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Alla Biennale di Venezia torna il padiglione russo: il governo manda gli ispettori

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Il Ministero della Cultura ha ufficialmente inviato i propri ispettori presso la sede della Biennale di Venezia per fare luce sulla riapertura del Padiglione della Federazione Russa, prevista in occasione della 61esima Esposizione internazionale d’arte che prenderà il via il prossimo 9 maggio. I funzionari governativi sono giunti in laguna con il compito di esaminare minuziosamente documenti, inviti e procedure decisionali, verificando che ogni passaggio sia avvenuto nel pieno rispetto delle sanzioni internazionali e delle leggi vigenti. La tensione tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, è ormai ai massimi livelli, ed è alimentata anche dalla scelta della giuria internazionale di escludere dai premi i Paesi guidati da leader sotto accusa per crimini contro l’umanità, coinvolgendo direttamente Mosca e Israele.

Secondo quanto si apprende, i funzionari del Collegio romano stanno esaminando i fascicoli relativi alle interlocuzioni con Mosca, alle autorizzazioni concesse e alle modalità di gestione logistica del padiglione, che – dopo essere stato chiuso nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto – quest’anno resterà aperto dal 6 all’8 maggio. La Biennale ha più volte ribadito «l’assoluto rispetto delle norme, avendo agito in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti e nei limiti delle proprie competenze e responsabilità», e che «nessun divieto delle sanzioni europee è stato aggirato». Il ministero, invece, contesta la mancata comunicazione preventiva della partecipazione russa e valuta ora persino l’ipotesi del commissariamento, che al momento risulta comunque poco probabile.

L’aspra contesa in atto ha varcato i confini nazionali, trovando una sponda decisa a Strasburgo. Il commissario dell’Unione Europea per la Cultura, Glenn Micallef, ha espresso totale sintonia con l’azione del Ministero della Cultura italiano, annunciando che diserterà l’evento. «La decisione della Biennale di inviare le autorità russe ad aprire il loro padiglione nazionale è un esempio totalmente incompatibile con la posizione dell’UE», ha dichiarato Micallef, il quale ha aggiunto che «l’Agenzia Ue per l’istruzione e la cultura ha notificato agli organizzatori l’intenzione di ritirare il contributo di 2 milioni di euro a meno che la decisione sul padiglione russo non sia ritirata». Il commissario ha poi spiegato le ragioni personali della sua assenza: «finché la Russia e le autorità russe continueranno a essere invitate mentre il popolo ucraino continua a essere bersaglio di attacchi quotidiani, non posso essere presente».

Già a marzo 22 Paesi europei avevano firmato una lettera – sottoscritta da ministri della Cultura e degli Affari esteri – indirizzata al presidente della Biennale di Venezia e ai membri del Consiglio di amministrazione per chiedere che Mosca e i suoi artisti fossero esclusi dall’evento. La notizia della possibile revoca dei fondi che l’Europa ha destinato alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione della Russia era arrivata poco più di due mesi fa. Nello specifico, l’UE ha inviato una comunicazione ufficiale alla Biennale, cui sono concessi 30 giorni di tempo dalla ricezione per far pervenire le proprie obiezioni in merito. L’azione dell’UE sul punto sembra muoversi in una chiara cornice politica, dal momento che lo stesso ragionamento non è stato applicato agli USA, che hanno scatenato la guerra in Iran, o a Israele, corresponsabile del conflitto contro Teheran oltre che autore del genocidio a Gaza e dei massacri in Libano.

Attacco israeliano alla Flotilla: Meloni condanna, ma decide di non fare niente

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«Il Governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto ieri sera in acque internazionali al largo delle coste greche». Recita così il comunicato dell’esecutivo Meloni sulle operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni dell’organizzazione umanitaria portate avanti dall’esercito israeliano. Ancora una volta, insomma, il governo si conferma forte a parole, ma debole nei fatti. La missione, la seconda del suo genere, intende rompere l’assedio israeliano a Gaza e spingere i governi di tutto il mondo ad agire concretamente per interrompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Palestina; se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, oggi la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Aviv, mentre oltre venti dei propri concittadini risultano sotto arresto, intercettati – come ammette lo stesso governo – «illegalmente» in acque internazionali.

