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Flotilla per Gaza: proteste e cortei in tutta Italia contro l’inazione del governo Meloni

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Migliaia di cittadini sono scesi in piazza in numerose città italiane dopo che la marina israeliana ha intercettato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, missione umanitaria diretta a Gaza con a bordo medicinali, cibo e aiuti per la popolazione palestinese. I manifestanti, riunitisi sotto i vessilli con i colori palestinesi, chiedono la liberazione degli attivisti fermati – tra cui 23 italiani – e la fine del blocco navale imposto da Israele sulla Striscia dal 2009. Al centro delle proteste vi è in particolare la denuncia dell’«inazione dei governi», in primis quello italiano, accusati di «complicità» con «la macchina da guerra israeliana».

La protesta ha unito associazioni filo-palestinesi, sindacati di base, collettivi studenteschi, centri sociali e realtà della sinistra antagonista, in una risposta diffusa e immediata all’appello alla mobilitazione permanente dell’equipaggio di terra. A Roma i manifestanti si sono radunati al Colosseo nel tardo pomeriggio. «La misura è colma per chi commette atti di pirateria in barba a qualsiasi norma internazionale e nell’impunità. La misura è colma per chi anche in Italia si organizza in modo paramilitare per attaccare gli antifascisti. Vogliamo rompere ogni tipo di rapporto con lo Stato terrorista di Israele», hanno denunciato al megafono gli organizzatori del presidio nella Capitale. Un grande striscione tra le bandiere palestinesi recitava: «Israele stato terrorista, blocchiamo tutto». Il corteo è stato deviato dalla questura verso il quartiere Monti.

[Il presidio pro-pal riunitosi a Roma davanti al Colosseo]
A Bologna il sit-in in piazza Maggiore si è trasformato in un corteo spontaneo che ha attraversato il centro. I partecipanti hanno scandito «Libertà per gli attivisti, Palestina vincente» e «Basta complicità italiana con il genocidio». A Milano un migliaio di persone ha sfilato da corso Monforte fino a piazza Duomo con i cori «Insorgiamo e blocchiamo tutto» e «Palestina libera». A Napoli gli attivisti, definitisi «flotta di terra», hanno percorso via Toledo e la Galleria Umberto I chiedendo la fine della «complicità italiana» con Israele. A Torino il corteo radunatosi in piazza Castello ha adottato lo slogan «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo», mentre a Firenze centinaia di persone hanno sfilato con uno striscione che recitava «Equipaggi di mare e di terra contro l’economia di guerra». Molto animata anche la piazza di Padova, che ha prima svolto un presidio davanti a Palazzo Bo, per poi attraversare le piazze del centro storico con un lungo corteo che, progressivamente, si è rinfoltito fino a contare circa mille attivisti.

[Attivisti in protesta a Padova]
In merito alle operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni dell’organizzazione umanitaria portate avanti dall’esercito israeliano, ieri è arrivato un comunicato dell’esecutivo Meloni che recita: «Il Governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto ieri sera in acque internazionali al largo delle coste greche». Eppure, nei fatti, nulla si è mosso. La missione, la seconda del suo genere, intende rompere l’assedio israeliano a Gaza e spingere i governi di tutto il mondo ad agire concretamente per interrompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Palestina; se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, ieri la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Aviv, mentre oltre venti dei propri concittadini risultano sotto arresto, intercettati – come ammette lo stesso governo – «illegalmente» in acque internazionali.

Già prima delle manifestazioni, i comitati promotori avevano lanciato un appello alla mobilitazione generale. «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto» era lo slogan diffuso, con la richiesta di «protezione diplomatica e il rilascio immediato delle attiviste e attivisti coinvolti, una chiara condanna dell’accaduto e il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario». L’Unione Sindacale di Base, in una nota, ha definito l’intervento israeliano «un atto di pirateria condotto da uno Stato che non riconosce più alcuna regola internazionale», aggiungendo: «Il mar Mediterraneo non appartiene a Israele. Rilascio immediato di tutti gli attivisti e piena libertà di navigazione. L’Italia deve rompere le relazioni economiche, diplomatiche e commerciali con Israele».

