Home Blog Pagina 78

La Turchia revoca le sanzioni all’Armenia e apre al commercio

0

La Turchia ha revocato alcune restrizioni doganali sull’Armenia, aprendo la strada alla ripresa dei legami commerciali diretti con il Paese. Le nuove normative prevedono che le merci che vanno dalla Turchia a un Paese terzo per poi arrivare in Armenia – o viceversa – possano venire etichettate come provenienti da Ankara o Erevan. La decisione si colloca sulla scia di una graduale normalizzazione tra Turchia e Armenia dopo oltre 30 anni di relazioni tese, inaugurate con lo scoppio del conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian – quest’ultimo alleato di Ankara. A partire dallo scorso anno, con la firma di una pace, la Turchia si è riavvicinata ad Erevan.

Terre rare e basi militari: gli USA stanno conquistando la Groenlandia senza invaderla

1

Non occorrono armi e soldati per conquistare la Groenlandia come minacciato mesi fa dal presidente statunitense Donald Trump: gli Stati Uniti, infatti, hanno mezzi più accomodanti per controllare l’isola e le sue ingenti risorse, tra cui la leva economico-politica. Proprio recentemente, la società statunitense quotata in borsa Critical Metals ha stretto un accordo col governo di Nuuk, attraverso il quale ha ottenuto il controllo del 70% di 60° North ApS (società che fornisce servizi di logistica a supporto delle operazioni minerarie) accelerando così lo sviluppo del progetto del giacimento di Tanbreez, un’importante riserva che comprende 4,7 miliardi di terre rare. Allo stesso tempo, Washington è in trattative con le autorità della Groenlandia per espandere le sue basi militari sull’isola, dove gli USA gestiscono già la base spaziale di Pituffik nell’estremo nord. La strategia della potenza a stelle e strisce è chiara: dopo aver “distratto” i governi europei ventilando un’invasione remota dell’isola, Washington ha agito dietro le quinte sfruttando il cosiddetto soft power per essere competitiva nella corsa alle terre rare, fondamentali per tenere testa alla Cina e alimentare diversi settori, dall’energia pulita alla mobilità elettrica, dalla difesa all’aerospazio fino alla robotica e le tecnologie avanzate. In questo contesto, la grande esclusa risulta l’Unione europea.

«Le nostre attività in Groenlandia consentono di sfruttare uno dei giacimenti di terre rare più ricchi e ancora inesplorati al mondo» ha annunciato Critical Metals, aggiungendo che le terre rare «alimentano settori cruciali […]  accelerando l’innovazione e guidando la transizione energetica globale». Il giacimento di Tanbreez possiede una percentuale importante della fornitura mondiale di materiali critici, sebbene la Cina resti la nazione con le disponibilità più alte di queste risorse strategiche. In particolare, il giacimento groenlandese contiene Ittrio (45 per cento), terbio (45 per cento), disprosio (62 per cento), gadolinio (35 per cento), lutezio (80 per cento) e samario (19 per cento). È anche noto per le elevate concentrazioni di zirconio (Zr), niobio (Nb), tantalio (Ta), afnio (Hf) e gallio (Ga). La riserva «rappresenta la maggior parte della fornitura globale di zirconio metallico, fondamentale per le armi ipersoniche e relativamente facile da estrarre da questo tipo di minerale». Inoltre, il giacimento – situato nel sud dell’isola, a circa 35 chilometri dall’aeroporto internazionale di Narsarsuaq – è particolarmente importante perché un quarto delle sue terre rare è classificato come «pesante», ossia essenziali per il settore della difesa.

Con questa mossa, l’amministrazione di Donald Trump sta perseguendo un duplice obiettivo: emanciparsi dalla dipendenza cinese di terre rare e indebolire l’Unione europea, che risulta la grande sconfitta nella corsa all’accaparramento di queste risorse essenziali. Mentre al momento la Cina possiede ancora il monopolio globale, controllando circa l’85% dell’offerta totale, l’UE – in seguito all’accordo sottoscritto tra la società americana e il governo della Groenlandia – ha perso un’importante fonte di approvvigionamento. Il che rende difficile attuare l’agenda ecologica e i piani di difesa di Bruxelles, decretando anche l’impossibilità dell’autonomia strategica tanto invocata dall’esecutivo comunitario e dai governi europei. L’Ue non è stata in grado di prevedere la mossa di Washington, nonostante gli USA avessero già mostrato l’intenzione di primeggiare nel settore delle terre rare quando Trump aveva prospettato all’Ucraina aiuti economici e militari in cambio della possibilità di sfruttare le sue riserve di terre rare.

