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Decreto Ponte, la resa del governo: i lavori partiranno (forse) nel 2030

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Il cosiddetto “decreto Ponte” è diventato legge dello Stato. Con 160 voti a favore, 110 contrari e 7 astenuti, ieri la Camera dei Deputati ha infatti approvato il testo senza modifiche rispetto al Senato, definendo le regole e i costi per l’infrastruttura sullo Stretto di Messina. Dal testo emerge che l’opera varrà complessivamente 14,442 miliardi di euro, il 248% in più rispetto alle stime iniziali. Al netto del via libera parlamentare, il provvedimento non scioglie i nodi principali che da anni accompagnano l’opera: tempi, sostenibilità economica, compatibilità ambientale e, soprattutto, la reale possibilità di avviare i cantieri nei termini annunciati dal ministro Matteo Salvini e poi sistematicamente smentiti dai fatti. Si prevede infatti una profonda rimodulazione delle tempistiche di esborso: 2,787 miliardi verranno traslati dal quadriennio 2026-2029 al periodo 2030-2034.

L’intervento normativo del governo, forte anche del voto di fiducia incassato in Parlamento, si è reso indispensabile in seguito ai rilievi formulati in autunno dai magistrati contabili, i quali avevano portato alla ricusazione della delibera Cipess riguardante il progetto definitivo. Per superare l’impasse, la supervisione delle procedure non sarà più affidata a un supercommissario, ma competerà direttamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il dicastero dovrà chiarire come l’opera si regge economicamente, aggiornando il Piano economico finanziario della Stretto di Messina spa e verificando costi, coperture, tariffe, canoni, ricavi attesi e sostenibilità complessiva. Una questione tutt’altro che marginale, soprattutto se si considera che l’appalto di riferimento è sostanzialmente quello di vent’anni fa, mentre i costi sono enormemente cresciuti.

Non solo conti. Il Mit e le amministrazioni competenti dovranno svolgere nuovi controlli per rispettare la direttiva “Habitat” (la disciplina europea che regola i progetti su siti Natura 2000, come lo Stretto di Messina). È prevista una ricognizione delle valutazioni ambientali e della valutazione di incidenza, tenendo conto anche delle soluzioni alternative, oltre a un provvedimento del Mit sulle conseguenze attese per la salute e la sicurezza pubblica, e una nuova deliberazione del Consiglio dei ministri sugli Iropi (“motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”) che possono giustificare il progetto nonostante impatti rilevanti.

Il decreto riordina peraltro la governance delle grandi opere pubbliche, riducendo il numero dei commissari straordinari e rafforzando il ruolo delle aziende pubbliche già operanti nel settore. Per gli interventi viari collegati al Ponte viene nominato commissario l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, mentre per le infrastrutture ferroviarie complementari il ruolo spetta all’ad di Rfi, Aldo Isi. Entrambi opereranno con i poteri dello «Sblocca cantieri», cioè in deroga alle norme sui contratti pubblici, per coordinare e accelerare la realizzazione delle opere accessorie. Nel corso dell’esame parlamentare il provvedimento è passato da 11 a 15 articoli, includendo la messa in sicurezza del traforo del Gran Sasso e delle autostrade A24 e A25, la funzionalità dei commissari per gli Europei di calcio del 2032, misure per la linea C della metropolitana di Roma e la tutela della laguna di Venezia. È stato inoltre acquisito al patrimonio dello Stato il Mose, insieme a interventi di semplificazione per i gasdotti di importazione dall’estero dichiarati di interesse strategico nazionale.

Lo scorso marzo, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia, ha aperto un nuovo fronte sulla realizzazione del Ponte in audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, sostenendo che l’opera, così come oggi configurata, richiederebbe una nuova gara d’appalto per allinearsi alle regole europee. «Il tema principale della nuova gara non è risolto dal decreto», ha spiegato il presidente dell’Anac, evidenziando come «l’assenza di una gara» comporti che «il passaggio da un progetto in cui il privato era chiamato a sostenere gran parte dei costi, il 60%, a una decisione politicamente diversa di garantire un finanziamento integralmente pubblico cambia completamente il quadro e quindi richiede una nuova gara». Il riferimento è all’articolo 72 della direttiva europea sugli appalti, che disciplina le modifiche sostanziali dei contratti in corso. Sul tema dei costi legati all’opera, Busia ha ricordato che la base originaria era intorno ai 4 miliardi, mentre oggi il valore complessivo è arrivato a una cifra che, a suo avviso, rende quantomeno necessario un confronto con Bruxelles per verificare la compatibilità con la normativa.