Toscana: rogo sul monte Faeta, evacuate circa 3.500 persone

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Il maxi incendio scoppiato nei giorni scorsi sul monte Faeta, in Lucchesia, continua a espandersi e ha raggiunto il versante pisano, minacciando Asciano, nel comune di San Giuliano Terme. A causa del vento forte, nella notte è stata ordinata l’evacuazione fino alla strada provinciale Lungomonte, coinvolgendo circa 3.500 residenti. Vigili del fuoco e volontari hanno lavorato senza sosta, mentre il centro operativo comunale resta attivo per assistenza. Allestite strutture di accoglienza, tra cui una palestra. Sul campo operano decine di soccorritori con numerosi mezzi, supportati anche da forze dell’ordine ed esercito. Ripresi all’alba gli interventi aerei con elicotteri e Canadair.

Il villaggio norvegese dove i cittadini rappresentano piante e animali

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Oppdal Norvegia

Ad Oppdal, villaggio di montagna nel centro della Norvegia, il problema del turismo invernale — 30mila visitatori su una comunità di 5mila anime — si discute da anni senza trovare soluzione. A febbraio qualcuno ha provato un approccio diverso: portare al tavolo anche chi non può parlare.
Trentotto residenti si sono riuniti al centro congressi Bjerkeløkkja con un compito inedito: rappresentare una specie del territorio, dai pipistrelli nordici agli abeti rossi, dai ragni ai mirtilli selvatici, e difenderne gli interessi nelle discussioni su uso del suolo, nuove costruzioni, espansione delle inf...

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Caso Russia-Biennale: la Giuria si dimette

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La giuria internazionale della Biennale di Venezia si è dimessa. I membri della giuria hanno rilasciato un comunicato in cui rimandano alla decisione di escludere Israele e Russia dalle premiazioni della mostra, affermando che le dimissioni arrivano “in ottemperanza” a tale dichiarazione di intenti. In precedenza l’UE aveva minacciato la Fondazione Biennale, che organizza la mostra internazionale, di tagliare i finanziamenti comunitari se la Russia avesse partecipato all’evento. La giuria ha così annunciato che non avrebbe premiato i Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità, escludendo tanto la Russia quanto Israele dall’ottenimento di premi, senza tuttavia ritirare la loro partecipazione all’esposizione.

Assalto alla Flotilla: la ricostruzione esclusiva per L’Indipendente

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«Abbiamo notato una quantità anomala di droni volare ad altezza progressivamente sempre più bassa, quasi a piano d’acqua. Poi abbiamo visto delle luci verdi avvicinarsi alle imbarcazioni, per infine abbordarle. Erano i gommoni dell’esercito israeliano». Inizia così la ricostruzione dell’aggressione notturna alla Global Sumud Flotilla che un membro della missione umanitaria ha fornito a L’Indipendente. A rilasciare la testimonianza esclusiva è Simone, del Gruppo Autonomo Portuale di Livorno, imbarcatosi per partecipare alla seconda missione dell’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. «Qualcuno è scosso, ma stiamo bene», ci rassicura Simone, mentre ci racconta quanto successo. Le navi della GSF si trovavano al largo delle coste di Creta, in acque internazionali; dopo l’abbordaggio israeliano, si sono dirette verso le acque territoriali greche, mentre le IDF arrestavano oltre cento attivisti. Al momento, la flotta sta venendo scortata da due fregate greche, e si sta dirigendo verso un punto di ritrovo da dove organizzerà i prossimi passi della missione.

L’attacco di ieri sera è iniziato attorno alle 21 – ora italiana. In quel momento, Simone si trovava a bordo di una delle imbarcazioni della testa laterale della flotta, motivo per cui la sua nave non è stata abbordata. «Hanno approcciato le barche che si trovavano a distanza ravvicinata», ci spiega Simone. «A noi hanno inviato un messaggio, ma abbiamo proseguito per la rotta». I primi segnali dell’imminente abbordaggio sono arrivati quando i droni israeliani si sono avvicinati alle navi della Flotilla. Poi, un insieme di luci verdi si è avvicinato le barche, abbordandone qualcuna e minacciandone qualche altra. Le modalità di ingaggio, ci spiega Simone, sono state molteplici: qualche nave ha solo ricevuto un messaggio, qualche altra è stata abbordata. Anche una volta saliti sulle barche, i soldati israeliani si sono comportati in maniera diversa. In taluni casi, si sono “limitati” a minacciare l’equipaggio con armi e laser, in altri lo hanno arrestato, in ulteriori hanno sabotato il motore del veicolo. Tra le varie barche, è stata abbordata anche la nave madre; diverse delle imbarcazioni private dell’equipaggio – o del motore – sono state lasciate in mezzo al mare, alla deriva o in avaria.

