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Le altre “famiglie nel bosco”: in Italia 35 mila bambini vivono lontano da casa

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Il numero esatto è stato pubblicato dal Ministero del Lavoro: al 31 dicembre 2024, in Italia, quasi 46mila bambini e ragazzi dormivano lontano dalla propria famiglia. Di questi, 15.870 erano in affidamento a un’altra famiglia, 30.237 in una struttura residenziale, e quindi una comunità, una casa famiglia o un istituto. Una parte consistente di quel numero sono minori stranieri non accompagnati, che pure sono bambini e ragazzi, ma che hanno percorsi e ragioni diverse dagli allontanamenti familiari veri e propri: tolti loro, si arriva comunque a oltre 35mila presenze, con 15mila in affido famili...

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Corte USA: illegali i dazi di Trump

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Un tribunale commerciale statunitense ha stabilito che gli ultimi dazi temporanei globali del 10% non sono legittimi. Per ora la decisione interesserà solo due aziende che avevano presentato ricorso: la Corte ha rifiutato di emettere un’ingiunzione che bloccasse i dazi per tutti gli altri importatori, respingendo la richiesta di un gruppo di 24 Stati, affermando che essi non avessero la legittimazione processuale per richiedere tale provvedimento; altro fattore rilevante, l’impossibilità di astrarre i costi sostenuti dai due ricorrenti per giustificare un taglio generalizzato. La sentenza si applica a una serie di dazi in scadenza tra circa due mesi, ma si presenta come una battuta di arresto alle politiche tariffarie del presidente statunitense.

Le banche e altri grandi gruppi italiani stanno facendo un sacco di soldi grazie alla guerra

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Nel clima di forte tensione legato alla guerra in Iran, alcuni colossi italiani stanno beneficiando della corsa alla difesa, alle infrastrutture e ai servizi finanziari. Leonardo – principale gruppo industriale nel settore della difesa – ha chiuso il trimestre con ordini a 9 miliardi, ricavi a 4,4 miliardi e utile netto rettificato in rialzo del 60%, confermando le robuste previsioni e un portafoglio ordini oltre i 56 miliardi. Terna, proprietario della Rete Elettrica Nazionale italiana in alta e altissima tensione, migliora i conti con ricavi a 988,7 milioni, margine operativo lordo a 697,6 milioni e indebitamento in calo. Anche le banche accelerano. UniCredit firma il miglior trimestre di sempre, con un utile a 3,2 mld (+16%); BPER sale a 549 mln; Banco BPM vola sulle commissioni (708 milioni); Mediolanum cresce del 13% e Intesa distribuisce 6,54 miliardi di dividendi.

Con lo scattare di maggio stanno arrivando i primi veri dati sull’andamento delle grandi aziende di armi, finanza ed energia davanti alla guerra in Asia Occidentale. Ieri, 7 maggio, si è tenuta una riunione dell’assemblea degli azionisti di Leonardo, a cui era presente più del 51% del capitale: l’azienda ha confermato il buon andamento del 2025 approvando i conti dell’ultimo esercizio e dando il via libera alla distribuzione di un dividendo di 0,63 euro per azione; le cedole verranno staccate il 22 giugno. Il colosso bellico ha chiuso i primi tre mesi del 2026 con risultati in piena accelerazione con ordini al +31% e ricavi al +6,9%; aumenti anche sul fronte di Ebitda (che indica il margine operativo prima di tasse e interessi), che ha raggiunto i 281 milioni (+33%), e utile netto rettificato (184 milioni, +60%); confermate infine le previsioni per l’intero esercizio, con ordini a 25 miliardi, ricavi per 21 miliardi ed Ebitda superiore a 2 miliardi. Negli ultimi anni Leonardo è cresciuta parecchio proprio grazie al contesto geopolitico instabile e denso di teatri di guerra: l’azienda è in cima alla lista tra i gruppi che hanno guadagnato sul fronte ucraino, le politiche di riarmo dell’UE, e il genocidio in Palestina, e con la guerra in Iran le si è presentata davanti una nuova – e ghiotta – opportunità di guadagno.

Dalle armi alle case degli italiani, i guadagni sono arrivati anche per Terna, proprietario della Rete Elettrica Nazionale: nel primo trimestre il gruppo ha registrato un aumento nei ricavi pari a 86,9 milioni di euro (+9,6%) rispetto al corrispondente periodo del 2025. Il margine operativo lordo ha registrato una crescita tendenziale di 45,6 milioni di euro, mentre l’utile netto ha raggiunto i 276,5 milioni di euro, in crescita di 1,2 milioni rispetto al primo trimestre del 2025. Insomma: davanti alle bollette che rischiano di aumentare, a guadagnarne è il gestore della rete elettrica. Sempre in campo energetico, ma parlando di materia prima, stanno registrando aumenti anche le cosiddette Big Oil: risultati e bilancio a parte, i colossi del petrolio sono stati al centro di una selvaggia speculazione sul lato finanziario raggiungendo incrementi stellari nelle azioni, dopo un mese di brusche oscillazioni tendenti verso l’alto.

