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Ucraina, massicci raid russi contro Kiev e altre città: almeno 11 morti

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Questa mattina, la Russia ha lanciato un massiccio attacco con droni e missili contro Kiev e altre città ucraine, tra cui Dnipro e Kharkiv. Il bilancio, secondo le autorità ucraine, è di almeno 11 morti e oltre 100 feriti. Kiev ha riferito che durante la notte sono stati lanciati 656 droni e 73 missili, la maggior parte diretti verso la capitale. Gran parte di essi è stata intercettata. Pochi giorni fa, il Cremlino aveva avvertito di voler condurre «attacchi sistematici» contro obiettivi a Kiev in risposta all’attacco con droni contro un dormitorio nella regione di Luhansk, in Ucraina, controllata dalla Russia, che il 22 maggio aveva causato 21 morti.

In Europa è stato smantellato un numero record di dighe per ripristinare la natura

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Il fiume Lamone

Nel 2025 in Europa sono state rimosse 602 barriere fluviali, il numero più alto mai registrato. I dati emergono dall’ultimo rapporto di Dam Removal Europe, la coalizione che monitora la rimozione degli ostacoli artificiali presenti nei corsi d’acqua europei. Rispetto al 2024 si registra un aumento dell’11%, mentre il numero delle barriere eliminate è oggi circa sei volte superiore a quello rilevato nel primo monitoraggio ufficiale del 2020.
Per secoli la costruzione di dighe, chiuse, piccoli sbarramenti e altre opere idrauliche è stata considerata una componente essenziale dello sviluppo econo...

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Sul “drone russo” in Romania non si sa niente, ma è già la scusa per riarmo e nuove sanzioni

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La caduta di un drone sulla città romena di Galați, avvenuta lo scorso 29 maggio, ha innescato dure reazioni da parte dei vertici UE. Questi ultimi, lungi dall’attendere un’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto e diradare il mistero, hanno già emesso sentenza, indicando come colpevole la Russia e utilizzando la vicenda come pretesto per accelerare sui piani di riarmo. Proprio quando questi ultimi iniziavano a scricchiolare sotto i colpi della crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. In Italia il governo Meloni ha espresso dubbi sulla sostenibilità economica del riarmo, rinunciando a buona parte dei prestiti europei. Da Bruxelles è arrivata presto la forza uguale e contraria: l’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE Kaja Kallas ha ribadito l’impegno a investire maggiormente nella difesa europea e a rafforzare il sostegno all’Ucraina. Le fa eco la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha annunciato la preparazione di un ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.

Il 29 maggio scorso un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Mentre le autorità locali avviavano le indagini del caso, le cancellerie europee si scagliavano contro la Russia, accusata di essere dietro al lancio del drone. Gli accertamenti giudiziari scioglieranno i dubbi, come avvenuto negli ultimi mesi per altri Paesi di confine, colpiti indirettamente dalla guerra in Ucraina. Già ad aprile le autorità romene avevano denunciato lo sconfinamento di un drone russo sul proprio territorio; negli stessi giorni i Paesi baltici e la Finlandia facevano i conti con l’invasione del proprio spazio aereo da parte di UAV ucraini.

Nell’attesa di un esito giudiziario, lo sconfinamento del 29 maggio ha provocato già i primi effetti, diventando un ottimo pretesto per accelerare sui piani di riarmo, europeo e non solo. La NATO, di cui la Romania è membro dal 2004, ha puntato il dito contro la «sconsideratezza» di Mosca e dichiarato che «continuerà a rafforzare le nostre difese contro tutte le minacce, compresi i droni». In una telefonata con il presidente della Romania, Nicusor Dan, il segretario della NATO Mark Rutte ha «ribadito che la NATO è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato».