Omicidio Piscitelli, assolto Raul Esteban Calderon

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La Corte d’assise d’appello di Roma ha assolto Raul Esteban Calderon dall’accusa di aver ucciso nel 2019 Fabrizio Piscitelli, detto “Diabolik”, ex capo ultras della Lazio coinvolto in ambienti criminali. La sentenza ribalta la condanna all’ergastolo emessa in primo grado nel marzo 2025. Secondo i giudici non esistono prove sufficienti per attribuirgli l’omicidio: non è mai stata trovata l’arma del delitto e il video ripreso da una telecamera di sicurezza non è stato ritenuto utilizzabile. Piscitelli venne assassinato al Parco degli Acquedotti di Roma in un agguato legato, secondo l’accusa, al controllo del traffico di droga nella Capitale.

L’Ai Act ancora non c’è, ma Bruxelles ha già allentato le norme sull’intelligenza artificiale

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Dopo mesi di dibattiti, Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sul cosiddetto “Omnibus VII”, noto anche come “AI Omnibus”: il pacchetto di norme che punta a semplificare l’apparato regolatorio imposto dall’UE a imprese e istituzioni. O, perlomeno, che avrebbe dovuto imporre – molte delle disposizioni dell’AI Act non sono ancora entrate in vigore, ma vengono già ritoccate ad arte. La notizia è stata diffusa con toni entusiastici attraverso un comunicato ufficiale che non nasconde in alcun modo il senso fondante dell’intervento. Nel testo viene citata Marilena Raouna, viceministra agli Affari europei del governo cipriota, la quale afferma senza esitazioni che “l’accordo di oggi sull’AI Act sostiene in modo significativo le nostre imprese, riducendo i costi amministrativi ricorrenti”, un’“armonizzazione” normativa che, aggiunge, “rafforzerà la sovranità digitale dell’UE e la sua competitività complessiva”. L’idea presentata dal Parlamento è semplice: alcuni strumenti digitali sono già soggetti a regole specifiche, l’introduzione dell’AI Act per com’é stato formalizzato rischierebbe solamente di sovrapporre nuovi oneri e complessità.

Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz si è fatto interprete delle richieste delle lobby industriali, guidando la corrente politica che chiedeva di esentare tutti i prodotti già regolamentati dall’inclusione nella lista delle intelligenze artificiali “ad alto rischio”. La promessa implicita era che, in un secondo momento, le normative settoriali sarebbero state emendate per integrare i meccanismi di controllo previsti dall’AI Act. Questa posizione ha generato un lungo e complesso stallo negoziale. Il recente accordo – tutt’altro che scontato – è frutto di un compromesso faticoso che ha stabilito che tale esclusione si applicherà unicamente alla categoria dei “macchinari”

Il mondo industriale accoglie con contenuto entusiasmo questa soluzione di compromesso e spinge per estendere le esenzioni anche ad altri settori. Allo stesso tempo, neppure molte organizzazioni civili si dichiarano soddisfatte. L’AI Act è il risultato di un dibattito politico durato anni e ha già dovuto ridimensionare le proprie ambizioni per poter essere approvato, smussando in modo significativo gli obiettivi originari. Per come è concepito, l’AI Omnibus non solo introduce l’esenzione ai macchinari industriali, ma rinvia di anni le scadenze per l’attuazione dei requisiti destinati ai sistemi ad alto rischio – il cuore pulsante dell’AI Act. Inizialmente fissata al 2 agosto 2026, la deadline slitta a questo punto al 2 dicembre 2027 per i sistemi di intelligenza artificiale indipendenti e al 2 agosto 2028 per quelli che sono invece integrati in prodotti regolamentati. Considerando la rapidità con cui queste tecnologie evolvono, è un rinvio che equivale a un’eternità. 

I gruppi civili lamentano anche che l’AI Omnibus renderà più agevole la raccolta dei dati degli utenti con l’obiettivo di prevenire i pregiudizi dei modelli di intelligenza artificiale – una misura che entra in tensione con i limiti imposti dal diritto europeo sulla protezione dei dati. Secondo la posizione ufficiale dei legislatori, il contrasto ai bias costituisce dunque un interesse pubblico legittimo, comparabile, se non superiore, alla tutela dei dati personali. 

L’unica vittoria che gli oppositori di minoranza possono rivendicare è l’introduzione del divieto degli strumenti di “nudificazione”, risposta diretta all’ondata di deepfake sessuali che spogliano persone per creare pornografia non consensuale – un fenomeno che, inutile dirlo, colpisce soprattutto donne e minori. Un successo che rischia però di restare più simbolico che sostanziale, anche perché la norma lascia margini di ambiguità nel definire cosa si intenda per “parti intime”. Sarebbe stato concettualmente più lineare vietare la creazione di deepfake senza il consenso della persona ritratta, tuttavia quella strada avrebbe sollevato ostacoli giuridici e politici, tanto più in un contesto in cui la classe dirigente europea mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti di questi strumenti, spesso utilizzati direttamente per fini di propaganda e contropropaganda.

