che ha riferito che «circa 175 attivisti provenienti da più di 20 imbarcazioni della Flotilla» stanno «dirigendosi pacificamente» verso Israele. Non è chiaro che trattamento verrà riservato alle persone sequestrate in quella che la Flotilla ha definito come una operazione di «pirateria». «Israele non ha giurisdizione in queste acque. Intercettare o abbordare queste imbarcazioni equivarrebbe a una detenzione illegale, potenzialmente a un rapimento in alto mare» ha dichiarato Gur Tsabar, portavoce della Flotilla, ad Al Jazeera.

In una nota la Farnesina ha fatto sapere che il ministero degli Esteri italiano è stato informato «su un avvicinamento di unità militari di Israele alle barche della Flotilla» e che «il ministro degli Esteri Tajani ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie per tutelare i cittadini italiani imbarcati».

Nell’ottobre dello scorso anno, la precedente missione della Global Sumud Flotilla era stata sequestrata al largo delle coste di Gaza dalla marina israeliana e portata in Israele. Su quanto avvenuto dopo, la procura di Roma ha aperto un fascicolo per tortura: nelle carceri israeliane, infatti, gli attivisti sarebbero stati picchiati, insultati e sottoposti a varie forme di trattamenti degradanti e inumani. Le indagini riguardano anche le azioni avvenute in mare: è ancora da verificare, infatti, che le autorità israeliane avessero il diritto di aggredire e sequestrare l’equipaggio della missione (che trasportava cibo, alimenti per neonati e materiale medico per la popolazione della Striscia, dove Israele sta tutt’ora commettendo un genocidio) mentre questa si trovava in acque internazionali. Ora le azioni si sono ripetute, ma nel cuore del Mediterraneo.

Il Brasile ha lanciato un piano per ridurre drasticamente l’indebitamento familiare

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Brasile debito

Il Brasile si prepara a lanciare uno dei programmi di rinegoziazione del debito più ambiziosi della propria storia recente. Si chiama Desenrola 2.0 – "desenrolar" significa letteralmente "dipanare", "sbrogliare" – è stato annunciato ufficialmente dal presidente Lula e sarà lanciato il primo maggio, la Festa dei Lavoratori. Non è una data scelta a caso.
Lunedì 27 aprile il ministro delle Finanze Dario Durigan ha raggiunto un accordo tecnico con i vertici delle principali banche del paese – Itaú Unibanco, Bradesco, Santander, BTG Pactual, Nubank, Banco do Brasil e Caixa Econômica Federal – defin...

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Il Regno Unito espelle un diplomatico russo

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Il Regno Unito ha espulso un diplomatico russo in risposta alla recente espulsione di un funzionario britannico da parte di Mosca. Ad annunciare la decisione è il ministero degli Esteri del Paese, che ha dichiarato di avere convocato l’ambasciatore russo per avvisarlo della decisione. La disputa diplomatica è sorta lo scorso mese, quando un diplomatico britannico in Russia è stato accusato di spionaggio. Il Servizio di sicurezza federale russo ha dichiarato che il diplomatico aveva cercato di raccogliere informazioni sensibili sull’economia russa in incontri informali con esperti del Paese. Il Regno Unito ha smentito le accuse.

Mentre tutto resta fermo, Gaza si ricostruisce da sola

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Mentre nei salotti della diplomazia a stelle e strisce il “Board of Peace” discute di come implementare le prossime tappe del cessate il fuoco, la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza non si è fermata, e la necessità di ricostruire quanto distrutto da Israele è diventata ancora più impellente. I finanziamenti scarseggiano, i piani di ricostruzione sono ancora un miraggio; la popolazione palestinese di Gaza, tuttavia, ha iniziato a fare da sé. Supportati da un programma delle Nazioni Unite, i cittadini della Striscia stanno rimuovendo le macerie, rassettando le strade, livellando la pavimentazione, per poi riutilizzare gli stessi materiali recuperati per una prima riabilitazione della Striscia. I lavori procedono a ritmo lento, ma costante; ci vorranno anni prima che l’exclave palestinese si riprenda completamente, ma il popolo palestinese sta affermando con forza la propria intenzione a restare nella propria terra, lavorando ogni giorno per la sua ricostruzione.

Nonostante il silenzio tombale calato con la firma della tregua ottobrina, tra le strade di Gaza riecheggia il rumore dei macchinari manovrati dalla stessa popolazione palestinese per smaltire i detriti; il programma di ricostruzione domestica è stato lanciato negli scorsi mesi dalle Nazioni Unite e a oggi ha rimosso circa 287.000 tonnellate di macerie. «È solo la “punta dell’iceberg”», dice Alessandro Mrakic, capo ufficio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), ai microfoni dell’agenzia di stampa Reuters. Il quotidiano parla di uno dei maggiori sgomberi postbellici della storia, con circa 61 milioni tonnellate di macerie da smaltire, rimessa in funzione dei servizi primari, lavori transitori e ricostruzione finale, per una spesa stimata di 71,4 miliardi di dollari in una decade.