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno convinto i membri dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa nazionale destinata alla Difesa fino al 5% del PIL. Allo stesso tempo, la Commissione europea ha lanciato un piano di riarmo per l’Unione, denominato ReArm Europe. Duplice l’obiettivo: da un lato rafforzare le capacità militari del continente di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche, dall’altro fornire sostegno diretto all’Ucraina. Se per l’attuale crisi energetica l’UE ha impedito ai Paesi membri di finanziare misure sociali venendo meno agli stringenti vincoli economici; per aumentare le spese militari è stato concesso lo scostamento dal Patto di stabilità e crescita. Contestualmente è stato creato un fondo un fondo da 150 miliardi di euro per prestiti agli Stati membri destinati a investimenti nel settore della Difesa.

Qualche giorno fa, il governo Meloni ha deciso di rinunciare a buona parte dei prestiti “prenotati”, in attesa di una risposta sulla possibilità di ottenere flessibilità sul fronte energetico, ritenuto prioritario rispetto alle spese militari. Il tema non sembra però essere urgente a Bruxelles, che invece ha sfruttato il recente schianto del drone in Romania per rilanciare il suo piano di riarmo. Kaja Kallas ha sentito i ministri degli Esteri dell’UE, che si sarebbero «impegnati a intensificare la pressione sulla Russia, aumentare il sostegno all’Ucraina e investire nella prontezza difensiva dell’Europa stessa». Le fa eco Ursula von der Leyen: «mentre continuiamo a rafforzare la nostra sicurezza e la nostra capacità di deterrenza, soprattutto al confine orientale, continueremo ad aumentare la pressione sulla Russia. Stiamo preparando un 21esimo pacchetto di sanzioni». L’ultima misura era stata approvata un mese fa, quando l’Ungheria del post-Orban ha fatto cadere il veto sulle sanzioni, dando il via libera anche al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.

Amendolara, trovati in un’auto quattro cadaveri carbonizzati

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Macabra scoperta ad Amendolara, sulla costa ionica della provincia di Cosenza, dove i corpi carbonizzati di quattro persone sono stati rinvenuti all’interno di un’auto in fiamme presso un distributore di carburante lungo la statale 106. Le vittime sarebbero di nazionalità pachistana. Gli investigatori ritengono al momento plausibile l’ipotesi dell’omicidio, pur senza escludere altre piste. A causa delle condizioni dei corpi non è stato ancora possibile accertare l’eventuale presenza di ferite da arma da fuoco. Le indagini puntano anche sull’analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza della zona. Sul posto operano polizia, carabinieri e vigili del fuoco.

Cosa prevede il nuovo regolamento sull’etichettatura dei prodotti tessili

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I prodotti tessili, ovvero qualsiasi prodotto (allo stato grezzo, lavorato, semi-lavorato, confezionato o semi-confezionato) che sia composto esclusivamente da fibre tessili, può essere commercializzato solo ed esclusivamente se regolarmente etichettato, contrassegnato o accompagnato dagli appositi documenti commerciali come previsto dal Regolamento 1007/2011/UE. Quello che attualmente è obbligatorio inserire nelle etichette è la percentuale delle fibre che compongono il capo, apposte in ordine decrescente. Il Paese di provenienza , il famoso “made in”, e altre informazioni come manutenzione del capo, lavaggio e taglie sono, al momento, facoltative. Nell’ottica di andare in una direzione sempre più circolare e per adeguarsi alle nuove normative sull’eco-design, sarà messa sul tavolo nel mese di giugno anche la revisione del Regolamento per l’Etichettatura Tessile.

Alla luce di tutte le nuove fibre in circolazione e soprattutto per regolarizzare la giungla poco chiara di tessuti riciclati, rigenerati e bio-based, la nuova etichettatura prevede una maggior precisione ed accuratezza nelle diciture approssimative usate fino ad ora. L’idea è quella di inserire le nuove fibre con i loro nomi, ma anche delle estensioni nel caso le suddette fibre siano appunto riciclate o rigenerate o di altra natura. 