Anche sul fronte del controllo militare dell’isola, gli Stati Uniti stanno lavorando col governo di Nuuk per incrementare la loro presenza in un territorio strategico per il controllo dell’Artico: il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha fatto sapere, infatti, che sono in corso negoziati tra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti per concedere nuove basi militari sull’isola agli USA, sebbene nessun accorso sia ancora stato raggiunto. Secondo alcuni funzionari statunitensi, i colloqui vertono sulla possibilità di nuove installazioni militari nella Groenlandia meridionale, tra cui Narsarsuaq e Kangerlussuaq, entrambe ex basi militari americane. Al momento gli Stati Uniti hanno una sola base importante sull’isola, quella spaziale di Pituffik, un’installazione chiave per l’allerta missilistica e la sorveglianza spaziale. L’intento di Washington è chiaramente quello di contenere Russia e Cina nella crescente competizione nel territorio artico. L’isola è infatti fondamentale per il controllo e la difesa dell’Atlantico settentrionale, il monitoraggio missilistico e l’accesso alle regioni polari.

La Groenlandia è stata chiara sul fatto che la sovranità dell’isola non è oggetto di negoziazioni, sebbene il governo sia aperto a una collaborazione con gli Stati Uniti in materia di difesa, sviluppo economico e risorse minerarie. La Groenlandia è un territorio autonomo della Danimarca che gode di potere legislativo e giudiziario proprio oltre che di gestione delle risorse naturali. La Danimarca resta invece a capo delle scelte di politica estera, di difesa e sul controllo delle finanze. Sebbene il governo locale voglia difendere la sua sovranità, la cessione del controllo delle risorse minerarie e il possibile ampliamento della presenza militare USA appaiono già come forme indirette di cessione di sovranità.

In definitiva, gli USA con una sola mossa hanno messo fuori gioco l’Ue, si sono potenzialmente emancipati dalle terre rare cinesi e potrebbero ottenere un controllo più stringente sul territorio artico. Ancora una volta, l’Ue non è stata in grado di prevedere e anticipare le mosse di Washington che sta riuscendo a conquistare la Groenlandia senza sparare un colpo.

Danni neuronali dopo il vaccino Covid: la Corte d’Appello condanna lo Stato al risarcimento

1

La mielite trasversa che ha colpito una tabaccaia di Alba è direttamente collegata alle due dosi di vaccino Pfizer, somministrate alla donna nel 2021 durante la pandemia da Covid-19. A sancire una volta per tutte il nesso tra il farmaco e la grave patologia, che colpisce il sistema nervoso e che ha compromesso gravemente la salute della donna, è stata la Corte d’Appello di Torino. La sentenza conferma quella già emessa dal tribunale di Asti nel 2025, contro la quale il ministero della Salute aveva fatto ricorso sostenendo che la mielite fosse stata causata da una condizione preesistente della donna. Il ministero è quindi ora obbligato a liquidare l’indennizzo. Secondo gli avvocati difensori, nel mondo, al 2024, sarebbero almeno 36 mila le richieste di indennizzo accolte.

La sentenza della Corte d’Appello conferma quella emessa dal tribunale civile di Asti con la quale i giudici disposero il versamento di un indennizzo pari a circa 3.000 euro al mese, con versamento ogni due mesi. Contro di essa, si mosse, oltre al ministero della Salute, anche Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), che sosteneva che la malattia che le impedisce di camminare fosse legata a una patologia autoimmune di cui la donna era affetta prima di ricevere le dosi. Secondo la Corte, «la consulenza tecnica d’ufficio espletata nel primo grado di giudizio ha attestato in modo completo, secondo il parametro della preponderanza dell’evidenza, la sussistenza del nesso di causalità tra inoculazioni di due dosi del vaccino per contrastare il virus Covid», e per tale motivo non è risultato necessario richiedere ulteriori consulenze tecniche.