Le prime reazioni alle intercettazioni di ieri sera sono arrivate tra la mattina e il pomeriggio di oggi, 30 aprile. A dare il via alle danze è stato un primo – molto timido – comunicato del ministero degli Esteri, in cui si legge che Tajani ha «ricevuto informazioni su un avvicinamento di unità militari di Israele alle barche della Flottilla salpate nei giorni scorsi per una navigazione verso Gaza». Il ministro «ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al Governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie a tutelare i cittadini italiani imbarcati». Poco dopo, è arrivato il comunicato del governo: dopo avere condannato l’operazione israeliana, l’esecutivo Meloni ha chiesto a Israele «l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo».

Certamente più dura nei toni rispetto al comunicato della Farnesina, la dichiarazione del governo è stata analogamente morbida nei fatti: un mese fa, l’Italia ha deciso di convocare l’ambasciatore israeliano a Roma dopo che Israele ha negato al cardinale e arcivescovo di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa di celebrare la tradizionale messa per la domenica delle Palme presso la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Oggi, invece, l’opzione di parlare con i rappresentanti diplomatici israeliani non pare essere ancora emersa, anche se lo stesso governo definisce «illegale» il fermo degli attivisti in acque internazionali. Di fronte alle continue violazioni della legge internazionale da parte di Israele, sono diversi i Paesi che hanno deciso di agire diplomaticamente per dare un segnale a Tel Aviv, prima fra tutti la Spagna, che ha ritirato la propria ambasciatrice nello Stato ebraico. L’Italia, però, continua a limitarsi alle parole.

L’abbordaggio israeliano è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi. Gli attivisti denunciano come i militari israeliani siano saliti a bordo di alcune imbarcazioni e ne abbiano distrutto motori e apparecchiature di navigazione, per poi abbandonarle alla deriva sulla rotta di una tempesta in arrivo, senza possibilità di chiedere aiuto via radio.

La conferenza mondiale sui fossili si chiude senza accordi vincolanti

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Cinquantasette Paesi si sono riuniti per la prima volta nella storia per discutere esplicitamente di come abbandonare il petrolio, il carbone e il gas: se ne sono andati senza firmare nulla di definitivo. Santa Marta, città caraibica della Colombia, è il luogo più azzeccato che si potesse scegliere: a pochi chilometri dal centro congressi si estende il porto di Drummond, uno dei maggiori terminal carboniferi del Sud America, da cui milioni di tonnellate di carbone colombiano vengono imbarcate ogni anno verso il resto del mondo. È qui che si è tenuta, dal 24 al 29 aprile 2026, la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, convocata congiuntamente dalla Colombia e dai Paesi Bassi.

La conferenza non ha prodotto un accordo negoziale vincolante. Lo chiarisce senza giri di parole Amnesty International nel suo bilancio finale: «La prima conferenza sulla transizione dai combustibili fossili non ha prodotto un esito politico negoziato». Una sintesi delle discussioni verrà pubblicata nei prossimi mesi, probabilmente in vista della COP31. Eppure sarebbe sbrigativo liquidare l’evento come un’altra passerella climatica senza conseguenze.

Sul tavolo sono arrivate diverse proposte e i primi progetti concreti. La Francia ha pubblicato un programma nazionale che traccia il percorso per eliminare l’uso di tutti i combustibili fossili nel settore energetico entro il 2050. È stato inoltre annunciato un nuovo panel scientifico internazionale, lo Scientific Panel for Global Energy Transition, con il mandato di supportare governi, città e regioni nella pianificazione delle proprie traiettorie di decarbonizzazione. «Fornirà tutte le soluzioni per implementarle e finanziarle», ha detto Carlos Nobre, climatologo brasiliano tra i promotori.

Il segnale politico più significativo è venuto da una coalizione di Stati che ha formalmente chiesto l’avvio di negoziati per uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’uscita dai combustibili fossili, con obblighi sul lato dell’offerta, meccanismi finanziari e garanzie di giustizia climatica. Una richiesta che Tuvalu, il micro-stato insulare del Pacifico minacciato dall’innalzamento del mare, ha trasformato in dichiarazione esistenziale. «Non si tratta di una posizione negoziale», ha detto il ministro per il clima Maina Talia. «Per noi è una questione di sopravvivenza». La coalizione è quasi interamente composta da piccoli stati insulari del Sud del mondo, con pochissime eccezioni di peso: Colombia (il più grande produttore di fossili del gruppo), Pakistan e Cambogia.

