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Israele non ferma la Flotilla: oggi riparte per rompere l’assedio su Gaza

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La Global Sumud Flotilla lascerà oggi le coste turche, riprendendo il suo viaggio verso la Striscia di Gaza. Più di 50 barche sfideranno l’assedio israeliano, due settimane dopo l’abbordaggio illegale subito al largo delle coste greche. Gli oltre 1000 attivisti a bordo riprenderanno il viaggio senza il supporto dell’Europa. È infatti caduto nel vuoto l’appello firmato da 19 eurodeputati che chiedeva a Bruxelles il «pieno sostegno diplomatico alla missione». «Quando i governi restano immobili, i popoli si mettono in cammino», scrive la Flotilla annunciando la ripresa della navigazione. Parallelamente un convoglio terrestre si sta radunando in Tunisia per giungere a Gaza attraverso il Valico di Rafah.

«Mentre Israele porta avanti il suo progetto di occupazione genocidiaria di Gaza, Cisgiordania e Libano, espandendo i suoi crimini anche alle acque europee, non possiamo permetterci di fermarci» scrive la missione in un comunicato sui propri social. La Flotilla riparte a pochi giorni dal rientro a casa di Saif Abukeshek e Thiago Ávila, i due attivisti rapiti e deportati da Israele durante l’assalto alla flotta avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 aprile al largo delle coste dell’isola greca di Creta. In quell’occasione, i mezzi militari israeliani circondarono le imbarcazioni degli attivisti e sequestrarono circa 180 persone, tenendole imprigionate per 40 ore su una loro imbarcazioni in condizioni disumane – molti hanno denunciato pestaggi e torture. Quasi tutti sono poi stati consegnati alle autorità greche, mentre Abukeshek e Ávila (rapiti su una nave italiana, quindi su suolo italiano) sono stati portati in Israele e trattenuti illegalmente, solo per essere rilasciati dopo dieci giorni di torture e trattamenti inumani.

Appena rientrato in patria, a Barcellona, Abukeshek (spagnolo di origini palestinesi) è immediatamente ripartito per raggiungere i propri compagni e riprendere la missione. «[Al momento del mio rilascio] Ho lasciato dietro di me migliaia di palestinesi prigionieri, bambini, donne e uomini. Sono sicuro che il trattamento che ho ricevuto io non è comparabile alla sofferenza che stanno attraversando. Abbiamo sentito le testimonianze delle loro torture, delle violazioni subite su base giornaliera. Dobbiamo continuare a mobilitarci, non possiamo dimenticare i prigionieri palestinesi» ha dichiarato, «dobbiamo continuare fino a che la Palestina non sarà libera». Era stato proprio lui ad annunciare, in una conferenza stampa, che la Flotilla sarebbe nuovamente salpata oggi.

Nel frattempo, la situazione nella Striscia di Gaza rimane disastrosa. L’UNHCR riporta che le forze israeliane continuano a mantenere un «elevato livello di attività» tra bombardamenti, via aria, via terra e anche via mare, soprattutto nella città di Gaza e a Khan Younis, uccidendo civili e distruggendo infrastrutture essenziali. Solamente nel mese di aprile, riporta l’OHCHR, sono stati uccisi 111 palestinesi, dei quali 18 bambini e 7 donne. Dal 7 ottobre 2023 al 6 maggio 2026, almeno 72.619 palestinesi sono stati uccisi da Israele, oltre 172 mila feriti. La linea gialla che delimita l’area sotto controllo israeliano è stata «notevolmente estesa» verso Gaza City e Khan Younis. Si prevede che questa espansione, sostiene l’UNHCR, «influirà sugli interventi umanitari e metterà ulteriormente sotto pressione la popolazione, aumentando i rischi legati alla violenza in questa zona». Le malattie dovute anche alla diffusione di roditori e insetti, che stanno infestando le abitazioni, sta peggiorando notevolmente la crisi sanitaria, con conseguenze gravi per la popolazione civile.

UE e migranti: quando il divieto di aiuto diventa sistema

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Ci sono due storie che stanno accadendo nello stesso momento. Se le guardi da lontano sembrano scollegate. Se le avvicini, spiegano tutto. 

