sabato 21 Marzo 2026
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La sfida dei BRICS per ridefinire l’ordine mondiale

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Con l’inizio del 2025, il blocco BRICS ha segnato un nuovo capitolo nella sua storia con un’ampia espansione che include nuovi Paesi partner e l’ingresso a pieno titolo dell’Indonesia. Questo evento segna un passo cruciale verso il consolidamento del gruppo come polo di potere economico e geopolitico, con l’obiettivo di sfidare l’egemonia statunitense e proporre un nuovo modello di governance globale. L’ingresso di Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Nigeria come partner e dell’Indonesia come membro a pieno titolo rafforza ulteriormente la portata e l’influenza del gruppo, che rappresenta ora il 36% del PIL globale, il 37% del commercio mondiale e il 40% della produzione petrolifera. Fondata nel 2006 da Brasile, Russia, India e Cina, e con l’aggiunta del Sudafrica nel 2011, l’alleanza BRICS ha ampliato costantemente la propria portata.

Con l’ingresso di nuovi membri come Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti nel 2024, il blocco ha consolidato il suo ruolo di rappresentante delle economie emergenti. L’introduzione dello status di partner, stabilito durante l’ultimo vertice a Kazan, in Russia, segna un ulteriore passo avanti verso l’obiettivo di creare una piattaforma di cooperazione economica e, in prospettiva, un soggetto politico capace di rappresentare gli interessi dei Paesi del Sud globale.

L’espansione del titolo di partner e i nuovi membri

In foto: il presidente della Nigeria Bola Tinubu durante un meeting con il presidente brasiliano Lula da Silva

Lo status di partner, concepito per rafforzare la cooperazione economica e politica, offre ai Paesi l’opportunità di collaborare con i BRICS su progetti specifici. Sebbene non conferisca potere decisionale o diritto di voto, esso rappresenta un primo passo verso una maggiore integrazione con l’alleanza. Tra i nuovi partner, spiccano Paesi come Cuba e Nigeria, che vedono nel blocco una via per diversificare e rafforzare le proprie economie. 

Cuba, ad esempio, sta cercando di superare le difficoltà economiche causate da diversi fattori, tra cui spiccano l’embargo decennale imposto dagli Stati Uniti, le difficoltà economiche del Venezuela (storico fornitore di petrolio a basso prezzo per l’Avana) e il crollo del turismo seguito alla pandemia da Covid-19. L’adesione come partner permetterà all’isola socialista di accedere a nuove opportunità di investimento da parte di Russia e Cina (membri chiave dei BRICS), che potrebbero essere cruciali per affrontare la crisi energetica e monetaria che ha colpito l’isola nel 2024. La Nigeria, invece, con oltre 200 milioni di abitanti e un’economia in crescita, si configura come un partner strategico per i BRICS in Africa. Essendo il Paese più popoloso del continente, la Nigeria offre non solo un vasto mercato interno, ma anche un punto d’accesso privilegiato verso altre nazioni africane. Il governo brasiliano, presidente di turno dei BRICS, ha sottolineato il ruolo cruciale della Nigeria nel rafforzare la cooperazione Sud-Sud e nel promuovere riforme nella governance globale per assicurare una maggiore rappresentatività ai Paesi in via di sviluppo. 

Tra i nuovi membri, l’Indonesia si distingue per essere diventata rapidamente un membro a pieno titolo del blocco BRICS. Con oltre 280 milioni di abitanti, il Paese è la più grande economia del Sudest asiatico e il quarto più popoloso al mondo. L’ingresso nei BRICS rappresenta per Giacarta una tappa fondamentale nella sua strategia di diversificazione economica e politica. La partecipazione del Paese apre la strada a una cooperazione più ampia su scala globale, includendo scambi tecnologici e iniziative per lo sviluppo sostenibile. Inoltre, l’Indonesia è il primo Paese del Sud-est asiatico a diventare membro a pieno titolo, evidenziando la volontà del blocco di espandersi in regioni strategiche. 

Dal punto di vista geopolitico, l’ingresso dell’Indonesia ha una rilevanza significativa. Come principale economia della regione, il Paese funge da catalizzatore per ulteriori collaborazioni con altre nazioni del Sud-est asiatico, rafforzando la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo all’interno delle istituzioni internazionali.

