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Droni ucraini su bus e raffinerie: 7 morti

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Nella mattina di oggi, 4 giugno, a Yenakiyevo, nel Donetsk – regione controllata dalla Russia – un drone ucraino ha colpito un autobus di linea uccidendo sette persone e ferendone altre 11. Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, che riporta un comunicato del governatore della regione Denis Pushilin, al momento dell’attacco l’autobus stava percorrendo una strada deserta nel centro di Yenakiyevo ed era partito da Mosca per dirigersi verso Simferopol, in Crimea. Dieci persone, tra cui un bambino, sono state ricoverate in ospedale in condizioni non gravi. Parallelamente, l’Ucraina ha attaccato una raffineria a San Pietroburgo, provocando un vaso incendio. Zelensky ha confermato questo secondo attacco senza tuttavia soffermarsi sul primo.

In Iran c’è una folta comunità ebraica che da secoli vive in pace, ed è contro Israele

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Non molti sanno che in Iran vive la comunità ebraica più grande del Medio Oriente al di fuori da Israele, con più di cento sinagoghe attive. Anche questa comunità è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani, condannati fortemente da Bihdad Mikhail, direttore dell’Associazione Ebraica di Teheran. Il 7 aprile 2026, durante la festività di Pesach, la storica sinagoga Rafi-Nia a Teheran è stata rasa al suolo. L’operazione, descritta dall’esercito israeliano come un “danno collaterale” volto a colpire un comandante militare in un edificio attiguo, ha scosso profondamente la comunità ebraica locale. Bihdad Mikhail ha espresso profondo dolore per i sacri testi e i rotoli della Torah sepolti dalle macerie. I leader della comunità hanno definito Israele un “funesto regime sionista”, ribadendo la totale lealtà alla patria iraniana contro ogni aggressione esterna. 

Edificata negli anni Settanta, la sinagoga non era solo un luogo di culto degli ebrei khorasan ma il simbolo di una presenza ebraica in Iran, che affonda le radici in oltre duemila anni di storia. Gli ebrei iraniani formano una delle più antiche diaspore del mondo: essi risiedevano in Persia dal 727 a.C. circa, essendo arrivati nella regione come schiavi dopo essere stati catturati dai re assiri e babilonesi. Nel 539 a.C., Ciro il Grande, fondatore dell’Impero Achemenide, conquistò Babilonia e liberò gli ebrei, consentendo loro di tornare a Gerusalemme per ricostruire il Tempio. Sebbene molti tornarono, una comunità consistente scelse di rimanere sotto la benevola protezione dei sovrani persiani, integrandovisi stabilmente.

Con l’inizio del terzo secolo, con l’instaurazione dell’Impero Sasinede, tutte le religioni vennero vietate in favore di quella di Stato, lo zoroastrismo. Gli ebrei, come buddisti, indù, cristiani e così via, non potevano più praticare il loro culto. Con la conquista arabo-islamica della Persia nel VII secolo, lo status degli ebrei mutò. Vennero classificati come protetti, una condizione che garantiva la libertà di culto in cambio del pagamento di una tassa. Nel XVI secolo, con la dinastia Safavide, che impose lo sciismo come religione di Stato, gli ebrei, come gli appartenenti ad altri culti, vennero emarginati dalla società. Con l’inizio del XX secolo, con la dinastia Pahlavi, e poi con il governo socialista di Mohammad Mosaddegh del secondo dopoguerra, come poi di nuovo i Pahlavi legati agli USA, la comunità ebraica ottenne un’ampia emancipazione civile ed economica.

Nonostante l’emigrazione di massa verso Israele e gli Stati Uniti, a seguito della Rivoluzione Islamica del 1979, la leadership dell’Ayatollah Khomeini stabilì un principio ideologico cardine: la distinzione tra giudaismo, religione monoteistica protetta e rispettata, e sionismo, condannato come ideologia politica coloniale. L’ayatollah Ruhollah Mostafavi Musavi Khomeini, primo leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran, durante una riunione con una delegazione araba a Qom, ebbe a dichiarare: «Mosè non avrebbe nulla a che fare con questi sionisti simili a faraoni in Israele. E anche i nostri ebrei, i discendenti di Mosè, non hanno nulla a che fare con loro. Riconosciamo i nostri ebrei come separati da quei sionisti senza Dio e succhiasangue». In seguito emise una fatwa decretando che gli ebrei dovevano essere protetti.