La prima è quella di Tommy Olsen, fondatore della ONG Aegean Boat Report. Una persona che fa una cosa molto semplice: quando individua una barca con migranti, avvisa le autorità. Non li nasconde, non li trasporta. Fa esattamente ciò che dovrebbe attivare il diritto d’asilo: rende visibili quelle persone. E per questo oggi rischia l’arresto e l’estradizione

La seconda storia è quella di Fabrice Leggeri, per anni alla guida di Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea che coordina il controllo delle frontiere esterne. Durante il suo mandato, secondo anni di inchieste, si sono moltiplicati i respingimenti: operazioni in cui le persone vengono fermate e riportate indietro, senza poter chiedere protezione. Oggi è sotto indagine per crimini contro l’umanità. 

Fin qui, sembra quasi una storia che si aggiusta da sola: chi ha aiutato viene accusato, chi ha gestito male viene indagato. Ma è una lettura che non regge. Perché queste due storie non si contraddicono; si tengono insieme. Per capirlo bisogna tornare a una scena concreta, sempre la stessa: una barca nel Mediterraneo. Se quella barca arriva in Europa ed è identificata, succede qualcosa di preciso: le persone a bordo possono chiedere asilo e il diritto si attiva. È esattamente questo passaggio che negli ultimi anni si è cercato di evitare. In che modo? Costruendo un sistema che consiste nel fermare le barche prima che arrivino, farle intercettare da altri Paesi, ritardare o evitare i soccorsi, spostare il confine sempre più lontano. 

Questo è il contesto in cui ha operato Frontex sotto la direzione di Fabrice Leggeri e questo è, ancora oggi, il cuore delle politiche europee: il nuovo patto su migrazione e asilo, gli accordi con Paesi terzi, l’esternalizzazione delle frontiere. 

Ed è proprio qui che il collegamento diventa chiaro. 

Se il sistema funziona evitando che le persone arrivino a essere registrate, chiunque contribuisca a segnalarne la presenza diventa un problema. Ed è esattamente ciò che fa Olsen, e che hanno fatto attivisti prima di lui, come Sarah Mardini e Sean Binder. 

Quando avvisa le autorità e il pubblico di una barca in acque territoriali di un Paese, quella barca non può più sparire: diventa un caso, deve essere gestita e deve entrare, almeno potenzialmente, dentro il diritto. In altre parole: si spinge nella direzione opposta rispetto al sistema. 

E allora le due storie smettono di essere separate. L’indagine su Leggeri dice che quel sistema, negli anni, ha prodotto violazioni, mentre il caso Olsen mostra che quel sistema non è finito. È ancora lì. E reagisce non cambiando direzione, ma proteggendosi. Perché mentre si mette in discussione una figura, l’Europa rafforza l’impianto: più controlli, più accordi per fermare le persone prima e più distanza tra il confine e il diritto, con la condizione fondamentale che nessuno intervenga per interromperlo. 

Per questo chi aiuta finisce sotto accusa, non perché il suo gesto sia pericoloso in sé, ma perché interferisce con un meccanismo che funziona meglio quando resta invisibile e con una logica che ha bisogno che quella barca non diventi mai un “caso”. 

E allora la frase “vietato aiutare” smette di sembrare eccessiva: non è scritta in una legge, ma nel modo in cui il sistema reagisce. 

Aiutare significa rendere visibile, e oggi rendere visibile è ciò che mette più in difficoltà l’intera architettura, un’architettura che non si sta smontando ma, al contrario, si sta consolidando. Per questo il punto non è tra Olsen e Leggeri, ma capire che stanno dentro la stessa storia. 

Una storia in cui l’Europa riconosce gli abusi, ma continua a muoversi nella stessa direzione che li ha resi possibili, con Frontex in prima linea. Le storie che arrivano dal mare, dai campi, dai tribunali non sono separate: sono la stessa storia, una storia in cui il confine diventa un dispositivo politico totale e la legge viene usata non solo per regolare, ma per scoraggiare. 

Dunque la domanda resta lì, semplice e inevitabile: in un sistema in cui aiutare è sempre più rischioso, cosa siamo disposti a fare? Perché prima o poi, in un modo o nell’altro, quella barca torna, sempre, e a quel punto non ci sarà più la distanza dei video, delle notizie, delle dichiarazioni. Ci sarà solo una scelta: respingere o aiutare, anche quando è vietato.

Vertice Trump-Xi Jinping: concluso primo round di colloqui

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Si è conclusa la prima di due giornate di colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e quello della Cina Xi Jinping. Secondo quest’ultimo, i negoziati commerciali stanno facendo progressi, ma pesa il disaccordo su Taiwan. Trump ha riferito di aver avuto un «ottimo colloquio» col suo omologo. Secondo un comunicato del ministero degli Esteri cinese, i dialoghi avrebbero riguardato relazioni economiche e commerciali, oltre a cooperazione in settori quali la sanità, l’agricoltura, il turismo, la cultura e l’applicazione della legge.

