Ieri, Pakistan e Afghanistan hanno riaperto il valico di Torkham, dopo che gli scontri tra le reciproche forze di sicurezza ne avevano causato la chiusura. Secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Reuters da un funzionario del governo pakistano, il valico di frontiera di Torkham, la principale arteria per i viaggi e il commercio tra il Pakistan e l’Afghanistan, sarà inizialmente aperto al commercio. Il valico era stato chiuso il 21 febbraio a causa di scontri tra le forze di sicurezza, scoppiati dopo la costruzione di un nuovo avamposto di confine da parte del Pakistan.
Congo, l’M23 riprende l’avanzata
I ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda, si sono spinti più in profondità nel territorio congolese. L’improvvisa avanzata arriva il giorno dopo che i presidenti del Congo e del Ruanda hanno firmato un cessate il fuoco «immediato e incondizionato», in un incontro a cui avrebbe dovuto partecipare anche lo stesso M23. Secondo quanto riportato da fonti locali all’agenzia di stampa Reuters, l’M23 sarebbe entrato nella periferia della città di Walikale, che si trova in un’area ricca di minerali. Walikale si trova a circa 125 km da Goma, la città più grande del Congo orientale, conquistata dai ribelli a gennaio, e a 400 km da Kisangani, la quarta città più grande del Congo.
Gaza: il genocidio ricomincia con un massacro, l’Occidente non dice nulla
«Israele combatterà e vincerà. Riporteremo a casa la nostra gente e distruggeremo Hamas. Non ci arrenderemo finché non raggiungeremo tutti questi obiettivi vitali». Così Benjamin Netanyahu chiude il suo messaggio alla nazione, rilasciato ieri sera dopo un’intensa giornata di bombardamenti sulla Striscia di Gaza che hanno ucciso oltre 400 persone. Tra ieri e oggi, l’esercito israeliano ha colpito tutti i governatorati della Striscia, e l’intenzione sembra quella di non fermarsi. Netanyahu ha infatti detto che l’attacco di ieri costituisce «solo un inizio» e che da ora in avanti tutti i negoziati per una tregua andranno avanti «sotto il fuoco», rilanciando la mobilitazione terrestre. Nel frattempo, l’impunità verso i crimini israeliani continua a regnare sovrana: gli Stati Uniti offrono il loro più incrollabile appoggio a Israele, mentre ONU e Unione Europea rilasciano le loro rituali condanne a Tel Aviv, come al solito, senza muovere realmente un dito.
I bombardamenti israeliani sono stati lanciati nella notte tra martedì e mercoledì 18 marzo, e sono andati avanti tutto il giorno. Nel corso di ieri e oggi sono stati attaccati tutti i governatorati: oggi, nella notte, a Rafah, nel sud della Striscia, sono state uccise almeno due persone che si trovavano presso una tenda per sfollati; nelle stesse ore, a Khan Younis analoghi attacchi hanno ucciso almeno quattro persone; a Deir al-Balah, nel centro, è stato ucciso un operatore umanitario, e altri cinque sono rimasti feriti in seguito a un attacco presso il quartier generale dell’ONU. Ucciso anche un civile presso il campo di Nuseirat, e pieno l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa, uno dei maggiori della Striscia. Secondo i giornalisti dell’emittente Al Jazeera presenti sul campo, alcuni dei residenti starebbero preferendo non lasciare le proprie case perché non hanno «posto dove andare» né «più niente da perdere». Gaza City è stata colpita in diverse aree e quartieri, così come il governatorato di Nord Gaza, che in questo momento si trova sotto colpi di artiglieria; Israele si sta inoltre muovendo per prendere il controllo del corridoio di Netzarim, che divide il governatorato settentrionale dal resto della Striscia. In generale, dalla mattina di oggi, Israele ha ucciso 29 persone; da ieri, invece, si contano 436 morti, di cui 183 bambini. La situazione umanitaria, inoltre, resta emergenziale, con la fornitura di aiuti bloccata da settimane e le reti elettrica e idrica interrotte da giorni. A ora, circa l’85% delle strutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza risultano contaminate o danneggiate.
