domenica 22 Marzo 2026
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In Italia le morti sul lavoro sono ancora troppe

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Le ultime notizie risalgono a ieri: Moamen Khairy Selim Osman, gruista di 35 anni, ha perso la vita a Cremona dopo essere stato colpito alla testa da un piccolo escavatore. A Frosinone, un operaio di 44 anni è rimasto ferito gravemente mentre manovrara un carrello elevatore. Due giorni prima, Paolo Lambruschi, 59 anni, è precipitato all’interno di una cava di marmo, a Carrara, mentre era alla guida di un dumper, morendo sul colpo. La lista prosegue senza sosta. I dati sul 2025 sono ancora parziali ma, stando ai conteggi del sindacato USB, potrebbero essere già 300 le morti sul lavoro quest’anno. Quasi tre operai al giorno. Proprio ieri, alla vigilia del 1° maggio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato 650 milioni di euro in finanziamenti aggiuntivi per provvedimenti volti a «migliorare la sicurezza sui posti di lavoro». Le ipotesi? Generici «incentivi e disincentivi» per le aziende in base alla loro condotta e formazione di studenti e lavoratori, con copertura assicurativa per tutti. Misure emergenziali, che coprono un velo una problematica strutturale di lunghissima data nel nostro Paese. Eppure, una possibile soluzione concreta ci sarebbe: l’entrata in vigore di una legge che istituisca il reato di omicidio e lesioni gravi o gravissime sul lavoro, che porterebbe, secondo i promotori, a significative modifiche nell’atteggiamento dei responsabili della sicurezza. Attualmente, la proposta di legge giace in Senato da oltre un anno. Il governo non ha dato cenni di voler procedere ulteriormente in quella direzione.

La manovra annunciata da Meloni si profila, insomma, come un cerotto elargito con quel tempismo simbolico ormai di prassi (fu alla vigilia della festa della donna, lo scorso 7 marzo, che fu annunciato il decreto contro i femminicidi), che sembra puntare a smorzare le possibili critiche contro l’operato dell’esecutivo. Nello stesso comunicato di governo, infatti, non vengono menzionate nemmeno una volta misure radicali volte a responsabilizzare aziende e datori di lavoro. Le aziende avranno sì degli «incentivi» o «disincentivi» in base alla «condotta in materia di sicurezza», ma ad essere davvero centrale, per l’esecutivo, è la «cultura della prevenzione». Da parte dei lavoratori, sia chiaro. Così, vengono annunciate iniziative per la formazione già a partire dalle scuole, non solo «rafforzando la conoscenza di questi temi, di queste materie tra i giovani», ma anche «rendendo strutturale l’assicurazione INAIL per studenti e docenti». Una sorta di misura-beffa, quest’ultima, introdotta nel 2023 dopo la morte di Giuliano De Seta, 18 anni, durante il percorso di alternanza scuola-lavoro in fabbrica. Sin dal momento della sua introduzione è stata fortemente contestata dagli studenti, che all’eventuale risarcimento post-mortem avrebbero preferito l’abolizione dell’alternanza scuola lavoro (tema centrale delle infuocate proteste studentesche del 2022).

Proprio in queste ore, invece, il ministero dell’Istruzione ha deciso di tirare dritto sul tema, proponendo addirittura l’abbassamento dell’età in cui è possibile accedere all’alternanza scuola-lavoro a 15 anni. Negli istituti tecnici, «nel primo biennio, oltre alle attività orientative collegate al mondo del lavoro e delle professioni, è possibile realizzare, a partire dalla seconda classe, i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento». PCTO, una denominazione generica che indica un tema ben preciso: lo sfruttamento della manodopera giovanile a costo zero, proprio perchè parte di un «percorso formativo». Obbligatorio, peraltro.