Un tribunale USA ha sospeso le sanzioni di Trump contro Francesca Albanese

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Le sanzioni del governo americano violano la libertà di espressione: con queste motivazioni un tribunale di Washington, del distretto di Columbia, ha sospeso le sanzioni contro Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Le misure erano state imposte dall’amministrazione USA lo scorso anno, con un ordine firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, subito dopo la pubblicazione del report Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio, nel quale Albanese elencava le aziende che sostengono il progetto coloniale israeliano, invitando gli organi preposti, come la Corte Penale Internazionale, ad avviare contro di queste provvedimenti giudiziari.

Proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico», ha ricordato il giudice federale Richard Leon, che ha bloccato temporaneamente le sanzioni contro Albanese, nelle sue motivazioni. Lo scorso febbraio, la famiglia di Albanese aveva fatto causa all’amministrazione USA, citando in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il primo, il quarto e il quindo emendamento della Costituzione americana, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025. Quest’ultimo era diretto specificamente contro la Corte penale Internazionale, dopo che questa aveva incriminato il primo ministro israeliano Banjamin Netanyahu per genocidio – e confermandone l’ordine di cattura nel dicembre dello stesso anno, nonostante i tentativi statunitensi di bloccare il procedimento.

Come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche di avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. In una seduta svoltasi lo scorso 30 luglio al Senato italiano, la relatrice aveva denunciato di essere la prima funzionaria internazionale a ricevere questo genere di sanzioni, definite «un attacco al cuore del multilateralismo». Dal governo italiano, tuttavia, non è mai arrivato alcun tipo di sostegno per la propria cittadina (criticata, anzi, in varie occasioni dal governo, con Giorgia Meloni che l’aveva apostrofata come «la nuova eroina del PD» che «partecipa giuliva ai convegni con i terroristi di Hamas»).

Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successi) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.

In vent’anni il Paraguay ha ridotto la povertà ai minimi storici

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Vent’anni fa più della metà della popolazione del Paraguay viveva in condizioni di povertà. Oggi quella percentuale è scesa al 16%, mentre la povertà estrema è arrivata al 2,4%, il livello più basso mai registrato nel Paese. Significa che milioni di persone hanno migliorato le proprie condizioni di vita e che solo negli ultimi due anni circa 200mila persone sono uscite dalla povertà.
Il Paraguay è uno Stato dell’America Latina senza sbocco sul mare, situato tra Brasile, Argentina e Bolivia. Per molti anni è rimasto uno dei Paesi economicamente più fragili della regione, con forti disuguaglianz...

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Uno bianca: la strana perquisizione a casa del membro suicida che parlò dei legami coi servizi

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Un intero reparto dei carabinieri, una ventina di uomini (compresi quelli della Scientifica) piovuti tutti non si sa bene da dove, che si infilano in una villetta di un placido paesino friulano, frugano per bene dappertutto e alla fine se ne vanno, portandosi via diverso materiale, senza dire una parola e senza dare spiegazioni. L’ultimo capitolo della saga infinita della Uno Bianca si è consumato nei giorni scorsi a Colle di Arba, un paese in provincia di Pordenone, e ha lasciato molti perplessi, non solo i vicini di casa che hanno assistito alla scena. Anche se la casa non era una qualsiasi: ci abitava Pietro Gugliotta, uno dei poliziotti che faceva parte della banda criminale. Un gregario, per la verità, secondo le carte processuali. Si è impiccato proprio in quell’abitazione nel mese di gennaio, il giorno 8. Aveva 65 anni. La sua morte è spuntata fuori, a freddo, dopo quattro mesi. Fu arrestato nel novembre ’94 nella casa dei suoceri a Marano, Napoli. I magistrati e gli inquirenti lo hanno considerato una figura collaterale, un “fiancheggiatore” più precisamente, nel linguaggio delle indagini e dei tribunali. Nelle vicende del gruppo di criminali che ha sparso dietro di sé una scia di 24 morti ammazzati, oltre ad un centinaio di feriti, non ha mai ucciso. Era un poliziotto della Questura di Bologna, operatore radio presso la centrale operativa. Nelle ricostruzioni dell’epoca fu in qualche modo trascinato nell’avventura criminale per l’influsso “carismatico” di Roberto Savi, il “corto”, che lo prese in simpatia facendolo entrare nel gruppo di fuoco al quale diede soprattutto un supporto logistico ed evidentemente di copertura.