La visione della presidenza brasiliana

Con il passaggio della presidenza di turno al Brasile, l’agenda del blocco BRICS si concentra su tre obiettivi principali. Il primo è la creazione di sistemi finanziari alternativi, proseguendo sulla strada del superamento del dollaro statunitense come valuta di scambio globale. Vi è poi la promozione della governance globale del Sud del mondo tramite una riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in modo da renderlo più rappresentativo delle realtà globali attuali e garantire una voce maggiore ai Paesi in via di sviluppo nei processi decisionali internazionali. Infine, la nuova presidenza punta all’ampliamento della cooperazione economica e tecnologica, attraverso la promozione di iniziative per incoraggiare la cooperazione in settori chiave come la tecnologia, l’energia e l’agricoltura sostenibile, favorendo il trasferimento di conoscenze tra i membri e i partner del blocco.

L’espansione dei BRICS ha implicazioni significative per l’ordine economico e politico globale. Con l’aggiunta di nuovi partner, il blocco rappresenta ora la metà della popolazione mondiale e una parte considerevole dell’economia globale, potendo così sfidare direttamente l’egemonia delle istituzioni occidentali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La diversificazione geografica è un altro elemento chiave. L’ingresso di Paesi del Sud-est asiatico, dell’Africa e dell’America Latina riflette l’intento del blocco di consolidare una rete globale di alleanze che promuovano lo sviluppo economico sostenibile e l’indipendenza dalle strutture economiche dominate dall’Occidente.

L’espansione del blocco BRICS nel 2025 segna un momento cruciale nella ridefinizione degli equilibri economici e politici globali. Con l’aggiunta di nuovi partner e membri, il gruppo sta costruendo una piattaforma che non solo sfida l’egemonia occidentale, ma offre anche una visione alternativa per il futuro della governance globale. Grazie alla leadership della presidenza brasiliana e al contributo di economie emergenti come l’Indonesia e la Nigeria, i BRICS si posizionano come un attore centrale in un mondo sempre più multipolare. 

BRICS e Paesi del G7 a confronto

L’allargamento del blocco BRICS segna una sfida crescente all’alleanza occidentale rappresentata dai G7 (USA, Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Italia e Giappone) sul piano economico, politico e geostrategico. Sebbene il PIL nominale del G7 (46.000 miliardi di dollari) resti superiore a quello dei BRICS (30.000 miliardi con i nuovi membri), le economie del blocco emergente crescono rapidamente, trainate da Cina e India. In termini di parità di potere d’acquisto (PPA), i BRICS hanno già superato il G7.

In foto: Il presidente russo Vladimir Putin e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

I BRICS vantano un’enorme popolazione (3,6 miliardi, quasi la metà della popolazione mondiale), contro i 772 milioni del G7. Questo vantaggio demografico, insieme al controllo di risorse naturali strategiche (petrolio, gas, minerali rari) e rotte commerciali (Via del Mare Artico, Corridoio Nord-Sud, Belt and Road Initiative), conferisce al blocco un potenziale geostrategico unico. Con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran e Emirati Arabi Uniti, il gruppo domina i mercati energetici globali, rafforzando il controllo sul 40% della produzione petrolifera mondiale e gran parte delle riserve di gas. Tuttavia non mancano le sfide politiche da risolvere per rappresentare realmente una sfida geopolitica all’asse americano: se i Paesi occidentali si presentano come una “comunità di destino”, unita da valori politi ed economici comuni, i BRICS ospitano Paesi con sistemi e obiettivi differenti, talvolta in contrasto tra loro. Dalla capacità di mettere l’obiettivo di creare un nuovo ordine globale davanti alle differenze che vi sono tra i membri passerà il successo dell’alleanza.

Russia, crollano due ponti: 7 morti

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Due ponti collocati nelle regioni russe di Bryansk e Kursk, confinanti con l’Ucraina, sono collassati a distanza di poche ore mentre su entrambe transitavano dei treni, causando la morte di 7 persone e il ferimento di altre 69. Secondo il Comitato Investigativo russo, citato da Reuters, a far crollare i ponti sarebbero state due esplosioni. L’Ucraina non ha ancora commentato l’accaduto. I fatti si sono verificati alla vigilia dei colloqui di Instabul, dove dove domani inviati di Mosca e Kiev dovrebbero incontrarsi per discutere della possibilità di un cessate il fuoco.