Tale dottrina è sancita dall’articolo 13 della Costituzione iraniana, che riconosce ufficialmente la minoranza ebraica, garantendole la libertà di culto e un seggio riservato nel Parlamento, così come riconosciuto e garantito a cristiani e zoroastriani.

Oggi l’Iran ospita la maggiore comunità ebraica del Medio Oriente al di fuori di Israele, potendo contare su circa 10.000 membri e oltre 100 sinagoghe attive, distribuite principalmente tra Teheran, Isfahan e Shiraz. Dal punto di vista socio-economico, gli ebrei iraniani gestiscono liberamente le proprie attività commerciali, scuole confessionali, macellerie kosher e persino strutture sanitarie dedicate, come lo storico ospedale Sapir a Teheran. Ciononostante, la vita di tutti i giorni comporta precisi vincoli, come rispettare in pubblico i codici islamici. Persistono inoltre preclusioni nell’accesso alle alte cariche statali o militari, nonché disparità legali in ambito ereditario rispetto ai cittadini musulmani.

La condanna di Bihdad Mikhail dopo il crollo della sinagoga Rafi-Nia riflette questo equilibrio storico. Dinanzi alla perdita dei rotoli sacri, gli ebrei d’Iran hanno riaffermato la propria identità nazionale, scindendo il legame spirituale con la Terra Santa da quello politico con Israele, sottolineando la lealtà politica verso lo Stato in cui risiedono da secoli. 

I governi europei hanno raggiunto l’accordo su nuove regole nella gestione dei migranti

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I governi UE hanno raggiunto l’intesa politica sull’ultimo tassello mancante della riforma del diritto d’asilo, contenuta nel Patto sulla migrazione che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Si tratta del pacchetto di norme che regolano i rimpatri, che introduce obblighi più stringenti di collaborazione con le autorità per i destinatari di un provvedimento di espulsione, pena la detenzione (che viene aumentata fino a 24 mesi dagli attuali 18). È stato poi dato il via libera definitivo ai centri per i rimpatri al di fuori dei confini UE. Fino ad oggi, infatti, la normativa comunitaria prevedeva che i migranti potessero essere trasferiti unicamente nel proprio Paese di origine: con le nuove norme, invece, potranno essere mandati in luoghi con i quali non hanno alcun legame (anche in caso di intere famiglie con bambini, mentre rimangono esclusi i minori non accompagnati).

L’obiettivo della UE, nel dotarsi di un regolamento comune per i rimpatri, è quello di velocizzare le operazioni. In questo modo, infatti, sarà più semplice collaborare a livello comunitario e mettere in pratica le espulsioni anche quando queste siano state disposte da uno Stato membro diverso da quello che la mette effettivamente in atto. A tal fine, gli Stati hanno un anno di tempo per istituire meccanismi adeguati per recepire la normativa comunitaria. Per diventare definitivo, l’accordo dovrà ottenere il via libera dalla plenaria del Parlamento UE ed essere formalmente adottato dal Consiglio, passaggio che avverrà 20 giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Dopo di che il regolamento sarà pienamente operativo, fatto salvo per alcuni articoli che richiederanno un periodo di un anno. «L’accordo mostra che stiamo rimettendo in ordine l’Europa. Con le nuove regole, abbiamo più controllo su chi può venire in Europa, chi può rimanere e chi se ne deve andare» ha commentato Magnus Brunner, commissario UE per gli Affati Interni e la Migrazione, una volta raggiunta l’intesa.