Una nuova vita in Friuli

Pietro Gugliotta, uno dei poliziotti che faceva parte della banda criminale

In tribunale, durante il processo, la sua responsabilità fu esaminata per la presenza, nel 1990, nel commando che fece un violento assalto all’ufficio postale di Via Emilia Levante, a Bologna, causando una cinquantina di feriti. Ma dovette rispondere anche del ferimento di Driss Akesbi, uno dei diversi agguati a cittadini stranieri che Gugliotta fece, secondo le ricostruzioni delle indagini, per superare una specie di “battesimo del fuoco” richiesto per entrare nella banda. Fu assolto da entrambe le accuse e, dopo aver scontato 14 anni nel carcere bolognese della Dozza (la condanna iniziale fu a 28, poi derubricata a 18), nel 2008, si è trasferito in Friuli Venezia Giulia con la seconda moglie, lavorando in una cooperativa impegnata nel reinserimento degli ex detenuti. Gugliotta si sarebbe suicidato lo scorso 8 gennaio, ma nemmeno il sindaco del paese pare fosse al corrente della sua presenza nel Comune. “Mi sono anzi sorpreso che nessuno avesse pensato di informarmi come responsabile locale della pubblica sicurezza, considerati i suoi trascorsi”, ha dichiarato il primo cittadino, Franco Miracolino Lai. A quanto pare, l’ex poliziotto ormai pensionato conduceva una vita riservata e ad Alba probabilmente nessuno aveva mai nemmeno sospettato chi fosse quel signore che è spuntato dal nulla e, soprattutto, sopravvissuto al suo passato.

Coincidenze e rivelazioni

Per una strana coincidenza, la notizia della perquisizione dei carabinieri nella sua abitazione è arrivata pochi giorni dopo l’intervista a Roberto Savi andata in onda nel programma “Belve”. Tra le poche parole concesse dall’ex capo della banda a Francesca Fagnani, la rivelazione che le loro imprese criminali avessero la copertura di non meglio precisati “apparati”, così efficienti e invasivi da garantire loro impunità per sette anni. E che lui e gli altri componenti avessero svolto anche il ruolo di manovalanza criminale per quelli che si è immaginato, da quello che ha detto lui stesso, fossero proprio i servizi segreti. Anche Gugliotta, durante il periodo trascorso in carcere, aveva accennato ai legami tra la banda e gli apparati di sicurezza dello Stato, aggiungendo peraltro che i componenti della banda erano più dei sei che alla fine sono stati arrestati e processati. Anche per questo, la Procura di Bologna, che pare abbia disposto la perquisizione nella sua abitazione avrebbe voluto sentirlo, insieme a tutti gli altri membri della banda che dovranno comparire negli uffici giudiziari emiliani: oltre ai tre fratelli Savi, Roberto, Fabio e Alberto, anche Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Gli accertamenti e la perquisizione nella villetta di Gugliotta sono avvenuti all’insaputa dei magistrati di Pordenone, in teoria competenti per territorio. Il procuratore Pietro Montrone si è limitato a dire che “si tratta di un’attività delegata da altre procure di cui non abbiamo notizia”. Il magistrato ha anche escluso anomalie nel decesso di Gugliotta che sarebbe avvenuto “senza intervento di terzi”, anche se evidentemente i dubbi ci sono e sarà molto difficile trovare prove del contrario, come è sempre successo in casi analoghi. Vuole vederci comunque chiaro la Procura di Bologna che esaminerà i documenti legati alla morte di Gugliotta, acquisendo le carte a disposizione e sentendo tra gli altri il medico legale che ha constatato il decesso e la moglie.

Due fascicoli aperti a Bologna

Scena del crimine della strage al Pilastro del 4 gennaio 1991. Foto di Luciano Nadalini