Durante l’attacco, le imbarcazioni della flotta hanno iniziato a virare verso le acque territoriali greche, mentre altre sono rimaste indietro per rimorchiare le navi abbandonate dall’esercito israeliano e per portare al sicuro gli equipaggi. Lo stesso Simone si è spostato su un’altra imbarcazione per permettere alla sua di tornare indietro e compiere operazioni di salvataggio. Dopo l’aggressione, la flotta è stata raggiunta da due fregate della marina ellenica; ora sta capendo verso che direzione muovere i prossimi passi: «Intanto, ci stiamo impegnando a trarre in salvo le persone in viaggio e quelle a bordo delle navi rimaste fuori uso», ci dice Simone. Poi, le varie imbarcazioni si dirigeranno verso un punto di ritrovo a causa del maltempo previsto per i prossimi giorni; da qui organizzeranno i prossimi passi della missione, che risultano ancora ignoti.

Delle persone arrestate, circa 180, oltre 20 erano italiani. Nell’affrontare la questione, il governo Meloni ha confermato il suo solito approccio duro a parole e morbido nei fatti: se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, oggi la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Aviv, mentre l’esecutivo ha condannato il fatto, giudicandolo senza mezzi termini «illegale», ma non ha compiuto alcuna azione concreta per rendere concrete le proprie denunce. Di fronte alle continue violazioni della legge internazionale da parte di Israele, sono diversi i Paesi che hanno deciso di agire diplomaticamente per dare un segnale a Tel Aviv, prima fra tutti la Spagna, che ha ritirato la propria ambasciatrice nello Stato ebraico. L’Italia, però, continua a limitarsi alle parole.

Alla Biennale di Venezia torna il padiglione russo: il governo manda gli ispettori

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Il Ministero della Cultura ha ufficialmente inviato i propri ispettori presso la sede della Biennale di Venezia per fare luce sulla riapertura del Padiglione della Federazione Russa, prevista in occasione della 61esima Esposizione internazionale d’arte che prenderà il via il prossimo 9 maggio. I funzionari governativi sono giunti in laguna con il compito di esaminare minuziosamente documenti, inviti e procedure decisionali, verificando che ogni passaggio sia avvenuto nel pieno rispetto delle sanzioni internazionali e delle leggi vigenti. La tensione tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, è ormai ai massimi livelli, ed è alimentata anche dalla scelta della giuria internazionale di escludere dai premi i Paesi guidati da leader sotto accusa per crimini contro l’umanità, coinvolgendo direttamente Mosca e Israele.

Secondo quanto si apprende, i funzionari del Collegio romano stanno esaminando i fascicoli relativi alle interlocuzioni con Mosca, alle autorizzazioni concesse e alle modalità di gestione logistica del padiglione, che – dopo essere stato chiuso nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto – quest’anno resterà aperto dal 6 all’8 maggio. La Biennale ha più volte ribadito «l’assoluto rispetto delle norme, avendo agito in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti e nei limiti delle proprie competenze e responsabilità», e che «nessun divieto delle sanzioni europee è stato aggirato». Il ministero, invece, contesta la mancata comunicazione preventiva della partecipazione russa e valuta ora persino l’ipotesi del commissariamento, che al momento risulta comunque poco probabile.