I prezzi di petrolio e gas non diminuiranno per mesi anche dopo la fine della guerra

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Le forniture di petrolio sono destinate a ridursi ulteriormente nelle prossime settimane anche se la guerra in Medio Oriente dovesse cessare nel giro di pochi giorni, in quanto le spedizioni dal Golfo Persico richiederanno settimane per riprendere e raggiungere le raffinerie di tutto il mondo. Ciò significa che nel frattempo le scorte globali di petrolio continueranno a diminuire, contribuendo a mantenere elevati i prezzi del greggio. A prevederlo è una nota della multinazionale petrolifera Total Energies, «Anche se il conflitto dovesse terminare nel mese di maggio, ne usciremmo con scorte decisamente molto basse». L’amministratore delegato del gruppo, Patrick Pouyanne, ha dichiarato la scorsa settimana che, secondo le sue stime, i prelievi dalle riserve globali di idrocarburi, pari a 10-13 milioni di barili al giorno, hanno già comportato il consumo di almeno 500 milioni di barili dalle scorte. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Anders Opedal, amministratore delegato di Equinor, l’azienda petrolifera statale Norvegese, secondo cui ci vorranno almeno sei mesi prima che il mercato torni alla normalità, anche con la pace in Medio Oriente. In sintesi, secondo i dirigenti delle compagnie energetiche, delle banche d’investimento e analisti di mercato, ci vorrà tempo affinché la produzione e le esportazioni dal Golfo tornino ai livelli prebellici. Una previsione che, naturalmente, in bocca agli amministratori delle multinazionali, suona come un auspicio di vedersi confermati gli extraprofitti derivanti dalla guerra anche per i prossimi mesi.

Il rapido esaurimento delle scorte e delle riserve di emergenza è avvenuto in un periodo critico, ossia in una fase in cui solitamente le scorte si accumulano per far fronte alla domanda estiva nell’emisfero settentrionale. Ne deriva che il sistema energetico globale affronterà il picco della domanda in una posizione di debolezza per far fronte all’aumento dei consumi dovuto al trasporto merci, all’agricoltura e all’aviazione. Secondo Rystad Energy, finora a livello globale c’è stata una diminuzione di circa 600 milioni di barili di petrolio. Quando l’offerta tornerà alla normalità, ipotizzando ad esempio alla fine di maggio, i numeri di barili in meno oscilleranno tra 1,2 e 2 miliardi, pari al 16-27% delle scorte globali prebelliche, ha affermato Claudio Galimberti, capo economista di Rystad Energy. «È ovvio per la maggior parte delle persone che, se si guarda all’interruzione senza precedenti nell’offerta mondiale di petrolio e gas naturale, il mercato non ha ancora visto il pieno impatto di ciò», ha affermato l’amministratore delegato di Exxon Mobi, Darren Woods.

Questo contesto prolungherebbe il tempo necessario a far sì che i prezzi tornino ai livelli antecedenti alla guerra. Sebbene, infatti, in caso di accordo tra Stati Uniti e Iran, i prezzi dei futures sul petrolio probabilmente diminuirebbero rapidamente, ci vorrebbe più tempo prima che i prezzi reali del greggio e della benzina tornino ai livelli prebellici. Un sondaggio dell’agenzia di stampa Reuters la scorsa settimana stimava i futures del petrolio a una media di 86,38 dollari al barile, rispetto ai circa 62 dollari al barile di gennaio. È previsto, inoltre, un aumento della domanda una volta terminato il conflitto, perché le nazioni cercheranno di ripristinare le loro scorte: l’Australia, ad esempio – importando l’80% del suo carburante – ha annunciato di voler spendere 7,22 miliardi di dollari per incrementare le sue riserve. Questo aumento della domanda potrebbe contribuire a ritardare la stabilizzazione dei prezzi.

Anche negli Stati Uniti le riserve energetiche sono diminuite, soprattutto a causa delle massicce esportazioni di carburante da parte delle aziende statunitensi: secondo la banca d’affati Morgan Stanley, le scorte di benzina della potenza a stelle e strisce scenderanno a circa 198 milioni di barili entro la fine dell’estate, il livello più basso per quel periodo dell’anno mai registrato nell’era moderna. Il 1° maggio, le scorte di benzina statunitensi si attestavano a poco meno di 220 milioni di barili, il livello più basso per questo periodo dell’anno dal 2014, secondo i dati governativi. Per quanto riguarda l’Europa, invece, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che già a partire da giugno potrebbe trovarsi ad affrontare carenze di carburanti per aerei, se le interruzioni delle forniture dal Medio Oriente non verranno completamente ripristinate. Anche la regione asiatica ha subito molti contraccolpi dalla situazione in Medio Oriente: ha, infatti, diminuito le importazioni di greggio del 30% ad aprile rispetto all’anno precedente.

Il calo delle scorte, il potenziale aumento della domanda e i lunghi tempi di percorrenza delle navi fanno sì che la ripresa dalla crisi del petrolio sarà una ripresa lenta. Nel frattempo, secondo il capo dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), Willie Walsh, l’interruzione della capacità di raffinazione in Medio Oriente ostacolerà la ripresa dell’offerta, creando criticità soprattutto per Africa, Asia e Europa, i continenti che dipendono maggiormente dalle fonti energetiche mediorientali.