Per sottolineare l’urgenza di affrontare la questione della sicurezza sul lavoro, CGIL, CISL e UIL hanno deciso di farne il tema centrale di questo 1° maggio 2025. E rispondono al comunicato di Meloni sottolineando che «esperienza e giurisprudenza dimostrano che la sicurezza, o l’insicurezza, è il risultato della influenza reciproca di un esteso numero di fattori, dei quali il comportamento dei lavoratori non è neanche il più rilevante». I sindacati di base chiedono una «svolta radicale» nella gestione della sicurezza sul lavoro, che sia accompagnata da un salario degno. Secondo gli ultimi dati Eurostat, infatti, i lavoratori (anche a tempo pieno) con uno stipendio inferiore del 60% alla media nazionale sono in aumento, rappresentando il 9% del totale, mentre oltre il 10% degli occupati, tanto full-time quanto part-time, è a rischio povertà. Nel frattempo, l’INAIL riferisce che, tra i propri assicurati, sono stati 1077 i decessi dei lavoratori nel 2024 (in aumento del 4,7% rispetto ai 1029 del 2023),13 quelli degli studenti (rispetto ai 12 del 2023). Dati che, sottolinea l’Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro di Bologna, non tengono conto di una lunga serie di casistiche, tra le quali i lavoratori in nero o i morti in itinere (mentre si recano o rientrano da lavoro). Il totale, secondo l’Osservatorio, sarebbe di almeno 1481. Sono dati che urlano forte, più di qualsiasi proclama politico. E che richiedono azioni e risposte urgenti.

Torino, rivolta nel CPR Brunelleschi: 1 ferito

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Ieri sera, attorno alle 23, è scoppiata una rivolta nel Centro di permanenza per i rimpatri di Corso Brunelleschi, a Torino. Attorno a quell’ora si è sollevata dal centro una colonna di fumo e fiamme, e sul posto sono giunte camionette della polizia, vigili urbani, vigili del fuoco e tre ambulanze. Vigili del fuoco e ambulanze sono entrati nella struttura e almeno un ragazzo ha riportato delle ferite, venendo poi portato via dalle forze dell’ordine. Ancora poco chiare le cause e dinamiche della vicenda. Secondo fonti interne apparse sui media locali, all’origine della rivolta vi sarebbe un tentato suicidio, ma la notizia non sembra al momento essere stata confermata.

È stata depositata una proposta di legge per inserire il diritto ad abitare in Costituzione

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Il comitato Ma Quale Casa? ha presentato in Cassazione una proposta di legge per inserire il diritto ad abitare nella Costituzione. La proposta modificherebbe tre articoli della Carta fondamentale, introducendo tra gli obblighi della Repubblica il dovere di garantire l'accesso all'abitazione e quello di tutelare l'accesso al “godimento” della casa (ossia anche a forme quali l'affitto), oltre a rafforzare il potere dello Stato in materia di politiche abitative generali. La proposta ha ora tempo fino a settembre per raggiungere le 50.000 firme necessarie a essere sottoposta al Parlamento. Se dov...

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Dazi: i BRICS si riuniscono per cercare alternative alle politiche di Trump

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Sostegno alla sicurezza universale, promozione attiva della pace e del dialogo, rafforzamento delle basi dello sviluppo e rafforzamento della cooperazione pratica: sono questi i quattro pilastri di discussione dell’incontro dei Paesi BRICS che si è svolto negli scorsi giorni a Rio de Janeiro, in Brasile, tra i ministri degli Esteri dei Paesi membri. In particolare, è stata sottolineata l’importanza di trovare una risposta comune alla politica aggressiva dei dazi di Trump, sottolineando l’importanza di svolgere negoziati multilaterali come asse principale di azione nel commercio. L’unica vera divergenza, la quale non ha permesso la produzione del documento congiunto, è stata quella sulla possibile riforma delle Nazioni Uniti e del suo Consiglio di Sicurezza, in cui, secondo quanto emerso dai media, India, Brasile e Sudafrica vorrebbero un posto permanente.

Nella dichiarazione finale del Presidente di turno, Mauro Vieira, Ministro degli Affari Esteri brasiliano, è stata espressa «grave preoccupazione per la prospettiva di un’economia globale frammentata e per l’indebolimento del multilateralismo». Lo stesso Vieira, nel riassumere le posizioni dei ministri BRICS durante il vertice, in un chiaro riferimento alle mosse di Trump e la sua guerra dei dazi scatenata contro il resto del mondo, ha poi denunciato l’unilateralismo: «I ministri hanno espresso serie preoccupazioni per l’aumento di misure protezionistiche unilaterali ingiustificate incompatibili con le regole dell’OMC, tra cui l’aumento indiscriminato delle tariffe reciproche e delle misure non tariffarie». Come riportato dal China Daily, prima della dichiarazione finale da parte del Ministro brasiliano, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, aveva fatto una simile dichiarazione, condannando le azioni statunitensi e invitando il blocco ad aumentare la cooperazione mondiale per un reciproco vantaggio economico, specie per i Paesi del così detto Sud globale. «Se si sceglie di rimanere in silenzio e scendere a compromessi, si incoraggerà solo i bulli a spingere ulteriormente», ha avvertito Wang.