La lista di chi non c’era racconta una storia altrettanto importante. Stati Uniti, Cina, India, Russia e i paesi del Golfo hanno disertato la conferenza. Washington ha motivato la sua assenza con una nota in cui si spiega che: «Abbandonare fonti energetiche affidabili per affidarsi a fonti intermittenti e costose è distruttivo». Una posizione che ignora che le rinnovabili abbinate a sistemi di accumulo si sono già dimostrate affidabili in contesti reali, e che, ad esempio secondo la società finanziaria Lazard, sono ormai più competitive economicamente del carbone e del gas naturale.

La conferenza si è svolta sullo sfondo di una crisi energetica globale innescata dal conflitto Usa-Israele contro l’Iran, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas. Paradossalmente, proprio quella crisi ha rafforzato gli argomenti dei fautori della transizione: chi dipende meno dai fossili è anche chi soffre meno i contraccolpi delle guerre per le risorse. «I governi non stanno facendo la transizione per ragioni climatiche», ha spiegato Leo Roberts, ricercatore di E3G, centro studi indipendente con sede a Londra. «La fanno perché è più economico, efficiente e sicuro allontanare la propria economia dai combustibili fossili».

Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha ricordato alla platea che il pianeta supererà «inevitabilmente» la soglia critica di 1,5°C di riscaldamento entro il prossimo decennio. Tornare sotto quella soglia rimane scientificamente possibile, ha detto, «ma richiede un’accelerazione della transizione dai fossili».

L’unico atto formale e unanime della conferenza è stato il passaggio di consegne. La Colombia ha ceduto il testimone a Tuvalu, che ospiterà la seconda conferenza nel 2027, con la co-presidenza dell’Irlanda. «Questo viaggio», ha detto Talia, «è iniziato in un porto carbonifero del Mar dei Caraibi. Ora naviga verso il Pacifico».

Il Pakistan riceverà flotta di sottomarini cinesi

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Il Pakistan ha annunciato che riceverà una flotta di sottomarini cinesi di ultima generazione. L’annuncio arriva a margine della cerimonia di messa in servizio del primo dei sottomarini – denominato “Hangor” – tenutasi oggi in Cina, a Sanya, dove erano presenti il presidente pakistano Asif Ali Zardari e il capo della Marina di Islamabad, l’ammiraglio Naveed Ashraf. I sottomarini si aggiungeranno ai caccia J10-C di fabbricazione cinese, testati per la prima volta in combattimento durante il conflitto tra Pakistan e India dello scorso anno.

Von der Leyen ammette: la guerra in Iran ci costa 500 milioni al giorno

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«In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha ammesso le drastiche conseguenze che la guerra israelo-statunitense contro l’Iran sta avendo sull’Europa. «Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni» ha affermato la presidente, affermando che l’UE deve ridurre la propria dipendenza dalle combustibili fossili. L’ammissione di von der Leyen arriva nelle stesse ore in cui il presidente USA, Donald Trump, ha avvisato i propri alleati di prepararsi a un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. Il fine è quello di esercitare una pressione economica sul governo iraniano, ma le conseguenze potrebbero avere dure ripercussioni sui mercati occidentali.

Nel corso di un dibattito al Parlamento europeo, Von der Leyen ha sottolineato che quella attuale rappresenta la seconda grave crisi energetica nel giro di quattro anni, dopo quella dovuta alla guerra russo-ucraina e al blocco delle importazioni di gas da Mosca – sostituito dall’import di GNL statunitense, molto più costoso. «In un mondo turbolento come il nostro, non possiamo semplicemente dipendere eccessivamente dall’energia importata» ha sottolineato la presidente della Commissione, per la quale «la strada da percorrere è evidente: ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati e potenziare l’approvvigionamento di energia pulita, accessibile e prodotta internamente». E proveniente dalle rinnovabili e dal nucleare.