Il calcio italiano sapeva come salvarsi, ma ha scelto di non farlo

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Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi. La frase più celebre del Gattopardo ben descrive il disastro della nazionale italiana di calcio e, stando agli sviluppi più probabili, anche il riassetto del sistema dopo le dimissioni di Gravina. C’è stato però un momento, subito dopo il primo grande tonfo seguito alla vittoria dei mondiali del 2006, in cui il calcio italiano sembrava essere sulla soglia di una rivoluzione. Lo fece affidandosi a Roberto Baggio, che produsse un documento di quasi mille pagine con al centro il potenziamento dei vivai, la coltivazione del talento e il contrasto ai favoritismi. Quel piano però è finito abbandonato in un cassetto della federazione e il calcio degli scandali e dei disastri ha continuato inesorabilmente a fare il suo corso. 

Il gattopardismo e la continuità del post-Gravina 

L’Italia non sarà parte della spedizione americana. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia ed Erzegovina segnala terza eliminazione di fila ai mondiali di calcio, materializzando uno scenario mai visto prima. Subito dopo la notte di Zenica è iniziato il valzer di accuse tra mondo politico e istituzioni calcistiche, culminato con le dimissioni sofferte di Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Gravina non è però altro che la punta di un iceberg molto più profondo, come certificato dal plebiscito che ha portato alla sua (ri)elezione nel 2025, con il 98,7% dei voti. Ne è conseguito un consiglio federale estremamente fedele a Gravina, che ha deciso di non seguire il presidente nella rassegnazione delle dimissioni ma di continuare fino al 22 giugno, quando l’assemblea federale eleggerà la nuova dirigenza. 

Roberto Baggio, il cui piano proposto per rinnovare il calcio italiano è rimasto inattuato

A meno di sorprese, il prossimo presidente della FIGC sarà uno tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, rappresentanti in qualche modo del vecchio sistema costruito nel corso degli anni. Il primo, 67 anni, per un decennio volto del potere sportivo italiano e in ultimo presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026; il secondo, 75 anni, già presidente della FIGC, dimessosi dopo la prima mancata qualificazione ai mondiali, nel 2014. Quattro anni prima c’era stato il tonfo in Sudafrica, con l’uscita dell’Italia ai gironi, a seguito della quale la FIGC di Abete nominò Roberto Baggio presidente del settore tecnico. L’obiettivo era intercettare quei primi segnali di fallimento ed evitarne la diffusione. Nel 2011 l’ex Pallone d’Oro italiano produsse, insieme a decine di collaboratori, un lungo documento che proponeva diverse soluzioni per rifondare il sistema calcistico del nostro Paese. Presentato al Consiglio Federale, il progetto venne liquidato in un quarto d’ora, con la promessa di uno stanziamento di dieci milioni di euro per la sua attuazione. Dalle parole ai fatti la FIGC ha smarrito la strada dell’attuazione, e la rivoluzione auspicata dal “Divin codino” non è nemmeno iniziata. Di fronte allo stallo, Baggio rispose con le dimissioni, lasciando l’incarico nel gennaio 2013. Al TG1 mostrò il dossier: «900 pagine, una ricerca e un programma per rinnovare il calcio italiano. L’ho presentato nel 2011 ed è rimasto per un anno lì. Ho tratto le conclusioni. Io non amo occupare le poltrone, ma amo fare. L’obiettivo era rinnovare dalle fondamenta la formazione dei bambini e dei ragazzi, con l’obiettivo di crescere buoni calciatori ma soprattutto buone persone». 

Vivai, talento e imprevedibilità 

La storia calcistica è costellata di tonfi e delusioni. Sono parte integrante del gioco e in qualche modo gli conferiscono una tendenza egualitaria. La differenza sta nella reazione alle sconfitte. C’è chi decide di cambiare completamente rotta, come la Germania dopo il disastro di Euro 2000, e chi invece lavora sulla facciata, lasciando intatte le logiche strutturali che la sorreggono. Nel 2011 Baggio intercettò il deficit qualitativo della nazionale italiana di calcio, nonché dei club che, dopo essere stati protagonisti in Europa per circa un ventennio, stavano vivendo il personale canto del cigno con il trionfo dell’Inter in Champions League. 

