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La Corte di Giustizia dà ragione all’Italia: Meta dovrà pagare le testate giornalistiche

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Oggi, martedì 12 maggio, la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla legittimità delle politiche nazionali relative all’equo compenso dovuto dalle piattaforme social alle testate giornalistiche da cui attingono le notizie. Il verdetto: via libera agli Stati membri, i quali potranno imporre alle Big Tech regole di contrattazione diretta, aprendo la strada a una possibile svolta nella gestione dei contenuti online e nei rapporti tra editoria e piattaforme digitali. 

La questione era stata sollevata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), che nel luglio 2025 aveva deliberato l’obbligo per Facebook di corrispondere un compenso a GEDI – noto soprattutto per La Repubblica – sulla base di una proposta economica avanzata dall’editore e contestata dall’azienda statunitense. Meta si era quindi rivolta al TAR del Lazio, sostenendo che la decisione violasse la libertà d’impresa e i principi di concorrenza sanciti dai trattati europei. La controversia è infine approdata a Lussemburgo, dove la Corte si è espressa a favore delle istituzioni italiane.

“La Corte ritiene che il diritto a un equo compenso per gli editori sia conforme al diritto dell’Unione, a condizione che tale remunerazione rappresenti la contropartita per l’autorizzazione all’uso online delle loro pubblicazioni”, ha dichiarato la Corte. In pratica, viene riconosciuto alle piattaforme social l’obbligo di avviare trattative con gli editori – senza oscurarne i contenuti durante le negoziazioni – e di fornire alle testate tutte le informazioni necessarie per calcolare l’entità del compenso. Qualora le parti non dovessero essere in grado di raggiungere un accordo, le autorità potranno intervenire per stabilire le somme dovute e sanzionare le aziende in caso di inadempienza. 

La vicenda giuridica non è certo conclusa: riconosciuta la legittimità dell’intervento dell’AGCOM, la questione tornerà ora nei tribunali italiani per la discussione dei dettagli operativi e non è improbabile che le parti giungano a un compromesso. Al tempo stesso, la decisione europea segna un precedente di rilievo, destinato a generare un effetto domino: gli editori di tutta l’Unione potranno richiamarsi alla sentenza per rivendicare dalle Big Tech non solo compensi economici, ma anche l’accesso a un insieme di informazioni chiave che le piattaforme digitali raramente rendono disponibili in modo trasparente. 

Per come è stata delineata, la normativa consente agli editori di autorizzare l’uso dei propri articoli a titolo gratuito, in cambio della mera visibilità – un’opzione plausibile per le testate minori, ma difficilmente accettabile per i grandi gruppi editoriali o per i giornali di consolidata reputazione. All’estremo opposto, gli editori potranno anche rifiutare completamente la pubblicazione dei propri contenuti, un principio che, secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere impugnato anche per opporsi alla raccolta dei dati perpetrata dalle aziende di intelligenza artificiale. Un aspetto tutt’altro che marginale, considerando che la decisione della Corte non riguarda solo gli articoli integrali, ma anche gli snippet – le anteprime e sintesi che accompagnano la presentazione dei pezzi online. 

Meta, dal canto suo, si dichiara ora disponibile a confrontarsi con GEDI in tribunale, ma sottolinea che la decisione della Corte – vincolata ai principi di proporzionalità – non impone alla società di versare contributi ai giornali in senso assoluto, bensì solo quando le piattaforme ospitano effettivamente i loro articoli. Non si tratta di una precisazione marginale: in casi analoghi, come la legge canadese del 2023 sull’equo compenso, Meta aveva scelto nel 2023 di bloccare la pubblicazione delle testate nazionali, una misura draconiana che, tuttavia, difficilmente potrebbe essere replicata su scala europea, dove la reazione complessiva degli Stati membri potrebbe esercitare una pressione politica ed economica ben piú travolgente della sola Ottawa.

Amnesty: 100 civili uccisi in raid dell’esercito nigeriano

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Un comunicato di Amnesty International ripreso dai media internazionali riporta che nel fine settimana l’esercito nigeriano avrebbe scagliato un raid aereo su un mercato, uccidendo 100 persone. L’attacco, di preciso, è avvenuto domenica, presso il mercato di Tumfa, nello stato di Zamfara; esso è stato confermato anche da un funzionario della Croce Rossa. L’esercito ha confermato di avere effettuato il raid aereo, ma ha affermato di non avere raccolto prove verificabili di vittime civili.