Gli Stati membri con un mix energetico «più ricco di fonti a basse emissioni di carbonio risentono meno della crisi», ha dichiarato von der Leyen. Necessario, quindi, un «maggior coordinamento a livello europeo», per evitare la competizione interna; la protezione di consumatori e imprese, con misure adeguate ai settori «più vulnerabili» al fine di evitare un aumento della domanda di gas e petrolio; ridurre la domanda di energia «modernizzando» il modo in cui se ne fa uso (ad esempio, migliorando l’efficienza energetica). Senza nuove risorse proprie, conclude von der Leyen, sarà necessario scegliere «tra contributi nazionali più elevati o una ridotta capacità di spesa».

É iniziata la raccolta firme per il referendum contro i soldi pubblici ai giornali

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L’associazione Schierarsi ha ufficialmente lanciato nei giorni scorsi una campagna di raccolta firme per promuovere un referendum abrogativo mirato a cancellare i finanziamenti pubblici diretti all’editoria. L’obiettivo è raccogliere le 500mila sottoscrizioni necessarie per portare gli italiani alle urne, abrogando la recente norma del decreto “Milleproroghe” che ha ritardato di ulteriori due anni lo stop ai contributi statali per quotidiani e periodici. In soli quattro giorni, la petizione ha superato quota 75mila firme (circa il 15% del quorum richiesto), riaccendendo un dibattito storico nel nostro Paese in merito all’opportunità che i contribuenti finanzino di tasca propria la stampa.

Per comprendere appieno la portata di questa iniziativa, occorre fare un passo indietro e analizzare la questione da un punto di vista tecnico. Con la Legge di Bilancio per il 2019, il Parlamento aveva approvato una norma secondo cui i contributi pubblici ai giornali avrebbero dovuto subire un taglio progressivo, fino a scomparire dal 1° gennaio 2022; quel traguardo, però, non è mai stato raggiunto. A partire dal 2019, infatti, la scadenza è stata rinviata più volte: prima di 12 mesi, poi portata rapidamente a 24 mesi nel 2020, quindi estesa a 48 e poi a 60 mesi nel 2021, ulteriormente allungata a 72 mesi nel 2023 e infine a 96 mesi nel 2024. Il risultato di questa serie di proroghe è che, allo stato attuale, la fine dei contributi diretti all’editoria risulta fissata al 1° gennaio 2030. Il referendum promosso da Schierarsi interviene proprio su questo punto: abrogando l’ultima proroga, riporterebbe il termine al 2028, anticipando di fatto di due anni la cessazione completa dei finanziamenti e impedendo ulteriori slittamenti. Costituendo oggetto di referendum popolare, infatti, la dilazione non potrebbe più essere riproposta dal Parlamento per un congruo periodo di tempo (individuato dalla dottrina giurisprudenziale in almeno 5 anni). Chi lo desiderasse, può sottoscrivere l’iniziativa autenticandosi con SPID o CIE direttamente sul sito del Ministero della Giustizia, a questo link.

Nello specifico, il referendum promosso da Schierarsi – tra i cui fondatori figura l’ex deputato Alessandro Di Battista e che vede in prima linea anche l’ex ministra Barbara Lezzi – mira a colpire i cosiddetti “contributi diretti” alla stampa, un fondo stanziato dallo Stato per sostenere specifiche categorie editoriali: cooperative di giornalisti (testate gestite dai redattori senza un editore proprietario), enti senza fini di lucro e Fondazioni. Il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria ha pubblicato l’elenco dei beneficiari per il 2024 di un fondo che ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (rispetto ai 95,6 del 2023) a favore di 153 testate. I giornali che ricevono i finanziamenti più ingenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). Anche testate nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni) beneficiano di somme rilevanti, dichiarandosi formalmente come cooperative di giornalisti o società senza fini di lucro. L’accesso ai finanziamenti è infatti legato a specifici requisiti giuridici e organizzativi previsti dalla legge, mentre gli assetti proprietari e societari delle singole testate risultano articolati e differenziati caso per caso.