Sul fronte dello smaltimento, stanno venendo impiegati macchinari pesanti per demolire i cumuli di cemento distrutto, mentre intanto squadre di operai setacciano l’acciaio e le macerie degli edifici danneggiati. La rimozione delle macerie da Gaza potrebbe richiedere sette anni, ritiene l’UNDP; la stima tuttavia ipotizza un accesso accelerato e senza ostacoli di macchinari pesanti e un approvvigionamento costante di carburante, tutti elementi spesso oggetto delle restrizioni israeliane. I lavori non sono esenti da pericoli: sotto le macerie potrebbero infatti trovarsi ordigni inesplosi, che stanno venendo cercati – ed eventualmente rimossi – in coordinamento con il servizio di sminamento delle Nazioni Unite. I rischi non riguardano solo il lavoro, ma anche la possibilità concreta di finire sotto il fuoco dei soldati israeliani; le aree interessate dal programma sono situate in diverse zone della Striscia, alcune delle quali confinanti con la cosiddetta linea gialla”, la linea entro cui i soldati israeliani dovrebbero – in linea teorica – rimanere stazionati; la posizione di taluni cantieri, spiegano gli stessi lavoratori, espone le persone al rischio di venire colpite da proiettili israeliani vaganti.

A gennaio, l’UNDP aveva assunto 2.819 lavoratori locali per supportare i servizi essenziali a Gaza; si tratta di figure di diversa natura, da semplici operatori a operai qualificati e ingegneri specializzati; non erano – tuttavia – impiegati solo per raccolta e smaltimento dei detriti. L’agenzia dell’ONU parla di diversi programmi attivi con lo scopo di «gettare le basi per comunità più sicure e sane», non solo rimuovendo le macerie, ma anche selezionando, frantumando e riutilizzando i materiali smaltiti nell’ottica della massima riduzione degli sprechi: «Abbiamo utilizzato quasi la stessa quantità di materiale che abbiamo raccolto», spiega Mrakic.

In tutta Gaza, l’UNDP sta rimuovendo e frantumando le macerie a un ritmo di circa 1.500 tonnellate al giorno in cinque siti di frantumazione diversi. Le macerie vengono poi utilizzate per livellare strade e aree di rifugio, nonché per migliorare l’accesso a panifici, cucine e ospedali. Tra i primi progetti attivi, vi è quello della riparazione di tratti della strada Salah al-Din, una delle due arterie principali che percorrono la Striscia di Gaza che risulta vitale per il trasporto di persone e merci. A ora, sono stati riparati oltre 267 tratti stradali nella Striscia di Gaza utilizzando detriti frantumati, per una superficie di oltre 80.000 metri quadrati.

La vera sfida, dopo la riabilitazione delle macerie, è quella che riguarda la riparazione delle infrastrutture, dell’elettricità, dell’acqua, delle fognature, delle scuole e delle strade. Tra le varie cose, l’UNDP sta anche «ripristinando i sistemi fognari e i pozzi e fornendo acqua potabile alle aree che ne hanno più bisogno». L’acqua potabile viene inoltre raccolta e trasportata tramite autocisterne, spesso passando per strade dissestate e aree ristrette, come i rifugi. Ogni giorno, l’UNDP trasporta circa 1.800 metri cubi d’acqua in tutta la Striscia di Gaza, sufficienti per 3.000 persone. Come per molte altre infrastrutture, i palestinesi hanno utilizzato detriti frantumati come base per il campo che si occupa del trasporto quotidiano di acqua.

A Bruxelles il primo biomonitoraggio per misurare la presenza di PFAS in neomamme e donne incinta

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Cristina Guarda PFAS Parlamento europeo

L’invito è puntuale, e non ha nulla di simbolico. Il 9 giugno, al Parlamento europeo di Bruxelles, si svolgerà una giornata di biomonitoraggio allo scopo di rilevare le concentrazioni di inquinanti PFAS nel sangue di un gruppo di neomamme e donne in gravidanza. L’iniziativa mira a rilevare la quantità di TFA (acido trifluoroacetico) uno dei PFAS maggiormente nocivi e tra i meno studiati a livello continentale, ritenuto un interferente endocrino capace di alterare il naturale funzionamento del sistema ormonale con conseguenze gravi sulla salute. Lo screening permetterà finalmente di fare luce sulle conseguenze che l’inquinamento degli PFAS – composti chimici sintetici altamente inquinanti derivanti dalla produzione industriale che, in Italia, hanno contaminato terreni e acque di larga parte della pianura padana – ha sulla maternità e potenzialmente sulle future generazioni. L’Iniziativa è stata promossa da un’europarlamentare italiana, Cristina Guarda, di Alleanza Verdi-Sinistra, ed è aperta alle iscrizioni di tutte le future mamme che vorranno aderire.