Ultime, ma non per importanza, le banche. In questi giorni i maggiori gruppi della finanza italiani stanno pubblicando i propri rapporti sui primi mesi del 2026, registrando tutte un forte aumento: a fine aprile, Intesa ha approvato bilancio e dividendi registrando – per usare le parole dell’Amministratore Delegato Carlo Messina – «i migliori risultati nella sua storia». Il primo trimestre di UniCredit, che costituisce il secondo gruppo bancario del Paese, ha superato le aspettative del 20%, collezionando record su tutte le linee principali, e spingendo la banca ad alzare l’asticella per i prossimi mesi: i ricavi sono cresciuti del 4,9% annuo a 6,9 miliardi, mentre per i soci sono previsti in arrivo 2,4 miliardi. Anche Banco BPM è cresciuta, con proventi operativi da 1,53 miliardi, commissioni record, operatività lorda a 777,1 milioni e rapporti costi/ricavi sceso al 44,1%; come i primi tre gruppi bancari del Belpaese, anche gli altri hanno registrato analoghi aumenti. In generale, quello della guerra è uno dei maggiori ambiti di investimento per i gruppi finanziari, senza i cui prestiti e investimenti il settore collasserebbe su sé stesso.

Tra le rovine di Gaza riapre una biblioteca

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gaza biblioteca

L’hanno chiamata Phoenix Library, perché incarna il mito della fenice che risorge dalle proprie ceneri. È la prima biblioteca inaugurata a Gaza a distanza di più di due anni dall’inizio della distruzione sistematica della Striscia, mentre gran parte delle sue infrastrutture culturali è stata rasa al suolo. Riempita con i libri salvati da polvere e macerie, questo piccolo spazio dimostra che la conoscenza, così come l'identità culturale del popolo palestinese, non possono essere cancellate neppure dalle bombe.
Rimessa in piedi tra edifici crollati, polvere e quartieri svuotati, su iniziativa de...

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Resistenza antimicrobica, scatta il piano UE-Africa

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L’Unione europea e l’agenzia per la salute pubblica dell’Unione africana hanno avviato un progetto per rafforzare i laboratori di otto Paesi africani e migliorare il monitoraggio della resistenza antimicrobica, una delle principali minacce sanitarie globali. Camerun, Ciad, Etiopia, Gabon, Mozambico, Sierra Leone, Uganda e Zimbabwe saranno coinvolti nell’iniziativa, sostenuta anche dalla African Society for Laboratory Medicine. Il programma punta a potenziare le capacità dei laboratori di microbiologia e la sorveglianza delle infezioni resistenti agli antibiotici. La resistenza antimicrobica, causata soprattutto dall’abuso di antibiotici, rende molte infezioni sempre più difficili da curare e aumenta il rischio di mortalità.

Le motivazioni della sentenza svelano il sistema di torture nel carcere di Torino

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Il Tribunale di Torino ha depositato nelle scorse ore le motivazioni della sentenza, pronunciata il 6 febbraio, con cui sono stati condannati per torture sui detenuti otto agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Le pene vanno dai cinque mesi fino a tre anni e quattro mesi di reclusione. Gli episodi sono avvenuti tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C, il reparto destinato ai detenuti per reati sessuali. I giudici hanno letto le violenze non come episodi isolati, bensì come un sistema di controllo del corpo e della psiche: nella sentenza si fa infatti esplicito riferimento a umiliazioni e vessazioni, denotate da una «violenta e gratuita ostentazione di potere», che hanno inciso sulla dignità dell’uomo prima ancora che sullo status detentivo.

Il contenuto delle motivazioni, in effetti, parla da solo: «È stato costretto a subire vessazioni verbali, umiliazioni morali e percosse fisiche. La sua dignità è stata gravemente lesa: l’uomo, oltre che il detenuto, si è visto “spogliato” non solo materialmente, ma anche metaforicamente, rimanendo nudo di fronte a una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere», si legge in relazione al trattamento subìto da un detenuto del padiglione C della casa circondariale di Torino. I giudici scrivono come dalle indagini sia emerso «il livello di tensione e intimidazione che alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria avevano creato in quegli anni all’interno del carcere di Torino», dove «i detenuti (quantomeno alcuni) venivano sviliti, terrorizzati, costretti a fare cose del tutto disdicevoli ed umilianti pur di non subire ulteriori ripercussioni».