L’entrata in vigore effettiva degli hub di rimpatrio in Paesi terzi dipenderà dal tempo che ci vorrà per istituire gli accordi (bilaterali con con l’Unione) con gli Stati che dovranno ospitarli. Si dovrà trattare di Paesi che «rispettino le norme e i principi internazionali in materia di diritti umani in conformità con il diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento». Giusto qualche mese fa, Bruxelles ha ampliato la lista UE dei Paesi terzi sicuri, nei quali ora rientrano anche Bangladesh, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Il migrante espulso (famiglie con bambini incluse) potrà ora essere rimpatriato in un Paese con il quale non ha alcun legame, semplicemente sulla base del fatto che ne parla la lingua o che ne condivide non meglio specificati «legami culturali», o per il fatto di esservi transitato prima di raggiungere l’Unione. Poco importa che molti di questi Paesi siano noti per il loro totale spregio dei diritti umani: tanto per fare un esempio, sono ormai storia nota da tempo i trattamenti inumani e le torture riservate alle persone migranti nei centri per il rimpatrio della Tunisia, mentre nell’Egitto di Al-Sisi tortura e uccisioni di massa, persecuzione dei dissidenti politici e condanne a morte sommarie sono all’ordine del giorno.

Il modello, già sperimentato dal Regno Unito con il Ruanda e criticato dall’ONU in quanto causa di «ricadute dannose» sui «diritti umani e sulla protezione dei rifugiati», piace molto a diversi Paesi UE, con Germania e Danimarca che hanno già ipotizzato di adottare modalità analoghe di gestione della migrazione. Secondo la Piattaforma per la Cooperazione Internazionale sui migranti senza documenti (PICUM), l’UE si sta invece muovendo nella direzione di un «controllo della migrazione in stile ICE» (la polizia dell’immigrazione americana), implementando un sistema che normalizza «le retate contro gli immigrati e le misure di sorveglianza nelle nostre comunità» che potrebbero portare a veri e propri raid di polizia negli spazi privati e pubblici destinati alla “caccia al migrante illegale”, oltre ad una intensificazione della sorveglianza anche tramite strumenti di identificazione biometrica. Non sarebbe una novità, dal momento che giusto lo scorso ottobre è entrato in vigore il sistema EES (Entry/Exit System), il quale impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello di registrazione biometrica pervasivo al punto da essere impensabile in Europa fino a pochi anni fa. Un timore condiviso anche da organizzazioni come Amnesty International, che proprio per questo motivo ha promosso la campagna Protect Not Surveil, in opposizione alle deportazioni di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali.

Attacchi reciproci tra Iran e USA

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Nella notte tra ieri e oggi, 3 giugno, gli USA hanno lanciato un attacco contro l’isola iraniana di Qeshm. In risposta, l’Iran ha preso di mira basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, e una nave «affiliata a interessi statunitensi e israeliani»; l’aeroporto internazionale del Kuwait sarebbe stato danneggiato. Gli attacchi incrociati arrivano in un momento teso per la regione, mentre Israele continua la propria invasione in Libano, mettendo a rischio la riuscita dei negoziati di pace: le autorità iraniane continuano a dichiarare che l’estensione di una tregua anche al Libano è una condizione necessaria per il raggiungimento di un accordo.

I tempi delle liste di attesa per le visite mediche stanno lentamente migliorando

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Nel primo quadrimestre del 2026 cresce la quota di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati entro i tempi previsti, e sempre più regioni registrano miglioramenti rispetto all'anno precedente. I numeri diffusi da Agenas raccontano un sistema che sta lentamente recuperando terreno dopo anni di difficoltà, anche se milioni di cittadini continuano a fare i conti con ritardi e appuntamenti oltre le scadenze fissate. 
Il dato più incoraggiante riguarda il rispetto dei tempi massimi previsti dal Servizio sanitario nazionale. Da gennaio ad aprile, le visite specialistiche effettuate entro...

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Belgio: uno sciopero senza preavviso paralizza il traffico aereo

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A partire dalle 14 di oggi, gli aeroporti del Belgio sono stati paralizzati da un improvviso sciopero nazionale lanciato senza preavviso dai sindacati del Paese. Lo sciopero ha provocato la cancellazione di circa 200 voli presso l’aeroporto di Bruxelles e la chiusura di tutte le attività di decollo e atterraggio dell’aeroporto di Charleroi. Terminerà alle 21 di oggi. I lavoratori contestano una riforma che prevede l’edificazione di una torre di controllo digitale a Namur, che finirebbe per centralizzare le attività degli scali di Charleroi e Liegi provocando un potenziale taglio di posti di lavoro.