Ciò che aveva in mente Baggio era un cambiamento epocale del sistema calcistico italiano, con al centro i giovani, per liberarlo da logiche clientelari e corruzione (soltanto cinque anni prima c’era stato lo scandalo Calciopoli delle partite truccate). L’idea era quella di un calcio virtuoso, aderente per davvero ai valori che si vantava di trasmettere: solidarietà, gioco di squadra, senso di responsabilità. Si doveva partire dagli allenatori, non più mister improvvisati ma maestri, formati da varie figure, tra cui ex calciatori professionisti. La selezione sarebbe diventata dunque più rigida, subordinata al raggiungimento di competenze trasversali, relative non solo all’aspetto tecnico ma anche a quello pedagogico ed emotivo. In questo modo l’allenatore si sarebbe affermato come figura educativa completa, inserita in un ambiente formativo. La tecnica, che una volta abbondava sulle spalle dei numeri 10 del calcio italiano, andava liberata dalle gabbie della fisicità: un’ossessione che non solo esclude i giovani dai vivai ma mortifica anche la creatività, soprattutto nei più piccoli. Meno schemi e più esercizi specifici, come palleggio e dribbling; lavoro sull’imprevedibilità e sulla costruzione del gioco: da qui passava un buon pezzo del calcio semplice ma rivoluzionario di Baggio, volto a formare calciatori pensanti e non meri dipendenti della tattica. Baggio immaginava dunque dei settori giovanili fondati non solo sulla coltivazione del talento ma anche della morale calcistica. Il lavoro dell’allenatore non si esauriva con la dimensione tecnica (prima) e tattica (poi) ma si estendeva alla trasmissione di tutto il potenziale sociale dello sport. 

Il potenziamento della rete infrastrutturale sul territorio diventava cruciale, soprattutto nell’ottica di osservare nuovi talenti: un database nazionale, diffuso su cento distretti federali, avrebbe monitorato i giovani e la loro crescita, incrociando schede tecniche e risultati raggiunti nelle competizioni territoriali. Era di fatto un’anticipazione di ciò che il calcio europeo sarebbe diventato da lì a poco con la diffusione della match analysis, quel complesso di attività volto a fornire dati sulle prestazioni individuali e di squadra. I cento distretti avrebbero dovuto essere affiancati da centri federali, dotati di servizi e personale, e messi in contatto coi vivai presenti sul territorio. Lo sviluppo informatico e infrastrutturale avrebbe permesso al calcio italiano di compiere in tempo il salto verso l’innovazione, non perdendo terreno nei confronti dei principali avversari europei. Nella visione di Baggio, la connessione tra ragazzi e territori andava poi integrata al mondo dell’università e della ricerca (settore storicamente sottofinanziato in Italia), nonché a un centro studi permanente. Legare teoria e pratica concorreva all’obiettivo di elaborare dati affinché si innescasse un processo innovativo sul piano atletico, tecnico e tattico. 

Dal piano Baggio ai conti con la realtà 

Gabriele Gravina, dimissionario dopo l’ennesimo fallimento mondiale, simbolo di un sistema che cambia volto ma non direzione

Il piano Baggio, nel suo complesso, è rimasto lettera morta. Nel 2015 è stato avviato un timido programma di scouting, ispirato ai centri federali immaginati dall’ex Pallone d’Oro. In dieci anni sono state aperte appena 35 strutture operative, un terzo di quelle previste da Baggio nel suo dossier. Quest’ultimo, se implementato integralmente, avrebbe reso le società più resilienti dal punto di vista economico, con un bacino più ampio e talentuoso di giovani calciatori da cui attingere sul territorio. Di riflesso sarebbero stati colpiti i giochi di potere che ruotano intorno alle nuove leve, tra raccomandazioni, corse agli sponsor e megalomania dei procuratori. Un settore rinnovato nelle sue fondamenta, rivoluzionato da un punto di vista culturale oltre che tecnico, avrebbe di certo cozzato con le storture del calcio italiano. Soltanto l’anno scorso ha fatto scalpore l’inchiesta realizzata da Le Iene, riguardante il giro di affari per giocare in Serie C. Secondo questa pratica di scouting a pagamento “basterebbero” 30mila euro per diventare un calciatore professionista in una competizione, la Lega Pro, segnata da scarsità di infrastrutture e fallimenti sistemici, esasperando una condizione diffusa. L’ultimo caso, in ordine temporale, è quello della Ternana, messa in liquidazione nel bel mezzo del campionato. 

Se nel modello immaginato da Baggio i giovani erano perno centrale, in quello odierno sembrano piuttosto delle galline dalle uova d’oro. È la conseguenza della cosiddetta riforma Zola introdotta nel 2024 dalla FIGC. Si tratta di incentivi economici ai club che impiegano i ragazzi del settore giovanile. «Dalla stagione sportiva 2025-26 le premialità per l’impiego dei giovani provenienti dal settore giovanile arriveranno sino al 400%, il doppio rispetto a quanto già previsto per il campionato in corso», scriveva entusiasta la Lega Pro. Al di là degli scopi nobili, relativi a un maggiore impiego dei ragazzi, la realtà sul campo dice altro. I club tendono infatti a costruire le rose in base a quanti bonus possono ottenere, anche sacrificando il talento, meno remunerativo a breve termine: un ragazzo più giovane sarà tendenzialmente preferito a un compagno di squadra più grande, dal momento che i premi dipendono dall’età, oltre che dal minutaggio. Alla luce di ciò, gli allenatori sono costretti dalle necessità economiche delle società a turnover fittizi, che puntano non tanto a far crescere i ragazzi quanto piuttosto a incassare i soldi della federazione. Meccanismi simili per l’impiego dei giovani sono da anni in vigore anche nelle leghe minori, come la Serie D. In questo sistema assumono spazio e potere gli sponsor e i procuratori, veri protagonisti del calcio moderno. In una recente intervista a CBS Sport, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha accusato la FIGC di ricevere «soldi sottobanco da agenti per convocarli in nazionale. È poco professionale, ma sta accadendo in Italia». 

