Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha, e altri funzionari per presunti legami con il cartello locale, segnando un’escalation nella lotta ai narcotrafficanti e possibili tensioni diplomatiche con il Messico. Secondo le accuse, Rocha avrebbe collaborato con i leader del cartello per facilitare l’ingresso di grandi quantità di droga negli Stati Uniti in cambio di sostegno politico e tangenti. Si tratta di un caso raro che coinvolge politici in carica e amplia il raggio delle indagini. L’incriminazione mette in difficoltà la presidente Claudia Sheinbaum, alleata politica di Rocha.
Il Regno Unito espelle un diplomatico russo
Il Regno Unito ha espulso un diplomatico russo in risposta alla recente espulsione di un funzionario britannico da parte di Mosca. Ad annunciare la decisione è il ministero degli Esteri del Paese, che ha dichiarato di avere convocato l’ambasciatore russo per avvisarlo della decisione. La disputa diplomatica è sorta lo scorso mese, quando un diplomatico britannico in Russia è stato accusato di spionaggio. Il Servizio di sicurezza federale russo ha dichiarato che il diplomatico aveva cercato di raccogliere informazioni sensibili sull’economia russa in incontri informali con esperti del Paese. Il Regno Unito ha smentito le accuse.
Mentre tutto resta fermo, Gaza si ricostruisce da sola
Mentre nei salotti della diplomazia a stelle e strisce il “Board of Peace” discute di come implementare le prossime tappe del cessate il fuoco, la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza non si è fermata, e la necessità di ricostruire quanto distrutto da Israele è diventata ancora più impellente. I finanziamenti scarseggiano, i piani di ricostruzione sono ancora un miraggio; la popolazione palestinese di Gaza, tuttavia, ha iniziato a fare da sé. Supportati da un programma delle Nazioni Unite, i cittadini della Striscia stanno rimuovendo le macerie, rassettando le strade, livellando la pavimentazione, per poi riutilizzare gli stessi materiali recuperati per una prima riabilitazione della Striscia. I lavori procedono a ritmo lento, ma costante; ci vorranno anni prima che l’exclave palestinese si riprenda completamente, ma il popolo palestinese sta affermando con forza la propria intenzione a restare nella propria terra, lavorando ogni giorno per la sua ricostruzione.
Nonostante il silenzio tombale calato con la firma della tregua ottobrina, tra le strade di Gaza riecheggia il rumore dei macchinari manovrati dalla stessa popolazione palestinese per smaltire i detriti; il programma di ricostruzione domestica è stato lanciato negli scorsi mesi dalle Nazioni Unite e a oggi ha rimosso circa 287.000 tonnellate di macerie. «È solo la “punta dell’iceberg”», dice Alessandro Mrakic, capo ufficio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), ai microfoni dell’agenzia di stampa Reuters. Il quotidiano parla di uno dei maggiori sgomberi postbellici della storia, con circa 61 milioni tonnellate di macerie da smaltire, rimessa in funzione dei servizi primari, lavori transitori e ricostruzione finale, per una spesa stimata di 71,4 miliardi di dollari in una decade.
Sul fronte dello smaltimento, stanno venendo impiegati macchinari pesanti per demolire i cumuli di cemento distrutto, mentre intanto squadre di operai setacciano l’acciaio e le macerie degli edifici danneggiati. La rimozione delle macerie da Gaza potrebbe richiedere sette anni, ritiene l’UNDP; la stima tuttavia ipotizza un accesso accelerato e senza ostacoli di macchinari pesanti e un approvvigionamento costante di carburante, tutti elementi spesso oggetto delle restrizioni israeliane. I lavori non sono esenti da pericoli: sotto le macerie potrebbero infatti trovarsi ordigni inesplosi, che stanno venendo cercati – ed eventualmente rimossi – in coordinamento con il servizio di sminamento delle Nazioni Unite. I rischi non riguardano solo il lavoro, ma anche la possibilità concreta di finire sotto il fuoco dei soldati israeliani; le aree interessate dal programma sono situate in diverse zone della Striscia, alcune delle quali confinanti con la cosiddetta “linea gialla”, la linea entro cui i soldati israeliani dovrebbero – in linea teorica – rimanere stazionati; la posizione di taluni cantieri, spiegano gli stessi lavoratori, espone le persone al rischio di venire colpite da proiettili israeliani vaganti.