Francia: due morti e 559 arresti nella notte dopo la finale di Champions

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Sono 559 le persone arrestate e 2 quelle che hanno perso la vita nel corso della notte in Francia, per il caos dei festeggiamenti esploso dopo la vittoria del Paris Saint-Germain nella finale di Champions League. A Parigi un negozio è stato svaligiato, varie auto sono state date alle fiamme e una stazione degli autobus è stata distrutta, mentre a Grenoble un’auto ha investito la folla che festeggiava in strada, ferendo 4 persone. A Dax, nel sudovest del Paese, un ragazzo è stato ucciso a coltellate nel corso di una rissa esplosa durante i festeggiamenti, mentre a Parigi un giovane è morto dopo essere stato investito mentre era alla guida della sua moto.

La Freedom Flotilla per rompere l’assedio di Gaza sta per salpare dalla Sicilia

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Era gremito il piccolo porto di San Giovanni Li Cuti, vecchio borgo marinaro nel cuore di Catania. Centinaia di persone ad affollare la banchina, accorse per accogliere la Freedom Flotilla, l’imbarcazione che salperà oggi – domenica 1 giugno – alla volta di Gaza con l’obiettivo di rompere il blocco israeliano e consegnare aiuti alla popolazione palestinese. I membri della flotta si alternano al microfono, vengono da tutto il mondo: Europa, Brasile, Stati Uniti, Paesi arabi. Tra loro anche l’ambientalista svedese Greta Thunberg e l’attore irlandese Liam Cunningham (il Ser Davos Seaworth della serie Il trono di spade). Parlano in inglese, mentre gli attivisti cittadini traducono alla folla, piena non solo di quei volti che ti aspetti di trovare ai cortei, ma di uomini, donne, anziani e bambini che reggono cartelli in cui esprimono solidarietà ai propri coetanei di Gaza. Una riedizione di quanto accaduto appena una settimana fa, con cinquemila persone in corteo lungo la centrale via Etnea: testimonianza di una città che, come tante altre in Italia e in Europa, non ha più intenzione di assistere inerte di fronte al genocidio

La missione che attende la dozzina di attivisti a bordo della Freedom Flotilla è pericolosa. Non tanto per i sette giorni di navigazione nel Mediterraneo a bordo della piccola imbarcazione a motore, ma per l’elevata probabilità di essere fermati con la forza dall’esercito israeliano. Molti di loro erano a bordo del precedente tentativo di raggiungere Gaza via mare, quando – il primo maggio 2025 – l’imbarcazione venne raggiunta da un drone israeliano mentre si trovava al largo di Malta e colpita con proiettili che ne incendiarono la prua, mettendola fuori uso. Mentre è ancora vivo il ricordo della Mavi Marmara, la nave di attivisti partita dalla Turchia sempre allo scopo di rompere l’assedio di Gaza, che il 31 maggio 2010 venne assaltata da un reparto speciale dell’esercito israeliano che uccise 10 membri dell’equipaggio e ne ferì altri 60. Una strage che il governo israeliano tentò di giustificare con la presunta presenza a bordo di armi destinate alla lotta armata palestinese, una menzogna smentita da successive indagini delle Nazioni Unite.

«Molti pensano che siamo degli eroi, ma non lo siamo. Per vivere oggi a Gaza serve essere eroi – afferma Thiago Avila, attivista brasiliano e tra gli organizzatori della Freedom Flotilla – ho una bambina di un anno e penso che non si possa stare a guardare mentre migliaia di bambini a Gaza muoiono sotto le bombe e vivono nel terrore. Noi vogliamo dimostrare che la solidarietà e la coscienza internazionalista sono armi che possono battere l’oppressione».