Errori, dimenticanze e sospetti di corruzione: a Garlasco è stata uccisa anche la giustizia

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Ottantadue errori investigativi. Qualcuno si è preso la briga di contarli uno per uno, e per la verità potrebbe mancarne ancora qualcuno, perché le carte del processo – anzi, dei processi – sono un pozzo di San Patrizio e più ci entri, più sprofondi. Il caso Garlasco, tre parole che da vent’anni sono un tormentone italiano senza sosta e senza fine, l’omicidio di Chiara Poggi che infuria in questi giorni per i colpi di scena e le rivelazioni, potrebbe anche essere considerato un manuale di tutto, ma proprio tutto quello che non bisognerebbe fare sulla scena di un crimine e nel corso delle indagini. Un catalogo completo di sviste, dimenticanze, strafalcioni tecnici e scientifici, “epic fails” come si dice oggi, che sarebbero fragorose e imbarazzanti cadute non ci fosse di mezzo la vita di una ragazza strappata al fiore degli anni, per poi passare ad un altro livello. A quelle che per qualcuno sono omissioni, manipolazioni e strane manovre, e che sono finite sul tavolo di un procuratore. Accuse non leggere, anzi piuttosto gravi e grevi, per chi porta una divisa e di mestiere persegue, o dovrebbe perseguire, la legge e la giustizia. Paradossalmente, o forse no, nell’epoca della tecnologia al servizio della verità, tra perizie dattiloscopiche, ematiche, balistiche e profili comportamentali, in questo clima che da un po’ di anni ci fa sentire un po’ tutti americani in stile CSI, dovrebbe essere tutto più semplice: per chi fa le indagini e per chi le racconta. Ma non è sempre così, anzi non è quasi mai così in un processo indiziario, ossia praticamente tutti quelli diventati casi nazionali.

Gesù o Barabba

Chiara Poggi, uccisa nella villetta di famiglia a Garlasco, in provincia di Pavia, il 13 agosto 2007

Non è stato quasi mai così nelle vicende di cronaca che hanno attraversato – almeno – gli ultimi 25 anni di questo Paese. Garlasco, diecimila anime scarse nella pancia del Ticino, un santuario della Madonna della Bozzola di cui hanno raccontato strani giri e strani riti, il nomignolo di “Las Vegas della Lomellina” per le attrazioni e i cotillons famosi fin dagli anni Sessanta, uno dei tanti posti che macchiano la pianura padana nel suo stanco stiracchiarsi verso il mare, non ha fatto eccezione, con tutte le sue ombre e i suoi fantasmi. Ora che siamo di fronte per l’ennesima volta alla scelta tra Gesù e Barabba, al ballottaggio tra l’insostenibile colpevolezza di Alberto Stasi che da dieci anni potrebbe essere in galera da innocente, come alla presunzione di innocenza di Andrea Sempio che nella stessa cella potrebbe finirci senza avere nulla a che fare, Garlasco si allinea a tutti gli altri casi in cui la superficialità, l’approssimazione e la banalità degli addetti ai lavori e degli improvvidi curiosi hanno compromesso in modo probabilmente significativo scene del crimine, percorsi giudiziari e – per qualcuno – verità processuali. I mostri sono finiti in prima pagina, tutti, spesso piegati dalle condanne, ma in tribunale ci sono arrivati spesso fascicoli zeppi di buchi e opacità.

I mostri dietro alle villette

Alberto Stasi, condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi

E’ stato così, per esempio, a Cogne, nella villetta – la villetta è una costante di questi delitti, secondo la regola non scritta ma scolpita da criminologi e sociologi, secondo cui dietro all’ordinario sanno nascondersi i peggiori mostri – dove ha trovato la morte il piccolo Samuele Lorenzi. Annamaria Franzoni, la mamma snaturata condannata per aver ucciso il proprio figlioletto, una specie di Medea tra le cime della Val d’Aosta poi vittima dei propri demoni e delle proprie rimozioni, è stata punita con la stessa condanna inflitta a Stasi: 16 anni. Come dovrebbe capitare a Stasi, per buona e virtuosa condotta ha saldato in anticipo il suo conto la giustizia. La quale era stata invece messa in discussione, al tempo del processo, dal via vai incessante di soccorritori, vicini di casa e parenti che in buona fede sono arrivati sul posto dove il piccolo Samuele è stato trovato cadavere, e hanno sostanzialmente devastato e reso inutilizzabile ogni traccia e ogni indizio in quell’abitazione. Il medico che è stato chiamato per tentare di rianimare il piccolo, pensando ad un aneurisma, ha spostato il corpo e gli ha lavato le macchie di sangue, distruggendo tutte le possibili tracce. Hanno perfino confuso l’impronta di un perito con quella del killer, non si è mai capito come abbia potuto lasciarla sul Luminol, così come il “pattern” degli schizzi di sangue sul pigiama della Franzoni che è stata la prova regina della sua colpevolezza, ma ancora oggi per molti restano dubbi sul modo in cui è stata raccolta e considerata.