Negli ultimi anni, sono fioccati i casi di riconoscimenti giudiziali e amministrativi rispetto a danni gravi e permanenti, da paralisi a miocarditi fino a decessi, correlati alla campagna vaccinale. Si tratta di pronunce che pongono interrogativi assai significativi sugli effetti collaterali dei vaccini e sul dovere dello Stato di tutelare chi subisce danni da misure di profilassi pubbliche. Lo scorso febbraio, una decisione analoga a quella presa dal Tribunale di Asti era arrivata per un uomo di Agrigento di 55 anni, a marzo del 2025 per una donna di Terni di 67 anni, ad aprile del medesimo anno per un’altra di 60 anni de La Spezia, a luglio per una terza di Pescara, 70 anni. Nel gennaio 2023, una donna italiana di 67 anni, rimasta semiparalizzata dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid (AstraZeneca) aveva ottenuto dall’ente pubblico un indennizzo mensile di 913 euro come «equa indennità». Nel gennaio 2024, una commissione medica di Messina aveva riconosciuto a una donna di 36 anni un indennizzo a vita per «danni irreversibili» da vaccino anti-Covid. Nel febbraio 2024, a Colletorto, in Molise, era stato riconosciuto il nesso causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid a un uomo di 72 anni e il suo decesso, avvenuto circa venti giorni dopo l’inoculazione.

Bolivia: chiesti vent’anni per l’ex presidente Morales

0

La Procura boliviana ha chiesto una condanna di 20 anni per l’ex presidente Evo Morales, accusato di tratta aggravata di persone. Il processo riguarda una presunta relazione che l’ex presidente avrebbe avuto nel 2015 con una minorenne di 16 anni, dalla quale avrebbe avuto una figlia. Secondo l’accusa, Morales avrebbe avuto una relazione con la ragazza dopo avere dato in cambio favori politici ai genitori. Morales ha respinto le accuse, denunciando una persecuzione politica. Il tribunale ha disposto la cattura dell’ex presidente, che si trova attualmente nella provincia di Chapare, dove i suoi sostenitori sono scesi in piazza in sua difesa.

I colossi della moda usa e getta si fanno la guerra sul copyright, e sembra una barzelletta

0

Shein e Temu sono finiti di nuovo in tribunale, questa volta quello di Londra, per un nuovo scontro tra marchi di ultra-fast fashion. A questo giro le accuse sono di Shein, che accusa Temu di aver violato il copyright “su scala industriale”, prelevando e usando fotografie dal sito del marchio di fast-fashion per poi inserirle sul proprio per rivendere e mettere in commercio capi simili o identici. Shein punta il dito contro la manovra di Temu, sostenendo che quest’ultimo avrebbe voluto trarre profitto sfruttando gli investimenti fatti in fotografie, ma anche nello sviluppo della catena di fornitura e nelle competenze dei fornitori stessi, precedentemente “addestrati” da Shein. In tutta risposta, oltre a negare le accuse, Temu ha etichettato questo tentativo di Shein come un modo subdolo per “soffocare la legittima concorrenza nel mercato della moda a prezzi scontati”, e nello stesso tempo ha posato sul tavolo una contro-querela chiedendo un risarcimento danni per la rimozione di migliaia di inserzioni di prodotti a seguito di un’ingiunzione del tribunale ottenuta da Shein.

L’ennesimo scontro tra queste grandi aziende mette ancora di più in luce il loro sistema di produzione basato sulla rapida produzione globale di capi a basso costo sfruttando un’articolata rete di fornitori diffusa in tutto il territorio cinese. Fornitori che, secondo Temu, Shein vorrebbe tenere tutti per sé agganciandoli in maniera poco leale con contratti di esclusiva. Una battaglia tra multinazionali che amano correre veloci e sgomitare per accaparrarsi il primo posto sul podio, con pratiche aggressive per eliminare la concorrenza. Se prima la lotta era nel prezzo al ribasso e nell’intercettare rapidamente i desideri dei clienti per essere i primi a soddisfarli, adesso la lotta si è evoluta in una forma più ampia dove ad essere tirate in ballo sono la tutela della proprietà intellettuale, il controllo dei fornitori, la governance delle piattaforme e l’accesso al mercato. Il tutto mentre crescono le pressioni normative all’estero, come le modifiche alle norme doganali e di importazione negli Stati Uniti e in Europa che stanno mettendo a dura prova i modelli di spedizione a basso costo, altro ingrediente fondamentale per la rapida espansione di entrambe le multinazionali.