L’aspra contesa in atto ha varcato i confini nazionali, trovando una sponda decisa a Strasburgo. Il commissario dell’Unione Europea per la Cultura, Glenn Micallef, ha espresso totale sintonia con l’azione del Ministero della Cultura italiano, annunciando che diserterà l’evento. «La decisione della Biennale di inviare le autorità russe ad aprire il loro padiglione nazionale è un esempio totalmente incompatibile con la posizione dell’UE», ha dichiarato Micallef, il quale ha aggiunto che «l’Agenzia Ue per l’istruzione e la cultura ha notificato agli organizzatori l’intenzione di ritirare il contributo di 2 milioni di euro a meno che la decisione sul padiglione russo non sia ritirata». Il commissario ha poi spiegato le ragioni personali della sua assenza: «finché la Russia e le autorità russe continueranno a essere invitate mentre il popolo ucraino continua a essere bersaglio di attacchi quotidiani, non posso essere presente».

Già a marzo 22 Paesi europei avevano firmato una lettera – sottoscritta da ministri della Cultura e degli Affari esteri – indirizzata al presidente della Biennale di Venezia e ai membri del Consiglio di amministrazione per chiedere che Mosca e i suoi artisti fossero esclusi dall’evento. La notizia della possibile revoca dei fondi che l’Europa ha destinato alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione della Russia era arrivata poco più di due mesi fa. Nello specifico, l’UE ha inviato una comunicazione ufficiale alla Biennale, cui sono concessi 30 giorni di tempo dalla ricezione per far pervenire le proprie obiezioni in merito. L’azione dell’UE sul punto sembra muoversi in una chiara cornice politica, dal momento che lo stesso ragionamento non è stato applicato agli USA, che hanno scatenato la guerra in Iran, o a Israele, corresponsabile del conflitto contro Teheran oltre che autore del genocidio a Gaza e dei massacri in Libano.

Attacco israeliano alla Flotilla: Meloni condanna, ma decide di non fare niente

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«Il Governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto ieri sera in acque internazionali al largo delle coste greche». Recita così il comunicato dell’esecutivo Meloni sulle operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni dell’organizzazione umanitaria portate avanti dall’esercito israeliano. Ancora una volta, insomma, il governo si conferma forte a parole, ma debole nei fatti. La missione, la seconda del suo genere, intende rompere l’assedio israeliano a Gaza e spingere i governi di tutto il mondo ad agire concretamente per interrompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Palestina; se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, oggi la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Aviv, mentre oltre venti dei propri concittadini risultano sotto arresto, intercettati – come ammette lo stesso governo – «illegalmente» in acque internazionali.

Le prime reazioni alle intercettazioni di ieri sera sono arrivate tra la mattina e il pomeriggio di oggi, 30 aprile. A dare il via alle danze è stato un primo – molto timido – comunicato del ministero degli Esteri, in cui si legge che Tajani ha «ricevuto informazioni su un avvicinamento di unità militari di Israele alle barche della Flottilla salpate nei giorni scorsi per una navigazione verso Gaza». Il ministro «ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al Governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie a tutelare i cittadini italiani imbarcati». Poco dopo, è arrivato il comunicato del governo: dopo avere condannato l’operazione israeliana, l’esecutivo Meloni ha chiesto a Israele «l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo».

Certamente più dura nei toni rispetto al comunicato della Farnesina, la dichiarazione del governo è stata analogamente morbida nei fatti: un mese fa, l’Italia ha deciso di convocare l’ambasciatore israeliano a Roma dopo che Israele ha negato al cardinale e arcivescovo di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa di celebrare la tradizionale messa per la domenica delle Palme presso la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Oggi, invece, l’opzione di parlare con i rappresentanti diplomatici israeliani non pare essere ancora emersa, anche se lo stesso governo definisce «illegale» il fermo degli attivisti in acque internazionali. Di fronte alle continue violazioni della legge internazionale da parte di Israele, sono diversi i Paesi che hanno deciso di agire diplomaticamente per dare un segnale a Tel Aviv, prima fra tutti la Spagna, che ha ritirato la propria ambasciatrice nello Stato ebraico. L’Italia, però, continua a limitarsi alle parole.