Sarà inoltre d’obbligo dichiarare tutti i materiali, soprattutto in capi “composti” dove ci sono fodere, inserti o dettagli in fibre diverse da quella principale. Inoltre si abbasserà al soglia di tolleranza per le “altre fibre” in capi dichiarati “monomateriale”: molto spesso un tessuto è composto da fibre miste ma la percentuale è bassa e quindi non viene dichiarata (di fatto si tratta a tutti gli effetti di una fibra composta, quindi più difficile da riciclare, ecco perché secondo il nuovo regolamento questo sarà possibile solo se l’altro materiale è al di sotto del 2%).

Per evitare etichette chilometriche e complesse (la lista materiali nelle etichette dell’UE è minimo in due lingue, quando non di più) si sta procedendo alla definizione di pittogrammi (disegni) che siano standard e riconosciuti da tutti i paesi. Una soluzione che indubbiamente renderà l’etichetta più “snella”, ma nello stesso tempo anche più complessa per un utente non propriamente addentro al mondo delle fibre tessili. Tra gli altri punti in fase di valutazione, quello di adottare standard riconosciuti anche per quanto riguarda le misure (sistemi di taglie) ed i simboli per la manutenzione ed il lavaggio. L’ostacolo della taglia, che si differenzia da paese a paese, è una delle maggiori cause del reso: l’idea di un approccio unitario e condiviso vorrebbe limitare questo problema e ridurre al minimo il corto circuito ambientale delle restituzioni dei capi acquistati online.

Un’etichetta più corta, più comprensibile (almeno in teoria) e a favore di cliente, alla quale verrà aggiunto il famigerato QR Code collegato all’etichetta in versione digitale con tutte le informazioni aggiuntive del capo: dalle certificazioni ai simboli, dai processi produttivi fino ai fornitori; dati, questi ultimi, a discrezione del marchio.

La proposta verrà presentata il prossimo mese, alla quale seguiranno trattative e negoziati tra Parlamento e Consiglio Europeo. Per vedere in circolazione le nuove etichette, quindi, ci vorranno almeno un altro paio di anni. Nel frattempo è sempre una  buona abitudine consultare quelle attualmente in circolazione.

Proprio come accade per i generi alimentari, anche le etichette dei capi di abbigliamento contengono informazioni importanti per il cliente finale. Solo che, a dispetto di quelle dei cibi, alle quali si presta sempre più attenzione perché le sostanze contenute vanno ad impattare direttamente il nostro corpo, quelle tessili sono largamente ignorate (pensando erroneamente che quello che indossiamo in realtà non abbia conseguenze dirette anche sulla nostra salute). 

Leggere correttamente le etichette dei capi significa guardare tre blocchi di informazioni: composizione, manutenzione e origine/produzione, tenendo presente che la composizione in fibre e i simboli di cura sono le informazioni più utili per capire qualità e gestione del capo.

La composizione è fondamentale per capire qualità e controindicazioni del capo: le fibre sono indicate in percentuale e in ordine decrescente: il materiale scritto per primo è quello prevalente nel capo. “65% cotone, 35% poliestere”, significa che il capo è soprattutto cotone ma ha una quota sintetica che può influire su traspirabilità, mano del tessuto e comportamento al lavaggio. 

Capire come lavare e curare i capi è altrettanto prioritario per garantire la durata o almeno le condizioni ottimali; per questo ci sono appositi simboli. La vaschetta indica il lavaggio, il triangolo il candeggio, il quadrato l’asciugatura, il ferro da stiro la stiratura e il cerchio il lavaggio a secco. Eventuali linee sotto il simbolo indicano un trattamento più delicato, mentre la X significa divieto per quella specifica operazione. 