Rudy in concorso con se stesso

Anche a Perugia, nella casa dove la studentessa inglese in Erasmus Meredith Kercher è stata uccisa con 47 coltellate nel novembre 2007 (tre mesi dopo Chiara Poggi), è scoppiata una guerra di rilievi e di tecnici combattuta tra opposti uffici inquirenti, quello del capoluogo umbro e quelli della scientifica di Roma, sullo sfondo di un panorama ambientale e delle suggestioni legate all’asse tosco-umbro su cui è prolifica la linea massonica più potente del paese. Qualche addetto ai lavori disse poi che in quella casa c’erano abbastanza tracce di Dna estraneo a quello della vittima da riempirci un armadio. Ma il caso è comunque finito come noto: l’americana Amanda Knox tornata nel suo paese, a scrivere libri sulla propria innocenza, assolta nel 2015 alla fine di cammino in cui si è sempre detta vittima dell’Italia, come il fidanzato dell’epoca Raffaele Sollecito, il cui padre ha lamentato di essere finito sul lastrico per tirare il figlio fuori dai guai: affermazione che tutt’ora potrebbe apparire ambigua. E, soprattutto, l’ivoriano Rudy Guede, condannato con rito abbreviato per violenza sessuale e concorso in omicidio, il primo concorso della storia penale italiana in totale solitudine, visto che alla fine della cupa vicenda è l’unico ad aver scontato una pena, conclusasi nel 2021.

Tutti contro tutti

La villetta in cui è stata uccisa Chiara Poggi

Garlasco non fa quindi eccezione. Il paese è casomai la sublimazione dei romanzi popolari, costruiti senza troppi scrupoli su vittime vere, che in aula vengono poi denudati in tutte le loro inspiegabili zone d’ombra. Ma quello che è successo nella casa di Via Giovanni Pascoli numero 8, l’antivigilia di Ferragosto del 2007, ha tutt’ora dell’incredibile, specie ora che è iniziato una specie di tutti contro tutti: avvocati contro magistrati, magistrati contro altri magistrati e carabinieri e, non ultimo, giornalisti aizzati gli uni contro gli altri dopo vent’anni di ospitate televisive e clamorosi scoop (poi puntualmente smentiti). Una specie di redde rationem nel quale la costellazione di svarioni e sbadataggini, ad essere gentili, commesse nei momenti successivi al delitto hanno messo una severa ipoteca sulla soluzione di un giallo che in questi giorni ha ribaltato tutte le proprie certezze, rimettendo tutto in discussione. Prima di tutto l’inquinamento delle prove e degli indizi. Come a Cogne, anche a Garlasco uno sciame di persone che hanno calpestato e toccato tutto, senza nessuna precauzione: a quanto pare almeno 25 persone, carabinieri compresi, sono entrate nella casa senza indossare nè calzari nè guanti. Il festival della contaminazione. Le impronte sul pigiama della vittima, almeno quattro, presumibilmente la firma del killer, cancellate dal sangue quando si è girato il corpo in modo improvvido e la maglietta su cui si trovavano è stata inzuppata dal materiale ematico. Un gatto lasciato libero di scorrazzare per la casa dopo averla sigillata, i carabinieri non ci hanno proprio pensato e nessuno ha pensato di dirglielo, potenzialmente in grado di spostare, alterare o inquinare tracce. La famosa bicicletta nera vista da un testimone davanti all’abitazione, per i giudici apparteneva a chi ha ucciso Chiara, sequestrata ben sette anni dopo i fatti. Ma anche il computer di Stasi, quello su cui lavorava alla tesi e che in primo grado è stato considerato come un alibi considerando gli orari di utilizzo (salvo poi vedere ribaltato il verdetto nel processo-bis), non è stato risparmiato dall’ondata di incredibile pressapochismo e leggerezza. I carabinieri che l’hanno esaminato non hanno effettuato la copia forense del contenuto e durante gli accertamenti sono stati distrutti migliaia di file. 