Come riportato da varie testate, tra cui MercoPress, tutti i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS hanno poi affermato la loro opposizione all’utilizzo di doppi standard mentre sostengono la risoluzione pacifica dei conflitti. Per quanto concerne il massacro condotto contro i palestinesi, i ministri hanno chiesto il sostegno internazionale all’Autorità palestinese col fine di promuovere l’indipendenza e la sovranità della Palestina  nella soluzione a due Stati. Inoltre hanno sottolineato la loro opposizione allo sfollamento forzato dei palestinesi e condannato l’espansione degli insediamenti nella Cisgiordania occupata, riaffermando che tali azioni violano il diritto internazionale. Per quanto concerne il conflitto in Ucraina è stata auspicata una risoluzione diplomatica con il proseguo dei negoziati attualmente in corso.

In merito alla tanto discussa possibilità di una moneta comune ai BRICS, in una intervista rilasciata al quotidiano brasiliano o Globo, il giorno precedente al vertice, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ha spiegato che il processo di creazione della moneta comune è al momento prematuro e che avverrà quando i tempi lo permetteranno. Lavrov ha anche spiegato che, nel frattempo, è inevitabile che i Paesi del blocco, così come i Paesi in via di sviluppo, diminuiscano sempre di più la quantità di valuta occidentale nei loro scambi commerciali, in favore delle proprie monete.

Sono scoppiati dei vasti incendi a Gerusalemme

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Nella mattinata di oggi, mercoledì 30 aprile, sono scoppiati incendi boschivi sulle alture vicine a Gerusalemme. Le fiamme, inizialmente limitate, sono aumentate sempre di più con il passare delle ore. Verso le 18 le autorità hanno lanciato un appello di aiuto internazionale, mentre i pompieri hanno dichiarato l’emergenza di alto livello. I media segnalano 15 feriti, ma non sembra esservene notizia sulle fonti ufficiali. La portata effettiva dell’incendio risulta ancora poco chiara, così come le cause. Molti giornali stanno riportando che gli incendi sarebbero dolosi e che sarebbero scoppiati dopo che gruppi palestinesi avrebbero lanciato un appello a bruciare le colline attorno a Gerusalemme, ma la notizia non sembra ancora verificata.

USA, approvata vendita di armi per 1,33 miliardi alla Polonia

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Gli Stati Uniti hanno annunciato l’approvazione di una vendita di armi dal valore di 1,33 miliardi di dollari alla Polonia. Nello specifico, il pacchetto prevede la vendita di 400 missili aria-aria a medio raggio con la relativa apparecchiatura di supporto. Esso è pensato per «migliorare la capacità della Polonia di affrontare le minacce attuali e future» e per rafforzare «il contributo polacco ai requisiti della NATO». La vendita arriva sullo sfondo di un generale aumento delle spese militari da parte della Polonia, che ha annunciato che l’anno prossimo prevede di raggiungere la soglia di spesa destinata alla difesa del 5% del PIL.

A 50 anni dalla guerra, il Vietnam paga ancora le conseguenze delle armi chimiche USA

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Si è celebrato ieri in Vietnam il cinquantesimo anniversario della fine della guerra del Vietnam, una delle guerre più lunghe e cruente del Novecento, in cui persero la vita circa tre milioni di vietnamiti e 60.000 soldati americani e i cui effetti si ripercuotono ancora oggi, a causa dell’utilizzo di armi chimiche. Combattuto tra il Vietnam del Nord, guidato dal regime comunista, e il Vietnam del Sud, Stato filoccidentale sostenuto prima dai francesi e poi dagli USA, il conflitto – durato dal 1955 al 1975 – è finito con la sconfitta delle forze filoccidentali guidate dagli americani e portò alla riunificazione del Paese il 30 aprile del 1975, in quella che il capo comunista dello Stato del sud-est asiatico, To Lam, ha definito ieri una «vittoria della fede» e della «giustizia sulla tirannia». Tuttavia, a ben cinquant’anni di distanza dalla fine della guerra, i vietnamiti pagano ancora le conseguenze del coinvolgimento statunitense nel conflitto, sia a causa delle migliaia di ordigni inesplosi, sia per via della contaminazione ambientale provocata dalle armi chimiche sganciate dall’esercito americano su quasi tutto il Paese. Secondo le stime del governo vietnamita, gli ordigni inesplosi hanno ucciso circa 40.000 persone dal 1975, mentre quasi cinque milioni di persone sono state esposte a composti tossici e decine di migliaia sono state uccise.