Tecnicamente, il referendum non riguarda invece i cosiddetti “contributi indiretti”, ovvero quelli che consentono alla quasi totalità dei giornali cartacei di beneficiare di sconti sull’acquisto della carta, sgravi fiscali sulla pubblicità, agevolazioni sulle tariffe postali e rimborsi per le spedizioni. Peraltro, il governo manterrebbe comunque la facoltà di varare contributi straordinari una tantum per sostenere la filiera in momenti di crisi particolare. Ciò è ad esempio avvenuto nel 2023, con misure che hanno incluso fino a 10 centesimi per copia cartacea venduta, bonus fino a 3mila euro per le edicole e sostegni per investimenti tecnologici. I contributi straordinari, essendo stati istituiti e disciplinati all’interno della Legge di Bilancio, risultano protetti dall’Articolo 75 della Costituzione, che ne impedisce l’abrogazione tramite referendum. Lo stesso vincolo di inammissibilità si applica ai contributi indiretti: trattandosi di agevolazioni che incidono direttamente sulla materia fiscale (come sgravi e detrazioni), rientrano tra le leggi tributarie espressamente sottratte alla consultazione popolare.

«Riteniamo che il finanziamento pubblico ai giornali, così com’è delineato oggi, non c’entri nulla con il pluralismo: vengono finanziati anche giornali che sono, nei fatti, “di partito”. Pensate al Secolo d’Italia, che dal 2018 al 2024 ha ricevuto oltre 6 milioni di euro, che è un organo della Fondazione Alleanza Nazionale, nel cui CDA figurano Italo Bocchino, Maurizio Gasparri, Fabio Rampelli e Arianna Meloni – dice a L’Indipendente Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi -. Inoltre a beneficiare di contributi pubblici sono sempre gli stessi giornali da vent’anni, con meno del 7% dei beneficiari che assorbe quasi il 60% delle risorse». Alla mattinata di oggi, 30 aprile, la raccolta firme ha totalizzato più di 75mila sottoscrizioni. La strada per le urne è ancora lunga: i promotori dovranno prima tagliare il traguardo delle 500mila firme certificate. Se l’obiettivo verrà raggiunto, la palla passerà prima alla Corte di Cassazione per il controllo di regolarità e, successivamente, alla Consulta, che dovrà esprimersi in via definitiva sull’ammissibilità del quesito.

Istat: cresce l’inflazione, ad aprile +2,8% su base annua

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Ad aprile 2026 l’inflazione in Italia torna a crescere in modo marcato. Secondo le stime preliminari dell’Istat, infatti, l’indice NIC aumenta dell’1,2% su base mensile e del 2,8% su base annua, in forte accelerazione rispetto al +1,7% del mese di marzo. Questa dinamica è trainata soprattutto dal rialzo dei prezzi energetici, sia non regolamentati (da -2,0% a +9,9%) sia regolamentati (da -1,6% a +5,7%). A contribuire è anche l’aumento dei prezzi degli alimentari non lavorati, che passano da +4,7% a +6,0%, incidendo sul costo della vita complessivo.

Epstein Files: il Dipartimento di Giustizia USA sotto accusa per errori e omissioni

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«È fondamentale capire cosa abbia portato il DOJ a fallire nell’oscurare le informazioni delle vittime e a violare la legge proteggendo i loro presunti aggressori». Il Dipartimento di giustizia USA (DOJ) avrebbe violato l’Epstein Files Transparency Act, una legge firmata dal presidente Donald Trump nel novembre 2025 – su pressione del Congresso – che ha imposto la divulgazione completa di tutti i documenti non classificati sull’inchiesta riguardante Jeffrey Epstein, pubblicando informazioni sensibili come indirizzi email e persino foto intime delle vittime, alcune delle quali raffiguranti minori, tutelando invece possibili complici. È questa l’accusa mossa dal Government Accountability Office (GAO), l’organo investigativo indipendente del Congresso, che ha avviato un’indagine.

L’inchiesta, partita da una lettera inviata da un gruppo di deputati guidato dal democratico Jeff Merkley all’organismo di controllo indipendente, nasce in un clima politico incandescente, dove la promessa di “trasparenza totale” si è trasformata in un terreno minato. Il Congresso, con un raro consenso bipartisan, aveva imposto la declassificazione dei cosiddetti “Epstein Files” per fare luce sulla ragnatela di contatti e relazioni del finanziere di Brooklyn e sulle possibili protezioni che avrebbero permesso a Epstein di agire indisturbato per decenni. La desecretazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe, però, seguito una traiettoria contraddittoria: da un lato, la pubblicazione massiva di milioni di pagine; dall’altro, una selezione caotica dei contenuti. Secondo le accuse, circa sei milioni di documenti sarebbero stati identificati, ma solo una parte effettivamente resa pubblica (ne mancano ancora due milioni), spesso con pesanti omissis o, al contrario, con errori clamorosi che hanno esposto dati personali delle vittime.