Una lunga lista di svarioni

La traccia palmare 33 di cui si fa un gran parlare in questi giorni, e che costituirebbe un indizio a carico di Andrea Sempio, è stata asportata con la ninidrina e un bisturi, ma del reperto non c’è traccia perché manca un verbale

Ma ancora più inspiegabile e grave, adesso che è tutto un fiorire di esperti e periti, è il fatto che il cadavere di Chiara Poggi non sia stato pesato, per la mancanza di una bascula o bilancia, e che non sia stata presa la temperatura corporea, elementi indispensabili per determinare l’ora del decesso. Non le furono nemmeno prese le impronte digitali del suo corpo, non ci pensò nessuno e per prenderle furono costretti a riesumare il cadavere. Poi, un assortimento di varie altre incredibili leggerezze. Tra le quali: la traccia palmare 33 di cui si fa un gran parlare in questi giorni, e che costituirebbe un indizio a carico di Andrea Sempio, è stata asportata con la ninidrina e un bisturi, ma del reperto non c’è traccia perché manca un verbale. Non è stata refertata un’impronta dattiloscopica sul telefono di casa che è stato trovato con la cornetta al proprio posto, ma con uno schizzo di sangue, come se durante gli attimi del delitto fosse stata spostata per disattivare il telefono. I verbali degli interrogatori di Andrea Sempio, sentito come gli amici Alessandro Biasibetti e Mattia Capra presso la caserma dei carabinieri di Vigevano il 4 ottobre, con una sovrapposizione tra i tre documenti – gli interrogatori risultano essere praticamente in contemporanea – e la mancata verbalizzazione causata da un malore dello stesso Sempio, che ha costretto un’ambulanza a intervenire.

Per questi fatti, oltre alla vicenda dello scontrino del parcheggio utilizzato da Sempio come alibi, è finito nel registro degli indagati il capitano Gennaro Cassese, oggi 62enne, all’epoca comandante della Compagnia. Il tampone orofaringeo prelevato durante l’autopsia non è stato analizzato fino al 2025, salvo scoprire che era solo una garza per giunta contaminata. Due verbali dei carabinieri del giorno dell’omicidio recano un numero di protocollo diverso con firme invertite, quindi uno dei due è un falso. Le unghie della vittima, repertate, furono messe in due provette, invece che in dieci (una per ogni contenitore), rendendo incerta l’identificazione singolarmente. Una addirittura fu persa, smarrita. Non è mai stata repertata una collanina da uomo trovata sul divano e non sono state acquisite le immagini delle telecamere di Vigevano, dove Sempio si sarebbe recato la mattina del 13 agosto. Il computer di Chiara è stato esaminato dai carabinieri senza che venisse creata una copia forense e l’intervento non è stato verbalizzato. Risulta ci fosse un video di Andrea Sempio sul desktop del pc, ma negli scambi di comunicazioni tra i magistrati fu escluso un contatto digitale o informatico tra lui e Chiara.

Un J’accuse di trecento pagine 

La fotografia dei fatti, il simbolo di quello che è successo e che potrebbe pesare in modo irreversibile sulla soluzione del caso Garlasco, sono le trecento pagine dell’informativa dei carabinieri di Via Moscova a Milano, che hanno passato al setaccio e approfondito la vicenda della prima inchiesta su Sempio, tra il 2016 e il 2017. L’indagine da cui è scaturita l’accusa per Mario Venditti, procuratore aggiunto di Pavia, e Giuseppe Sempio, padre di Andrea, di corruzione in atti giudiziari per un filone aperto presso la Procura di Brescia, competente per i colleghi pavesi. Il magistrato avrebbe percepito una certa somma (si parla di 45mila euro) per chiudere l’inchiesta e scagionare quindi l’attuale accusato dalla Procura di Pavia di omicidio volontario aggravato da crudeltà. Nella corposa memoria affidata ai magistrati, i carabinieri parlano di “grande superficialità” e affiora la circostanza secondo cui “senza ombra di dubbio” gli avvocati di Sempio “fossero venuti illecitamente in possesso della documentazione” che riguardava le accuse al loro assistito. Si tratta dell’esposto presentato dagli avvocati di Alberto Stasi e della consulenza Fabbri-Linarello sul Dna ritrovato sotto alle unghie di Chiara Poggi, attualmente dichiarato “non utilizzabile” ma attribuito alla linea maschile della famiglia Sempio. Un piano verticale, appunto, dove gli errori e le dimenticanze, le grossolane mancanze, sono scivolate in una zona grigia per diventare ipotesi di reato a carico di magistrati o appartenenti alle forze dell’Ordine.