Oggi l’anniversario commemora la riunificazione del Paese, avvenuta il 30 aprile del 1975, quando il Vietnam del Nord conquistò Saigon, l’allora capitale del Vietnam del Sud, in seguito ribattezzata Ho Chi Minh City, dal nome del fondatore del movimento Viet Minh, movimento di resistenza al colonialismo francese in Indocina nato nel 1941. In onore dello storico evento, si è tenuta una grande parata a Ho Chi Minh City: «il Vietnam è uno, il popolo vietnamita è uno. I fiumi possono prosciugarsi, le montagne possono erodersi, ma questa verità non cambierà mai», ha dichiarato il segretario del Partito Comunista e capo del Paese. Contro ogni previsione, il Vietnam del Nord riuscì a resistere alla potenza di fuoco dispiegata dall’esercito americano: per impedire la riunificazione del Paese da parte dei comunisti del Nord, infatti, Washington impiegò un’enorme quantità di forze terrestri, aeree e navali, ma i Viet Cong, sostenuti dalla popolazione del Sud e dal supporto sovietico e cinese, alla fine ebbero la meglio. Una vittoria e una riunificazione ottenute però a un prezzo altissimo in termini di violenza e di sangue, le cui conseguenze vengono scontate ancora oggi dalla popolazione vietnamita. Nonostante dal 1925 il Protocollo di Ginevra vieti l’utilizzo di armi chimiche, infatti, gli Stati Uniti utilizzarono nel Paese del sud est asiatico due tipi di queste armi: le bombe al napalm e l’agente arancio.

Foto storica che ritrae bambini vietnamiti mentre scappano da un bombardamento al Napalm. Al centro, Kim Phuc, all’epoca bambina di nove anni, che scappa dal luogo dell’esplosione completamente nuda, dopo essersi tolta i vestiti infuocati.

Le armi chimiche sono prodotti chimico-tossici che, vaporizzati su persone, ambiente e animali, sono in grado di causare la morte, una temporanea incapacità fisica o danni permanenti. Sono oggi considerate armi di distruzione di massa e sono bandite dal diritto internazionale in virtù della Convenzione sulle armi chimiche. Secondo fonti ufficiali americane, tra il 1961 e il 1971, gli Stati Uniti sganciarono sul Vietnam più di 70 milioni di litri di agente arancio, nell’ambito di un progetto militare chiamato Operazione Ranch Hand. Questo tipo di sostanza è tra le più pericolose tra quelle che vengono impiegate nelle armi chimiche, in quanto non solo causa danni immediati, ma ha effetti anche sulle generazioni successive. Resta, infatti, nell’ambiente per molto tempo, infiltrandosi in fiumi, stagni e continuando a impattare sull’ecosistema anche per un secolo: contaminando la produzione agricola e gli animali entra nel cibo e crea danni all’organismo umano. Non a caso, l’agente arancio, che deriva il suo nome dal colore dei barili in cui era contenuto, è stato associato all’alta incidenza di aborti spontanei, cancro, problemi cognitivi e dello sviluppo anche fino alla quarta generazione successiva a quella effettivamente esposta. Durante la guerra era stato impiegato per distruggere le piantagioni nemiche e la vegetazione dove si nascondevano i Viet Cong. Similmente, il napalm era usato per dare fuoco alle foreste dove si nascondevano i guerriglieri del Vietnam del Nord: ciò che lo rende particolarmente letale è la sua consistenza di gel appiccicoso che aderisce bene all’obiettivo su cui è sganciato raggiungendo temperature molto elevate.

Sebbene dopo la guerra gli Stati Uniti finanziarono diverse operazioni di bonifica, vaste aree del Vietnam sono ancora contaminate. Gli USA che spesso accusano – per demonizzarli agli occhi dell’opinione pubblica occidentale – Stati rivali per l’utilizzo di armi chimiche, sono in realtà tra i primi ad avere fatto un uso massiccio e indiscriminato di queste armi. Nel contesto della guerra in Siria, ad esempio, Washington non ha esitato a accusare strumentalmente l’ex regime di Bashal al-Assad dell’utilizzo di armi chimiche, un utilizzo che non è mai stato comprovato. La potenza a stelle e strisce ha normalizzato i rapporti diplomatici con Hanoi nel 1995, approfondendo i legami nel 2023 con una visita nella capitale vietnamita dell’ex presidente Joe Biden. Il Paese del Sud-est asiatico ha però mantenuto stretti legami anche con la Russia, che è il suo principale fornitore d’armi, e con la Cina, che investe molto nella sua economia. Ma oltre all’aspetto economico-politico e diplomatico, uno dei più gravi problemi che il Vietnam si ritrova ancora oggi ad affrontare resta quello delle conseguenze sull’ambiente e sulla salute di migliaia di persone provocate dalle armi chimiche sganciate dagli Stati Uniti.