Il disastro italiano in numeri 

I festeggiamenti dell’Italia U19 che ha vinto gli europei disputati a Malta nel 2023. Fonte foto: FIGC

Il talento – migliorabile in termini qualitativi e quantitativi attraverso investimenti su vivai e infrastrutture – non è improvvisamente scomparso. Il problema è la sua valorizzazione sul lungo periodo. Lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana nelle competizioni Under. Nel 2023 l’Italia U19 ha vinto gli europei e l’anno dopo la selezione U17 ha fatto lo stesso, conquistando anche un terzo posto ai mondiali. Gli affanni del sistema, come visto, si palesano successivamente, quando questi giovani devono fare il loro debutto nel calcio professionistico, avere continuità e centralità nei progetti, come avviene negli altri grandi Paesi europei, Spagna su tutti. A delineare il quadro è l’ultima relazione presentata da Gravina subito dopo le dimissioni: da cui emerge che «la Serie A italiana è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la nazionale, con appena l’1,9%». È questo il manifesto del disastro calcistico italiano, colpevole della (mancata) gestione del talento e di mortificare la passione di migliaia di giovani. «Il confronto tra l’impiego nelle prime squadre di club, in Italia e nel resto d’Europa, dei calciatori che conquistano i trofei giovanili è impietoso: i calciatori spagnoli che hanno disputato il Campionato Europeo Under 19 nel 2023 (vinto dall’Italia) non giocano più nei campionati giovanili e hanno minutaggi quasi doppi in prima divisione e quasi sei volte maggiori in partite di coppe europee rispetto ai loro omologhi italiani». Le conseguenze, oltre che strettamente sportive, sono anche economiche: «Nella classifica dei primi 50 settori giovanili al mondo per ricavi decennali dalla vendita di calciatori “formati in casa” ce ne sono solo due italiani (Atalanta e Juventus)». Ancora, si legge nel rapporto, «l’Italia è ultima, dopo (nell’ordine) Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra e Germania, per ricavi complessivi generati nell’ultimo decennio da trasferimenti internazionali di calciatori formati nel Paese». Il dossier pubblicato da Gravina si concentra poi sulla relazione tra la dispersione del talento giovanile e il progressivo impoverimento della qualità tecnica. «La Serie A non rientra tra i primi dieci campionati europei per metri percorsi in sprint ed è, tra i primi 5 campionati europei, l’ultima per dribbling a partita; la velocità media della palla in gara è molto più bassa (7,6 m/s) della media della UEFA Champions League (10,4 m/s) e di quella degli altri campionati europei più importanti (9,2 m/s)». 

Lo scarso coinvolgimento dei giovani, la carenza di infrastrutture, l’ossessione per la fisicità e l’atrofia del talento restituiscono un’equazione da cui è difficile scappare senza stravolgimenti materiali e culturali, come quelli proposti da Baggio. Nonostante i fallimenti della nazionale e dei club, i tempi non sembrano tuttavia maturi e all’orizzonte si profila una nuova stagione dell’equilibrismo all’italiana, dove affinché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Russia-Ucraina: si continua a combattere nonostante la tregua

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Russia e Ucraina si sono accusate reciprocamente di aver violato i cessate il fuoco annunciati separatamente, mentre Mosca si prepara alla tradizionale parata del Giorno della Vittoria sotto rigidissime misure di sicurezza. Vladimir Putin ha proclamato unilateralmente una tregua di due giorni per le celebrazioni del 9 maggio, ma Kiev l’ha giudicata insufficiente chiedendo invece un cessate il fuoco illimitato. Intanto continuano gli attacchi con droni e missili: la Russia sostiene di aver abbattuto 264 droni ucraini, mentre l’Ucraina rivendica raid contro raffinerie russe. Mosca ha inoltre minacciato una dura risposta missilistica se Kiev tenterà di colpire la parata in Piazza Rossa.

La televisione slovena trasmetterà documentari palestinesi al posto dell’Eurovision

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Dal 12 al 16 maggio, le televisioni europee trasmetteranno la 70° edizione dell’Eurovision Song Contest, il maggiore concorso canoro del Vecchio Continente. Lo faranno tutte, meno cinque: Irlanda, Islanda, Olanda, Slovenia e Spagna hanno infatti annunciato il loro ritiro dal festival per boicottare la presenza di Israele sui palchi viennesi e prendere posizione contro il genocidio del popolo palestinese. L’emittente slovena RTV, in particolare, risponderà promuovendo un ciclo di programmi sulla Palestina, che andrà in onda dal 10 al 20 maggio, sostituendo la ciclica trasmissione dell’evento musicale e parte del proprio palinsesto ordinario: si chiamerà Voci di Palestina, e includerà film, documentari, talk show e analisi per «fare luce sulle storie delle persone e sul più ampio contesto degli eventi attuali in Medio Oriente». L’iniziativa si colloca sulla scia delle crescenti iniziative di boicottaggio alla propaganda culturale israeliana offrendo un’alternativa che, per quanto possa apparire scontata, risulta inedita: approfondire la storia e la cultura palestinesi.