Quando compare un numero dentro la vaschetta, quello indica la temperatura massima di lavaggio; più il capo è delicato, più conviene rispettare temperature basse e cicli non aggressivi. Per la stiratura, i puntini nel simbolo del ferro indicano la temperatura massima: uno per bassa, due per media, tre per alta. Per l’asciugatura, il quadrato con cerchio segnala l’asciugatrice, mentre la X indica che non va usata (in generale l’asciugatrice meno si usa, meglio è; così come sarebbe meglio non lavare spessissimo i capi per una migliore conservazione e resa del tessuto).

Infine la dicitura “Made in” racconta dove il capo è stato realizzato; da non confondere con “Designed in” che spesso localizza solo il luogo dove è stato progettato. In entrambi i casi queste sono due informazioni aleatorie (dato che l’apposizione del Made in Italy, ad esempio, può verificarsi anche se in Italia è stato realizzato solo un passaggio minimo, tipo attaccare un bottone ad una camicia prodotta interamente in India).

La via verso la trasparenza, la circolarità e l’onestà è ancora lunga. Spesso, le etichette più affidabili e anche più creative, si trovano lontano dalle norme e dalle grandi aziende, ma nel cuore di marchi indipendenti che hanno il coraggio di sfidare etichette e status quo.

Malesia: da oggi stop ai social per gli under 16

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Da oggi in Malesia i minori di 16 anni non potranno più aprire profili sui social network. La nuova legge impone alle piattaforme con almeno 8 milioni di utenti, come Facebook, Instagram, TikTok e YouTube, di verificare l’età degli iscritti e bloccare la registrazione degli under 16. Le aziende che non rispetteranno le regole rischiano multe fino a 10 milioni di ringgit. Secondo il governo, la misura serve a proteggere i giovani da contenuti dannosi, cyberbullismo e dipendenza digitale. La norma si inserisce in una tendenza già seguita da altri Paesi.

Agricoltura, la via locale come alternativa alla grande distribuzione

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Chi controlla i semi controlla il futuro. E oggi gran parte del futuro appartiene a una manciata di multinazionali che in mezzo secolo hanno stravolto il settore agricolo, rompendo quella relazione ancestrale tra frutto, seme e comunità contadine. Il mercato globale delle sementi è in crescita ed entro la fine del decennio dovrebbe superare la soglia dei cento miliardi di dollari in transazioni. C’è però una minoranza che si sottrae a questa logica e resiste, opponendo alla logica della grande distribuzione organizzata una visione fondata sul locale e sulla biodiversità. Queste sacche di resis...

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Milano, schiavi nel cantiere del consolato USA: arrestato il manager in fuga

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Emergono gravi accuse di sfruttamento lavorativo nel cantiere del nuovo consolato statunitense di Milano, un’opera dal valore di circa 200 milioni di dollari ancora in fase di costruzione. Un’inchiesta della Procura ha portato infatti al commissariamento della società statunitense Caddell, accusata di aver impiegato centinaia di lavoratori indiani reclutati attraverso intermediari e sottoposti a salari inadeguati, minacce e condizioni di lavoro degradanti. Durante un’ispezione sono state inoltre accertate numerose violazioni delle norme sulla sicurezza. Nell’ambito dell’indagine è stato fermato all’aeroporto di Bergamo Ulas Demir, responsabile turco del ramo italiano della società, mentre tentava di imbarcarsi per Istanbul. Secondo i magistrati, come testimonierebbe il contenuto di varie intercettazioni, esisteva un concreto rischio di fuga.

L’indagine sui cantieri del consolato statunitense a Milano è coordinata dai pubblici ministeri Mauro Clerici e Paolo Storari, quest’ultimo noto per le inchieste relative allo sfruttamento dei lavoratori nel settore della moda. A riportare la notizia è stato il Corriere della Sera in un articolo in cui descrive il decreto da 103 pagine con cui i pm dispongono il commissariamento di Caddell. I pm parlano di una situazione di «para-schiavismo» con i lavoratori costretti a lavorare 10-12 ore al giorno sei giorni su sette per una paga dai 1200 ai 1400 euro a cui tuttavia viene imposto un prelievo forzato di circa 900 euro per vitto e alloggio; secondo una consulenza tecnica, i lavoratori lavorerebbero 245 ore mensili al posto delle 158 teoriche per un «costo orario normalizzato medio» di 4 euro e 16 centesimi, che arrivano a 2 euro e 17 centesimi dopo le detrazioni forzate. Il contratto, in teoria, assicurerebbe vitto e alloggio gratuiti.