A portarmi con un piccolo gommone a bordo della nave della Freedom Flotilla, ormeggiata un centinaio di metri oltre gli scogli del porticciolo, è Yazan Eissa, un ragazzo palestinese che è il tuttofare della ciurma. A bordo ci sono altri tre membri dell’equipaggio, rimasti a sorvegliare l’imbarcazione in attesa della partenza. Tra loro il dottor Mohammed Mustafa, che a lavorare come volontario a Gaza c’è già stato e ora prova a tornarci perché «ci sono migliaia di bambini da curare, e quelli che non sono morti sotto le bombe sono completamente traumatizzati e stanno vivendo un inferno che è impossibile da descrivere». Sul ponte della nave, e anche sottocoperta, tolto lo spazio strettamente necessario per dormire e cucinare, ogni angolo è pieno di viveri da portare a Gaza: succhi di frutta, latte, riso, cibo in scatola, barrette proteiche. Sono state donate da centinaia di cittadini catanesi e di tutto il mondo. Yazan sa benissimo che, se riusciranno ad arrivare a Gaza, basteranno a sfamare solo pochi tra i due milioni di palestinesi allo stremo, ridotti alla fame da mesi di crimini di guerra da parte del governo israeliano che, attraverso il blocco di ogni aiuto umanitario e la distruzione sistematica dei campi agricoli, sta usando la fame come arma per costringere la gente di Gaza ad andarsene dalla propria terra: «Il nostro è un aiuto simbolico, serve innanzitutto a testimoniare alla gente di Gaza che i cittadini del mondo sono con loro», afferma.

E visto dal porto di San Giovanni Li Cuti appare evidente che Yazin abbia ragione. I cittadini sono con loro e sopra i tavoli dei ristoranti ci sono palloncini rossi, neri, verdi e bianchi: i colori che compongono la bandiera palestinese. Mentre i passanti si fermano ad ascoltare ed applaudire. «Hanno ragione, è ora di fare qualcosa per fermare Israele», dice ai clienti il ragazzo che lavora al chiosco mentre serve caffè e birre. Tanti chiedono cosa possono fare dei semplici cittadini per fermare tutto questo. «La storia dimostra che l’azione collettiva è il vero motore dei cambiamenti reali», risponde Thiago dal palco: «partecipate alle proteste, attuate il boicottaggio verso i marchi complici del genocidio, supportate i gruppi che sabotano le industrie di armi e bloccano il loro trasporto dai porti, informatevi e invitate gli altri a fare lo stesso tra i vostri amici e su internet. Tutte le azioni sono parte della battaglia per fermare Israele. La grande maggioranza dei cittadini in Europa e nel mondo sta con la Palestina. Il problema è che i governi non rispettano la volontà dei cittadini che li hanno eletti, ma se saremo uniti e determinati dovranno farlo».

Gaza, strage di civili in coda per gli aiuti umanitari a Rafah

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Alle 6 di questa mattina l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro i civili palestinesi in fila per ricevere gli aiuti umanitari in due dei centri di distribuzione della ONG statunitense Gaza Foundation, situati nella zona orientale di Rafah. Secondo i bollettini sanitari locali sarebbero almeno 26 le vittime e 125 i feriti trasportati d’urgenza presso l’ospedale civile della Croce Rossa Internazionale e il centro medico pubblico Naser. Il direttore del centro medico, Mahmoud Afsh, ha dichiarato che l’IDF starebbe impedendo alle poche ambulanze attive di raggiungere tutti i feriti. 4 giorni fa, sempre a Rafah, l’IDF aveva aperto il fuoco sui civili durante la distribuzione fallimentare di aiuti umanitari di Gaza Foundation, ferendo almeno 46 civili.

Hamas avanza una controproposta al piano di cessate il fuoco, per gli USA è “inaccettabile”

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Il gruppo palestinese Hamas ha risposto alla proposta di cessate il fuoco elaborata dagli Stati Uniti e sottoscritta da Israele lo scorso giovedì 29 maggio, chiedendo di apportare alcune modifiche. Secondo quanto riportato da Reuters, che cita un comunicato del gruppo, questi avrebbe dichiarato che rilascerà 10 ostaggi vivi e 18 cadaveri in cambio del rilascio di un certo numero di ostaggi palestinesi da parte di Israele. Hamas ha però aggiunto la richiesta di giungere a un cessate il fuoco permanente, del ritiro completo di Israele dalla Striscia e di garantire un adeguato flusso di aiuti umanitari alla popolazione dell’enclave. La risposta è arrivata dopo un ciclo di «consultazioni nazionali». Tuttavia, l’inviato speciale degli Stati Uniti Witkoff l’ha definita «inaccettabile».