L’annuncio di Radiotelevizija Slovenija (RTVSLO) è arrivato ad aprile, ma sta uscendo dal guscio della cronaca locale solo in questi giorni, con l’avvicinarsi dell’inizio del festival. La serie Voci di Palestina, spiega l’emittente, «offre diverse prospettive – dalle esperienze personali di singoli individui a questioni sociali e politiche di più ampio respiro – e apre uno spazio di riflessione su uno dei temi chiave del mondo contemporaneo». Inizierà domenica 10 maggio in prima serata, sulla prima rete dell’emittente pubblica. A partire dalle 20.05 verrà trasmessa una serie di documentari che «rivela le conseguenze della guerra e la forza dei legami familiari attraverso la storia di una famiglia»; a esso, seguirà un programma di approfondimento. Martedì 12 maggio, in occasione dell’apertura dell’Eurovision, RTVSLO trasmetterà un altro documentario sulle vicende di un attivista palestinese e del suo sodalizio con un giornalista israeliano; il 13 maggio, verranno trasmessi un film e un talk show, il 14 maggio un’analisi politica e sui dilemmi etici sull’attuale situazione dell’Eurovision Song Contest, e il 16 maggio, con la chiusura della kermesse musicale, un ultimo documentario. Il ciclo terminerà martedì 20 maggio con un ultimo film. «Con questa programmazione, RTV Slovenia continua a perseguire la sua missione pubblica: offrire ai telespettatori contenuti approfonditi, credibili e sfaccettati che promuovano la comprensione, il dialogo e il pensiero critico sulle attuali problematiche globali», scrive l’emittente.

Il tentativo di boicottare la partecipazione israeliana all’Eurovision va avanti da ben prima il 7 ottobre 2023, ma l’opzione è stata messa concretamente sul piatto solo nel 2024, proprio dall’emittente slovena; il tema è poi esploso nell’aprile del 2025, quando anche Islanda e Spagna si sono schierate contro la presenza di Israele all’evento, accusando l’EBU – l’emittente che organizza l’evento – di applicare un doppio standard, escludendo la Russia da una parte e permettendo a Israele di partecipare dall’altra. A maggio del medesimo anno, in occasione dell’apertura dei concerti, le proteste sono poi arrivate direttamente in piazza, con decine di manifestanti che si sono riuniti davanti al Turquoise Carpet di Basilea (sede dell’edizione 2025) per contestare la cantante israeliana Yuval Raphael; a dicembre, infine, il ritiro, annunciato prima da Irlanda, Olanda, Slovenia e Spagna e, poi, dall’Islanda. La campagna contro la partecipazione di Israele all’evento musicale non si è fermata, ed è andata avanti anche quest’anno: sulla scia delle analoghe iniziative avanzate gli scorsi anni i gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel hanno lanciato una campagna per escludere Israele dalla competizione, raccogliendo l’adesione di oltre 1.000 artisti di tutto il mondo.

Sudafrica: riaperto impeachment contro il presidente

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La Corte Costituzionale sudafricana ha riaperto il procedimento di impeachment contro il presidente Cyril Ramaphosa. Il procedimento ruota attorno a uno scandalo che i media locali hanno soprannominato “Farmgate”, sorto dopo le accuse mosse da un ex funzionario dell’intelligence, secondo cui Ramaphosa avrebbe tentato di insabbiare il furto di circa 4 milioni di dollari in valuta estera nascosti in mobili nella sua riserva di caccia di Phala Phala nel 2020. Il procedimento era stato bloccato nel 2022 dal Parlamento, che aveva fermato l’invio di un rapporto della commissione d’inchiesta a una commissione per l’impeachment; secondo la Corte tale blocco sarebbe stato incostituzionale.

La Commissione UE cede alle lobby e cancella il pellame dalla legge anti-deforestazione

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Non bastavano i continui rinvii: pezzo dopo pezzo, l’Unione Europea sta smantellando la legge contro la deforestazione. A finire in mezzo alla ribattezzata “semplificazione”, questa volta, sono le restrizioni che il regolamento europeo imporrebbe a pelli e cuoio. Nonostante i buoni propositi annunciati, a fare cambiare idea all’esecutivo comunitario hanno pensato gli oltre 20 incontri con i lobbisti del settore, sponsorizzati anche da eurodeputati di ogni colore politico – da destra a sinistra. La Commissione, di preciso, ha avanzato una proposta formale per escludere il pellame dall’elenco dei prodotti soggetti a controlli, aprendo alla vendita di tali beni al di là loro della provenienza. L’argomentazione è che il pellame si configuri come sottoprodotto dell’allevamento: una posizione «vergognosa», secondo i ricercatori di Human Rights Watch. «In sostanza, stanno dicendo: “Sappiamo che ci sono danni ambientali e violazioni dei diritti umani all’inizio della catena di approvvigionamento dei prodotti, ma non vogliamo assumerci la responsabilità di affrontarli noi stessi”».