A rendere ancora più esplosivo il quadro è stato il licenziamento improvviso della procuratrice generale Pam Bondi, travolta dalle polemiche sulla gestione del caso e accusata apertamente di insabbiamento e di “coprire i potenti”. Ufficialmente, la sua uscita di scena sarebbe legata a una perdita di fiducia da parte dell’amministrazione Trump, sebbene dietro la versione formale si intravede uno scontro politico più profondo: Bondi, divenuta unico capro espiatorio, era finita nel mirino di diversi senatori per la gestione disordinata delle redazioni dei documenti e per la mancata protezione delle vittime e il 14 aprile scorso era attesa la sua deposizione al Congresso. La Commissione di Vigilanza della Camera ha comunque approvato un mandato di comparizione per interrogarla sulla gestione dei documenti del caso Epstein, sebbene nei panni di “privata cittadina” e non più di procuratrice generale.

Le criticità segnalate non si limitano alla quantità dei documenti divulgati, ma riguardano soprattutto la qualità e le modalità della loro diffusione. In diversi casi, informazioni estremamente sensibili – comprese immagini e dettagli identificativi – sarebbero state rese pubbliche senza adeguate protezioni, violando gli standard minimi di tutela delle vittime. Al contempo, nomi di soggetti potenzialmente coinvolti o collegati alla rete Epstein sarebbero stati oscurati senza criteri chiari, suscitando le accuse di una “dimenticanza selettiva”. A fine gennaio 2026, il Dipartimento pubblicò oltre 3,5 milioni di pagine con più di un mese di ritardo rispetto alla scadenza fissata dalla legge. Subito dopo, almeno 16 files risultarono improvvisamente rimossi dal portale ufficiale. Tra questi, un fascicolo contenente una foto di Trump e un documento relativo a un’accusa non verificata nei suoi confronti, poi misteriosamente riapparso. Durante un’audizione parlamentare, il deputato libertario-repubblicano Thomas Massie incalzò direttamente Pam Bondi, denunciando modifiche irregolari e una gestione che definì un «massiccio fallimento». Massie sottolineò come i nomi delle vittime fossero stati esposti senza protezioni adeguate, mentre quello del miliardario Les Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, ex amico e cliente di Epstein, fosse stato inizialmente oscurato in apparente violazione della legge.

Ci troviamo dinanzi a due indagini parallele che convergono su un punto cruciale: la possibilità che la gestione dei files non sia stata solo inefficiente, ma condizionata da logiche politiche o da pressioni esterne. Mentre il Congresso attende risposte e nuove richieste di accesso ai documenti si accumulano, resta la sensazione che il vero archivio del potere non sia quello ufficiale, ma quello invisibile, fatto di silenzi e decisioni sottratte al controllo democratico. In questo scenario, quasi mille vittime attendono ancora giustizia, ma il peso di una vicenda ben più vasta sembra gravare soltanto su Ghislaine Maxwell, finora l’unica figura della rete di Epstein a pagare con il carcere.

Gli USA accusano un governatore messicano per legami con i narcos

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Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha, e altri funzionari per presunti legami con il cartello locale, segnando un’escalation nella lotta ai narcotrafficanti e possibili tensioni diplomatiche con il Messico. Secondo le accuse, Rocha avrebbe collaborato con i leader del cartello per facilitare l’ingresso di grandi quantità di droga negli Stati Uniti in cambio di sostegno politico e tangenti. Si tratta di un caso raro che coinvolge politici in carica e amplia il raggio delle indagini. L’incriminazione mette in difficoltà la presidente Claudia Sheinbaum, alleata politica di Rocha.