«Ho ricevuto la risposta di Hamas alla proposta degli Stati Uniti – ha scritto Witkoff in un post su X – È totalmente inaccettabile e ci fa solo fare un passo indietro. Hamas dovrebbe accettare la proposta quadro che abbiamo avanzato come base per i colloqui di prossimità, che potremo avviare immediatamente la prossima settimana. Questo è l’unico modo in cui potremo concludere un accordo di cessate il fuoco di 60 giorni nei prossimi giorni, in cui metà degli ostaggi viventi e metà di quelli deceduti torneranno a casa dalle loro famiglie e in cui potremo avere, nei colloqui di prossimità, negoziati sostanziali e in buona fede per cercare di raggiungere un cessate il fuoco permanente».

L’agenzia di stampa palestinese QNN riferisce che la risposta di Hamas include un calendario per il rilascio dei prigionieri ancora vivi – 4 il primo giorno del cessate il fuoco, 2 il trentesimo e 4 il sessantesimo. Secondo l’agenzia, i corpi dei deceduti sarebbero invece consegnati al decimo, trentesimo e cinquantesimo giorno. La risposta di Hamas comprenderebbe anche la richiesta di iniziare negoziati per giungere a un cessate il fuoco permanente.

Il quotidiano di informazione israeliano Times of Israel, citando un funzionario del governo israeliano, riporta che il governo starebbe trattando la risposta del gruppo palestinese come un «effettivo rifiuto» e che, nonostante Hamas abbia presentato la sua risposta ufficiale alla proposta di Witkoff, i mediatori starebbero ancora lavorando per «ammorbidire alcune delle richieste». Dopo l’annuncio di giovedì da parte della Casa Bianca, che sosteneva che Israele avesse firmato la proposta di cessate il fuoco elaborata dall’inviato speciale USA Witkoff, il premier Netanyahu ha sottolineato quanto già affermato in precedenza, ovvero che la guerra non terminerà prima della «sconfitta di Hamas».

La proposta dell’inviato speciale USA, Witkoff, sottoscritta da Israele, prevede un cessate il fuoco di 60 giorni con il rilascio di 10 ostaggi israeliani vivi e 18 deceduti entro il settimo giorno del cessate il fuoco, oltre all’immediata distribuzione di aiuti umanitari (organizzata da Nazioni Unite e Mezzaluna Rossa) a Gaza nonappena Hamas avesse sottoscritto la proposta. Inoltre, la proposta avrebbe compreso la cessazione di tutte le attività militari offensive israeliane dalla Striscia e una cessazione dei movimenti aerei per 10/12 ore al giorno. La proposta prevedrebbe inoltre una «ridistribuzione» dell’IDF, insieme a ulteriori colloqui per un cessate il fuoco permanente e un eventuale ritiro dell’esercito dall’enclave.

Nel frattempo, il massacro nell’enclave non accenna a fermarsi, mentre la distribuzione degli aiuti umanitari organizzata da USA e Israele continua a rivelarsi un completo fallimento. L’esercito israeliano ha bombardato 60 abitazioni nel nord della Striscia in meno di 48 ore, intensificando ulteriormente l’offensiva contro i civili. Sono oltre 54 mila le morti accertate per gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, 61.700 per il governo dell’enclave (ma, secondo alcune stime, il numero reale potrebbe essere circa il triplo). Non c’è pace nemmeno nella Cisgiordania occupata, dove l’esercito israeliano ha fatto oggi irruzione nelle città di Tubas e Tulkarem, istituendo altri posti di blocco militari e aggredendo civili nel sud di Hebron.

Roma, migliaia in piazza contro il dl Sicurezza: attivisti identificati prima del corteo

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Sarebbero circa 150 mila, secondo alcune fonti, le persone che hanno preso parte alla manifestazione in corso a Roma contro il dl Sicurezza, partita alle 14 da piazza Vittorio e diretta verso la piazza di Porta San Paolo. I manifestanti si oppongono al provvedimento, fortemente voluto dal governo, in quanto «pericoloso e incostituzionale», dal momento che introduce 14 nuovi reati e aggrava le pene per almeno 9 tra quelli già esistenti. Prima della manifestazione, 15 attivisti di Extintion Rebellion che si stavano recando al corteo hanno denunciato di essere stati pedinati, perquisiti e identificati senza motivo dalla polizia, alla ricerca, secondo quanto denunciato, di «armi atte a offendere e materiale pirotecnico ed esplosivo».