Bolivia: le proteste contro il governo stanno diventando una vera insurrezione

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Dimezzamento dello stipendio e abrogazione della riforma agraria non stanno servendo a salvare la testa del presidente boliviano Rodrigo Paz Pereira, in carica da meno di un anno. Dopo un mese di proteste e decine di blocchi stradali, la capitale La Paz risulta ancora isolata, e i manifestanti – cittadini e lavoratori provenienti da tutti i settori – puntano verso un solo obiettivo: le dimissioni del governo. I colloqui con opposizioni e rappresentanti delle dimostrazioni sono bloccati, mentre dall’estero arrivano aiuti per arginare le ripercussioni dei blocchi delle infrastrutture stradali del Paese da parte dei manifestanti. A fare scattare le proteste è stato un miscuglio di elementi, tutti riconducibili al fallimento della politica del «capitalismo per tutti» del presidente Paz. La ricetta neoliberista della nuova Bolivia filo-statunitense sta venendo applicata da una manciata di mesi, ma tanto è bastato per fare sprofondare il Paese nel caos, e mettere a serio rischio la stabilità dell’esecutivo.

È complicato tracciare il filo che ha portato le proteste antigovernative boliviane a quello che sta gradualmente iniziando ad assumere i tratti di un moto insurrezionale. I primi lavoratori a mobilitarsi sono stati gli insegnanti, per chiedere un sistema educativo pubblico e gratuito; a essi si sono aggiunti gli agricoltori, che hanno contestato la nuova riforma agraria, i minatori, e gli indigeni, che già portatori di malcontento si sono trincerati attorno all’ex presidente Morales, attualmente sotto processo per accuse che egli definisce politicamente motivate. Rapidamente, le proteste sono finite per includere porzioni diverse e diversificate della popolazione boliviana.

A un mese dallo scoppio delle proteste – iniziate a cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio – si contano una novantina di blocchi stradali (i dati provengono dalla mappa in tempo reale dei trasporti dell’Amministrazione autostradale boliviana, e sono aggiornati alla mattina di oggi, 2 giugno). I cosiddetti bloqueos costituiscono una delle forme di protesta più comuni in Bolivia – e in generale in diversi Paesi del Sudamerica – per via della conformazione delle infrastrutture stradali; sbarrando le principali strade, infatti, si riesce con relativa facilità a paralizzare l’intera nazione, interrompendo le forniture di carburante e cibo. La capitale La Paz, dopo tutto, è isolata: i blocchi hanno provocato scarsità di beni alimentari e risorse per gli ospedali, e il governo parla apertamente di sospensione delle terapie, carenza di farmaci e difficoltà nel trasporto delle persone con disabilità. I bloqueos hanno comportato perdite per 2 miliardi di dollari, e generato buchi per oltre il 2,25% del PIL.

Secondo il governo, fino al 21 maggio sono state arrestate 321 persone, 23 sono rimaste ferite, e 7 sono morte; le circostanze dei decessi, si legge, «dovranno essere accertate dalla Procura». Nonostante la dichiarata volontà di dialogare con i manifestanti e l’asserita preferenza delle parole alla violenza, il presidente Paz ha disposto l’acquisto di lacrimogeni per circa 8,5 milioni di euro e la polizia ha represso le proteste con la forza. I dialoghi, del resto, sono fermi. Sindacati e manifestanti chiedono le dimissioni di Paz e del governo, e le opposizioni hanno sospeso i negoziati con l’esecutivo perché quest’ultimo si è rifiutato di ritirare i mandati d’arresto nei loro confronti e di liberare le persone arrestate. I passi avanti fatti da Paz non sono valsi a nulla: il presidente ha dimezzato il proprio stipendio nel tentativo di avvicinarsi ai manifestanti e ha abrogato la contestata legge 1720 sull’agricoltura. I manifestanti, tuttavia, continuano a chiedere le sue dimissioni.