Non c’è pace nemmeno nell’ultra mondo della produzione veloce, dove la battaglia si fa sempre più agguerrita e dove (sembra) non esserci spazio per tutti. Non è la prima volta che queste due aziende si trovano faccia a faccia in un tribunale. Ad aprile si sono citate in giudizio negli Stati Uniti, dove un giudice federale ha unificato le cause intentate dalle due parti in un unico procedimento, limitando le accuse ma portando avanti quelle relative a presunti abusi del Digital Millennium Copyright Act, violazione del diritto d’autore, concorrenza sleale e cattiva condotta della piattaforma. Una questione spinosa, quest’ultima, che potrebbe avere ripercussioni su come applicare il diritto d’autore nel commercio online. A patto che la legge sia uguale per tutti.

Entrambi i colossi dell’ultra fast-tutto (perché ormai non si tratta più solo di abbigliamento, ma su questi siti si trova di tutto, dall’oggettistica agli accessori fino a make up, ceramica ed articoli di cartoleria), in realtà, sono ben noti al mondo dei creativi e dei brand indipendenti di tutto il mondo per la loro tendenza ad appropriarsi in maniera ben poco corretta dei disegni e dei progetti altrui. Il meccanismo è semplice e silenzioso: ricorrendo ai negozi online di artisti ed artigiani, le foto dei prodotti più interessanti o accattivanti vengono silenziosamente messe in vendita sui loro siti, come se il prodotto fosse di loro invenzione o produzione. La “copia” fisica reale viene messa in produzione successivamente, al momento della vendita. È capitato con quadri, sculture di ceramica, t-shirt, grafiche e qualunque tipo di prodotto facilmente replicabile. Una violazione di copyright (e appropriazione), quella di Temu, per la quale molti di questi marchi “copiati” non hanno la forza economica per intentare una causa. Motivo per cui possono continuare indisturbati a rapinare idee altrui (direttamente o tramite l’uso di IA, che comunque è un altro sistema di furto autorizzato). Suona dunque alquanto ridicolo che entrambi questi giganti, abili truffatori e scopiazzatori, abbiano anche solo il coraggio di parlare di copyright e intentare una causa. Quando sarebbero i primi a dover essere portati sul banco degli imputati da migliaia di creativi depredati delle loro idee.

Israele ribalta la storia: approvato un tribunale speciale per processare i palestinesi per genocidio

2

Quasi trecento palestinesi rischiano la condanna alla pena di morte con l’accusa di genocidio. Un rovesciamento delle carte che arriva mentre il tribunale dell’Aia continua la propria inchiesta nei confronti di Israele, accusata proprio del medesimo crimine. A disporlo è una nuova legge con cui i parlamentari della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, hanno istituito un tribunale speciale in cui processare i palestinesi accusati di avere partecipato al 7 ottobre. Il nuovo istituto costerà centinaia di milioni di dollari e seguirà la legge militare, con relative deroghe alle norme procedurali e probatorie ordinarie; i processi saranno aperti al pubblico e trasmessi in diretta. La legge è stata contestata da diverse organizzazioni per i diritti umani, che contestano la possibilità di applicare la pena di morte e temono violazioni dei diritti delle persone accusate, a partire proprio dai poteri di deroga del tribunale e dalla potenziale esposizione dei processi alle pressioni dell’opinione pubblica.

La legge che istituisce il tribunale speciale per i presunti crimini commessi il 7 ottobre 2023 è stata approvata lunedì sera dalla Knesset. La norma è stata approvata all’unanimità e ha ottenuto i voti favorevoli di gran parte dei deputati, con solo 27 dei 130 parlamentari che si sono astenuti dal voto o assentati dalle discussioni. Essa segue un lungo percorso di dibattito relativo alle modalità con cui processare gli oltre 250 palestinesi detenuti dopo il 7 ottobre. Essi sono accusati di reati di lesione della sovranità o dell’integrità territoriale dello Stato, istigazione alla guerra, favoreggiamento del nemico in tempo di guerra, e – appunto – genocidio. Sulla base di quest’ultimo, i palestinesi potrebbero venire condannati a morte. Proprio a proposito di pena capitale, Israele ha recentemente approvato un’altra legge per condannare a morte i palestinesi condannati per terrorismo. Le discussioni sull’istituzione del nuovo tribunale hanno toccato anche quest’ultimo punto, poiché l’ultima legge sulla pena di morte non si applica a coloro che sono accusati di crimini commessi prima della sua entrata in vigore.