Nel descrivere le condizioni di occupazione dei lavoratori, i magistrati parlano di un «meccanismo criminale ricorrente», che partirebbe dall’India per giungere fino in Italia: le persone impiegate al cantiere sono infatti di nazionalità indiana, e sono state reclutate direttamente dal loro Paese con la mediazione di una agenzia intermediaria situata a Nuova Dehli, Dynamic House; per venire assunti, gli operai hanno versato un pagamento di 5.000 euro, un «dazio» obbligatorio finalizzato a entrare in possesso del visto. Arrivati in Italia, il personale di Caddell li avrebbe prelevati presso l’aeroporto e accompagnati in due strutture ricettive a Garbagnate Milanese e Pieve Emanuele, per poi costringerli a firmare carte senza fornire alcuna spiegazione o traduzione che fosse loro comprensibile.

Visto il quadro, i pm hanno disposto a Caddell l’istituto del controllo giudiziario. Con esso, un amministratore tecnico viene affiancato ai vertici dell’azienda con lo scopo di operare per risolvere la situazione dei lavoratori «adottando idonei assetti organizzativi anche in difformità da quelli proposti dall’imprenditore». Sono inoltre state aperte indagini nei confronti della divisione italiana di Caddell e del manager della società, il turco Ulas Demir. Ieri, lo stesso Demir è stato fermato mentre si trovava presso l’aeroporto di Orio al Serio, dove intendeva salire su un aereo diretto a Istanbul. Secondo i pm, era «chiaro» che il manager intendesse fuggire: dalle intercettazioni emerge che parlando al telefono con una persona questa lo avrebbe esortato a lasciare il Paese.

Alle elezioni in Colombia è in vantaggio il candidato che piace a Trump e Milei

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I colombiani dovranno attendere il prossimo 21 giugno per conoscere il loro nuovo presidente. Il primo turno delle elezioni si è infatti concluso con un testa a testa tra due candidati che non hanno sfondato la soglia del 50% dei consensi. Si tratta di Abelardo de la Espriella, esponente dell’estrema destra che contro ogni pronostico ha ottenuto il 43,7% dei voti, e di Iván Cepeda, “erede” dell’attuale presidente Gustavo Petro fermatosi al 40,9% dei consensi, lamentando irregolarità nel conteggio dei voti. Sorridono Donald Trump e Javier Milei all’idea di avere un nuovo alleato nella regione, ma la corsa alla presidenza resta aperta, soprattutto considerando l’elevato astensionismo che ha caratterizzato il primo turno.

Abelardo de la Espriella, meglio conosciuto come El Tigre, ha ribaltato i pronostici della vigilia, chiudendo la tornata elettorale del 31 maggio in testa. Avvocato e imprenditore, Abelardo de la Espriella ha concentrato la sua campagna elettorale su toni militaristi e patriottici, promettendo una lotta serrata contro i gruppi paramilitari attivi nel Paese. Il leader del partito Defensores de la Patria si ispira a un altro presidente della regione, Nayib Bukele, che a El Salvador ha sospeso lo stato di diritto per reprimere le gang. Sul piano economico l’influenza è invece argentina, trovando un riferimento nel neoliberismo di Javier Milei, che ha accolto con favore l’esito elettorale. «Se si ripeterà questo risultato al secondo turno — ha scritto su X Milei — non ho dubbi che la Colombia entrerà nuovamente nel concerto delle Nazioni Libere e riprenderà una rotta orientata alla difesa della vita, della libertà e della proprietà».