L’annuncio della ripresa dei combattimenti è stato accolto con gioia dall’estrema destra israeliana di Ben Gvir, che ha deciso di rientrare nella coalizione di governo. Netanyahu, oggetto di pressioni politiche sin dalla firma degli accordi di gennaio, ha accolto a braccia aperte l’ex alleato di governo, e oggi il suo ufficio ha annunciato ufficialmente il suo rientro (e quello di altri esponenti di estrema destra) nell’esecutivo. Hamas, intanto, ha condannato le azioni israeliane e chiesto il supporto di tutte le «persone libere» del mondo, lanciando un appello alla mobilitazione globale. Il movimento palestinese, comunque, ha tenuto aperta la porta per proseguire con i negoziati, pur sottolineando che, almeno in teoria, degli accordi erano già stati raggiunti. Gli alleati e i Paesi vicini alla Palestina, oltre a supportare l’organizzazione e condannare le azioni israeliane, hanno risposto attivamente: gli Houthi, recentemente attaccati dagli Stati Uniti, hanno rilanciato le loro attività contro Israele, e l’Egitto ha annunciato che si mobiliterà per presentare il prima possibile un piano per la pace.
Dal resto del mondo, sono arrivate nella migliore delle ipotesi solo parole. Gli USA hanno rimarcato il loro supporto a Israele, sottolineando di essere stati consultati prima degli attacchi di ieri. L’Unione Europea, per voce dell’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, ha condannato gli attacchi israeliani in una fumosa dichiarazione che chiede ad Hamas di rilasciare gli ostaggi immediatamente, strizzando l’occhio alla interpretazione di Netanyahu per cui la rottura degli accordi sarebbe stata causata dall’organizzazione palestinese. Nel corso di questi due mesi di cessate il fuoco, Israele non ha mai cessato gli attacchi, e ha ritardato i colloqui per l’implementazione della seconda fase, che prevedeva di continuare gli scambi di ostaggi e prigionieri sullo sfondo di una cessazione permanente delle ostilità e del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Al suo posto, fiancheggiata dagli USA, ha proposto un semplice prolungamento della tregua temporanea.
[di Dario Lucisano]
Bangladesh, arrestato il capo di un movimento ribelle Rohingya
Le autorità del Bangladesh hanno arrestato il leader del gruppo ribelle Rohingya dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), Ataullah Abu Ammar Jununi. Ataullah è stato arrestato assieme ad altre dieci persone con l’accusa di omicidio, ingresso illegale, sabotaggio e attività militanti. L’arresto è avvenuto ieri, martedì 18 marzo durante un raid nella città di Narayanganj, ed è stato annunciato oggi. L’ARSA è un gruppo musulmano di etnia Rohingya che denuncia di essere perseguitato dalla maggioranza buddista della Birmania. Gli scontri con le forze birmane hanno portato a una repressione militare nel Paese, costringendo centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire in Bangladesh.
Cos’è il piano dell’UE che vuole “mobilitare” 10 mila miliardi di risparmi dei cittadini?
Mobilitare i risparmi delle famiglie per sostenere il riarmo europeo: è una delle proposte lanciate dalla Commissione europea e contenuta nel Libro Bianco per il Futuro della Difesa Europa, il documento volto a organizzare il settore degli investimenti militari e della Difesa a livello comunitario. In particolare, i vertici di Bruxelles intendono creare una Unione dei risparmi e degli investimenti per mettere in circolo i 10 mila miliardi di risparmi presenti nei conti correnti, trasformandoli in capitali di rischio e in investimenti con l’obiettivo di sostenere la competitività dell’industria europea e il riarmo: “l‘Unione dei risparmi e degli investimenti aiuterà a convogliare l’investimento privato aggiuntivo nel settore della difesa. Essa potrebbe, da sola, attrarre centinaia di miliardi aggiuntivi all’anno nell’economia europea, rafforzando la sua competitività”, si legge nel Libro Bianco. La misura prevede, per la sua realizzazione, di eliminare le barriere finanziarie tra gli Stati membri e la possibile creazione di un “conto di risparmio e investimento” per incentivare e agevolare la partecipazione dei piccoli risparmiatori al mercato dei capitali. Inoltre, sono previste nuove regole di “due diligence” nel settore finanziario e dei provvedimenti per potenziare «l’alfabetizzazione finanziaria» tra i cittadini. Il piano sui risparmi sarà discusso oggi dalla Commissione, anche sulla scia delle considerazioni e delle proposte di Mario Draghi, e ai governi nazionali verrà presentata la proposta di comunicazione sull’Unione dei risparmi e gli investimenti.