Le indagini rientrano nell’ambito delle due inchieste aperte tra il 2022 e il 2024 sotto alle Due Torri in relazione ai fatti di sangue di cui si è resa protagonista la banda della “Uno Bianca”. In particolare, un filone attualmente in corso riguarda l’uccisione dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu a Castelmaggiore, alle porte del capoluogo, nel 1988 e il ruolo che avrebbe svolto un altro appartenente all’Arma, Domenico Macauda, nel depistare le indagini sul doppio omicidio. Nell’intervista a “Belve”, Roberto Savi ha negato qualsiasi rapporto con Macauda, affermando di non averlo mai conosciuto. L’altra inchiesta che stanno seguendo i magistrati bolognesi Andrea De Feis e Lucia Russo, i sostituti che lavorano sotto alla guida del procuratore capo Paolo Guido, riguarda la strage al Pilastro del 4 gennaio 1991, quando sotto ai colpi dei killer caddero i carabinieri di pattuglia Mauro Mitilini, Otello Stefanini e Andrea Moneta. E l’assalto all’armeria di Via Volturno a Bologna, il 2 maggio di quello stesso anno, quando furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Davanti alle telecamere, Roberto Savi ha dichiarato che in quel negozio c’era uno strano “andirivieni” di persone e cose, che “non andava bene”, e che l’obiettivo suo e del fratello Fabio, presenti all’azione, era proprio quello di colpire Capolungo, che evidentemente nelle sue ricostruzioni aveva un ruolo come appartenente ai servizi.

Un’altra apparizione in tv

Roberto Savi, l’ex capo della banda della Uno Bianca intervistato a ”Belve”

Alberto Capolungo, il figlio della vittima, ha commentato con dure parole le dichiarazioni di Savi, pronunciate secondo lui per screditare la figura del padre e confondere le acque sulle vicende. I magistrati di Bologna avevano in programma di sentire Gugliotta prima dell’apparizione in tv di Roberto Savi, e una seconda intervista che sarebbe in programma il 24 maggio su Rete 4 al fratello Fabio ha messo in allarme i familiari delle vittime, che in queste apparizioni televisive degli ex poliziotti criminali vedono un’operazione mediatica che getta discredito e cerca magari di ottenere qualche sconto di pena, con pentimenti tardivi. L’obiettivo delle due inchieste aperte, attualmente senza nominativi iscritti nel registro degli indagati ma con l’ipotesi del concorso, mira appunto a verificare ed accertare l’esistenza e le responsabilità di eventuali persone che abbiano affiancato e collaborato come complici alla banda. Per questo, insieme al Ris di Parma, così come al Ros e alla Digos, verranno passate al setaccio tracce, reperti, foto e riprese video dell’epoca, con le nuove tecnologie a disposizione degli inquirenti, compresa l’intelligenza artificiale. Si cercano anche eventuali “sponde” dei fratelli Savi all’interno delle forze dell’ordine, in primis per quello che riguarda il massacro del Pilastro. Così come sono analizzate le migliaia di pagine di atti e documenti, con la convocazione di testimoni che già all’epoca furono sentiti e verbalizzati. Un’opera titanica, a distanza di 30 anni, per riaprire e fare luce sugli armadi della paura che furono chiusi, forse troppo in fretta, dopo l’arresto e la condanna dei fratelli Savi e dei loro compagni di imprese criminali.

Israele: l’ONU boccia il tribunale speciale per i palestinesi

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L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto l’abrogazione della legge con cui il parlamento israeliano ha istituito un tribunale speciale dove processare i palestinesi accusati di avere partecipato al 7 ottobre. Quasi trecento palestinesi rischiano la condanna alla pena di morte. “Le vittime delle atrocità commesse il 7 ottobre meritano
giustizia”, ma ciò “non può essere ottenuto attraverso
processi che non rispettano gli standard internazionali”, ha dichiarato Türk.

La CPI ha assolto Israele dell’accusa di genocidio? L’ultima bufala dei media filo-governativi

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La retromarcia del procuratore della Cpi: “Non ci sono prove di genocidio a Gaza” (Il Tempo); “A Gaza non c’è un genocidio”. La Cpi gela la sinistra mondiale (Il Giornale); Il procuratore Khan delude i pro-pal: “Gaza? Non è un genocidio” (Libero). I titoli sensazionalistici si sprecano sulla stampa filo-governativa, con tanto di virgolettati inventati che giocano sulla confusione tra Corte Penale Internazionale — che al momento ha chiesto l’arresto del premier israeliano Netanyahu e dell’ex ministro Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità — e Corte di Giustizia, impegnata invece nel processo a Israele per genocidio. Secondo l’ultima fake news montata ad hoc, il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan avrebbe negato proprio il genocidio in atto in Palestina. Con un abile rimbalzo di condizionali e responsabilità si arriva alla fonte primaria: l’intervista di Mehdi Hasan al procuratore, che invece conferma la linea adottata dalla CPI a partire dal maggio 2024, quando sono stati spiccati i mandati di arresto internazionale contro due uomini chiave della politica israeliana.