La legge 1720 introduceva la finanziarizzazione delle proprietà terriere. Essa consentiva ai proprietari delle aziende agricole di riqualificare i propri terreni in modo da utilizzarli come garanzia per le richieste di credito e – soprattutto – toglieva alla terra il carattere di impignorabilità, che la protegge dalle esecuzioni degli istituti finanziari. Essa non è l’unico intervento normativo avanzato dall’amministrazione Paz. Sulla scia del motto «capitalismo per tutti» Paz ha aperto alla liberalizzazione del sistema elettrico nazionale, eliminando il monopolio dell’agenzia statale ENDE, spianato la strada all’entrata nel Paese di colossi della tecnologia mondiale come SpaceX di Elon Musk e Amazon di Jeff Bezos, aperto agli investimenti esteri – specie statunitensi, e sulle risorse naturali come litio e rame; il presidente ha inoltre tagliato le spese pubbliche, cancellato la tassa sui grandi patrimoni, eliminato la contrattazione collettiva per gli stipendi eccedenti il salario minimo, bloccato il rinnovo dei salari nel pubblico e sospeso i sussidi statali sui carburanti. Quest’ultimo intervento, disposto con il ds 5503 e poi aggiornato con il ds 5516, è, assieme alla riforma agraria, tra i più contestati dai manifestanti e – nonostante le proteste – risulta ancora in vigore.

Generalmente parlando, in questi pochi mesi di governo, il presidente Paz ha puntato su una ricetta economica liberista supportandola con un più ampio riposizionamento del Paese sullo scacchiere geopolitico. Dopo anni di chiusura verso gli USA, Paz è tornato a rivolgere lo sguardo verso Washington, lavorando in stretta collaborazione con l’amministrazione Trump; il presidente boliviano ha inoltre riaperto i canali diplomatici con Israele, che erano stati interrotti con l’escalation del genocidio in Palestina.

Nessun porto per il genocidio: la nuova campagna “Block the boat” di BDS

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L’embargo militare nei confronti di Israele è la prima e più importante sanzione che la società civile palestinese, raccolta sotto la sigla BDS, richiede da anni. Il movimento si muove intervenendo sulla logistica, individuando i carichi di morte verso Israele e bloccandoli. 

È quello che è successo negli scorsi mesi in due porti italiani: Gioia Tauro e Cagliari. L’allarme è partito il 13 marzo scorso quando BDS Italia a nome della campagna Block the Boat, ha allertato sul transito di container dal porto di Gioia Tauro sospettati di contenere acciaio balistico per l’industria militare israeliana. 

La segnalazione, arrivata dalla campagna internazionale No Harbour for Genocide, indicava che questi container erano parte di una spedizione di materiale d’armamento prodotto dall’azienda indiana RL Steels & Energy Ltd di Aurangabad e destinato all’azienda bellica IMI Systems, in Israele. Il vettore è la Mediterranean Shipping Company (MSC), leader mondiale del trasporto marittimo e delle crociere accusato di avere un ruolo chiave nel rifornire il sistema bellico israeliano. Diverse navi della MSC hanno caricato i container al porto di Nhava Sheva in India, per fare scalo nei porti di diversi Paesi e raggiungere la destinazione finale in Israele. 

La catena di approvvigionamento dell’industria bellica israeliana è stata però interrotta grazie alla mobilitazione del movimento BDS in tutto il Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, e da gruppi e movimenti locali uniti da un messaggio forte e chiaro: «Fermiamo il transito di armi dai porti». Il primo fermo per ispezione è avvenuto il 14 marzo, quando, su segnalazione del BDS, l’agenzia delle dogane e la guardia di finanza di Gioia Tauro hanno fatto sbarcare i primi 5 container dalla MSC Lucy; a questi si sono poi aggiunti altri 3 container fatti scendere dalla MSC Siena, giunta al porto pochi giorni dopo, e già oggetto di interrogazioni parlamentari in Portogallo. Eppure, di questi fermi si è saputo solo dopo che la deputata del M5S Anna Laura Orrico si è recata di persona al porto il 18 marzo. 