Gli unici oggetti sequestrati, riportano gli attivisti, sono 10 fumogeni colorati «che possono essere acquistati liberamente». Il gruppo di attivisti ha parlato di «azioni intimidatorie arbitrarie» della Polizia, le cui operazioni sarebbero «illegittime» in quanto «non si può perquisire se non c’è un motivo fondato o se non c’è da trovare un corpo del reato». Secondo quanto riportato, la polizia avrebbe inoltre minacciato i ragazzi di portarli in questura se non si fossero sottoposti volontariamente alla perquisizione. «I reati che il Decreto Sicurezza introduce vanno proprio in questa direzione: colpire chi oggi è già marginalizzato e punire in maniera sproporzionata chiunque dissenta» commenta uno degli attivisti identificati.

Sono tante le realtà presenti al corteo oggi, dalla CGIL al Collettivo di fabbrica GKN, all’ARCI, insieme a numerosi esponenti politici e a varie realtà facenti parte della Rete No Ddl Sicurezza, oltre ai collettivi studenteschi. La manifestazione segue le proteste dello scorso lunedì 26 maggio, quando un gruppo di dimostranti si era riunito all’esterno del Parlamento mentre all’interno il governo votava la fiducia al provvedimento (approvato definitivamente dalla Camera il 29 maggio successivo). Tra i manifestanti e i poliziotti, che facevano cordone in tenuta antisommossa all’ingresso dell’edificio, vi sono stati alcuni momenti di tensione, che hanno portato al ferimento di alcuni dei presenti – compreso l’assessore alla Cultura del III Municipio, Luca Blasi.

Rispetto al pacchetto come originariamente pensato, a mutare all’interno del provvedimento approvato sono solo alcuni dei già pochi punti su cui si era concentrata la polemica durante il dibattito politico: madri incinte, accesso alle schede telefoniche per i migranti, obbligo per le istituzioni pubbliche di contribuire coi servizi segreti, e poco altro. L’impianto generale del testo, tuttavia, rimane sempre lo stesso, di natura securitaria e liberticida. Sul fronte dell’inasprimento del codice penale, il DL prevede 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso inaugura il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di «occupazione»), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, conferma le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenzia lo strumento del DASPO urbano, e vara una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.

L’Europa dimentica la retorica green: con il riarmo centinaia di milioni di tonnellate di emissioni

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L’aumento della spesa militare dei Paesi NATO potrebbe generare centinaia di milioni di tonnellate annue di gas serra, rischiando di impedire il raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 13 delle Nazioni Unite, dedicato alla lotta contro il cambiamento climatico. A dirlo è un rapporto dell’Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente (CEOBS), scritto su richiesta dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo. Il CEOBS sottolinea che l’aumento della spesa militare aumenterà le emissioni militari sia sul fronte della produzione che su quello del mantenimento e dell’uso dei sistemi d’arma: acciaio, alluminio e combustibili fossili per operazioni militari rendono infatti quello bellico uno dei settori più inquinanti al mondo. Tra i principali Paesi che potrebbero contribuire a questo aumento delle emissioni vi sono quelli europei, con il piano europeo ReArm. Esso prevede un aumento della spesa militare comunitaria fino a 800 miliardi di euro, e sta venendo portato avanti in parallelo a numerose iniziative volte a riconsiderare al ribasso gli obiettivi climatici comunitari, aumentando deroghe e concessioni alle grandi aziende.