Israele ha abbordato le navi della Flotilla per Gaza e sequestrato 175 attivisti

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Per la seconda volta nel giro di pochi mesi, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono state aggredite dall’esercito israeliano in acque internazionali. Questa volta, però, è successo al largo dell’isola greca di Creta, a oltre mille chilometri di distanza dalle coste palestinesi. Secondo il resoconto degli attivisti, le imbarcazioni israeliane hanno circondato quelle della Flotilla, che trasporta aiuti umanitari da consegnare alla popolazione civile palestinese, distruggendo i motori e le apparecchiature di navigazione di alcune di esse, lasciate poi alla deriva in mare aperto. L’uso di jammer (dispositivi volti a bloccare la comunicazione radio e telefonica) da parte dei militari israeliani ha ulteriormente complicato la richiesta di aiuto per le imbarcazioni. Il ministero degli Esteri israeliano ha fatto sapere che sono 175 gli attivisti sequestrati attualmente in viaggio verso Israele.

L’abbordaggio è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi.

Gli attivisti hanno raccontato di decine di droni che per ore hanno sorvolato le imbarcazioni, mentre l’equipaggio veniva minacciato dalle imbarcazioni israeliane che hanno accerchiato la Flotilla. In un comunicato radio, le autorità israeliane hanno avvertito: «se portate aiuti umanitari, procedete verso il porto di Ashdod, dove verrà sottoposto a controlli di sicurezza e poi trasferito alla Striscia di Gaza. Siete invitati a cambiare la vostra rotta. Qualsiasi ulteriore tentativo di recarsi a Gaza mette a rischio la vostra sicurezza», oltre a rappresentare una «violazione del diritto internazionale». Gli attivisti denunciano come i militari israeliani siano saliti a bordo di alcune imbarcazioni e ne abbiano distrutto motori e apparecchiature di navigazione, per poi abbandonarle alla deriva sulla rotta di una tempesta in arrivo, senza possibilità di chiedere aiuto via radio. Nel frattempo, il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso un video dell’abbordaggio, nel quale vengono mostrati dei preservativi e una bustina contenente polvere bianca che ha identificato come droga. Subito dopo, ha rivondiviso un video del COGAT (l’ente israeliano che si occupa di gestire le attività civili nella Palestina occupata) nel quale sostiene che gli aiuti verso Gaza «si stanno muovendo» e di non lasciarsi ingannare dalla «propaganda» e dalle «bugie di Hamas».

Secondo il tracker della Flotilla, poco prima delle sei di questa mattina erano 36 le imbarcazioni ancora libere e dirette verso Gaza, mentre 22 sono state intercettate da Israele. Il numero sembra coincidere con quello fornito dal ministero degli Esteri israeliano, che ha riferito che «circa 175 attivisti provenienti da più di 20 imbarcazioni della Flotilla» stanno «dirigendosi pacificamente» verso Israele. Non è chiaro che trattamento verrà riservato alle persone sequestrate in quella che la Flotilla ha definito come una operazione di «pirateria». «Israele non ha giurisdizione in queste acque. Intercettare o abbordare queste imbarcazioni equivarrebbe a una detenzione illegale, potenzialmente a un rapimento in alto mare» ha dichiarato Gur Tsabar, portavoce della Flotilla, ad Al Jazeera.

In una nota la Farnesina ha fatto sapere che il ministero degli Esteri italiano è stato informato «su un avvicinamento di unità militari di Israele alle barche della Flotilla» e che «il ministro degli Esteri Tajani ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie per tutelare i cittadini italiani imbarcati».

Nell’ottobre dello scorso anno, la precedente missione della Global Sumud Flotilla era stata sequestrata al largo delle coste di Gaza dalla marina israeliana e portata in Israele. Su quanto avvenuto dopo, la procura di Roma ha aperto un fascicolo per tortura: nelle carceri israeliane, infatti, gli attivisti sarebbero stati picchiati, insultati e sottoposti a varie forme di trattamenti degradanti e inumani. Le indagini riguardano anche le azioni avvenute in mare: è ancora da verificare, infatti, che le autorità israeliane avessero il diritto di aggredire e sequestrare l’equipaggio della missione (che trasportava cibo, alimenti per neonati e materiale medico per la popolazione della Striscia, dove Israele sta tutt’ora commettendo un genocidio) mentre questa si trovava in acque internazionali. Ora le azioni si sono ripetute, ma nel cuore del Mediterraneo.