L’abbordaggio israeliano è iniziato nella serata del 29 aprile, intorno alle 21. In quel momento, 58 imbarcazioni stavano navigando in acque internazionali, facendo rotta verso la Striscia di Gaza. Stando al resoconto della Flotilla, alcuni motoscafi israeliani si sono avvicinati alle imbarcazioni, identificandosi successivamente e ordinando il cambio di rotta. Intorno alle 21.30 è iniziata la vera e propria aggressione, con laser e armi puntati contro gli attivisti, cui è stato chiesto di inginocchiarsi. Nel frattempo, le comunicazioni hanno iniziato ad essere disturbate e la Flotilla ha lanciato un SOS alle autorità greche. Le imbarcazioni si trovavano infatti al largo di Creta, in acque internazionali, a centinaia di chilometri e almeno tre giorni di navigazione dalle coste di Gaza. Verso le 22.30 è stato perso il contatto con 11 imbarcazioni e i militari israeliani hanno iniziato i «sequestri». Verso le due di notte, i militari sono poi saliti a bordo di alcune navi. Gli attivisti denunciano come i militari israeliani siano saliti a bordo di alcune imbarcazioni e ne abbiano distrutto motori e apparecchiature di navigazione, per poi abbandonarle alla deriva sulla rotta di una tempesta in arrivo, senza possibilità di chiedere aiuto via radio.

La conferenza mondiale sui fossili si chiude senza accordi vincolanti

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Cinquantasette Paesi si sono riuniti per la prima volta nella storia per discutere esplicitamente di come abbandonare il petrolio, il carbone e il gas: se ne sono andati senza firmare nulla di definitivo. Santa Marta, città caraibica della Colombia, è il luogo più azzeccato che si potesse scegliere: a pochi chilometri dal centro congressi si estende il porto di Drummond, uno dei maggiori terminal carboniferi del Sud America, da cui milioni di tonnellate di carbone colombiano vengono imbarcate ogni anno verso il resto del mondo. È qui che si è tenuta, dal 24 al 29 aprile 2026, la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, convocata congiuntamente dalla Colombia e dai Paesi Bassi.

La conferenza non ha prodotto un accordo negoziale vincolante. Lo chiarisce senza giri di parole Amnesty International nel suo bilancio finale: «La prima conferenza sulla transizione dai combustibili fossili non ha prodotto un esito politico negoziato». Una sintesi delle discussioni verrà pubblicata nei prossimi mesi, probabilmente in vista della COP31. Eppure sarebbe sbrigativo liquidare l’evento come un’altra passerella climatica senza conseguenze.

Sul tavolo sono arrivate diverse proposte e i primi progetti concreti. La Francia ha pubblicato un programma nazionale che traccia il percorso per eliminare l’uso di tutti i combustibili fossili nel settore energetico entro il 2050. È stato inoltre annunciato un nuovo panel scientifico internazionale, lo Scientific Panel for Global Energy Transition, con il mandato di supportare governi, città e regioni nella pianificazione delle proprie traiettorie di decarbonizzazione. «Fornirà tutte le soluzioni per implementarle e finanziarle», ha detto Carlos Nobre, climatologo brasiliano tra i promotori.

Il segnale politico più significativo è venuto da una coalizione di Stati che ha formalmente chiesto l’avvio di negoziati per uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’uscita dai combustibili fossili, con obblighi sul lato dell’offerta, meccanismi finanziari e garanzie di giustizia climatica. Una richiesta che Tuvalu, il micro-stato insulare del Pacifico minacciato dall’innalzamento del mare, ha trasformato in dichiarazione esistenziale. «Non si tratta di una posizione negoziale», ha detto il ministro per il clima Maina Talia. «Per noi è una questione di sopravvivenza». La coalizione è quasi interamente composta da piccoli stati insulari del Sud del mondo, con pochissime eccezioni di peso: Colombia (il più grande produttore di fossili del gruppo), Pakistan e Cambogia.

La lista di chi non c’era racconta una storia altrettanto importante. Stati Uniti, Cina, India, Russia e i paesi del Golfo hanno disertato la conferenza. Washington ha motivato la sua assenza con una nota in cui si spiega che: «Abbandonare fonti energetiche affidabili per affidarsi a fonti intermittenti e costose è distruttivo». Una posizione che ignora che le rinnovabili abbinate a sistemi di accumulo si sono già dimostrate affidabili in contesti reali, e che, ad esempio secondo la società finanziaria Lazard, sono ormai più competitive economicamente del carbone e del gas naturale.