Secondo lo studio del CEOBS, la produzione industriale che sta venendo promossa finirà per aggravare l’impatto ambientale dell’industria bellica sia direttamente che indirettamente. Gli aumenti diretti sarebbero effetto di tre fattori principali: le attività di addestramento ed esercitazione, i pattugliamenti di routine, e (in tempo di guerra) i conflitti armati; la costruzione delle basi militari, il loro mantenimento e i consumi a esse legati; la produzione di equipaggiamenti e gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Gli aumenti indiretti, invece, sono legati al reindirizzamento di risorse che potrebbero essere spese per la tutela dell’ambiente, al ripensamento al ribasso degli obiettivi e delle politiche ambientali per facilitare il comparto bellico, all’aumento di migrazioni in caso di conflitto, e alla potenziale dipendenza dal fossile che si creerebbe, essendo quello militare un comparto particolarmente energivoro. «Nonostante le difficoltà nel definire l’esatto rapporto tra spesa militare ed emissioni di gas serra militari», scrive il rapporto, i dati indicano «aumenti da decine a centinaia di milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno derivanti dagli attuali aumenti di spesa».

L’industria bellica, sottolinea il rapporto, è una delle più impattanti al mondo. Il CEOBS e Scientists for Global Responsibility stimano che l’attività militare quotidiana potrebbe essere responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali, il che significa che se le forze armate del mondo fossero un Paese, sarebbero il quarto maggiore emettitore al mondo. Dati questi, che non tengono conto del fatto che i Paesi non registrano tutte le emissioni legate alle proprie attività militari. L’aumento della spesa militare, sottolinea il CEOBS, avrà un impatto negativo sul raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 13 dell’ONU. Esso chiede ai Paesi di: rafforzare la capacità di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali; integrare le misure contro il cambiamento climatico nelle politiche di pianificazione nazionale e di aiutare i Paesi meno sviluppati a fare lo stesso; mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno per il contrasto al cambiamento climatico.

Tra le politiche di riarmo che più potrebbero impattare sul raggiungimento dell’Obiettivo 13, vi sono quelle europee. L’UE ha infatti pensato un piano che prevede l’investimento di una cifra fino a 800 miliardi di euro nel settore bellico. Di preciso, la Commissione Europea ha proposto agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5% del prodotto interno lordo annuo per quattro anni. Questo debito aggiuntivo, sostiene von der Leyen, potrebbe generare fino a 650 miliardi di euro nel prossimo quadriennio. Per ora sono 16 i Paesi dell’UE che hanno inoltrato una richiesta di sospensione del Patto di Stabilità. A questa cifra si aggiunge quella che proverrebbe dal cosiddetto “fondo SAFE”, che prevede la raccolta di una somma fino a 150 miliardi di euro sui mercati da erogare sotto forma di prestiti diretti agli Stati con l’avvio di procedure d’appalto comuni e semplificate.

Parallelamente, l’UE ha promosso una serie di iniziative volte a depotenziare o rinviare le leggi per la tutela dell’ambienteprimo fra tutti il Green Deal. In queste occasioni, l’Italia figura sempre tra le prime promotrici e guida il fronte UE contro l’ambientalismo. Il nostro Paese è stato in passato l’unico a votare contro i divieti sulla pesca a strascico, riuscendo, a fine 2024, a boicottare la norma. L’Italia si è poi mossa contro la norma sulla riduzione delle emissioni industriali, riuscendo a ridurre i limiti imposti agli allevamenti intensivi; ha contribuito alla riqualificazione al ribasso dello status di tutela del lupo; si è poi schierata contro la riduzione delle emissioni del settore auto, approvata a inizio maggio 2025.

Canada, è ancora emergenza incendi: a rischio anche città USA

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Giganteschi incendi stanno continuando a devastare le foreste del centro e dell’ovest del Canada, con oltre 170 roghi attivi, metà dei quali fuori controllo. Migliaia di persone sono in evacuazione, soprattutto nelle comunità indigene di Manitoba e Saskatchewan. Il fumo, spinto da venti caldi e secchi, minaccia di raggiungere città statunitensi come Chicago, Detroit e Milwaukee. In alcune zone, come Pukatawagan, gli abitanti sono bloccati a causa della chiusura dell’aeroporto. Le autorità canadesi hanno dichiarato il massimo livello d’allerta. Dopo il disastroso 2023, si teme una nuova stagione di incendi senza precedenti.