A gennaio, l’UNDP aveva assunto 2.819 lavoratori locali per supportare i servizi essenziali a Gaza; si tratta di figure di diversa natura, da semplici operatori a operai qualificati e ingegneri specializzati; non erano – tuttavia – impiegati solo per raccolta e smaltimento dei detriti. L’agenzia dell’ONU parla di diversi programmi attivi con lo scopo di «gettare le basi per comunità più sicure e sane», non solo rimuovendo le macerie, ma anche selezionando, frantumando e riutilizzando i materiali smaltiti nell’ottica della massima riduzione degli sprechi: «Abbiamo utilizzato quasi la stessa quantità di materiale che abbiamo raccolto», spiega Mrakic.
In tutta Gaza, l’UNDP sta rimuovendo e frantumando le macerie a un ritmo di circa 1.500 tonnellate al giorno in cinque siti di frantumazione diversi. Le macerie vengono poi utilizzate per livellare strade e aree di rifugio, nonché per migliorare l’accesso a panifici, cucine e ospedali. Tra i primi progetti attivi, vi è quello della riparazione di tratti della strada Salah al-Din, una delle due arterie principali che percorrono la Striscia di Gaza che risulta vitale per il trasporto di persone e merci. A ora, sono stati riparati oltre 267 tratti stradali nella Striscia di Gaza utilizzando detriti frantumati, per una superficie di oltre 80.000 metri quadrati.
La vera sfida, dopo la riabilitazione delle macerie, è quella che riguarda la riparazione delle infrastrutture, dell’elettricità, dell’acqua, delle fognature, delle scuole e delle strade. Tra le varie cose, l’UNDP sta anche «ripristinando i sistemi fognari e i pozzi e fornendo acqua potabile alle aree che ne hanno più bisogno». L’acqua potabile viene inoltre raccolta e trasportata tramite autocisterne, spesso passando per strade dissestate e aree ristrette, come i rifugi. Ogni giorno, l’UNDP trasporta circa 1.800 metri cubi d’acqua in tutta la Striscia di Gaza, sufficienti per 3.000 persone. Come per molte altre infrastrutture, i palestinesi hanno utilizzato detriti frantumati come base per il campo che si occupa del trasporto quotidiano di acqua.
A Bruxelles il primo biomonitoraggio per misurare la presenza di PFAS in neomamme e donne incinta
L’invito è puntuale, e non ha nulla di simbolico. Il 9 giugno, al Parlamento europeo di Bruxelles, si svolgerà una giornata di biomonitoraggio allo scopo di rilevare le concentrazioni di inquinanti PFAS nel sangue di un gruppo di neomamme e donne in gravidanza. L’iniziativa mira a rilevare la quantità di TFA (acido trifluoroacetico) uno dei PFAS maggiormente nocivi e tra i meno studiati a livello continentale, ritenuto un interferente endocrino capace di alterare il naturale funzionamento del sistema ormonale con conseguenze gravi sulla salute. Lo screening permetterà finalmente di fare luce sulle conseguenze che l’inquinamento degli PFAS – composti chimici sintetici altamente inquinanti derivanti dalla produzione industriale che, in Italia, hanno contaminato terreni e acque di larga parte della pianura padana – ha sulla maternità e potenzialmente sulle future generazioni. L’Iniziativa è stata promossa da un’europarlamentare italiana, Cristina Guarda, di Alleanza Verdi-Sinistra, ed è aperta alle iscrizioni di tutte le future mamme che vorranno aderire.
Dietro l’iniziativa c’è una tesi politica che Guarda non smette di ripetere. «Finché in Europa continueranno a costruire una narrazione in cui la situazione non è così grave e i PFAS non sono così pericolosi – dice nell’invito diffuso sui suoi canali – chi ci invita a fare più figli spesso poi continua ad avvelenarci». E poi il dato che ricorre come una sentenza: «Solo nei cordoni ombelicali ci sono 42 tipi di PFAS. Non può essere una nostra responsabilità. Deve diventare una nostra lotta, però».
Il TFA è una frontiera scientifica e regolatoria ancora aperta. Sottoprodotto della degradazione di numerosi pesticidi e gas refrigeranti fluorurati, è stato a lungo considerato innocuo. Le ricerche più recenti lo collocano invece tra gli interferenti endocrini sospetti, e le sue tracce vengono rilevate ovunque: acque potabili, piogge, vini europei, sangue umano. La giornata di biomonitoraggio prova a tradurre questa diffusione in dati pubblici, costruendo una mappa del corpo che è anche una mappa politica.