L’ispezione ha confermato la presenza nei container di acciaio dual-use (doppio uso civile e militare) e la mancanza della dovuta richiesta di autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) che è stata oggetto dell’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Stefania Ascari, sempre del M5S. Stessa sorte è toccata il 26 marzo ad altri 11 container, parte della stessa spedizione internazionale, giunti nel porto di Cagliari con la nave MSC Vega dopo che a questa era stato negato il permesso di trasbordare in Pireo, Grecia. La richiesta di ispezione avanzata da BDS insieme ai movimenti attivi sul territorio e supportata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, ha portato anche in questo caso al blocco dei container.

I container sono ora fermi in attesa della richiesta di autorizzazione UAMA. Questo primo importante risultato è stato possibile grazie alla pressione di BDS di concerto con le realtà solidali con la Palestina attivatesi immediatamente sul territorio, tra cui i lavoratori portuali, i comitati locali e le delegazioni territoriali di alcuni partiti e sindacati – che hanno permesso anche di bloccare nuovamente il carico del materiale bellico, alla fine del maggio scorso.

Dalla risposta del sottosegretario ai Trasporti Tullio Ferrante di Forza Italia a un’interrogazione parlamentare del deputato Antonino Iaria (M5S) presentata il primo aprile, emerge che i container sono in custodia in area portuale, in ammissione temporanea, in attesa delle determinazioni dell’UAMA. Ma secondo il governo «l’effettiva natura di tali beni e il loro utilizzatore finale potranno essere determinati soltanto quando il responsabile legale dell’operazione di transito presenterà una specifica istanza all’UAMA». 

BDS Italia e i legali di ELSC (European Legal Support Centre) hanno però fornito la prova che la destinazione finale di questi carichi è proprio l’industria bellica israeliana, in violazione della legge 185/90, che vieta anche il transito di materiale d’armamento verso Paesi in conflitto responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Come spiegato in un comunicato pubblicato il 2 aprile: «Abbiamo inoltrato all’Ufficio doganale e all’UAMA la prova documentale della destinazione finale del carico. Non c’è più bisogno di “determinare la natura di tali beni”: sappiamo dove erano diretti. La legge 185/90 è stata violata. Ora è necessario il sequestro». 

La destinazione finale, riportata sui documenti di carico ottenuti, è proprio la IMI Systems, principale produttrice di munizioni israeliana di proprietà della Elbit Systems, colosso bellico di Tel Aviv, che non tratta produzioni per uso civile. L’avvocato Luca Saltalamacchia del GAP (Giuristi e Avvocati per la Palestina) ribadisce: «Una volta chiarita la vera destinazione finale, è evidente che la tipologia di acciaio rientri nel materiale di armamento ai sensi della legge 185/90». Non solo. Il movimento denuncia anche le «contraddizioni del governo»: la nave MSC Vega ha ottenuto l’autorizzazione a salpare da Cagliari il 27 marzo, nonostante la richiesta di sequestro e con le indagini ancora in corso. Inoltre, nella risposta parlamentare si ipotizza che il vettore «possa decidere di sospendere le operazioni e di rimandare le merci al Paese di origine». Secondo gli attivisti: «Permettere alla merce di lasciare il porto nonostante la flagrante violazione della legge sarebbe una beffa». 

È essenziale che vengano adottate misure in conformità alla legge 185/90 e al diritto internazionale. Gli Stati che facilitano il trasferimento di armi verso Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, del Trattato sul commercio delle armi, e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. L’Italia in quanto firmataria di questi strumenti ha l’obbligo di prevenire il trasferimento di materiali che possano contribuire alla commissione di gravi violazioni del diritto internazionale. 

Per BDS Italia, il blocco dei 19 container è «un risultato storico della mobilitazione popolare» che ha costretto l’UAMA a intervenire dopo anni di transiti simili avvenuti in silenzio. Ma la battaglia non è finita. «Cagliari e Gioia Tauro, come Genova, Ravenna, Salerno, Venezia, Livorno – conclude il movimento – i nostri porti non siano porti di guerra. Nessun porto per il genocidio». 