Il tribunale verrà istituito a Gerusalemme e funzionerà come una corte militare. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, su raccomandazione del Procuratore Generale Militare, sarà incaricato di nominare i pubblici ministeri. Il nuovo istituto opererà attraverso collegi di tre giudici, di cui almeno uno dovrà aver ricoperto la carica di presidente di un tribunale militare; in totale vi aderiranno 15 giudici, tutti qualificati per far parte della Corte Suprema o giuristi internazionali che il ministro della Giustizia, in consultazione con il ministro degli Esteri, ritiene idonei a ricoprire tale carica. Ogni singolo caso sarà esaminato da tre giudici – uno dei quali sarà un giudice in pensione di un tribunale distrettuale – mentre un collegio di cinque giudici si occuperà dei procedimenti che coinvolgono più imputati. Gli appelli saranno esaminati da tutti e 15 i giudici. In quanto tribunale militare, l’organo potrà derogare alle norme procedurali e probatorie standard qualora ritenga che ciò sia necessario; questo implica una maggiore flessibilità in materia di accesso al materiale investigativo, ai requisiti di catena di custodia delle prove, al ricorso a memorie scritte e ad adattamenti nelle modalità di acquisizione delle testimonianze. I processi saranno aperti al pubblico e trasmessi su un sito web creato appositamente.

Prima della creazione del tribunale si dovrà sciogliere il nodo dei costi: il quotidiano israeliano Times of Israel spiega che sarebbe ancora in corso un braccio di ferro tra il ministero della Difesa di Israel Katz e quello delle Finanze di Bezalel Smotrich – quest’ultimo leader di uno dei partiti promotori della legge – sulle risorse economiche da attribuire all’istituzione del nuovo organo: Katz ritiene che l’iniziativa arriverebbe a costare circa 5 miliardi di NIS (circa 1,47 milioni di euro), da indirizzare alla costruzione del complesso giudiziario e alla costituzione dello staff per mantenerlo – che dovrebbe contare circa 400 persone tra guardia del tribunale e dipendenti civili; secondo Smotrich, invece, dovrebbero bastare 2 miliardi di NIS (il corrispettivo di poco meno di 600 milioni di euro). La costituzione del tribunale speciale, in ogni caso, si prospetta particolarmente onerosa.

Sono invece di natura giuridica e umanitaria le preoccupazioni delle ONG: secondo Adalah, ONG israeliana che offre assistenza e supporto legale alla popolazione araba di Israele e Palestina, il funzionamento del tribunale rischia di violare le garanzie democratiche del giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah, ha affermato che il disegno di legge con cui è stato istituito il tribunale «consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti». Il quadro normativo in cui si muove, sostiene l’avvocata, «di fatto equipara l’incriminazione a una sentenza di colpevolezza, prima ancora che abbia inizio l’esame giudiziario». A sollevare preoccupazioni anche la disposizione che permette di trasmettere i processi in diretta, che, secondo Haddad, «trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti dell’imputato». Le ONG temono, insomma, che gli imputati – detenuti per quasi due anni e mezzo senza un’accusa formale, non siano processati equamente; hanno inoltre affermato che le dure condizioni di detenzione, comprese le accuse di abusi, torture e severe restrizioni alimentari nelle carceri israeliane dall’inizio della guerra, potrebbero mettere in discussione l’attendibilità delle confessioni o delle testimonianze ottenute in custodia.

Elezioni Bahamas: confermato il premier

0

Il Partito Liberale Progressista delle Bahamas, attualmente al governo, ha vinto le elezioni legislative del Paese; il primo ministro Philip Davis diventa così il primo leader bahamense a ricoprire il ruolo di premier per due mandati consecutivi negli ultimi 30 anni. Le elezioni si sono tenute ieri, ma erano previste il prossimo autunno; Davis ha deciso di anticiparle a causa di una imminente stagione di uragani atlantici.