Dl Sicurezza, Regioni compatte contro il governo per tutelare la filiera della canapa

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La Commissione Agricoltura della Conferenza delle Regioni ha approvato all’unanimità, il 29 aprile, un ordine del giorno che chiede al governo di apportare pesanti modifiche (se non di eliminare del tutto) l’art. 18 del nuovo decreto Sicurezza, il quale mette fuori legge coltivazione, trasformazione e vendita di infiorescenze di canapa a basso tasso di THC. Si tratta di un settore, sottolinea la Commissione, che conta 3 mila aziende e 30 mila addetti. Le conseguenze dell’art. 18 potrebbero dunque avere un impatto devastante su tutta la filiera.

L’allarme era già stato lanciato da Canapa Sativa Italia, Confagricoltura, Coldiretti e Filiera Italia, i quali avevano dichiarato che il decreto avrebbe potuto paralizzare l’intero comparto, mettendo migliaia di aziende nell’incertezza proprio alla vigilia della stagione agricola. Tuttavia, il governo ha scelto di tirare dritto. Il paradosso, sottolinea Federico Caner, coordinatore della Commissione politiche agricole della Conferenza delle Regioni, è che la norma va a impattare e penalizzare solamente il made in Italy, in quanto i medesimi prodotti possono ugualmente essere importati dall’estero, secondo quanto previsto dalla normativa europea. E il danno è ingente, se si considera che, tra fatturato, indotto e asset immobilizzati, il patrimonio stimato si aggira intorno ai 2 miliardi di euro. Per questo motivo, prosegue Caner, «nelle prossime ore partirà dalla Commissione Politiche Agricole una lettera al ministro Lollobrigida» al fine di chiedere «di valutare la revisione dell’articolo 18 del testo di legge» e «permettere l’utilizzo delle infiorescenze di canapa contenenti cannabidiolo anche per usi diversi dal florovivaismo professionale».

Intanto, le associazioni di settore non si arrendono e annunciano ricorsi a livello nazionale ed europeo. Tuttavia, fino alla sospensione o all’annullamento del decreto, chiunque decidesse di proseguire l’attività compirebbe atti di disobbedienza civile, con rischi e conseguenze annessi. Sul fronte politico, +Europa ha annunciato un referendum abrogativo, chiedendo a tutte le forze di minoranza di unirsi nella raccolta firme per contrastare una norma giudicata tanto irragionevole quanto dannosa per l’economia, la libertà d’impresa e la coerenza giuridica. Per tutto il mese di maggio, inoltre, sono previste proteste dei negozianti, che culmineranno il 31 maggio in una grande manifestazione contro il decreto.

Repubblica Democratica del Congo: l’esercito viene evacuato da Goma

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Centinaia di soldati e agenti di polizia della Repubblica Democratica del Congo rifugiatisi nella base delle Nazioni Unite di Goma stanno venendo trasferiti a Kinshasa. A dare la notizia è il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha affermato che scorterà agenti e soldati, ora disarmati, verso la capitale. I soldati si erano rifugiati all’interno della struttura dopo la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 avvenuta lo scorso gennaio. Dopo mesi di scontri in cui l’M23 è riuscito a conquistare le maggiori città dell’area orientale del Paese, M23 e RDC hanno siglato una tregua temporanea.

Gaza: 60 giorni senza cibo né acqua, per l’ONU è “catastrofe umanitaria”

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Oggi, mercoledì 30 aprile, è scattato il sessantesimo giorno consecutivo di blocco totale dell’entrata degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, imposto da Israele. L’UNRWA continua a rimarcare la drammatica situazione alimentare in cui versa la Striscia, sottolineando che alcune famiglie mangiano «quello che riescono a trovare, anche quando non è più sicuro. Le scorte di base si esauriscono, i bisogni aumentano», i servizi hanno cessato di funzionare e, negli ultimi giorni, 52 personetra cui 50 bambinisono morte di fame. Intanto, la protezione civile ha annunciato di aver terminato il carburante per alimentare i propri veicoli, mentre negli ospedali mancano i materiali di consumo e i farmaci necessari a centinaia di migliaia di pazienti. Il tutto arriva sullo sfondo di un’intensificazione degli attacchi, che non risparmiano nemmeno il personale umanitario internazionale: dal 7 ottobre, sono stati uccisi almeno 295 operatori delle Nazioni Unite.