Il carabiniere infedele

L’ex comandante del nucleo informativo del comando provinciale dei carabinieri di Pavia Maurizio Pappalardo, condannato a 5 anni e 8 mesi nell’ambito del processo “Clean 2”, con capi di imputazione corruzione e stalking

O addirittura già sentenze passate in giudicato, come nel caso di quella che riguarda Maurizio Pappalardo, ex comandante del nucleo informativo del comando provinciale dei carabinieri di Pavia che è stato condannato a 5 anni e 8 mesi nell’ambito del processo “Clean 2”, con capi di imputazione corruzione e stalking. Il 24 dicembre 2016 era in Procura a Pavia durante una visita fuori servizio, nel suo cellulare i colleghi hanno trovato tre immagini dei documenti depositati contro Sempio nell’ambito dell’inchiesta all’epoca in corso: potrebbe appartenere, secondo i carabinieri, al “novero dei soggetti” che avrebbero permesso a Sempio di scoprire le carte che la Procura aveva acquisito nei suoi confronti. Questo filone dei documenti della prima inchiesta su Sempio “esfiltrati” occupa una parte rilevante dell’informativa dei carabinieri di Via Moscova, i quali tendono a escludere che potessero provenire dagli uffici delle procure di Pavia e Brescia.

Avanzano invece l’ipotesi che la provenienza possa riguardare la Procura generale di Milano che non ha mai nascosto la sua contrarietà alle accuse contro Sempio. Per completare il nebuloso quadro, l’esposto dei legali dei Stasi e la relazione tecnica il 13 gennaio 2017 sono finiti nelle mani del generale Luciano Garofano, ex comandante dei RIS e all’epoca consulente della famiglia Sempio, che fiutando la polpetta avvelenata e l’incerta provenienza di quelle carte si fece da parte rinunciando all’incarico. L’ennesima vicenda torbida nell’ambito di un caso che si è allontanato dalla verità fin dalle prime battute e che dal 2007 esala veleni e sospetti, nonostante la condanna passata in giudicato di Alberto Stasi che per la terza volta cercherà di ottenere la revisione del suo processo. Un’atmosfera soffocante, dove i confini tra gli uffici e i ruoli sembrano essere stati divorati dai sospetti e dalle fazioni, forse da interessi non confessabili. Come si dice: peggio di un colpevole in libertà, c’è solo un innocente in carcere. Ma a Garlasco forse, l’Innocenza, quella con la maiuscola, è stata seppellita insieme a Chiara.

Studio internazionale: il MOSE non basterà a salvare Venezia

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Il MOSE continuerà a difendere Venezia ancora per un tratto di strada, ma non potrà essere la risposta definitiva all’innalzamento del mare. Un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista Scientific Reports avverte infatti che, con l’avanzare del sea level rise e la subsidenza che continua a gravare sulla laguna, lo spazio delle soluzioni si restringerà progressivamente fino a imporre scelte trasformative o, nei casi estremi, perfino l’abbandono di parti della città. Gli autori delineano una serie di possibili percorsi di adattamento – anelli di dune intorno alla città, laguna chiusa da dighe permanenti e infine quella, più drastica, del “ritiro programmato” – ciascuno con costi, impatti ecologici e capacità di preservare il patrimonio differenti.

Il MoSE è entrato in funzione nel 2022 per proteggere Venezia dalle acque alte ma la sua efficacia diminuisce rapidamente all’aumentare del livello del mare. Ogni chiusura altera gli scambi con l’Adriatico, danneggiando l’ecosistema lagunare e limitando le attività portuali. Gli esperti stimano che con un innalzamento relativo compreso tra 0,75 e 1,75 metri si raggiungerà un punto di svolta, dopo il quale l’attuale sistema non potrà più garantire gli obiettivi di sicurezza. Questo potrebbe accadere già intorno al 2070, nello scenario emissivo più elevato. Le misure complementari – come il sollevamento del terreno mediante iniezione di acqua salata in profondità – potrebbero fare guadagnare tempo, ma a costi crescenti e senza salvare la laguna.

I ricercatori si interrogano sulle possibili alternative. La prima è il “ring-diking”, cioè la costruzione di argini ad anello che isolino il centro urbano e alcuni insediamenti dal resto della laguna, lasciando però l’ambiente lagunare aperto al mare. Questa opzione preserverebbe monumenti, abitazioni e gran parte delle funzioni economiche, ma spezzerebbe il legame fisico e culturale con la laguna. La seconda è la “closed lagoon”, una trasformazione ancora più radicale: la laguna diventerebbe un bacino costiero chiuso da barriere permanenti, salvando il tessuto urbano ma sacrificando in modo irreversibile l’ecosistema lagunare. Il rapporto quantifica costi molto elevati per queste soluzioni: per la chiusura permanente della laguna si arriva a stime che possono salire fino a decine di miliardi, mentre il “ring-diking” richiede investimenti importanti ma lascia più spazio all’evoluzione naturale della laguna. Anche i rischi residui restano tutt’altro che teorici: un cedimento strutturale di un argine, soprattutto vicino alla città storica, potrebbe provocare un’alluvione rapidissima e con margini di risposta molto ridotti.