La conferenza si è svolta sullo sfondo di una crisi energetica globale innescata dal conflitto Usa-Israele contro l’Iran, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas. Paradossalmente, proprio quella crisi ha rafforzato gli argomenti dei fautori della transizione: chi dipende meno dai fossili è anche chi soffre meno i contraccolpi delle guerre per le risorse. «I governi non stanno facendo la transizione per ragioni climatiche», ha spiegato Leo Roberts, ricercatore di E3G, centro studi indipendente con sede a Londra. «La fanno perché è più economico, efficiente e sicuro allontanare la propria economia dai combustibili fossili».

Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha ricordato alla platea che il pianeta supererà «inevitabilmente» la soglia critica di 1,5°C di riscaldamento entro il prossimo decennio. Tornare sotto quella soglia rimane scientificamente possibile, ha detto, «ma richiede un’accelerazione della transizione dai fossili».

L’unico atto formale e unanime della conferenza è stato il passaggio di consegne. La Colombia ha ceduto il testimone a Tuvalu, che ospiterà la seconda conferenza nel 2027, con la co-presidenza dell’Irlanda. «Questo viaggio», ha detto Talia, «è iniziato in un porto carbonifero del Mar dei Caraibi. Ora naviga verso il Pacifico».

Il Pakistan riceverà flotta di sottomarini cinesi

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Il Pakistan ha annunciato che riceverà una flotta di sottomarini cinesi di ultima generazione. L’annuncio arriva a margine della cerimonia di messa in servizio del primo dei sottomarini – denominato “Hangor” – tenutasi oggi in Cina, a Sanya, dove erano presenti il presidente pakistano Asif Ali Zardari e il capo della Marina di Islamabad, l’ammiraglio Naveed Ashraf. I sottomarini si aggiungeranno ai caccia J10-C di fabbricazione cinese, testati per la prima volta in combattimento durante il conflitto tra Pakistan e India dello scorso anno.

Von der Leyen ammette: la guerra in Iran ci costa 500 milioni al giorno

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«In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha ammesso le drastiche conseguenze che la guerra israelo-statunitense contro l’Iran sta avendo sull’Europa. «Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni» ha affermato la presidente, affermando che l’UE deve ridurre la propria dipendenza dalle combustibili fossili. L’ammissione di von der Leyen arriva nelle stesse ore in cui il presidente USA, Donald Trump, ha avvisato i propri alleati di prepararsi a un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. Il fine è quello di esercitare una pressione economica sul governo iraniano, ma le conseguenze potrebbero avere dure ripercussioni sui mercati occidentali.

Nel corso di un dibattito al Parlamento europeo, Von der Leyen ha sottolineato che quella attuale rappresenta la seconda grave crisi energetica nel giro di quattro anni, dopo quella dovuta alla guerra russo-ucraina e al blocco delle importazioni di gas da Mosca – sostituito dall’import di GNL statunitense, molto più costoso. «In un mondo turbolento come il nostro, non possiamo semplicemente dipendere eccessivamente dall’energia importata» ha sottolineato la presidente della Commissione, per la quale «la strada da percorrere è evidente: ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati e potenziare l’approvvigionamento di energia pulita, accessibile e prodotta internamente». E proveniente dalle rinnovabili e dal nucleare.

Gli Stati membri con un mix energetico «più ricco di fonti a basse emissioni di carbonio risentono meno della crisi», ha dichiarato von der Leyen. Necessario, quindi, un «maggior coordinamento a livello europeo», per evitare la competizione interna; la protezione di consumatori e imprese, con misure adeguate ai settori «più vulnerabili» al fine di evitare un aumento della domanda di gas e petrolio; ridurre la domanda di energia «modernizzando» il modo in cui se ne fa uso (ad esempio, migliorando l’efficienza energetica). Senza nuove risorse proprie, conclude von der Leyen, sarà necessario scegliere «tra contributi nazionali più elevati o una ridotta capacità di spesa».