L’iniziativa si inserisce in un percorso parlamentare che procede in parallelo. Il 22 aprile l’eurodeputata ha depositato un’interrogazione prioritaria in cui chiede alla Commissione di chiarire la propria definizione di “uso industriale” e “uso da parte dei consumatori” dei PFAS. La questione è tutt’altro che terminologica: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente citate dalla stessa Guarda, oltre il 99% dei volumi di PFAS riguarda la produzione industriale, e meno dello 0,2% gli articoli destinati al consumatore finale. Da come Bruxelles fisserà questi due perimetri dipende dove si concentreranno davvero le restrizioni e dove, invece, resteranno larghi margini di manovra per le aziende.
Su L’Indipendente abbiamo dedicato ampio spazio al dossier PFAS sul numero del mensile pubblicato ad aprile, ricostruendo la geografia della contaminazione italiana ed europea, le responsabilità industriali, i ritardi della politica e gli enormi danni alla salute certificati da anni di studi scientifici. In quell’inchiesta avevamo intervistato proprio Guarda, raccogliendo un giudizio severo sulla gestione del caso Veneto, terra che la conosce da vicino: è di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dalla contaminazione legata all’ex stabilimento Miteni. «Senza l’Europa non sapremmo niente e continueremmo a bere acqua piena di PFAS», ci aveva detto, denunciando il tentativo di trattare il disastro come un’emergenza locale «per non urtare le sensibilità del mondo industriale».
Da quella stessa esperienza nasce anche la cifra personale dell’iniziativa del 9 giugno. Nelle stesse pagine, Guarda raccontava di aver vissuto «come cittadina contaminata» e di aver conosciuto «l’impossibilità di riuscire ad avere una figlia» fino alla scoperta di una condizione che poteva essere influenzata proprio dalla presenza di interferenti endocrini. Da qui un argomento ricorrente: «È inutile che mi venga chiesto come donna di impegnarmi per fare figli, se poi l’ambiente in cui vivo è contaminato da sostanze chimiche che non soltanto sono cancerogene, ma sono dannosissime per il sistema di sviluppo del bambino fin dall’età fetale». La campagna di biomonitoraggio è il prolungamento concreto di quel ragionamento: nessuna politica per la natalità è credibile se non parte dalla salubrità dell’ambiente in cui si decide di mettere al mondo un figlio.
Il modello, in fondo, è già stato collaudato in Veneto dalle Mamme No PFAS, che da anni tengono accesi i riflettori sulla contaminazione anche grazie ai dati raccolti sui propri corpi e su quelli dei figli. Spostare quella logica dentro le stanze del Parlamento europeo significa avanzare un’ipotesi precisa: che la prova della contaminazione non sia un argomento di dibattito tecnico, ma un fatto biologico misurabile, scritto sulla pelle di chi quei figli li sta mettendo al mondo. Ogni provetta che arriverà al laboratorio sarà un dato in più per costringere Bruxelles a guardare in faccia ciò che da troppo tempo preferisce non vedere.
Neomamme, donne incinte o anche solo donne che hanno in progetto di fare un bambino possono ancora effettuare domanda per partecipare allo screening scrivendo all’indirizzo mail scrivimi@cristinaguarda.it. Spese di viaggio, alloggio e analisi saranno coperte dall’iniziativa promossa dall’eurodeputata veneta di Alleanza Verdi e Sinistra.
La resistenza all’IA sta causando problemi a Internet Archive e al giornalismo stesso
Più di duecento giornalisti hanno firmato una lettera aperta per esprimere gratitudine verso Internet Archive e la sua Wayback Machine, il sistema che conserva e rende consultabili nel tempo le pagine web archiviate. I firmatari intendono evidenziare come si tratti di uno strumento essenziale per il giornalismo d’inchiesta, capace di restituire accesso a portali scomparsi o modificati, e quindi di preservare la memoria digitale del dibattito pubblico. Questo sostegno arriva in un momento delicato per l’organizzazione non profit: un numero crescente di testate sta bloccando la sua possibilità di salvare gli articoli, impedendole di aggiungere nuovi contenuti al suo database. Se questa tendenza dovesse proseguire, una parte significativa della storia del web rischierebbe di svanire, privando giornalisti e cittadini di una risorsa cruciale per la trasparenza e la verifica delle fonti.