Le richieste della campagna Block the Boat sono chiare: 

  • Sequestro immediato dei 19 container fermati a Gioia Tauro e Cagliari. 
  • Controlli sistematici e trasparenza sulle autorizzazioni rilasciate su tutti i carichi diretti a Israele. 
  • Sanzioni per le compagnie coinvolte in quanto complici del genocidio in corso. 
  • Embargo militare verso Israele: blocco definitivo di tutte le spedizioni verso Israele in applicazione della legge.

    Italia: 6.539 detenuti hanno vinto il ricorso per trattamenti inumani in carcere

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    Soltanto nel 2025, 6.539 persone hanno vissuto una detenzione incompatibile con la dignità umana. A denunciarlo è l’associazione Antigone, che ha raccolto e pubblicato le informazioni provenienti dai Tribunali di Sorveglianza. Nel mirino dell’associazione, che ha collocato le carceri italiane al di fuori del perimetro della «legalità costituzionale», è finito il sovraffollamento penitenziario, terreno fertile per la violazione dei diritti umani. La maggior parte dei ricorsi accolti dai Tribunali di Sorveglianza riguarda infatti il mancato rispetto, in cella, dello spazio minimo di 3 metri quadrati a persona. I casi riconosciuti sono aumentati in modo costante negli ultimi anni, passando dai 3.115 del 2018 ai 6.539 dell’anno scorso. Per il 2026 non si registrano cambi di rotta nella gestione penitenziaria: a fine aprile, nelle carceri italiane, erano presenti oltre 64mila persone, 13mila in più rispetto ai posti effettivamente disponibili.

    Era il 2013 quando la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), con la sentenza Torreggiani, condannò l’Italia per le condizioni inumane delle sue carceri. I giudici europei accertarono che il sistema penitenziario italiano violasse l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». La norma fa eco all’articolo 27 della Costituzione italiana: «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», ossia al suo reinserimento sociale.

    La sentenza pilota della CEDU puntava a ricomporre il danno per circa 4mila ricorsi presentati contro il trattamento degradante subito durante la detenzione. Si aprì così una stagione di riforme che, a dispetto della retorica utilizzata, non è stata capace di raggiungere il suo obiettivo. «Oggi i numeri sono peggiori: nel 2025 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto 6.539 istanze da parte di persone detenute, riconoscendo loro condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo», sottolinea Antigone. La maggior parte dei ricorrenti ha vissuto la detenzione in uno spazio inferiore alla superficie minima pro capite, fissata dalla giurisprudenza a 3 metri quadrati per detenuto. Per ricomporre il danno di questa e di altre violazioni, i Tribunali di Sorveglianza hanno dispensato risarcimenti economici e sconti di pena.

    Tra il 2018 e il 2025 sono stati quasi 37mila i detenuti che si sono visti accertata la violazione del diritto a un trattamento dignitoso. «Si tratta di numeri drammatici che aumentano all’aumentare del sovraffollamento. A fine aprile 2026 il sistema penitenziario italiano è tornato a contare oltre 64mila persone detenute, con una crescita costante che ha portato il paese a superare un limite che non era stato più raggiunto proprio dagli anni che costarono all’Italia la condanna della Corte europea», aggiunge Antigone. In 73 istituti penitenziari il tasso di sovraffollamento ha raggiunto la soglia del 150%, che in 8 casi supera il 200%. Contando tutte le strutture, si registra un tasso medio pari al 139,1% della capacità detentiva. Nel puntare il dito contro l’attuale sistema penitenziario — segnato da sovraffollamento, carenza di servizi, suicidi e recidiva — Antigone lancia una petizione e chiede una nuova stagione di riforme che metta al centro la dignità dell’individuo.

    Germania: in migliaia in piazza contro le nuove centrali a gas

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    Una grande mobilitazione per il clima ha portato migliaia di manifestanti a chiedere un cambio di rotta nella politica energetica tedesca. Ad Hamm, 5mila persone hanno partecipato a una protesta organizzata da Greenpeace, Campact, Fridays for Future e Bund. Gli organizzatori contestano i piani della ministra dell’Economia Katherina Reiche per la costruzione su larga scala di nuove centrali a gas. Secondo Greenpeace e le altre associazioni, tali investimenti rallenterebbero la transizione energetica e favorirebbero nuove infrastrutture fossili invece dello sviluppo delle energie rinnovabili.