Dietro l’iniziativa c’è una tesi politica che Guarda non smette di ripetere. «Finché in Europa continueranno a costruire una narrazione in cui la situazione non è così grave e i PFAS non sono così pericolosi – dice nell’invito diffuso sui suoi canali – chi ci invita a fare più figli spesso poi continua ad avvelenarci». E poi il dato che ricorre come una sentenza: «Solo nei cordoni ombelicali ci sono 42 tipi di PFAS. Non può essere una nostra responsabilità. Deve diventare una nostra lotta, però».

Il TFA è una frontiera scientifica e regolatoria ancora aperta. Sottoprodotto della degradazione di numerosi pesticidi e gas refrigeranti fluorurati, è stato a lungo considerato innocuo. Le ricerche più recenti lo collocano invece tra gli interferenti endocrini sospetti, e le sue tracce vengono rilevate ovunque: acque potabili, piogge, vini europei, sangue umano. La giornata di biomonitoraggio prova a tradurre questa diffusione in dati pubblici, costruendo una mappa del corpo che è anche una mappa politica.

L’iniziativa si inserisce in un percorso parlamentare che procede in parallelo. Il 22 aprile l’eurodeputata ha depositato un’interrogazione prioritaria in cui chiede alla Commissione di chiarire la propria definizione di “uso industriale” e “uso da parte dei consumatori” dei PFAS. La questione è tutt’altro che terminologica: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente citate dalla stessa Guarda, oltre il 99% dei volumi di PFAS riguarda la produzione industriale, e meno dello 0,2% gli articoli destinati al consumatore finale. Da come Bruxelles fisserà questi due perimetri dipende dove si concentreranno davvero le restrizioni e dove, invece, resteranno larghi margini di manovra per le aziende.

Su L’Indipendente abbiamo dedicato ampio spazio al dossier PFAS sul numero del mensile pubblicato ad aprile, ricostruendo la geografia della contaminazione italiana ed europea, le responsabilità industriali, i ritardi della politica e gli enormi danni alla salute certificati da anni di studi scientifici. In quell’inchiesta avevamo intervistato proprio Guarda, raccogliendo un giudizio severo sulla gestione del caso Veneto, terra che la conosce da vicino: è di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dalla contaminazione legata all’ex stabilimento Miteni. «Senza l’Europa non sapremmo niente e continueremmo a bere acqua piena di PFAS», ci aveva detto, denunciando il tentativo di trattare il disastro come un’emergenza locale «per non urtare le sensibilità del mondo industriale».

Da quella stessa esperienza nasce anche la cifra personale dell’iniziativa del 9 giugno. Nelle stesse pagine, Guarda raccontava di aver vissuto «come cittadina contaminata» e di aver conosciuto «l’impossibilità di riuscire ad avere una figlia» fino alla scoperta di una condizione che poteva essere influenzata proprio dalla presenza di interferenti endocrini. Da qui un argomento ricorrente: «È inutile che mi venga chiesto come donna di impegnarmi per fare figli, se poi l’ambiente in cui vivo è contaminato da sostanze chimiche che non soltanto sono cancerogene, ma sono dannosissime per il sistema di sviluppo del bambino fin dall’età fetale». La campagna di biomonitoraggio è il prolungamento concreto di quel ragionamento: nessuna politica per la natalità è credibile se non parte dalla salubrità dell’ambiente in cui si decide di mettere al mondo un figlio.

Il modello, in fondo, è già stato collaudato in Veneto dalle Mamme No PFAS, che da anni tengono accesi i riflettori sulla contaminazione anche grazie ai dati raccolti sui propri corpi e su quelli dei figli. Spostare quella logica dentro le stanze del Parlamento europeo significa avanzare un’ipotesi precisa: che la prova della contaminazione non sia un argomento di dibattito tecnico, ma un fatto biologico misurabile, scritto sulla pelle di chi quei figli li sta mettendo al mondo. Ogni provetta che arriverà al laboratorio sarà un dato in più per costringere Bruxelles a guardare in faccia ciò che da troppo tempo preferisce non vedere.