A sorridere è anche il presidente USA Donald Trump, con il quale El Tigre ha dichiarato di voler stringere un’alleanza strategica, superando le attuali ostilità del governo Petro. In continuità con quest’ultimo, Iván Cepeda, senatore e filosofo, ha invece insistito sul mantenimento dell’autonomia rispetto alle mire statunitensi, diventate delle vere e proprie minacce belliche a seguito del golpe in Venezuela. Il candidato progressista intende continuare il programma di pacificazione con i gruppi armati lanciato da Petro e ancora lontano da una conclusione, visti i recenti attacchi. Dopo una prima parte del mandato segnato da ingovernabilità e rimpasti di ministri, Petro ha risalito la china, approvando la riforma del lavoro ed ergendosi quale baluardo americano contro amministrazione Trump e governo Netanyahu. Così negli ultimi mesi il consenso è risalito, fino a conquistare i sondaggi.

La realtà ha però raccontato uno scenario differente, con Abelardo de la Espriella in testa. A separarlo da Iván Cepeda sono poco meno di tre punti percentuali. Per il prossimo turno El Tigre potrà contare sul sostegno dei conservatori, fermatisi al 6%. Anche il fronte progressista, che lamenta irregolarità nel conteggio dei voti, cercherà di racimolare voti tra i partiti esclusi dal ballottaggio. Sulla strada della presidenza risulterà cruciale la capacità di mobilitare chi ha deciso di disertare le urne. Al primo turno l’astensionismo è arrivato al 45%, coinvolgendo praticamente un elettore su due.

Un italiano di 23 anni ha vinto il concorso di musica classica più importante al mondo

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È con gli occhi chiusi e l’espressione concentrata e rapita che Ettore Pagano restituisce, la sera del 27 maggio scorso, l’interpretazione per violoncello della fase finale della Sinfonia Concertante op. 125 di Sergej Prokofiev. Un’esecuzione talmente perfetta da valergli, tre giorni dopo, il Primo Premio assoluto alla 75° edizione della Queen Elizabeth Competition di Bruxelles, una delle competizioni di musica classica più importanti al mondo, quest’anno dedicata al violoncello. Ventitré anni, origini romane, Pagano è il primo italiano a guadagnare tale riconoscimento nella storia del premio.

Nonostante la giovanissima età, la carriera di Pagano è già segnata da una lunghissima scia di riconoscimenti nazionali e internazionali, con oltre 40 primi premi aggiudicati sin dal 2013, all’età di appena 10 anni. Tra questi, spiccano il Primo Premio Assoluto al Concorso Internazionale Khachaturian del 2022, il premio Franco Abbiati della critica musicale italiana del 2025 e il prestigioso ICMA Classeek Award. Dopo aver preso in mano il violoncello per la prima volta a nove anni, si è lauretato con lode e menzione d’onore presso il Conservatorio di Santa Cecilia, a Roma, e successivamente specializzato all’Accademia Chigiana di Siena. Attualmente, la sua formazione musicale sta proseguendo presso la Universität der Künste di Berlino. La sua carriera vanta già anche collaborazioni con alcune orchestre di prestigio internazionali e italiane, tra le quali l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI.

Insieme alla Sinfonia concertante, brano di propria scelta, la prova prevedeva anche l’esecuzione obbligatoria di un brano, uguale per tutti e 12 i finalisti – Four Odes to the Tidings of Flowers della compositrice sino-americana Fang Man. Il violoncello è entrato a far parte delle competizioni del Queen Elisabeth solamente nel 2017, a ottant’anni dalla fondazione del premio. Come riporta la pagina stessa del premio, la sua reputazione si basa in gran parte sul regolamento estremamente rigoroso e sulla giuria, composta da musicisti di fama internazionale.