Come ultima pista ipotizzata, vi sarebbe quella più radicale: il “retreat”, ovvero un ritiro programmato che preveda lo smontaggio e il ricollocamento dei monumenti più significativi in aree più sicure, soluzione che potrebbe diventerebbe plausibile per un innalzamento tra 4 e 10 metri, probabilmente a partire dal prossimo secolo se le emissioni resteranno molto elevate. L’abbandono della città, è evidente, comporterebbe costi sociali e culturali incalcolabili, dal momento che si salverebbe solo una parte dei monumenti eventualmente trasferiti, ma si verificherebbe la perdita del tessuto urbano originario, delle tradizioni legate alla laguna e della maggior parte delle funzioni economiche.

«I rischi considerevoli che Venezia e la sua laguna corrono a causa dell’innalzamento del livello del mare, sia in corso che previsto, richiedono strategie di adattamento a lungo termine senza precedenti», scrivono gli studiosi nel rapporto, che indica come la finestra decisionale si sta già chiudendo e che il destino della città dipenderà anche dalla capacità di agire per tempo, con una visione che non riguardi solo Venezia, ma tutta la costa alto-adriatica. «In caso di innalzamento estremo del livello del mare, il trasferimento dei monumenti in aree interne idonee e il loro abbandono rappresenterebbero l’unica strategia possibile, che potrebbe diventare inevitabile nel XXII secolo a causa delle attuali politiche climatiche e del collasso della calotta glaciale antartica – continuano i ricercatori -. Interventi rapidi di mitigazione potrebbero comunque evitare le conseguenze a lungo termine più devastanti».

Come abbiamo raccontato lo scorso febbraio, nel primo messe e mezzo del 2026 si sono verificati ben ventiquattro innalzamenti del MOSE, per una media di quasi una volta ogni 48 ore. Ogni sollevamento del muro costa una cifra stimata tra i 200mila e i 300mila euro; in circa 50 giorni, dunque, sono stati spesi circa 5 milioni di euro. «Un quadro senza precedenti» aveva commentato Alvise Papa, responsabile del Centro Maree, l’ente che monitora i livelli di marea a Venezia, lamentando l’aumento dei casi di acqua alta nell’ultima fase. Nel lasso di tempo considerato si sono registrate più volte maree superiori ai 100 centimetri sul livello medio del mare, nonostante – almeno in teoria – il periodo dell’anno coincidesse con le maree più basse.

L’Amministrazione Trump inizia a distribuire i documenti sulle indagini agli UFO

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Dagli Stati Uniti arriva una scintilla che riaccende il dibattito sui fenomeni anomali non identificati – quei misteriosi UAP che, nella cultura popolare, continuano a essere chiamati con il loro nome storico: UFO. L’amministrazione Trump, attraverso un ordine presidenziale, ha reso pubblici oltre 160 documenti riguardanti episodi e indagini su fenomeni rimasti finora inspiegabili. Il materiale diffuso è eterogeneo e incompleto: non include le conclusioni né le contestualizzazioni maturate nel corso delle indagini. Una lacuna che il presidente Donald Trump giustifica come una scelta deliberata, volta a consentire al pubblico di formarsi un’opinione autonoma sulla reale natura dei fatti. 

I file sono stati resi pubblici l’8 maggio attraverso un portale istituzionale supervisionato dal Dipartimento della Guerra, un sito che – secondo le dichiarazioni ufficiali – verrà aggiornato “di tanto in tanto” con nuovi contenuti, per coprire le “decine di milioni” di documenti che le autorità dovranno vagliare prima dell’effettiva pubblicazione. L’impostazione metodologica ricalca quella adottata per la diffusione degli Epstein Files, con la differenza che, in questo caso, non è stato necessario l’intervento del Congresso per spingere l’Amministrazione a rendere pubblici i materiali. Al contrario, Donald Trump si è mostrato particolarmente entusiasta nel firmare l’ordine che, a suo dire, risponde all’“enorme interesse” manifestato dal pubblico. 