«Non c’è un limite ai crimini internazionali. Si può aspettare la fine di un’indagine per avviarne un’altra, come abbiamo fatto ad esempio in Ucraina. Per dimostrare alle vittime che non sono invisibili, inizi a raccogliere le prove, spicchi i mandati di arresto e poi continui». Con queste parole il procuratore della CPI Karim Khan ha risposto a Mehdi Hasan, che gli chiedeva per quale motivo i mandati internazionali per Netanyahu e Gallant non includessero anche il crimine di genocidio. Quando il conduttore di Zeteo, rincalzandolo, voleva sapere se potesse esserci un nuovo mandato per genocidio, Khan ha detto che «tutto è in funzione dell’evidenza» e che «nessun crimine è off limits se ci sono le prove». A tal proposito ricorda che le indagini non sono ferme, ma continuano, come scritto negli stessi mandati internazionali spiccati nel maggio del 2024.

Questo passaggio chiave, condensato in circa un minuto e mezzo dell’intervista a Zeteo (tra il minuto 10 e 11:30) è stato invece stravolto da una parte della stampa orientata a destra, che non vedeva l’ora di contestare prove, rapporti e testimonianze raccolti negli ultimi due anni e mezzo. Le parole di Khan confermano infatti la linea tracciata dalla Corte Penale Internazionale nel 2024. Come ben sintetizzato da Amnesty International, «la CPI non sta attualmente indagando sul crimine di genocidio, dunque il suo procuratore non ha concluso che non c’è stato genocidio».

Nella fake news costruita ad hoc contro Khan si punta anche sulla confusione tra due diversi piani della giustizia internazionale, personale e statale. La CPI, che si occupa di responsabilità individuali, ha emesso dei mandati di arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dando priorità alle prove più facili da raccogliere secondo il principio della certezza della pena. È la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che si occupa di responsabilità degli Stati, a star esaminando il ricorso presentato dal Sudafrica contro Israele per la violazione della Convenzione sul genocidio. Una causa intentata nel 2023 e ancora priva di una conclusione, segno che la CPI ha agito per accelerare la tutela delle vittime, andando comunque avanti con le indagini, come ribadito di recente dallo stesso Khan.

Ciò che forse non si aspettava la Corte Penale era l’inazione dei suoi Stati membri. A fronte di una celere iniziativa giudiziaria, i Paesi hanno scelto la non cooperazione. Si pensi all’Italia, che ha lasciato Netanyahu sorvolare i propri cieli, venendo meno all’obbligo di dare seguito al mandato internazionale e dunque arrestare il premier israeliano. Una scelta coerente con l’indirizzo politico italiano, complice di Israele in più sedi: da quelle ONU, durante gli attacchi alla Relatrice Speciale Francesca Albanese, a quelle europee, con il recente muro eretto contro la sospensione degli accordi commerciali con Tel Aviv. Per i porti italiani transitano poi di continuo i carichi militari diretti in Israele, a spregio degli obblighi di legge, nazionali e internazionali.

Di fronte a questo quadro di generale calpestio del diritto internazionale, parte della stampa mainstream ha scelto la sua priorità e monta il caso sul nulla. Almeno Flaubert puntava sulla forza dello stile e sulla perfezione della forma.

La Ludoil acquista la raffineria di Priolo, che torna italiana

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La nuova proprietaria della raffineria di Priolo Gargallo, e delle infrastrutture ad essa afferenti, è l’italiana Ludoil, della famiglia Ammaturo. In una nota rilasciata dopo l’accordo con Goi Energy si legge: «l’impianto costituisce il più grande complesso di raffinazione in Italia, con una capacità autorizzata di 20 milioni di tonnellate annue e una capacità bilanciata di 15 milioni di tonnellate, rappresentando un’infrastruttura strategica per la sicurezza energetica nazionale che torna così sotto una guida italiana».

La sterilizzazione dei non idonei: l’eugenetica di ieri, di oggi e di domani

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Numerosi Paesi occidentali prevedono il ricorso alla sterilizzazione forzata di soggetti ritenuti dallo Stato non idonei alla riproduzione, nonostante sia considerata una pratica lesiva dei diritti umani e vietata da diverse convenzioni internazionali, tra le quali la Convenzione di Istanbul e lo Statuto di Roma. Questa pratica è l’esempio lampante di ciò che Michel Foucault chiamava biopolitica, descrivendo l’implicazione diretta tra potere politico e vita biologica. Sviluppato negli anni ’70, questo pensiero spiega come lo Stato gestisca i processi biologici (natalità, mortalità, salute) del...

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