L’Australia è vicina a eliminare il tumore al collo dell’utero

3

Grazie a una combinazione di vaccinazione di massa contro il Papilloma Virus Umano (HPV), screening più efficaci e accesso diffuso alla prevenzione, l’Australia è diventata il primo Paese al mondo vicino a eliminare il tumore al collo dell’utero tra le nuove generazioni. Tra le donne sotto i 25 anni i casi sono ormai quasi scomparsi, un risultato che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica internazionale perché dimostra quanto la prevenzione possa incidere concretamente su uno dei tumori femminili più diffusi al mondo.
Il tumore della cervice uterina, chiamato anche tumore al col...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

UNICEF: dal 2025 Israele ha ucciso 70 bambini in Cisgiordania

0

Dal 2025 l’esercito e i coloni israeliani hanno ucciso 70 bambini palestinesi in Cisgiordania occupata, ferendone oltre 800. Lo denuncia l’UNICEF, l’agenzia ONU per l’infanzia. «Non si tratta di incidenti isolati. Evidenziano anzi un modello persistente del peggior tipo di violazione, quelle contro i bambini», ha dichiarato il portavoce James Elder in una conferenza stampa a Ginevra dopo essere stato in Palestina la scorsa settimana.

Nello stretto di Hormuz sono ferme merci per oltre 20 miliardi di euro

3

«Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti dell’Iran. Non mi piace: totalmente inaccettabile». Con queste parole Donald Trump ha socchiuso la porta al dialogo con Teheran, sostenendo poche ore dopo che una soluzione diplomatica resta «molto possibile». Ciò che però al momento resta sicuramente chiuso è lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale del commercio mondiale, energetico e non solo. Circa mille navi risultano bloccate nel Golfo Persico. A bordo trasportano merci per un valore totale di 23,7 miliardi di euro, come di recente calcolato da Assoporti e dal Centro Studi e Ricerche (SRM). Nel frattempo le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sulla «grave crisi umanitaria» che la chiusura di Hormuz rischia di causare entro «qualche settimana», alla luce dei ritardi nei rifornimenti e dei rincari su carburante e fertilizzanti.

A 70 giorni dall’aggressione israelo-americana all’Iran, che di tutta risposta ha chiuso lo snodo di Hormuz, Assoporti e SRM hanno provato a quantificare l’impatto sul trasporto marittimo mondiale. Nel rapporto Port Infographics 2026, si legge che «lo Stretto di Hormuz movimenta il 37% del petrolio mondiale via mare e il 28% del GPL globale: le tensioni nell’area hanno provocato un calo dell’89% dei transiti giornalieri in pochi mesi». Sono circa mille le navi mercantili rimaste bloccate nel Golfo Persico a seguito della decisione delle autorità iraniane; secondo le stime di Assoporti e SRM trasporterebbero «un valore di 23,7 miliardi di dollari di merci».

Le compagnie di trasporto sono corse ai ripari per i nuovi ordini, puntando su rotte alternative, come quella che passa per il Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. Ciò significa allungare le distanze percorse, «fino a 20 giorni di navigazione aggiuntivi», e fare i conti con rincari significativi, tanto per «i costi logistici» quanto per «il bunkeraggio», ovvero l’operazione di rifornimento di carburante per le navi. Le rotte alternative non sono comunque esenti da pericoli. Nel Golfo di Aden si sono registrati, ad esempio, diversi attacchi da parte dei pirati somali, rilanciando un fenomeno che sembrava ormai essere stato quasi completamente debellato.

Il carico delle navi bloccate nel Golfo Persico riflette la vocazione energetica e agricola del commercio, ora quasi azzerato, che transita per Hormuz. La carenza, e i ritardi nelle forniture, di carburante e fertilizzanti stanno causando non pochi problemi all’economia mondiale. A soffrire, nel breve periodo, sono i Paesi più dipendenti, come il Kenya, che ha ospitato in queste ore il segretario generale dell’ONU António Guterres. Da Nairobi Guterres ha dichiarato che «riaprire lo Stretto di Hormuz è l’unico modo per riportare i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti ai livelli prebellici. Ora è la stagione della semina e, senza fertilizzanti, è facile immaginare che l’anno prossimo rischiamo di affrontare un grave problema di sicurezza alimentare» per decine di milioni di persone sparse per il mondo.

Ci sono poi i danni macroeconomici a lungo termine, di recente messi nero su bianco dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Più lo Stretto di Hormuz resta chiuso e più le stime economiche, a livello globale, peggiorano. Dopo i timidi abbassamenti legati alle ipotesi di dialogo tra USA e Iran, il prezzo del petrolio è tornato a viaggiare sui mercati internazionali, fermandosi sulla soglia critica dei 110 dollari a barile. A questo ritmo prende quota il rischio recessione entro la fine dell’anno, tra inflazione e aumenti dei tassi di interesse, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.