La lettera è stata pubblicata a metà aprile e, da allora, ha lentamente guadagnato visibilità, soprattutto sui profili social dei giornalisti, dove è diventata una presenza sempre più ricorrente. «Nelle generazioni precedenti, per verificare i reportage storici, i giornalisti si sarebbero affidati agli archivi fisici di una testata locale o delle biblioteche pubbliche, seguendo i fili del presente indietro nella storia», si legge nel comunicato. «Con molte testate ormai chiuse e senza un percorso chiaro che permetta alle biblioteche pubbliche di conservare le indagini in formato digitale, il compito di salvaguardare le cronache giornalistiche ricade sempre più sulle spalle di Internet Archive».
Il gruppo fa riferimento a ciò che in gergo si definisce “link rot”, ovvero la progressiva decomposizione dei contenuti online: pagine, articoli e documenti che scompaiono o diventano irraggiungibili molto più rapidamente di quanto si immagini. Nel 2024, il Pew Research Center stimava che il 38% dei contenuti pubblicati nell’arco degli ultimi dieci anni fosse ormai perduto. Le cause sono molteplici: fusioni e cessioni aziendali, fallimenti, riduzione dei materiali archiviati sui server, ma anche il semplice disinteresse nel mantenere pagine considerate obsolete che, nel loro piccolo, comportano comunque costi di conservazione.
Internet Archive cerca di tamponare questa criticità preservando la memoria di siti considerati di rilievo e di pagine segnalate direttamente dalla community. In questo modo continua a rappresentare uno degli ultimi baluardi dell’Internet nella sua accezione divulgativa, democratizzante e orizzontale. Negli ultimi mesi, tuttavia, il portale si trova ad affrontare una nuova difficoltà che si somma ai conflitti storici con i grandi gruppi aziendali, spesso contrari alla condivisione dei propri contenuti con l’organizzazione. Molte testate hanno infatti introdotto sistemi per impedire il rastrellamento automatico dei dati. Il risultato è che Internet Archive fatica sempre più ad archiviare i contenuti recenti, rischiando di perdere proprio quella parte di memoria digitale che si propone di salvaguardare.
Non si tratta però di un attacco diretto: Internet Archive si trova nel mezzo di un fuoco incrociato, con i quotidiani che hanno rivisto la gestione dei propri siti nel tentativo disperato di contrastare l’esfiltrazione dei dati da parte delle aziende impegnate ad addestrare modelli di intelligenza artificiale, talvolta con modalità di legittimità discutibile. Il nodo è che gli stessi meccanismi di raccolta automatica impiegati dalle società di IA per saccheggiare articoli e contenuti sono identici a quelli utilizzati da Internet Archive per preservare e catalogare le informazioni chiave. Ne deriva un conflitto tecnico e culturale difficile da risolvere.
La lettera aperta non affronta direttamente questa questione, si limita a ribadire l’importanza cruciale di Internet Archive come strumento di lavoro, sottolineando che molte inchieste contemporanee dipendono dalla sua esistenza. Non vengono formulate richieste né prese di posizione esplicite contro le decisioni delle redazioni, tuttavia è difficile non cogliere un sottotesto di preoccupazione e di appello implicito verso chi guida le aziende editoriali – un invito a riflettere sul fatto che le scelte dirigenziali stanno progressivamente erodendo la possibilità di fare buon giornalismo, limitando l’accesso alle fonti e alla memoria digitale collettiva.
Nel mondo spesi 2.887 miliardi in armi solo nel 2026: è il record assoluto
La spesa militare globale ha raggiunto un livello record nel 2025 pari a 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024. A trainare l’aumento complessivo della spesa in armi è stata soprattutto l’Europa, seguita dall’Asia, mentre le spese militari degli Stati Uniti sono diminuite soprattutto perché non è stato approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Si tratta dei dati riportati in un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Secondo il ricercatore del SIPRI, Xiao Liang, «considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre». La spesa militare nel 2025 è aumentata per l’undicesimo anno consecutivo, portando l’onere militare globale al 2,5%, il livello più alto dal 2009. Sebbene la crescita sia stata inferiore rispetto all’incremento del +9,7% registrato nel 2024, il calo è stato in gran parte dovuto alla flessione della spesa militare statunitense, mentre al di fuori degli USA, la spesa totale è cresciuta del 9,2%.