La scelta di escludere il pellame dai vincoli anti-deforestazione è arrivata lo scorso 4 maggio, quando la Commissione ha avanzato una proposta per semplificare i provvedimenti previsti dalla legge contro la deforestazione. Nella bozza di proposta, la Commissione ha raccomandato l’esclusione di pelli, cuoio e prodotti in pelle dall’ambito di applicazione del regolamento menzionando il valore economico ridotto del settore rispetto a quello della carne e collegandolo a una presunta «limitata» necessità di introdurre vincoli per la tracciabilità dei suoi prodotti. La Commissione ha inoltre affermato che l’adozione di norme più complete porterebbe a un «approccio frammentato e incoerente» in relazione al settore della pelle, con la conseguente delocalizzazione della produzione dei beni al di fuori dell’area comunitaria. Di preciso, la legge contro la deforestazione prevede che le aziende possano vendere nell’UE solo i prodotti il cui fornitore abbia rilasciato una dichiarazione di “dovuta diligenza”, che attesti che il prodotto non provenga da terreni deforestati a partire dal 31 dicembre del 2020. Le aziende di pellame, insomma, potrebbero vendere prodotti provenienti da terre disboscate.

Negli ultimi anni, le lobby dell’industria di pellame hanno esercitato una crescente pressione sull’UE per ottenere esenzioni dai vincoli comunitari. La decisione della Commissione segue infatti almeno 22 incontri di lobbying dal 2021, l’ultimo dei quali promosso lo scorso mese da diversi eurodeputati – tra cui l’italiano Dario Nardella, ex sindaco di Firenze ora esponente dell’eurogruppo Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (in Italia vi aderisce il PD). I gruppi del settore sostengono l’idea secondo cui le pelli sarebbero un sottoprodotto degli allevamenti per la produzione di carne. Come abbiamo già trattato direttamenteindirettamente in diversi articoli de L’Indipendente, l’allevamento gioca un ruolo importante nelle emissioni di gas serra, ed è una delle cause principali della deforestazione.

Sebbene sia vero che la pelle risulti un prodotto dall’impatto marginale rispetto all’industria della carne, la letteratura scientifica concorda nel considerare l’impronta climatica dei cosiddetti “sottoprodotti” di tale settore ridotta, ma non certamente irrilevante; questo, rimarcano gli studi, sia per il loro ruolo diretto nell’inquinamento e nel consumo di terreni, che per quello indiretto, che assumono contribuendo alla redditività della medesima industria della carne. Negli ultimi anni, nel dibattito sul tema, ancora molto discusso, si sta iniziando sempre più a parlare di pelle comeco-prodotto” delle attività di allevamento, piuttosto che come loro “sottoprodotto”; non è una mera questione di parole: la pelle ha un impatto considerevole sulla solidità economica dell’industria della carne, rendendola più forte, e oltre a ciò appartiene a una filiera che non è riducibile a quella stessa industria; contribuisce, dunque, a ingrossare gli allevamenti e ad aumentarne il rendimento in maniera diretta, rinsaldandone le attività. Per citare uno degli studi menzionati, nonostante sia indubbio che l’industria della pelle svolga un ruolo di gran lunga minore nel cambiamento climatico e nel fenomeno della deforestazione rispetto a quello che ricopre l’industria della carne, «attribuirgli un’impronta di carbonio nulla introdurrebbe un errore sistematico». Al di là della sua incidenza negli allevamenti e, dunque, nel disboscamento, inoltre, l’industria delle pelli è spesso al centro di questioni di diritti umani e contribuisce all’inquinamento delle acque.

La deregolamentazione dei vincoli dei prodotti dell’industria delle pelli è parte di un più ampio disegno di smantellamento della legge contro la deforestazione, in atto da tempo: la legge era stata approvata nel 2023, e sarebbe dovuta entrare in vigore l’anno successivo, ma la sua attivazione è stata oggetto di numerosi rinvii. L’ultimo è giunto proprio all’alba del nuovo anno, e ne ha posticipato l’entrata in vigore a dicembre 2026. Parallelamente, diversi Paesi, Italia compresa, hanno chiesto alla Commissione di varare piani di “semplificazione” ed eccezioni ai suoi provvedimenti per esentare alcune delle categorie produttive che sarebbero state colpite dai vincoli. Lo smantellamento, rimarca Hugo Schally, promotore della proposta originale, è iniziato sin da gennaio 2026, con la cancellazione di obblighi e punti di monitoraggio.

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