I conti di risparmio e investimento – che potrebbero essere i principali mezzi per attivare le risorse economiche private – dovrebbero essere strumenti finanziari che combinano le caratteristiche dei conti di risparmio tradizionali con opportunità di investimento, permettendo così di accumulare capitale nel tempo e ottenere rendimenti superiori rispetto ai conti deposito o ai conti correnti standard. Per invogliare i cittadini a investire le loro risorse, infatti, sarebbe previsto l’aumento dei rendimenti sui risparmi e l’ampliamento delle opportunità di finanziamento per le imprese. Secondo quanto riferito dal Sole 24 Ore, in alcuni Paesi questo strumento è già utilizzato e ha dato buoni risultati, grazie a piattaforme digitali semplici da usare, regole fiscali semplificate e rendimenti preferenziali. Non a caso, la Commissione ha in programma di presentare, entro giugno, «proposte di revisione della due diligence, della trasparenza e dei requisiti prudenziali per banche e assicuratori» con «un’ulteriore semplificazione» delle regole, una sorta di “deregolamentazione finanziaria” che dovrebbe promuovere la capacità di convogliare gli investimenti nel settore bellico. L’adozione di un provvedimento sui conti di risparmio è prevista entro settembre e potrebbe essere un provvedimento legislativo o meno a seconda della posizione di Consiglio e Parlamento.
Fondamentale, però, per mobilitare i risparmi a favore della Difesa e della competitività europea, è l’abolizione delle barriere finanziarie tra gli Stati membri. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, «le barriere tra gli Stati membri sui servizi finanziari nel mercato interno equivalgono a dazi del 100%». Di conseguenza, la «necessità di rimuovere gli ostacoli alle attività transfrontaliere, di semplificare e rendere proporzionale la regolamentazione, e di una maggiore attenzione all’educazione finanziaria» sarebbero obiettivi condivisi da Stati membri, industria finanziaria e società civile, con cui la Commissione UE si è confrontata negli scorsi mesi. Sempre secondo Il Sole 24 ore, il piano della Commissione riguarda «l’intero sistema finanziario dell’Unione» e richiede «molto coraggio» da parte delle capitali europee, in quanto comporta una inevitabile cessione di sovranità. Quest’ultima riguarda sia il piano finanziario che quello militare. Del resto, lo stesso Mario Draghi, parlando ieri in audizione al Senato sul futuro della competitività europea ha detto, in relazione all’integrazione degli eserciti europei, che «occorre definire una catena di comando di livello superiore […] in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali».
A completare il quadro di cessione delle sovranità nazionali subentra poi la realizzazione di un sistema bancario integrato e l’Unione bancaria, fondamentali per rimuovere le barriere transfrontaliere e per il successo dell’Unione dei risparmi e degli investimenti. Il riarmo e il rilancio della competitività europea si configurano, dunque, come gli elementi cardine per raggiungere quegli obiettivi che l’Unione non ha raggiunto fino ad ora, vale a dire accentrare sempre di più il potere decisionale a livello comunitario e attingere al risparmio privato dei cittadini. Il tutto anche per risollevarsi da una crisi economico-industriale che sta pesando sulle industrie e il tessuto sociale, tanto che sta circolando l’ipotesi di una possibile riconversione del settore automobilistico verso la Difesa. Del resto, come disse il Senatore e ex primo ministro italiano Mario Monti, «non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi – e di gravi crisi – per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario». In questo caso, a pagare le conseguenze della crisi e il riarmo europeo potrebbero essere direttamente i cittadini con i loro risparmi.
[di Giorgia Audiello]
Serbia, confermate le dimissioni del premier
Con 146 voti a favore, il Parlamento serbo ha convalidato le dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević. Vučević aveva rassegnato le proprie dimissioni alla fine di gennaio a causa dell’ingente mobilitazione sollevatasi dopo il crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad lo scorso 1° novembre, in seguito alla quale sono morte 15 persone. Ora, il governo serbo diventerà ufficialmente un governo tecnico e il Paese avrà 30 giorni per eleggere un nuovo esecutivo. Se ciò non dovesse avvenire, si andrà a elezioni.
Trasporti, oggi sciopero treni in tutta Italia
Dalle 9 alle 17 oggi sarà in atto lo sciopero del personale delle Ferrovie, indetto dal sindacato autonomo Orsa, da Ugl e da Fast. Tra i punti della protesta, il mancato rinnovo del contratto, scaduto da un anno e mezzo. A causa della mobilitazione potrebbe verificarsi la cancellazione parziale o totale di Frecce, Intercity e Regionali, fa sapere Ferrovie dello Stato.