Voi che governate

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Voi che governate sentitevi prigionieri della storia, non della convenienza, del tornaconto, della opportunità.  Amate il rischio, vi prego, insieme alla responsabilità, come un pilota che sale sull’aereo per portare i passeggeri a destinazione. Perché dovrebbe esporli al pericolo, perché non dovrebbe amare la sua che è anche la loro meta?

Lo sguardo sul mondo si fa più cupo, voi avete il compito di trasmettere sicurezza non di punire qualcuno, dovete sentire l’obbligo di proteggere i deboli non di vendicarvi, se avrete procurato la morte invece di salvaguardare la vita sentirete un giorno crollarvi tutto addosso, compresa la vostra vita privata inevitabilmente fallimentare.

Ma ora basta prediche e moralismi. Parliamo di me, di te, di loro, va bene. Ma parliamo soprattutto di ‘noi’, della comunità estesa, senza confini a cui apparteniamo, quel luogo dove è difficile capirsi, dove qualcuno impone scelte, che sa benissimo che sono sbagliate, soltanto per dimostrare che è più forte, dove si è già costretti a fronteggiare la tracotanza e l’ignoranza di molti che guidano altri Paesi. Non aggiungetevi in ogni caso ai peggiori, sappiate dire no alle decisioni indegne.

Voi che governate, che avete la responsabilità transitoria non dico di quanto accade ma di quanto fate per evitare o favorire che avvenga; voi non spostate ancora più in qua i confini dell’irreparabile.

Non vi è stato affidato il compito di risolvere dei problemi, non siete degli scolaretti che dovete dimostrare di essere bravi. Dovete essere invece degni di noi che vi abbiamo voluto, dovete sentire il compito di far crescere il vostro Paese senza danneggiarne altri, dovete vedere aldilà di ciò che è strettamente attuale, dovete segnare strade che non ci sono ancora.

Avete l’obbligo di esprimere il meglio di noi. Se lasciate uccidere bambini, se lasciate che vengano conculcati diritti, frustrate le più semplici ambizioni, se umiliate chi da solo non ce la fa, se occultate le ragioni della giustizia e trascurate chi si vendica, se perseguite i colpevoli confondendo l’importanza oggettiva dei reati, non potete sperare nulla. Noi riconosceremo voi come colpevoli.

C’è un sistema, forse una terapia. Provate a fare una passeggiata in un bosco restando in silenzio e in solitudine prima di prendere decisioni, fate come faceva Nostro Signore con san Pietro negli antichi racconti, visitate le case di chi fa fatica a tirare avanti, in una periferia, in un quartiere disagiato, per ascoltare, per offrire una possibilità. E chiedetevi: le armi che vogliamo produrre elimineranno i loro problemi, dimostreranno quale tipo di forza? 

Si sente spesso parlare di amore. Sì, è vero, ci sono tanti tipi, tanti modi dell’amore. Il più sciocco, forse, ma indispensabile è quello di non voler avere ragione a tutti i costi. Così l’altro, gli altri forse potranno capirci. Ma a chi governa interessa davvero essere capito? Forse non ha nemmeno l’ambizione di convincere ma quella di imporsi.

«Il cibo non arriva più. Di tanto in tanto una zuppa inacidita. Cogliamo a volte un po’ d’erba, e la facciamo bollire. Raccattiamo bucce di patate nei secchi della spazzatura… E questa semi-esistenza che mi resta, la passo in compagnia di fantasmi, vivi o morti…Guardo questa cupa baracca di fantasmi, di umiliazione, di odio, questi malati immobili ridotti alla totale impotenza…un baratro nero, in cui sprofonda un’intera umanità…» (Hanna Lévy-Haas, Diario di Bergen-Belsen 1944-45, Fusi orari 2005, pp.66-67).

Quella dei campi di sterminio nazisti non è soltanto storia con i suoi dati oggettivi ma è metafora universale che deve valere ogni volta,  tutte le volte che si programma e si persegue l’estinzione del nemico invece di una semplice vittoria. Tutte le volte che viene riconosciuto come nemico anche un bimbo, una bimba che non possono difendersi.

E allora sì. L’unica guerra sia allora una guerra santa, minuziosa, intollerante, caparbia: la guerra all’odio. Capace allora di valutare la pace, quando è il caso, come l’accettazione di un perdono. Governanti, però, siatene capaci.