Neomamme, donne incinte o anche solo donne che hanno in progetto di fare un bambino possono ancora effettuare domanda per partecipare allo screening scrivendo all’indirizzo mail scrivimi@cristinaguarda.it. Spese di viaggio, alloggio e analisi saranno coperte dall’iniziativa promossa dall’eurodeputata veneta di Alleanza Verdi e Sinistra.

 

La resistenza all’IA sta causando problemi a Internet Archive e al giornalismo stesso

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Più di duecento giornalisti hanno firmato una lettera aperta per esprimere gratitudine verso Internet Archive e la sua Wayback Machine, il sistema che conserva e rende consultabili nel tempo le pagine web archiviate. I firmatari intendono evidenziare come si tratti di uno strumento essenziale per il giornalismo d’inchiesta, capace di restituire accesso a portali scomparsi o modificati, e quindi di preservare la memoria digitale del dibattito pubblico. Questo sostegno arriva in un momento delicato per l’organizzazione non profit: un numero crescente di testate sta bloccando la sua possibilità di salvare gli articoli, impedendole di aggiungere nuovi contenuti al suo database. Se questa tendenza dovesse proseguire, una parte significativa della storia del web rischierebbe di svanire, privando giornalisti e cittadini di una risorsa cruciale per la trasparenza e la verifica delle fonti.

La lettera è stata pubblicata a metà aprile e, da allora, ha lentamente guadagnato visibilità, soprattutto sui profili social dei giornalisti, dove è diventata una presenza sempre più ricorrente. «Nelle generazioni precedenti, per verificare i reportage storici, i giornalisti si sarebbero affidati agli archivi fisici di una testata locale o delle biblioteche pubbliche, seguendo i fili del presente indietro nella storia», si legge nel comunicato. «Con molte testate ormai chiuse e senza un percorso chiaro che permetta alle biblioteche pubbliche di conservare le indagini in formato digitale, il compito di salvaguardare le cronache giornalistiche ricade sempre più sulle spalle di Internet Archive».

Il gruppo fa riferimento a ciò che in gergo si definisce “link rot”, ovvero la progressiva decomposizione dei contenuti online: pagine, articoli e documenti che scompaiono o diventano irraggiungibili molto più rapidamente di quanto si immagini. Nel 2024, il Pew Research Center stimava che il 38% dei contenuti pubblicati nell’arco degli ultimi dieci anni fosse ormai perduto. Le cause sono molteplici: fusioni e cessioni aziendali, fallimenti, riduzione dei materiali archiviati sui server, ma anche il semplice disinteresse nel mantenere pagine considerate obsolete che, nel loro piccolo, comportano comunque costi di conservazione.

Internet Archive cerca di tamponare questa criticità preservando la memoria di siti considerati di rilievo e di pagine segnalate direttamente dalla community. In questo modo continua a rappresentare uno degli ultimi baluardi dell’Internet nella sua accezione divulgativa, democratizzante e orizzontale. Negli ultimi mesi, tuttavia, il portale si trova ad affrontare una nuova difficoltà che si somma ai conflitti storici con i grandi gruppi aziendali, spesso contrari alla condivisione dei propri contenuti con l’organizzazione. Molte testate hanno infatti introdotto sistemi per impedire il rastrellamento automatico dei dati. Il risultato è che Internet Archive fatica sempre più ad archiviare i contenuti recenti, rischiando di perdere proprio quella parte di memoria digitale che si propone di salvaguardare.

Non si tratta però di un attacco diretto: Internet Archive si trova nel mezzo di un fuoco incrociato, con i quotidiani che hanno rivisto la gestione dei propri siti nel tentativo disperato di contrastare l’esfiltrazione dei dati da parte delle aziende impegnate ad addestrare modelli di intelligenza artificiale, talvolta con modalità di legittimità discutibile. Il nodo è che gli stessi meccanismi di raccolta automatica impiegati dalle società di IA per saccheggiare articoli e contenuti sono identici a quelli utilizzati da Internet Archive per preservare e catalogare le informazioni chiave. Ne deriva un conflitto tecnico e culturale difficile da risolvere.

La lettera aperta non affronta direttamente questa questione, si limita a ribadire l’importanza cruciale di Internet Archive come strumento di lavoro, sottolineando che molte inchieste contemporanee dipendono dalla sua esistenza. Non vengono formulate richieste né prese di posizione esplicite contro le decisioni delle redazioni, tuttavia è difficile non cogliere un sottotesto di preoccupazione e di appello implicito verso chi guida le aziende editoriali – un invito a riflettere sul fatto che le scelte dirigenziali stanno progressivamente erodendo la possibilità di fare buon giornalismo, limitando l’accesso alle fonti e alla memoria digitale collettiva.