Il materiale pubblicato copre un arco temporale molto ampio, dai tardi anni Quaranta fino al 2024. Comprende fotografie, rapporti militari, trascrizioni di comunicazioni tra astronauti e centri di controllo, interrogatori e analisi preliminari di fenomeni non spiegati. Tra i documenti più discussi figurano alcune immagini delle missioni Apollo 11 (1969) e Apollo 17 (1972), tra cui una fotografia che mostra tre piccoli punti luminosi disposti in formazione triangolare sopra la superficie lunare. Ha suscitato particolare curiosità anche lo scatto di una presunta struttura ellittica fluttuante; tuttavia, la didascalia chiarisce che il “velivolo” è una ricostruzione digitale grezza realizzata dall’FBI per visualizzare le testimonianze raccolte sul campo. 

Considerando che l’archivio raccoglie una grande quantità di materiali non verificati e documenti potenzialmente legati a tecnologie militari avanzate statunitensi, gli esperti invitano alla cautela. Temono che le interpretazioni affrettate degli osservatori occasionali possano inquinare il dibattito pubblico e alimentare speculazioni prive di fondamento. Una preoccupazione condivisa anche dai detrattori della decisione dell’Amministrazione di diffondere in modo improvviso e massiccio le informazioni sugli UAP – una scelta che il Deputato Repubblicano Thomas Massie è arrivato a chiamare un’arma di distrazione di massa”

La pubblicazione dei documenti sugli UAP si colloca in un crocevia delicato tra trasparenza istituzionale, pressione dell’opinione pubblica e calcolo politico. Da un lato cresce la richiesta di chiarezza su fenomeni rimasti per decenni avvolti nel mistero; dall’altro, persiste la tentazione di sfruttare l’argomento per alimentare narrazioni suggestive o deviare l’attenzione da questioni più concrete. In ogni caso, non è affatto certo che questa nuova tranche di materiali riesca a soddisfare le aspettative o i criteri di credibilità che dovrebbero accompagnare un intervento presidenziale. 

Nel febbraio 2024, la sezione dell’allora Dipartimento della Difesa statunitense dedicata alle indagini sui fenomeni non identificati (AARO) pubblicò il Report sui registri storici del coinvolgimento governativo nei confronti degli UAP – ora consultabile solo via archiviazione – sostenendo in sostanza che non esiste alcun indizio a supporto dell’effettiva presenza di forme di vita extraterrestri. La pubblicazione suscitò all’epoca un’attenzione pubblica piuttosto limitata, così come scarsa è rimasta la risonanza delle successive rivelazioni – più o meno ufficiali – diffuse negli anni dell’amministrazione Biden. In generale, sembra che il pubblico non subisca più il fascino ipnotico delle teorie aliene, almeno non ai livelli raggiunti tra gli anni Cinquanta e Novanta, quando cinema e telefilm incanalavano curiositá e paure di una platea maggiormente aperta alle fantasie aliene.

Trieste, archiviato il procedimento sul caso Unabomber

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Il giudice per le indagini preliminari di Trieste ha disposto l’archiviazione del procedimento sul caso Unabomber, riaperto nel 2022 dalla Procura. A darne notizia è il difensore di Elvo Zornitta, Maurizio Paniz, che sottolinea come l’inchiesta si sia conclusa «in maniera perfetta», senza ricorso alla prescrizione. La richiesta di archiviazione riguardava Zornitta e altri dieci indagati, ed era stata avanzata dopo gli esiti della superperizia genetica: le analisi non hanno rilevato alcuna corrispondenza tra il DNA rinvenuto sui reperti e quello delle 63 persone esaminate, inclusi tutti gli indagati.

La multinazionale Electrolux ha annunciato 1.700 licenziamenti in Italia

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Il colosso degli elettrodomestici Electrolux ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede 1.700 esuberi in Italia, pari a quasi il 40% dei 4.500 dipendenti impiegati nei siti del gruppo. Secondo i sindacati, nessuno stabilimento sarà escluso dai tagli, che potrebbero coinvolgere anche Solaro, Porcia, Susegana e Forlì. La misura più pesante riguarda però la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, con circa 170 lavoratori coinvolti e la produzione di cappe destinata a essere trasferita in Polonia. Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero nazionale di otto ore, definendo il piano “inaccettabile” e chiedendo l’intervento urgente del governo. Critica anche la Uil, che ha denunciato il rischio di delocalizzazioni dopo anni di sostegni pubblici all’azienda.

La notizia è emersa durante l’incontro del Coordinamento nazionale svoltosi a Venezia Mestre, dove la dirigenza della multinazionale svedese ha delineato una strategia volta a “snellire” l’azienda, spostando il baricentro dalla produzione diretta alla gestione del marchio. Questa manovra si inserisce in una riorganizzazione globale volta a migliorare l’efficienza e la competitività in un mercato sempre più complesso. L’azienda ha giustificato tali scelte spiegando che «il settore degli elettrodomestici attraversa da anni una fase di marcata difficoltà in Europa a causa di diversi fattori, tra cui domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, e crescente complessità operativa». Per tali ragioni, è stato ritenuto necessario «adattare il proprio assetto industriale allo scopo di garantire efficienza nel lungo periodo in linea con dinamiche di mercato in continua evoluzione».