In particolare, il principale fattore che ha contribuito all’aumento della spesa militare globale è stato un aumento del 14 per cento in Europa, mentre in Asia e Oceania si è registrato un incremento dell’8,1 per cento. In generale, l’Europa ha raggiunto una spesa complessiva di 864 miliardi di dollari: Russia e Ucraina hanno continuato a incrementare gli investimenti in armi nel quarto anno di guerra, mentre alcuni dei membri europei della NATO hanno portato alla crescita annua della spesa più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della Guerra fredda. Nel dettaglio, la Russia ha aumentato la sua spesa militare del 5,9% nel 2025, raggiungendo i 190 miliardi di dollari, mentre l’Ucraina ha incrementato la propria spesa del 20%, arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ovvero il 40% del suo PIL. Allo stesso tempo, come si legge nel rapporto del SIPRI, “i 29 membri europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del PIL”. In questo contesto, la Germania è stata la nazione che ha speso di più in armamenti, con un aumento del 24% su base annua, raggiungendo i 114 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1990 la soglia del 2% attestandosi al 2,3% del PIL nel 2025. A seguire troviamo la Spagna, che ha aumentato i suoi investimenti in armi del 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del PIL.
Per quanto riguarda l’Italia, invece, sebbene non sia stato ancora raggiunto il 2% del Pil richiesto dalla NATO, è prevista una crescita graduale della spesa, come sottolineato in un’audizione in Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato: dall’1,57% del Pil nel 2025 si passerà all’1,58% nel 2026 e all’1,61% nel 2027. L’agognato traguardo del 2% richiesto dalla NATO resta fissato non prima del 2028, un obiettivo che il governo stesso ha più volte definito ambizioso ma difficilmente anticipabile. Intanto, la legge di Bilancio per il 2026 conferma un incremento del settore Difesa di circa 1,1 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. In generale, il riarmo italiano vale circa 36 miliardi: l’Osservatorio Mil€x, infatti, ha recentemente certificato che in poco più di tre anni di Legislatura sono stati avviati 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per un totale di 36,4 miliardi.
In Medio Oriente, invece, nonostante le forti tensioni regionali, le spese per la difesa sono rimaste stabili, con una cifra stimata di 218 miliardi di dollari, appena lo 0,1% in più rispetto al 2024. In particolare, la spesa militare di Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, ma è comunque rimasta superiore del 97% rispetto ai dati del 2022. Anche gli investimenti iraniani nel settore sono diminuiti per il secondo anno consecutivo calando del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta però di un calo in termini reali dovuto a un’inflazione annua del 42%, mentre la spesa è aumentata in termini nominali. Secondo Zubaida Karim, ricercatrice del Programma di Spesa Militare e Produzione di Armi del SIPRI, “è quasi certo che le cifre ufficiali sottostimino il livello reale della spesa iraniana: l’Iran utilizza anche le entrate petrolifere extra-bilancio per finanziare le sue forze armate, compresa la produzione di missili e droni”.
In Asia e Oceania, la spesa militare è aumentata, registrando la crescita più rapida dal 2009 con 681 miliardi di dollari, l’8,1% in più rispetto al 2024. A trainare l’incremento sono Cina, Giappone e Taiwan: la prima ha incrementato il proprio budget del 7,4%, arrivando a 336 miliardi di dollari. Si tratta del 31° aumento consecutivo su base annua, a conferma del programma di modernizzazione militare cinese. Gli investimenti giapponesi, invece, sono aumentati del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari, pari all’1,4% del PIL, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha incrementato del 14% la sua spesa, nel contesto di crescente ostilità con la Cina.
In generale, si registra un aumento record delle spese militari determinato dalle crescenti tensioni internazionali e dal rapido mutamento degli equilibri e delle alleanze globali, tra cui la frattura tra Europa e Stati Uniti che ha spinto il Vecchio continente a un riarmo massiccio. Un simile contesto, suggerisce anche un possibile incremento dei conflitti nei prossimi anni.
Filippine: procede l’impeachment per la vicepresidente Duterte
La commissione giustizia della Camera dei Rappresentanti delle Filippine ha deliberato che ci sono elementi sufficienti per avviare la procedura di impeachment contro la vicepresidente Sara Duterte. Con tale delibera, la denuncia potrà passare a una votazione dalla plenaria, che dovrebbe venire effettuata a partire dalla ripresa dei lavori del Congresso del prossimo mese. In caso di condanna, Duterte, che intende candidarsi alla presidenza, verrebbe rimossa dall’incarico e interdetta a vita dalla vita politica. Duterte è accusata di avere utilizzato impropriamente fondi pubblici per accumulare ricchezza e di avere minacciato il presidente e rivale politico Ferdinand Marcos Jr.