La situazione umanitaria a Gaza è più critica che mai. Per quanto riguarda l’emergenza alimentare, il Programma Alimentare Mondiale, dopo aver annunciato la chiusura di tutti i propri panifici, ha dichiarato di aver ormai terminato le scorte di cibo per le famiglie. Il 25 aprile, il PAM ha consegnato le ultime scorte alimentari rimanenti alle cucine della Striscia di Gaza, mentre la maggior parte degli altri magazzini nella Striscia sono già chiusi da tempo. Nel frattempo, il prezzo dei beni alimentari è aumentato a dismisura, con la farina che ha raggiunto i 72,60 dollari al chilo (contro i 6,70 dollari al chilo di ottobre 2023) e l’olio i 12,60 dollari al litro (prima di ottobre 2023 il prezzo era di 1,90 dollari al litro). Secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU, negli ultimi cinque giorni, 10 cucine comunitarie sono state costrette a chiudere o a diminuire il contenuto dei pasti erogati. Le cucine riescono a fornire un solo pasto caldo al giorno, che tuttavia non copre appieno il fabbisogno nutrizionale dei cittadini e riesce a raggiungere solo la metà delle persone in bisogno. Se le cucine comunitarie sono costrette a bruciare pallet di legno per compensare la mancanza di carburante, i cittadini che provano a cucinare per sé stanno facendo ricorso alla combustione dei rifiuti e dei resti di cibo deteriorati, aumentando il rischio di problemi sanitari.

Proprio la mancanza di carburante è uno dei tanti problemi che stanno vivendo gli ospedali, le strutture sanitarie e la protezione civile di Gaza. A essa si aggiunge quella di medicinali, apparecchiatura medica e pezzi di ricambio per ambulanze e generatori. In totale, si stima che oltre 150.000 persone abbiano bisogno di dispositivi di assistenza, che risultano completamente assenti nella Striscia. L’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’87% dei materiali medici di consumo necessari per gli interventi chirurgici ortopedici e il 99% dei medicinali utilizzati per la cateterizzazione cardiaca sono attualmente esauriti. Il vaccino a rotazione per i bambini è totalmente esaurito, la quarta dose di vaccino per la poliomielite, che sarebbe dovuta essere garantita ai bambini di Gaza proprio in questo mese, è stata sospesa, mentre «una grave carenza di attrezzature mediche continua a ostacolare il supporto all’assistenza materna e neonatale».

A tutti questi problemi si sommano quelli igienico-sanitari, idrici, educativi, logistici, delle infrastrutture elettriche, dei rifugi, delle telecomunicazioni, e gli innumerevoli maltrattamenti giornalieri. In occasione dell’apertura dei cinque giorni di udienze consultive relative agli obblighi di Israele nella Striscia, tenutasi il 28 aprile presso la Corte Internazionale di Giustizia, Elinor Hammarskjöld, consulente legale dell’ONU, ha sottolineato che dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi almeno 295 membri del personale umanitario delle Nazioni Unite. In totale, secondo l’ultimo bollettino dell’Ufficio umanitario, sono stati uccisi 418 operatori umanitari e 110 lavoratori della protezione civile. Diversi, invece, sono stati arrestati. Solo il personale UNRWA prelevato da Gaza e trattenuto nelle carceri conta oltre 50 operatori che hanno riferito al direttore dell’agenzia, Philippe Lazzarini, di aver subito «minacce» (a loro e alla loro famiglia), «umiliazioni» e «maltrattamenti», e di essere stati «picchiati», «usati come scudi umani», «sottoposti a privazione del sonno», «attaccati dai cani» e «costretti a confessare» cose di cui erano accusati».

Nel frattempo continuano anche i bombardamenti. Solo oggi, Israele ha ucciso 21 persone, di cui 8 in un bombardamento su un edificio effettuato presso il campo di Nuseirat. Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento risale a prima del cessate il fuoco del 19 gennaio), l’82% delle terre coltivabili (i dati più recenti sono di ottobre 2024), l’88,5% delle scuole (dato del 25 febbraio 2025) e, in generale, il 69% di tutte le strutture della Striscia (1 dicembre 2024). Il 59% del territorio della Striscia risulta sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, dall’escalation del 7 ottobre a oggi, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 52.365 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.