I giudici analizzano anche il pestaggio ai danni di un ragazzo «in difficoltà fisica e psicologica» verificatosi «in un luogo visibile a tutti gli altri detenuti», dunque «nella convinzione da parte degli agenti di poter usufruire di una qualche forma di totale impunità, che ha reso ancora più profondo il senso di impotenza, vergogna e umiliazione» provato dalla vittima. Secondo il rito del cosiddetto “battesimo” per i nuovi entrati nel padiglione, alcuni detenuti venivano colpiti «violentemente con schiaffi al volto e al collo, pugni sulla schiena», altri puniti con «perquisizioni arbitrarie e vessatorie, gettando vestiti per terra, strappando le mensole dal muro e spruzzando detersivo per i piatti sul materasso e sui vestiti». A detta dei giudici, si trattava di «una pratica nota che tutti i soggetti ristretti sapevano di dover subire, accettandolo come dato certo ed inevitabile, quanto doloroso».

Questo caso giudiziario si inserisce in un contesto nazionale preoccupante. L’Italia è finita nuovamente nel mirino del Comitato ONU contro la tortura, che tra le altre cose ha sottolineato la definizione ancora nebulosa del reato di tortura previsto dall’articolo 613-bis del codice penale, introdotto solo nel 2017 con notevole ritardo. A differenza di quanto stabilito dalla Convenzione ONU, la formulazione italiana evita infatti di sottolineare intenzionalità e scopo, elementi centrali per definire un atto di tortura. Inoltre, la tortura è configurata come un reato generico che può essere commesso da chiunque, non specificamente dalle forze dell’ordine «o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale».

L’azione dei partiti che sostengono il governo sembra però muoversi in maniera opposta alle modifiche auspicate dall’ONU. Proprio Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, ha presentato già nel 2023 un progetto di legge per abrogare il reato di tortura, sostenendo che «il rischio di subire denunce e processi strumentali potrebbe disincentivare e demotivare le forze dell’ordine». Il progetto di legge prevede, nello specifico, «l’introduzione di una nuova aggravante comune per dare attuazione agli obblighi internazionali discendenti dalla ratifica della CAT (la Convenzione contro la tortura, ndr) e la contestuale abrogazione delle fattispecie penali della tortura e dell’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura», previsti dagli artt. 613-bis e ter del codice penale. L’intenzione, insomma, è di cancellare i reati così come sono formulati dalla legge per introdurre un obbligo, più generico, di rispetto della Convenzione internazionale.

I finti sovranisti con il terrore di non essere più colonia americana

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I leader che si autodefiniscono sovranisti al governo in Italia, pochi giorni fa hanno ricevuto il più bel regalo che potessero desiderare. Almeno in teoria. Da ben prima di Bruxelles e dei vincoli di bilancio, infatti, la piena sovranità dell’Italia è negata dall’occupazione militare imposta dagli Stati Uniti dal lontano 1945. La presenza militare americana ha storicamente costretto il Paese al ruolo di una democrazia a sovranità limitata: non solo impossibilitata ad avere una vera politica estera autonoma, ma con tanto di piani americani per il colpo di Stato già pronti nel caso in cui i cittadini italiani avessero scelto opzioni sgradite da Washington alle urne. È storia: l’organizzazione USA dedita a sorvegliare la democrazia italiana si chiamava “Gladio”. Bene, pochi giorni fa, Trump ha ipotizzato di iniziare il ritiro dei militari americani dall’Italia. Ma, a palazzo Chigi, anziché stappare lo spumante per la fortuna di avere finalmente la possibilità di passare dalle parole ai fatti in termini di sovranità, è sceso il gelo. Giorgia Meloni ha protestato che «non sarebbe corretto» perché l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni; Matteo Salvini non ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere, trincerandosi dietro un imbarazzato «non commento le minacce». Parole testuali. Per il politico che rivendica di essere il vero sovranista della coalizione, la possibile fine dell’occupazione militare straniera del suo Paese è una «minaccia».