I rappresentanti dei lavoratori hanno abbandonato il tavolo, proclamando lo stato di agitazione permanente. Oltre allo sciopero di otto ore, i sindacati intendono coinvolgere le istituzioni locali per costruire un fronte comune e chiedono una convocazione urgente al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Non è stata ancora resa nota la ripartizione precisa dei tagli per singola sede ma, secondo la ricostruzione fornita dai sindacati, la revisione coinvolgerà tutti i siti italiani. A Porcia si profila l’interruzione della produzione di lavasciuga; a Forlì potrebbe essere fermata quella dei piani cottura, che rappresenta circa un terzo del business locale; a Susegana resterebbe incompiuta la terza linea della serie “Genesi”, dedicata a frigoriferi di fascia medio-alta; mentre a Solaro emergerebbero forti criticità sulla produzione di lavastoviglie. Nella platea degli esuberi figurerebbero anche circa 200 lavoratori a termine. Il quadro più pesante riguarda però Cerreto d’Esi, dove verrebbe chiusa la fabbrica che oggi occupa 170 persone. Per i sindacati si tratta di un colpo durissimo per il distretto fabrianese e per un territorio già segnato da numerose crisi industriali. «La multinazionale svedese», ha spiegato Pierpaolo Pullini della Fiom, «ha confermato l’intenzione di non voler più produrre cappe in Italia, ma solo in Polonia. Da qui, la decisione di chiudere lo stabilimento di Cerreto D’Esi».

Il Ministero delle Imprese e Made in Italy, nel frattempo, ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione la situazione relativa a Electrolux», intendendo «svolgere tutte le attività di monitoraggio necessarie» e «mantenere un confronto costante e strutturato con l’azienda e le organizzazioni sindacali». La crisi di Electrolux riflette le sofferenze dell’intero comparto del “bianco” in Italia, già segnato dai precedenti casi Whirlpool e Beko. Nonostante gli impegni assunti nel 2014 per rendere gli impianti italiani competitivi, il gruppo ha registrato nel primo trimestre dell’anno perdite per circa 29 milioni di dollari. In questo scenario, le voci di una possibile cessione ai cinesi di Midea si rincorrono, sebbene per l’Italia sia stata esclusa una partnership analoga a quella avviata negli Stati Uniti.

Medici Senza Frontiere sospende le attività ad Haiti

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L’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere ha annunciato di avere sospeso le attività nell’ospedale di Cité Soleil, quartiere della capitale haitiana di Port au Prince. I motivi dietro a tale scelta, spiega MSF, risiedono nei sempre più intensi scontri tra bande criminali, che nel fine settimana hanno vissuto una escalation e spinto 800 persone a cercare rifugio nell’istituto. Nell’arco di 12 ore, oltre 40 persone sono state ricoverate per ferite d’arma da fuoco ed è rimasta ferita anche una guarda della struttura.

Il credito sociale cinese non esiste: sveliamo una delle più longeve bufale della storia

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Era il 25 aprile del 2015, quando, sul periodico olandese De Volkskrant, venne pubblicato un articolo che raccontava la nascita nella Repubblica Popolare cinese di un programma centrale unificato che, oltre a spiare e controllare i cittadini cinesi attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, li catalogava secondo un sistema di punteggio. Questo sistema distopico di controllo, fin troppe volte paragonato al Grande Fratello creato dalla penna di George Orwell, è rimbalzato sulle scrivanie delle redazioni di mezzo mondo e, rapidamente, le principali testate occidentali hanno colto l’occasione...

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Colombia, incriminato capo della compagnia petrolifera statale

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La Procura generale colombiana ha incriminato Ricardo Roa, direttore della compagnia petrolifera statale Ecopetrol, accusandolo di aver superato i limiti di spesa nella campagna elettorale che portò Gustavo Petro alla presidenza nel 2022. Secondo i magistrati, sarebbero stati sforati i tetti di oltre 370 mila dollari al primo turno e 74 mila al ballottaggio, nonostante un bilancio ufficiale apparentemente regolare. Roa, ora in congedo, si dichiara innocente. L’inchiesta arriva a ridosso delle elezioni del 31 maggio e si affianca al processo contro Nicolas Petro, figlio del presidente, accusato di riciclaggio e arricchimento illecito.