Non sappiamo di preciso quanti siano i siti militari statunitensi presenti sul territorio italiano, il dato non è pubblico ed alcuni di questi sono segreti: gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che ne regolano l’uso restano in larga parte riservati. Quelli di cui sappiamo l’esistenza sono 31, ma di certo non sono tutti. Conosciamo invece il numero di militari americani presenti in Italia. O meglio, ne conosciamo quello ufficiale: secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Dipartimento della guerra statunitense sono 12.662. L’Italia è il quarto Paese al mondo con più soldati a stelle e strisce sul proprio territorio dopo Giappone, Germania e Corea del Sud. Ma il documento non conteggia i soldati in missione temporanea, né il numero di ufficiali dei servizi segreti e delle unità speciali. L’unica cosa che sappiamo per certo sono le conseguenze dell’ottantennale occupazione americana: interi territori sottratti alla sovranità nazionale; inquinamento e contaminazione del territorio e delle falde acquifere con residui bellici, metalli pesanti, esplosivi, rifiuti militari e conseguente aumento di tumori e patologie nelle aree circostanti; inquinamento elettromagnetico specie in corrispondenza delle stazioni radar, come il MUOS di Niscemi; presenza di ordigni nucleari (in particolare nella base di Ghedi, a Brescia, ma non solo) controllati dagli americani ma che metterebbero a rischio l’Italia in caso di guerra o di incidenti.

Dopo 80 anni di servitù forzata seguita alla seconda guerra mondiale, il governo Meloni si è visto servire direttamente dal potere americano l’opportunità di mettere fine a tutto questo. Un governo “sovranista” avrebbe dovuto chiamare immediatamente la Casa Bianca, prima che il cervello suggerisse a Trump di scoreggiare su Truth un nuovo comunicato nel quale cambiava idea, e rilanciare. «Benissimo, Donald, siamo d’accordo con te. Firmiamo subito l’accordo: riprenditi tutti i soldati e usali per rifare l’America Great Again a casa loro. Puoi riprenderti anche tutte le armi atomiche. Tranquillo, non vogliamo niente: alla bonifica dei territori che avete devastato per quasi un secolo ci pensiamo noi, basta che andate via». Il giorno dopo l’Italia sarebbe stata finalmente libera di perseguire i propri interessi in un mondo multipolare, senza essere obbligata a contravvenire continuamente all’articolo 11 della propria Costituzione per assecondare la prossima guerra americana. Non dovrebbe essere il sogno per una classe politica che si dichiara “sovranista”, nel senso di dedita solo all’interesse nazionale? Peccato che siano solo politicanti. E domani aspetteranno con la cenere in testa il Segretario di Stato americano Rubio, in visita a Roma, pronti a qualsiasi rassicurazione con il solo scopo di rinnovare il patto di vassallaggio e legare ancora una volta i destini dell’Italia a quelli dell’impero americano in disfacimento.

Garlasco, la Procura chiude le indagini: “Chiara Poggi uccisa da Sempio”

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La Procura di Pavia ha chiuso le indagini sul delitto di Garlasco notificando ad Andrea Sempio l’avviso di conclusione dell’inchiesta. Il 38enne è accusato dell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007, con le aggravanti dei motivi abietti e della crudeltà. Secondo i pm, all’epoca 19enne e amico del fratello della vittima, avrebbe agito dopo il rifiuto di un’avance, colpendo la giovane almeno 12 volte, probabilmente con un martello. La chiusura delle indagini apre ora la strada alla richiesta di rinvio a giudizio. Gli atti saranno inoltre trasmessi alla Procura generale di Milano per valutare la revisione della condanna definitiva di Alberto Stasi.

Uno Bianca: quello che sappiamo tra le coperture dei servizi e la manovalanza deviata

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Trentadue anni dopo, gli stessi occhi senza luce, lo stesso ghigno a labbra socchiuse. Roberto Savi, il “corto”, è ancora quel sovrintendente di polizia che i colleghi della Questura di Bologna hanno arrestato il 21 novembre 1994, dopo averlo prelevato dal suo ufficio. Il capo della banda, la feroce banda della Uno Bianca, che sibilò solo tre parole mentre gli mettevano le manette ai polsi: «Potevo ammazzarvi tutti». Ha fatto molto discutere la sua intervista con Francesca Fagnani, per il programma Belve. Tre quarti d'ora faccia a faccia col simbolo del commando che per sette anni ha insanguin...

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Libano, razzo colpisce base UNIFIL italiana a Shama: nessun ferito

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Un razzo ha colpito la base di Shama, nel sud del Libano, dove ha sede il contingente italiano del settore Ovest di UNIFIL, la missione di interposizione delle Nazioni Unite. Secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa, non è ancora chiaro chi abbia lanciato il missile. L’attacco ha provocato lievi danni a un mezzo militare, ma non si registrano feriti tra i soldati italiani presenti nella base. Sono in corso verifiche per ricostruire con precisione la dinamica e individuare la provenienza del razzo. Il ministro Guido Crosetto segue costantemente la situazione insieme ai vertici della Difesa e del contingente italiano in Libano.